Festeggiamo le 1.389 visite di ieri di quaccheri.it con 1029 visitatori unici e 1,33 pagine lette: un risultato storico di ogni epoca in Italia con…

Prima parte

Questo è un elenco di persone importanti associate alla Società religiosa degli amici , nota anche come Quaccheri, che hanno un articolo su Wikipedia. La prima parte è costituita da individui noti per essere o essere stati Quaccheri continuamente da un certo punto della loro vita. La seconda parte è costituita da individui i cui genitori erano quaccheri o che erano essi stessi quaccheri una volta nella loro vita, ma poi si sono convertiti a un’altra religione, o che formalmente o informalmente si sono allontanati dalla Società degli amici, o che sono stati rinnegati dal loro incontro di amici . Elenco dei quaccheri – https://it.qaz.wiki/wiki/List_of_Quakers

UN

Elisabeth Abegg (1882–1974), educatrice tedesca che ha salvato gli ebrei durante l’Olocausto

Damon Albarn ( nato nel 1968), musicista, cantautore e produttore discografico inglese

Harry Albright (vivente), ex redattore canadese di origine svizzera di The Friend , consulente per le comunicazioni per FWCC

Thomas Aldham (c. 1616-1660), inglese Quaker strumentale nella creazione del primo incontro nella Doncaster zona Horace Alexander (1889–1989), scrittore inglese sull’India e amico di Gandhi

William Allen (1770–1843), scienziato inglese, filantropo e abolizionista

Edgar Anderson (1897–1969), botanico americano

Charlotte Anley (1796–1893), romanziera e scrittrice inglese

Elizabeth Ashbridge (1713–1755), predicatrice e memoirist inglese quacchera

Ann Austin (XVII secolo), prima missionaria quacchera inglese

Iwao Ayusawa (鮎 沢 巌, 1894–1972), diplomatico giapponese

B

Edmund Backhouse (1824–1906), banchiere inglese e parlamentare per Darlington

James Backhouse (1794–1869), botanico e missionario australiano nato nel Regno Unito

Edmund Bacon (1910-2005), architetto americano Ernest Bader (1890–1982), uomo d’affari e filantropo inglese nato in Svizzera

Joan Baez (nata nel 1941), cantante folk americana e attivista per la pace

Eric Baker (1920–1976), cofondatore inglese di Amnesty International e della Campagna per il disarmo nucleare

Emily Greene Balch (1867-1961), vincitrice del premio Nobel per la pace americano

Chris Barber (1921–2012), uomo d’affari inglese e presidente di Oxfam

Robert Barclay (1648–1690), teologo scozzese

John Henry Barlow (1855-1924), statista quacchero inglese

Geoffrey Barraclough (1908-1984), storico inglese Florence

Mary Barrow (1876–1964), cooperante e attivista per la riforma abitativa

Bernard Barton (1784–1849), poeta inglese

John Barton (1755–1789), abolizionista inglese

John Bartram (1699–1777), botanico americano

William Bates (morto nel 1700), uno dei fondatori della Newton Colony, la terza colonia inglese nel West Jersey

Helen Bayes (nata nel 1944), attivista australiana per i diritti dei bambini nata nel Regno Unito

Joel Bean (1825-1914), ministro quacchero americano

Anthony Benezet (1713–1784), educatore americano, abolizionista Caleb P. Bennett (1758–1836), soldato e politico americano

Douglas C. Bennett (nato nel 1946), accademico americano, presidente dell’Earlham College

Lewis Benson (1906-1986), stampatore americano, esperto di primo quaccherismo, in particolare George Fox Hester Biddle (1629–1697 circa), scrittore di pamphlet e predicatore inglese Albert Bigelow (1906-1993), manifestante americano per le armi nucleari

J. Brent Bill (nato nel 1951), ministro americano e scrittore di religione

George Birkbeck (1776-1841), uno dei fondatori inglesi del London Mechanics Institute, ora Birkbeck, University of London Sarah Blackborow (fl. 1650-1660), tractarian inglese prominente nella discussione del ruolo delle donne nella società e delle questioni sociali

Barbara Blaugdone (c. 1609–1705), autobiografa e ministro inglese

Taylor A. Borradaile (1885–1977), chimico e uno dei quattro fondatori e primo presidente della confraternita Phi Kappa Tau ; due dei principi fondanti di Phi Kappa Tau sono anche due delle testimonianze quacchere : Integrity and Equality

