pensiero del 22 del sesto mese

22 del sesto mese

Come le guardie attentamente custodiscono la fortezza, la custodiscono attorno le mura e dentro , così occorre ben sorvegliarsi, senza mai perdersi di vista; chi si perde di vista anche un solo minuto in tutta la vita, subito si trova sulla strada degli inferi

Dhammapada

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Appello di Pax Christi International sul problema del nucleare iraniano 22.05.2018 – PAX

22.05.2018 PAX

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese

Appello di Pax Christi International sul problema del nucleare iraniano

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera del Segretariato Internazionale di Pax Christi

 

Cari amici,

 

L’uscita da parte del Presidente degli Stati Uniti dall’Accordo nucleare iraniano è una tragedia di proporzioni immani che colpisce soprattutto il popolo iraniano che subirà le orrende conseguenze delle sanzioni.

 

Ci auguriamo che i leader cattolici e le organizzazioni e le  comunità cattoliche di tutto il mondo firmino la dichiarazione qui allegata e con la quale esprimiamo la nostra profonda preoccupazione perché riteniamo che questa azione creerà  tensioni ancora maggiori in Medio Oriente e minerà i delicati negoziati con la Corea del Nord.  

 

Tre anni fa molti, nella comunità cattolica, hanno attivamente sostenuto l’accordo nucleare iraniano considerandolo come un’importante conquista diplomatica, un passo fondamentale che portava verso l’abbandono del processo  della proliferazione nucleare  e faceva invece avanzare verso il disarmo nucleare.

 

Con questa dichiarazione sosteniamo fermamente gli sforzi  che gli altri stati firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano – Iran, Cina, Francia, Germania, Federazione Russa, Regno Unito e UE – profondono per onorarlo e attuarlo. Esortiamo i membri del Congresso degli Stati Uniti a utilizzare i loro poteri e la loro influenza per far sì che gli Stati Uniti ritornino a far parte dell’accordo multilaterale. E incoraggiamo le nazioni del mondo a firmare e ratificare il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari (TPNW).

 

Vi chiediamo il favore di unirvi a questo sforzo sia come leader cattolici singoli  sia come organizzazioni. Per inviare la vostra adesione vi  invitiamo a cliccare qui ( invece  di rispondere a questo messaggio) facilitando enormemente questo processo. La scadenza per la sottoscrizione  è  per le ore 17:00 ( ora di Washington D.C.) di  giovedì 31 maggio.

 

Sentitevi liberi di promuovere e condividere questo invito. Grazie!

 

In pace,

 

Marie Dennis                        Greet Vanaerschot

Co-President                          Secretary General

Pax Christi International     Pax Christi International

 

Allegato, la dichiarazione in inglese: Intl. Catholic Statement on Iran Deal Repudiation

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Firenze: manifestazione contro i massacri israeliani in palestina

21.05.2018 – Firenze Redazione Italia

Firenze: manifestazione contro i massacri israeliani in palestina
(Foto di Cesare Dagliana)

Sabato 19 Maggio a Firenze, manifestazione per la Palestina, contro il massacro perpetrato dai cecchini israeliani lungo il confine della striscia di Gaza.

Un corteo di oltre mille partecipanti ha sfilato per le vie del centro.

In testa un grande bandierone sorretto dai membri della comunità palestinese, poi, a seguire, tanti militanti dell’associazionismo, dei comitati e anche delle forze politiche di sinistra, tutti mescolati tra di loro. E lungo tutto il corteo, un numero grandissimo di bandiere palestinesi scosse dal vento. Qua e là delle piccole ma significative espressioni di solidarietà: qualche bandiera curda, uno striscione molto artigianale sorretto da un gruppetto di cingalesi, a testimoniare, come in altre recenti occasioni, la volontà di unire e collegare le aspirazioni di popoli oppressi e sofferenti.