Geoffrey Barraclough (1908-1984), storico inglese Florence Mary Barrow (1876–1964), cooperante e attivista per la riforma abitativa

Bernard Barton (1784–1849), poeta inglese

John Barton (1755–1789), abolizionista inglese

John Bartram (1699–1777), botanico americano

William Bates (morto nel 1700), uno dei fondatori della Newton Colony, la terza colonia inglese nel West Jersey

Helen Bayes (nata nel 1944), attivista australiana per i diritti dei bambini nata nel Regno Unito

Joel Bean (1825-1914), ministro quacchero americano

Anthony Benezet (1713–1784), educatore americano, abolizionista

Segue domani ancora la lettera B

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La teologia

La teologia è una scienza bella, la più bella delle scienze.
Perciò si può e si deve fare teologia con gioia.
Un teologo non lieto, cattolico o protestante che sia,
non è un teologo. (Karl Barth)

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Auguri Giorgio

La Fondazione Gaber è felice e onorata che, in occasione dell’ottantatreesimo compleanno di Giorgio Gaber, Google abbia voluto dedicargli la speciale e creativa scritta dedicata ai grandi personaggi e ai grandi eventi.
Non poteva esserci iniziativa migliore per ricordare il Signor G, anche presso il pubblico più giovane, a riprova dell’importanza che la sua figura e la sua opera continuano a rappresentare.

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La situazione in Ucraina

Rete Pace Disarmo al Governo: neutralità attiva per scongiurare la guerra alle porte dell’Europa

(Foto di Rete Italiana Pace e Disarmo)

All’Italia e all’Europa viene chiesta un’iniziativa di neutralità attiva per ridurre la tensione e favorire un accordo politico chiarendo in particolare l’indisponibilità a sostenere avventure militari.

Come italiani e come europei stiamo assistendo ad una preoccupante escalation della tensione tra la Russia, gli Stati Uniti e la Nato ai confini dell’Europa.
Una escalation nella quale, allo stato attuale, nessuno dei contendenti esclude l’eventualità del ricorso alle armi e rispetto alla quale nessun osservatore esclude che possa evolvere in conflitto armato, anche nucleare, che potrebbe coinvolgere la stessa Europa.

Ciò avviene, inoltre, in un clima di esasperato riarmo con il quale gli eserciti sembrano cercare la supremazia invece che un equilibrio strategico che sia garanzia di pace futura.
È forse dall’epoca della crisi dei missili a Cuba che il rischio di un nuovo conflitto globale non è stato così palpabile. È un rischio che non ci possiamo permettere, come denunciato la settimana scorsa dall’allarmante “100 secondi a mezzanotte” dell’Orologio dell’Apocalisse del Bulletin of Atomic Scientist. Per scongiurare questo rischio ogni paese ha il dovere di operare.

Al nostro Paese innanzi tutto, a cominciare dal Ministro degli Esteri, e all’Europa tutta chiediamo di prendere iniziative urgenti e significative da una posizione di neutralità attiva, per ottenere una de-escalation immediata della tensione e avviare la ricerca di un accordo politico negoziato nel rispetto della sicurezza e dei diritti di tutte le popolazioni coinvolte, chiarendo la propria indisponibilità a sostenere avventure militari.

A tutti i Paesi coinvolti diciamo: fermatevi. Deponete le armi e le minacce e trattate.

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I rischi… quaccheri

Rischi della Nonviolenza

di Davide Melodia

In una società violenta, la violenza comporta dei rischi, ma la nonviolenza ne comporta di più. Prima di tutto perché è fraintesa, restando, nell’idea dei più, la politica di chi è debole, arrendevole, non combattivo, alieno da ogni forma di lotta.

Molti si sono fermati al concetto della “resistenza passiva”, che è stata superata sin dalla fine dell’ ‘800 in Sud Africa da Gandhi, con il “satyagraha”, che è l’adesione alla verità – da cui procede la forza della nonviolenza.

Da qui nasce la “resistenza attiva nonviolenta”.

La nonviolenza si trova ed opera fra i due estremi della rassegnazione e della violenza.

Dall’ incomprensione al rischio il passo è breve.

L’insulto, l’offesa e la diffamazione del nonviolento la seguono come un’ombra.

E sono pochi coloro che cercano di capire, e, quando lo fanno, rispettano il nonviolento.