 

Su info del Comitato Fermiamolaguerra,  Assemblea Beni Comuni / Diritti

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Firenze: manifestazione contro i massacri israeliani in palestina

21.05.2018 – Firenze Redazione Italia

Firenze: manifestazione contro i massacri israeliani in palestina
(Foto di Cesare Dagliana)

Sabato 19 Maggio a Firenze, manifestazione per la Palestina, contro il massacro perpetrato dai cecchini israeliani lungo il confine della striscia di Gaza.

Un corteo di oltre mille partecipanti ha sfilato per le vie del centro.

In testa un grande bandierone sorretto dai membri della comunità palestinese, poi, a seguire, tanti militanti dell’associazionismo, dei comitati e anche delle forze politiche di sinistra, tutti mescolati tra di loro. E lungo tutto il corteo, un numero grandissimo di bandiere palestinesi scosse dal vento. Qua e là delle piccole ma significative espressioni di solidarietà: qualche bandiera curda, uno striscione molto artigianale sorretto da un gruppetto di cingalesi, a testimoniare, come in altre recenti occasioni, la volontà di unire e collegare le aspirazioni di popoli oppressi e sofferenti.

 

Su info del Comitato Fermiamolaguerra,  Assemblea Beni Comuni / Diritti

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Lo spirito del contratto Lega – 5stelle: ognuno per sé

20.05.2018 NAGA Associazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti di Stranieri e Nomadi

Lo spirito del contratto Lega – 5stelle: ognuno per sé
(Foto di Medici senza Frontiere)

È stato reso pubblico ieri il contratto di governo Lega – 5stelle, che verrà sottoposto all’approvazione dei rispettivi elettori questo weekend.

Quello che colpisce al di là dei singoli provvedimenti è l’idea di società che ne emerge. Una società frammentata, divisa, spezzata, impoverita, vecchia, triste e arrabbiata composta da tanti portatori d’interesse individuali senza un interesse comune collettivo. Un’idea antica ma, forse, anche contemporanea. Una semplificazione della complessità in singole istanze che fanno accantonare l’idea che al di là di quelli singoli rilevino gli interessi generali. Una società dove le fragilità, le vulnerabilità, le povertà, le disuguaglianze non sono condizioni da tutelare, ma colpe da punire o ignorare.

L’occhio del Naga cade sul capitolo a pagina 26 dedicato a IMMIGRAZIONE: RIMPATRI E STOP BUSINESS. Basta il solo titolo per capire che il fenomeno, complesso, dell’immigrazione viene ridotto a questione di ordine pubblico e di malaffare; già dal titolo si comprende che non si parlerà di persone, ma di un problema, una grana, da risolvere. Rapidamente e in modo risoluto.

Scopriamo così una prima parte dello svolgimento che apparentemente propone azioni che noi stessi sosteniamo da tempo: il superamento del regolamento di Dublino, la condivisone a livello europeo dell’accoglienza e una gestione pubblica coordinata dell’accoglienza stessa. Le proposte sono, tuttavia, in salsa acida; l’obiettivo è quello di scaricare il “peso” dei migranti il più possibile sugli altri paesi europei – un mero trasferimento di quote – non certo quello di introdurre un approccio pragmatico e di legittimità dell’immigrazione.

Proseguendo nella lettura ecco che si arriva all’impianto ideologico che regge lo schema; è chiaro, è il solito: gli stranieri sono un problema, vi diciamo noi come risolverlo; un po’ li diamo ad altri paesi, i restanti li rimpatriamo (e i fondi li prendiamo da quelli per l’accoglienza).

Anzi, meglio ancora, non li facciamo nemmeno arrivare perché istituiamo delle commissioni nei paesi di transito che valutino se possono proseguire o se devono tornarsene indietro. Insomma un bel container nel deserto nigerino o libico dove, con “sicura” attenzione ai diritti umani, verranno selezionati i salvati, gli abbandonati, i sommersi.