La mia posizione rispetto ai rischi

Applicando nella vita e nella lotta politica la nonviolenza ho corso molti rischi, e mi sono reso conto che, ogni volta che la mia azione corrispondeva alla verità, la paura non esisteva.

Ma, sia per natura, che per auto-educazione e per principio, non mi sta bene di correre dei rischi che non ho accettato né scelto personalmente.

Quando mi ritraggo da una situazione pericolosa, non si tratta mai di timore, ma del fatto che quella situazione non l’ho cercata io.

E se non l’ho cercata, ho sicuramente avuto le mie buone ragioni.

Esempio: Le marce antimilitariste nonviolente, durante le quali abbiamo subito l’aggressione di reazionari, di nemici politici o di polizia male informata, non siamo fuggiti, non abbiamo chiesto scusa, non siamo venuti a compromessi, abbiamo subito percosse . . . arresti e processi. E siamo stati sempre assolti per avere dimostrato di avere alti ideali e di non avere esercitato alcuna violenza.

E tutto questo perché partecipare era una nostra scelta, nella consapevolezza dei rischi che una marcia antimilitarista in una società militarista comporta.

Ci sono fior di documenti e una storia che provano quanto sopra.

Gli infiltrati, durante una manifestazione dichiaratamente e coerentemente nonviolenta in ogni suo aspetto e momento, si possono scoprire, isolare e neutralizzare, per cui il confronto si svolge fra i nonviolenti ed i veri avversari che si vogliono contestare.

E non è facile neppure per i peggiori mezzi di comunicazione di stravolgerne i contenuti.

Gli infiltrati, durante una grande manifestazione di massa, che è parzialmente nonviolenta, sono difficilmente individuati, difficilmente isolati, difficilmente neutralizzati, e provocano lo scontro, giustificando le cariche delle forze dell’ordine e le aggressioni dei reazionari. Così facendo gettano il discredito su tutta la manifestazione – anche quando questa ha i più alti valori – ed allontanano il raggiungimento degli obiettivi dei partecipanti coerenti.

In tali casi cerco forme alternative di contestazione.

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Il più noto romanzo quacchero “La capanna dello zio Tom”

La capanna dello zio Tom (titolo originale Uncle Tom’s Cabin or Life Among the Lowly) è un romanzo abolizionista scritto dalla statunitense Harriet Beecher Stowe. Fu pubblicato nel 1852 in seguito alla promulgazione, nel 1850 della legge sugli schiavi fuggitivi, che decretava che gli schiavi fuggiti da Stati schiavisti in Stati liberi dovessero essere arrestati e poi restituiti ai proprietari nello Stato di origine. Ebbe un profondo effetto sugli atteggiamenti nei confronti degli afroamericani e della schiavitù negli Stati Uniti e rese più acuto il conflitto che condusse alla guerra civile americana, contribuendo fortemente al cambio culturale al quale il nord del Paese andò incontro riguardo alla nozione di libertà della persona e di forzosa servitù.

Stowe, un’attiva abolizionista, focalizzò il romanzo sul personaggio di zio Tom e sulla lunga sofferenza degli schiavi afroamericani, attorno alla quale si intrecciano le storie di altri personaggi. Il romanzo raffigura la crudele realtà della schiavitù e afferma che l’amore cristiano può superare la distruzione e la riduzione in schiavitù di altri esseri umani.

La capanna dello zio Tom è stato uno dei romanzi più venduti del XIX secolo e molti critici ritengono che esso possa aver alimentato la causa abolizionista negli anni 1850.Solo negli Stati Uniti, nell’anno successivo alla sua pubblicazione ne furono vendute 300.000 copie. Il figlio dell’autrice scrisse che quando Abraham Lincoln incontrò l’autrice all’inizio della guerra civile, dichiarò: “Allora questa è la piccola signora che ha scatenato questa grande guerra”.

Trama

La vicenda si svolge dapprima nel Kentucky, prima dell’abolizione della schiavitù, dove un proprietario di schiavi ricco di umanità, Arthur Shelby, è costretto a vendere ad Haley, un mercante di schiavi dall’animo crudele, due neri della sua servitù. Si tratta dello zio Tom, il suo fidato braccio destro, e di Harry, un bambino di soli cinque anni figlio di Eliza e George Harris, mulatti. Eliza riesce a fuggire con il figlioletto dopo aver attraversato il fiume Ohio gelato e, malgrado il nuovo padrone dia l’incarico a due loschi individui di catturarla, riesce a mettersi in salvo presso una colonia di Quaccheri. Qui viene accolta dalla famiglia Bird che aveva da poco perso il figlio, viene in seguito raggiunta dal marito che era fuggito al suo padrone, e quindi andranno a vivere in Canada dove iniziano una vita nuova, libera.