Nessun accenno, nessuna idea, su come rivedere il meccanismo di ingresso in Italia che crea proprio quell’irregolarità tanto odiata. Perché in Italia essere irregolari è inevitabile. Non esiste – di fatto – un modo per accedere regolarmente; ma questo non conta, perché, appunto, non stiamo parlando di persone, non stiamo riflettendo sulla complessità del fenomeno, bensì su come annientare coloro che rappresentano di per sé il problema, solo per il fatto di aver osato lasciare il paese dove sono nati.

Per quelli che poi, nonostante tutto, ce l’hanno fatta sono previsti ricongiungimenti familiari molto più complicati, perché è noto che la famiglia è un elemento destabilizzante, a meno che la famiglia non sia italiana e in quel caso va bene, anzi.

Infine, dulcis in fundo, una vigorosa stretta sull’Islam, inteso come minaccia assoluta e d’altra parte antico cavallo di battaglia leghista rafforzato dai recenti, odiosi, attentati. E anche qui non una parola sulle migliaia di persone che fuggono proprio da quel fanatismo di cui sono imputati a priori.

Ci prendiamo un rischio e scommettiamo, da oggi, che gli intendimenti della prima parte del programma rimarranno lettera morta, così come gran parte di quelli della seconda.

Tuttavia siamo certi di una cosa: la vita dei migranti diventerà ancora più difficile e insieme quella di tutti noi. E ciò, non solo e non tanto, per i singoli provvedimenti, peraltro coerenti con l’approccio fallimentare degli ultimi anni, ma per lo spirito che ribadiscono: ognuno per sé.

La solidarietà è espunta dal corpo sociale. Chissà se mai la ritroveremo.

Noi andiamo avanti, controvento.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Le donne sono qui: petizione per la 194

19.05.2018 Redazione Italia

Le donne sono qui: petizione per la 194

Questa lettera è indirizzata alle donne che oggi siedono in Parlamento. Siete le più numerose della storia della nostra Repubblica, vi trovate lì per il desiderio e la lotta delle donne che vi hanno precedute. Vogliamo celebrare con voi, che siate d’accordo o no, i 40 anni della legge che ha dato alle donne il diritto di dire la prima e l’ultima parola sul proprio corpo.

Perché è importante?

Un po’ di storia: la 194, legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, è stata fortemente voluta dalle donne contro la destra e a fronte di una sinistra a lungo titubante, alleato senza remore fu solo il Partito Radicale. Alla fine gran parte del Movimento femminista, le donne dell’U.D.I, dei Partiti di sinistra, dei Sindacati e delle Associazioni e tante altre seppero mettersi insieme, dopo mediazioni non facili, e vinsero. Fu un vero e proprio atto di governo.

È questo insieme che vogliamo celebrare e mostrare oggi ancora vivo e potente.
Insieme abbiamo salvato tante donne dalla morte e dalla vergogna della clandestinità. E’ per questa coscienza che non ci può fare paura l’oscena propaganda che si sta scatenando in questi giorni contro questa legge, che pretende di mostrare le donne come assassine. Ma l’amore delle donne per la vita lo testimoniano secoli di storia.

È la nostra libertà a fare paura. Oggi tutti sono pronti a condannare la violenza, tutti contriti per ogni donna uccisa, per ogni donna maltrattata e abusata, ma sia chiaro: le radici di ogni violenza stanno tutte nella pretesa del controllo del corpo delle donne e se questo controllo un tempo era sacro, era legge, era dovuto, oggi è solo un terribile vizio.

Le donne non hanno più padroni. Di un gesto triste e grave come l’aborto, troppo spesso causato da una sessualità maschile irresponsabile, le donne rispondono non allo Stato ma prima a se stesse nel profondo della loro coscienza e poi a coloro che amano.

Oggi la denatalità fa paura, tanti dicono che sia colpa della nostra scarsa moralità, ma le donne non sono messe in condizione di avere figli, lo si vede dalle scelte politiche, da quelle economiche, dalla precarietà del lavoro, dai tagli ai servizi, da una scuola in perenne difficoltà, dallo scarso o nullo coinvolgimento degli uomini nell’esperienza della genitorialità, dai prezzi delle case e degli asili nido.