Tom invece sceglie di rimanere perché ama il suo padrone e comprende che la decisione di venderlo era stata dettata dalla necessità. Dopo aver salutato con grande dolore la moglie Chloe e i figli si lascia mettere le catene e, senza ribellarsi, essendo cristiano e convinto della non-violenza, segue il nuovo padrone.

No, disse, non me ne vado. Vada Eliza, è giusto, non sarò io a dire di no, ma hai sentito che ha detto? Se non vende me, dovrà vendere tutti gli altri e tutto andrà in rovina… Il padrone mi ha sempre trovato al mio posto, e sempre mi ci troverà.”.

George Shelby, il figlio tredicenne di Arthur, gli promette che un giorno andrà a cercarlo e lo libererà.Lo zio Tom con Eva St. Clare

Tom viene imbarcato su un piroscafo con il mercante di schiavi e, grazie al suo carattere docile, viene liberato dalle catene. Sul piroscafo viaggia anche la piccola Eva St. Clare, che si affeziona a Tom, e suo padre, Augustine, un proprietario terriero della Louisiana. Un giorno la piccola Eva è appoggiata al parapetto della nave con il padre, quando, a causa di un improvviso e brusco movimento, perde l’equilibrio e cade in acqua. Tom si getta prontamente riuscendo a salvarla e così il padre, riconoscente, lo compra. Tuttavia Eva muore e Augustine, mentre si appresta a preparare i documenti per ridare la libertà a Tom, viene colpito a morte da una pugnalata durante una rissa in cui aveva cercato di dividere i due litiganti. Tutti i suoi schiavi vengono venduti e così Tom viene comprato da Simon Legree, un proprietario insensibile e cattivo, che possiede una piantagione di cotone sul Red River. Il nuovo padrone vuole fare di lui un aguzzino e al rifiuto di Tom, che non vuole maltrattare i suoi compagni e ha il coraggio di ribellarsi, lo fa uccidere. George Shelby, che è ormai diventato adulto, riesce a ritrovarlo dopo tante ricerche perché, come aveva promesso, lo vuole comprare per poi riscattarlo ma giunge solamente per raccogliere le parole di amore e perdono di Tom morente. Quando il giovane ritorna nel Kentucky libera tutti i suoi schiavi

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Perché scegliamo comunità di sant’Egidio e Riccardi

  • Importante nel giudizio positivo verso i corridori umanitari con le chiesi protestanti per profughi di guerra e non solo
  • Impegno per gli ultimi e i poveri
  • Il dialogo con le altre regioni
  • Lo sforzo di rinnovarsi
  • Essere piccoli di fronte ai colossi cattolici troppo elefantiaci
  • Non siamo un gruppo gay e non condivideremo le tesi settarie.
  • Arriverà il momento favorevole per convincere tutti su tematiche controverse

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Noi vogliamo Riccardi per Presidente

“Il matrimonio è un’istituzione tra un uomo e una donna. Il fatto che la Francia abbia preso un’altra strada – che ha diviso il Paese a metà – non implica le necessità di adeguarci.”

Queste le parole di Andrea Riccardi, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio e nome scelto dal PD come candidato a PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA!

Siamo basiti, ma ciò che ci fa sorridere ancor di più sono le acrobatiche frasi che politici, come Monica Cirinnà, utilizzano per decantare l’inclusività di tale partito che propone nelle loro “Agorà democratiche” future e remote leggi sul #MatrimonioEgualitario !

Cara Monica, i compromessi politici a noi non vanno più bene e con lo strumento del referendum (che potete firmare su http://www.matrimonioegualitario.it), saranno finalmente i cittadini a decidere, a causa di una classe politica lenta e insoluta!