Le donne non sono pazze, a fronte di un loro desiderio, non fare figli quando non puoi permettertelo è una scelta molto triste.

Ma il desiderio può non esserci e questo è un fatto di cui tutti devono imparare a tenere in conto. La maternità oggi è una libera scelta, non un obbligo, non un dovere, né una merce, risponde solo a un desiderio, ma questo desiderio è importante per la vita di tutti, per la vita della società stessa, poiché infelice è colui che nasce senza il desiderio della madre. Così pensavamo e così pensiamo.

Vi scriviamo per dirvi che, qualunque governo verrà, le donne non faranno un passo indietro, speriamo di avervi al nostro fianco. Continueremo a lavorare per affermare la nostra piena cittadinanza e per rendere migliore questo paese. Riempiremo le piazze, se necessario.

Cgil, Udi, Uil, Gi.U.Li.A. (Giornaliste Unite Libere Autonome), Rete per la Parità, Telefono Rosa, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), DonneinQuota, Casa Internazionale delle Donne, Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per Applicazione legge 194),Differenza Donna, Salute Donna, BeFree, SeNonOraQuando Torino, SeNonOraQuando Factory, SeNonOraQuando Bolzano, Fondazione Pangea Onlus, EWMD Italia (European Women’s Management Development) Femministerie, Associazione Le Onde Palermo, Donne In Movimento, Udi Palermo Onlus, Angela Blasi – Commissione Pari Opportunità Regione Basilicata -, Associazione Rosa Rubrae, Associazione Fiori con le Spine, Museo delle donne di Merano, ADATeoriaFemminista, Le Kassandre, Associazione Onlus Lab. Zen2, Libera Università delle Donne Matera.

Alessandra Bocchetti, Livia Turco, Anarkikka, Linda Laura Sabbadini, Alessandra Mancuso (Presidente Commissione pari opportunità della Federazione Nazionale della Stampa) Lidia Ravera, Francesca Comencini, Letizia Battaglia, Fiorella Kostoris, Gabriella Carnieri Moscatelli, Laura Onofri, Simona Mafai, Giovanna Martelli, Rosanna Oliva, Cecilia Guerra, Francesca Puglisi, Monica Cerutti (assessora P.O. Regione Piemonte) Antonella Anselmo (Avvocata Rete per la Parità),Chiara Valentini, Marina Terragni, Catiuscia Marini (Presidente della Regione Umbria), Paola Concia, Luisa Gnecchi, Gabriella Anselmi (Fildis Federazione Italiana Laureate e Diplomate Istituti Superiori), Diana De Marchi – Presidente Commissione P.O. Comune di Milano – Sabina Alfonsi – Presidente del Municipio Roma I -, Silvia Giannini, Sandra Petrignani, Donata Francescano, Gabriella Bonacchi, Paola Tavella, Stefania Tarantino, Daniela Dioguardi, Anna Rosa Buttarelli, Carla Mosca, Donatella Massarelli, Patrizia Asproni, Laura Moschini.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

La pausa italiana della Torino-Lione

18.05.2018 PresidioEuropa No TAV

La pausa italiana della Torino-Lione

Nel contratto Lega – M5S vi è scritto a pagina 50 che “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”.

Utilizzando la terminologia francese la Torino Lione è in pausa.

La Grande Opera Inutile e Imposta è stata dunque per il momento fermata, come ha fatto la Francia 10 mesi fa confermando il suo disinteresse annunciato fin dal 1998 attraverso numerose dichiarazioni dell’Alta Amministrazione francese, compresa la Corte dei conti.

Ma non sono solo le dichiarazioni di pausa italiana e francese che fermano i lavori. Infatti i lavori definitivi non possono in alcuna maniera essere avviati a causa della mancanza dei fondi dei soci finanziatori, Italia, Francia e Unione Europea. E ciò al di là della volontà e delle dichiarazioni di TELT.