Monica Cirinnà

cirinnà #pd #partitodemocratico #andreariccardi #quirinale #unionicivili #presidentedellarepubblica #simatrimonioegualitario #samesexmarriage #matrimoniogay #famigliearcobaleno #unionicivili #lgbtitalia #gayitalia #matrimonio #gaywedding #adozionigay #adozioni

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Rotolano…

NEL REGNO DI BIN SALMAN TORNANO A ROTOLARE TESTE
Elisabetta Zamparutti su Il Riformista del 21 gennaio 2022

La “pena capitale” fa riferimento a caput, cioè testa. Come la decapitazione, con il de che indica separazione. È la punizione attraverso la morte per recisione netta dell’unica parte tonda, come notò Platone, del corpo: la testa, appunto, sede per alcuni del manifestarsi dello spirito, con il corpo che invece è manifestazione della materia.
Fu decapitato il nostro San Paolo, quello di Spes contra spem, dai Romani di Nerone e poi Cicerone e Tommaso Moro, come anche Anna Bolena e Maria Antonietta. E nel procedere lento dell’evoluzione dell’umanità, durante la quale venne tagliata la testa perfino ad Antoine-Laurent de Lavoisier, il padre della chimica moderna, ci trasciniamo ancora questa pratica che persiste oggi in un solo Paese: l’Arabia Saudita. Dove un principe, Mohammed bin Salman, ha annunciato al mondo, dalle colonne patinate del “Time magazine”, di voler ridurre significativamente le decapitazioni nel suo Regno. Lo ha detto nel 2018. Il suo piano è quello di limitarle all’omicidio e discostarsi da un’interpretazione ultraconservatrice della legge islamica nel tentativo di ammodernare la terra di Saud. E, così, si è passati dalle 186 decapitazioni del 2019, uno dei numeri più alti registrati nel Regno, alle 27 del 2020 che invece è il numero più basso. Sempre nel 2020, un decreto reale ha stab
​ ilito che i minori non siano più decapitati e si è posto fine anche alle fustigazioni. Inoltre, un membro del Consiglio della Shura ha raccomandato l’abolizione della pena capitale per i reati “ta’zir”, ad esempio quelli di droga, per i quali le sanzioni penali sono lasciate alla discrezione del giudice.
Sta di fatto che per un anno raramente si è assistito al rito macabro della decapitazione: il condannato portato in un luogo pubblico, vicino alla moschea più grande della città dove è stato commesso il crimine, le mani legate e in ginocchio davanti al boia che sguaina la spada tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!” (Dio è grande).
Ma al 2020 è seguito il 2021. E le cose sono cambiate nel Regno del principe “illuminato”. Le decapitazioni sono riprese a un ritmo crescente, arrivando a 67 secondo la European Saudi Organization for Human Rights (ESOHR). Un incremento del 148%. Tra i giustiziati, 51 sauditi, una donna e un bel po’ di stranieri: 7 yemeniti, 4 egiziani, 2 pachistani, 1 del Ciad, 1 del Sudan e 1 della Nigeria. Da un anno all’altro, è svanito anche l’incantesimo della sospensione delle punizioni “ta’zir”. Dei 67 decapitati nel 2021, nove erano stati condannati per questi casi: 4 per fatti politici, 3 per alto tradimento, uno appartenente all’ISIS e uno per reati politici e legati alla droga. Il 16 giugno 2021, è stato giustiziato anche Mustafa Al Darwish, un condannato per fatti che sarebbero accaduti quando era minorenne. Tra le almeno 42 persone nel braccio della morte, ci sono anche quattro minori: Hassan al-Faraj, Jalal al-Labad, Youssef al-Manasif e Sajjad Al Yassin.
Ma non c’è solo la pena di morte, perché ancora esiste la tortura e l’iniquità dei processi. A ben vedere, in questo come in molti altri Paesi mantenitori, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili. Noi sappiamo che un dittatore può decretare l’abolizione un giorno e la sua reintroduzione quello dopo. Per questo abbiamo operato affinché l’Assemblea generale dell’ONU esortasse gli Stati mantenitori a decidere, non l’abolizione tout-court, ma una moratoria delle esecuzioni in vista dell’abolizione. Per tenere conto del tempo necessario a cambiare, con le leggi penali, anche l’intero sistema democratico e di garanzie dei diritti umani.
Mi chiedo come mai il principe bin Salman che ha fatto affiorare una prospettiva di cambiamento, sembra ora farla soccombere. Tanto più se egli continua a ostentare modernità e apertura con inviti estesi a personalità internazionali e anche del nostro Paese, che è conosciuto nel mondo per la moratoria universale delle esecuzioni capitali. Noi italiani siamo portatori di un vero e proprio “talento”, come la nobile moneta di scambio della moratoria, che può essere fatto valere in ogni Paese e su ogni tavolo a cui ci si invita.
Può darsi che, oggi, la testa illuminata del principe sia persa, decollata dal corpo grave del conservatorismo del suo regno. Ma potrebbe anche essere che noi non lo si sia sostenuto abbastanza. In ogni caso, faccio una proposta. La prossima volta che un politico italiano viene invitato in Arabia
Saudita, si faccia accompagnare da una piccola delegazione di Nessuno tocchi Caino. Insieme, aiuteremo quel principe a riorientare la sua visione, a rivolgere il suo sguardo a oriente, dove il sole non tramonta mai e dove sempre sorge la luce, quella della coscienza universale e dell’amore infinito, che illumina di immenso la nostra vita, la nostra umanità, il nostro voler essere umani.

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Da riflettere

  • «Tutti sanno che non c’è conversazione davvero intima se non fra due o tre persone. Quando si è già in cinque o in sei il linguaggio collettivo prende il sopravvento. Ecco perché si cade in un completo controsenso applicando alla Chiesa le parole: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro». Il Cristo non ha detto duecento, o cinquanta, o dieci. Ha detto due o tre. Ha detto esattamente di essere il terzo nell’intimità di un’amicizia cristiana, l’intimità faccia a faccia. Il Cristo ha fatto delle promesse alla Chiesa, ma nessuna di queste ha la forza dell’espressione: «Il Padre Vostro, che è nel segreto». La parola di Dio è la parola segreta. Se anche aderisce a tutti i dogmi insegnati dalla Chiesa, chi non ha mai udito questa parola è lontano dalla verità». #SimoneWeil

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Addio

THICH NATH HANH:

Dopo il Dalai Lama era il monaco buddhista più famoso al mondo. Maestro zen, attivista sul fronte dei diritti umani durante la guerra del Vietnam e la successiva tragedia dei boat people, perseguitato ed esiliato dal regime comunista vietnamita per oltre trent’anni, poeta, romanziere, autore di centinaia di libri tradotti in moltissime lingue, curatore di classici buddhisti dal cinese, sanscrito e pali, esperto giardiniere… “un sorprendente insieme di doti e di interessi”, ebbe a scrivere di lui Martin Luther King. Un maestro tibetano aggiunse: “Scrive con la voce del Buddha”, e io credo sia una sensazione condivisa da milioni di lettori nel mondo, perché è impossibile leggere una sua pagina senza avvertire quella peculiare morbidezza del sentimento, analoga alla dolcezza interiore di cui parla Agostino nelle Confessioni e che l’inno liturgico Veni Sanctus Spiritus invoca dicendo Flecte quod est rigidum, “intenerisci ciò che è rigido”. Già i titoli di alcuni suoi libri ne danno un’idea: “Essere pace”, “Fare pace con se stessi ovvero guarire le ferite dell’infanzia”, “Spegni il fuoco della rabbia”, “L’energia della preghiera”, “Il miracolo della presenza mentale”, “Discorsi ai bambini e al bambino interiore”.
Thich Nhat Hanh era nato l’11 ottobre 1926 in una città nel centro del Vietnam appartenente alla Repubblica del Sud ma vicina al confine con la Repubblica Popolare del Nord e quindi teatro di violentissimi scontri durante la guerra del ‘55-‘75. Anche per questo, oltre che per la sua fede religiosa, egli prese da subito a impegnarsi attivamente a favore della pace e della non-violenza, fondando una versione innovativa di buddhismo, l’Ordine dell’Inter-Essere, che, senza trascurare in nulla la meditazione interiore (anzi approfondita nel dialogo con la scienza, la psicanalisi e le altre religioni) apre al contempo all’impegno sociale e politico nel mondo, un buddhismo non rinchiuso nei centri di meditazione ma operante nella società contemporanea.
Vivendo negli Usa durante gli anni ’60 per studiare all’Università di Princeton, divenne amico di Martin Luther King cui fece cambiare opinione riguardo alla legittimità dell’intervento militare americano in Vietnam. E il leader cristiano scrisse così al comitato del Nobel: “Quale vincitore nel 1964, ora ho il piacere di proporvi il nome di Thich Nhat Hanh per il premio del 1967. Personalmente non conosco nessuno più degno del Nobel per la pace di questo gentile monaco buddhista”. E ancora: “Egli è un santo, umile e devoto; è uno studioso di immensa capacità intellettuale, e anche un poeta di superbo splendore”.