Infatti, per avviare i lavori definitivi del tunnel di base, occorre rispettare l’art. 16 del trattato con la Francia del 2012 che impone ai tre soci questa clausola: “La disponibilità del finanziamento sarà una condizione preliminare per l’avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale”. Ossia l’obbligo di garantire con atti formali (leggi dello Stato) tutti i fondi necessari all’intera realizzazione dell’opera.

A questo proposito Daniel Ibanez, portavoce dell’opposizione francese ha dichiarato: “Né la Francia, né l’Italia, e nemmeno l’Europa possono dimostrare la disponibilità di finanziamenti per il tunnel transfrontaliero, per non parlare delle linee di accesso al tunnel. Coloro che affermano il contrario devono portare delle prove.  Vi è quindi la necessità di ridiscutere l’intero progetto” che tutti hanno riconosciuto solo giustificato grazie a false previsioni “

Intanto i promotori si affannano a invocare le penali europee. Siamo alle solite, questo è il terrorismo delle cifre. Qui spieghiamo perché non vi saranno penali.

Inoltre, nella sua lettera del 17 gennaio 2018 la Commissaria europea ai Trasporti Violeta Bulc, in risposta alla richiesta di chiarimenti del 22 novembre 2017 di un gruppo di eurodeputati, ha riconosciuto che “il finanziamento europeo per la Torino-Lione è stato deciso ed è assicurato solo per il periodo 2016-2019  … e alla fine potrebbe essere riallocato ad altri progetti in base al principio “usalo o perdilo”.

In realtà, evitare la realizzazione dell’inutile progetto Torino-Lione farà risparmiare un sacco di soldi all’Italia.

Avendo sottoscritto con la Francia un contratto capestro, l’Italia dovrebbe pagare per il tunnel di base una fattura di almeno 3,6 miliardi di €, dei quali 2,3 miliardi di € solo per coprire la maggior parte dei costi della Francia.

Domani il Movimento No TAV sfilerà in bassa Valle Susa da Rosta ad Avigliana per riaffermare le ragioni del NO: Italia, Francia e Europa sono avvisate.

Qui una documentazione approfondita Torino-Lione – Un aggiornamento sulla “cantierabilità” del progetto in Italia e in Francia

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Potere al popolo e il governo che verrà

 

17.05.2018 Potere Al Popolo

Potere al popolo e il governo che verrà
(Foto di https://poterealpopolo.org)

Il coordinamento nazionale di Potere al Popolo, di fronte alla evoluzione della crisi politica ed al possibile governo Lega M5S, assume i seguenti primi orientamenti e giudizi…

1) Vanno respinte al mittente le ingerenze della tecnocrazia e degli organi della UE e della NATO. Il popolo italiano deve riconquistare il diritto alla piena applicazione dei principi contenuti nella prima parte della Costituzione repubblicana, continuamente messi in discussione dalle politiche di austerità della UE e guerrafondaie della NATO.

È vergognoso che nessuno dei leader delle forze politiche presenti in Parlamento e il Presidente della Repubblica abbia speso una parola di condanna a Israele per la criminale strage di palestinesi.

2) Rispetto al governo che si profila, sulla base delle indiscrezioni e delle dichiarazioni sul programma, Potere al Popolo si schiera in ferma e radicale opposizione. Contrasteremo le misure repressive e autoritarie che si annunciano verso i migranti, i poveri, il dissenso ed il conflitto sociale, misure che raccolgono la violenta eredità delle leggi Minniti Orlando.

Ci opporremo alle misure fiscali a favore dei ricchi, come la flat tax, in nome dell’eguaglianza, della difesa e dello sviluppo dello stato sociale. Chiederemo la cancellazione totale e non parziale della legge Fornero, così come della famigerata Buona Scuola. Il reddito di cittadinanza dovrà essere una misura strutturale e incondizionata, non l’estensione delle tenui misure assistenziali del governo Gentiloni.