Alla fine degli anni ’60 Thich Nhat Hanh si trasferì in Francia dove nell’82 diede vita alla sua più celebre fondazione, il Plum Village o Villaggio dei pruni, situato in Aquitania tra la valle della Loira e i Pirenei, che oggi è sede di una numerosa comunità monastica permanente e ospita regolarmente migliaia di praticanti da tutto il mondo, e che ha generato centri gemelli negli Usa, in Germania, Australia, Thailandia e Hong Kong. Si tratta di un vero e proprio laboratorio della vita spirituale, dove si insegna a ritrovare la pace interiore dimorando nel presente, in perfetta unione di corpo, parola e mente.
Il cuore dell’insegnamento spirituale di Thich Nhat Hanh è nei due verbi che indicano l’azione primordiale dell’esistenza: inspirare ed espirare. Per lui tutto si basa sul respiro e tutto deve tornare al respiro. Respirare infatti non è solo la prima essenziale azione a livello fisico della vita, è anche la realtà fondamentale in base a cui si può parlare di spirito, così che un esercizio spirituale è anzitutto un esercizio di respirazione consapevole e profonda. Nella tradizionale meditazione seduta in totale silenzio, oppure nella meditazione camminata fatta di passi lenti e misurati, la respirazione come esercizio spirituale è la base degli insegnamenti di Thich Nhat Hanh, fedele attualizzazione del nobile sentiero del Buddha. Ma questo legame tra spirito e respiro è testimoniato anche dalle tre lingue classiche dell’occidente, il greco, il latino e l’ebraico, che unanimi derivano il termine spirito dal medesimo con cui designano l’aria o il vento. Non solo: di tale legame spirito-respiro testimonia anche la lingua tedesca, dove “respirare” si dice atmen, in chiara assonanza con il termine sanscrito atman che significa “anima”. Ne viene che il centro dell’insegnamento spirituale di Thich Nhat Hanh, cioè la respirazione consapevole in quanto via per la mente consapevole o presenza mentale (che si può chiamare anche piena consapevolezza o mindfulness), tocca la medesima radice dell’esperienza che ha dato vita alla ricerca spirituale in occidente.
Non è un caso quindi che il rapporto con il cristianesimo sia stato sempre curato con grande amore e attenzione da Thich Nhat Hanh, di cui il monaco trappista Thomas Merton, importante letterato e pacifista americano, un giorno scrisse: “È mio fratello più di tanti altri a me più vicini per razza e nazionalità, perché lui ed io guardiamo le cose esattamente allo stesso modo”. Si legge in un libro di Thich Nhat Hanh sul rapporto tra Buddha e Gesù: “Il Nirvana è la nostra più vera sostanza, come l’acqua è la vera sostanza dell’onda. Noi pratichiamo per comprendere che il nirvana è la nostra sostanza. Una volta compreso, trascendiamo la paura di nascita e di morte, di essere e non-essere. Dio è un’espressione equivalente. Dio è il fondamento dell’essere, o, come dicono molti teologi tra cui Paul Tillich, Dio è la base dell’essere”.
Ma quello che maggiormente affascina della spiritualità di Thich Nhat Hanh è la leggerezza e la gioiosa libertà che dona a chiunque la viva. Alla base della sua comunità vi sono 14 precetti da recitare ogni 14 giorni, di cui il primo dice: “Non adorerò ciecamente e non mi vincolerò a nessuna dottrina, teoria o ideologia, compreso il buddhismo. Considero ogni sistema di pensiero una guida lungo la via, e non ritengo nessuno di essi la verità assoluta”. Questa capacità di distinguere tra religione e verità, tra la zattera e la riva, è la peculiarità decisiva della migliore spiritualità contemporanea, la medesima di Martin Luther King, Thomas Merton, Paul Tillich, Albert Schweitzer e altri grandi figure. Quando Carlo Maria Martini disse “Dio non è cattolico” affermava la medesima prospettiva. Qui la fede è un metodo con cui camminare nel mondo, non una dottrina cui legare la mente.
“Per meditare dobbiamo essere capaci di sorridere molto”, amava ripetere il mite monaco vietnamita di cui oggi molti nel mondo piangono la scomparsa. La luce del suo sorriso scalderà i nostri cuori ancora per tanto tempo.

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