Per il Mezzogiorno, che vede il suo voto di protesta tradito, lotteremo per l’applicazione di misure specifiche, in deroga al pareggio di bilancio, per far così ripartire l’occupazione e arginare povertà ed emigrazione.

Come da nostro programma, chiederemo la rottura con i vincoli UE e NATO, a partire dal rigetto del Fiscal Compact, dal taglio alle spese militari, dal ritiro delle missioni all’estero, dal rifiuto di installare nuove bombe atomiche in Italia. Verificheremo i timidi e contraddittori intenti programmatici di Lega e M5S di voler ridiscutere quei vincoli a partire dalle vicinissime scadenze UE e NATO con cui si dovranno subito misurare, e smaschereremo ogni falsa promessa.

3) Per queste ragioni la nostra opposizione al governo Lega M5S non avrà nulla a che vedere con quella euro-atlantica, rappresentata dal PD e dai residui berlusconiani e interpretata dalla grande stampa a partire dal quotidiano La Repubblica.

Quell’opposizione liberista e guerrafondaia sostiene posizioni contro le quali ci siamo sempre battuti e continueremo a batterci. L’alternativa al governo Lega M5S non deve essere il ritorno alle compatibilità, alle politiche di austerità che in tutta Europa hanno devastato lo stato sociale e i diritti del lavoro. Non può essere la fedeltà alle politiche guerrafondaie di NATO, USA, Israele. Potere al Popolo si batterà dunque per una vera alternativa sia al governo Lega-M5S, sia agli ex governanti PD e berlusconiani.

La nostra opposizione sarà nel nome dell’eguaglianza sociale, della democrazia, della pace e sarà una opposizione sociale e politica, con il compito primario di organizzare mobilitazione e conflitto.

Questi primi giudizi verranno portati all’assemblea di Potere al Popolo del 26/27 a Napoli, per essere verificati, approfonditi, ampliati.

 

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Bulgaria: Le commemorazioni del 103° anniversario del Genocidio armeno

16.05.2018 – Giustina Selvelli East Journal

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Bulgaria: Le commemorazioni del 103° anniversario del Genocidio armeno
Memoriale del genocidio armeno a Yerevan, capitale dell’Armenia (Foto di wikimedia commons)

Centinaia di persone hanno ricordato le vittime del genocidio armeno avvenuto fra il 1915 e il 1922 nei territori dell’impero ottomano, sfilando per le vie di alcune delle maggiori città del paese tra cui Sofia, Plovdiv, Silistra, Ruse, Shumen, Dobrich e Pleven. Il 24 aprile corrisponde storicamente alla data in cui ebbe luogo la prima deportazione organizzata della classe intellettuale armena dall’allora Costantinopoli verso la città di Ankara, in ciò che costituì il preludio ai massacri su larga scala diretti verso l’intera popolazione. Si stima che circa un milione e mezzo di persone sia stato ucciso dalle violenze dei Giovani Turchi, guidati dal ministro dell’interno Talaat Pasha, considerato il principale ideatore del piano di eliminazione della popolazione armena. La strage degli armeni è stata riconosciuta come “genocidio” da ventinove paesi al mondo, nonché da diverse organizzazioni ed istituzioni internazionali tra cui le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa.

Nel 2015, in concomitanza del centenario dall’inizio delle persecuzioni, il parlamento bulgaro ha adottato una dichiarazione di riconoscimento storico di tali avvenimenti, definiti “sterminio di massa del popolo armeno nell’impero ottomano”. In tale occasione, il primo ministro Boyko Borisov ci tenne a specificare come la definizione corrispondesse all’espressione bulgara per “genocidio”, ma tale dichiarazione non ha soddisfatto chi sperava in un riconoscimento inequivocabile a livello internazionale. In realtà, già da diversi anni le municipalità cittadine di Plovdiv, Burgas, Ruse, Stara Zagora e Pazardžik riconoscono i massacri armeni come “genocidio”, un fatto che ha portato in alcuni casi a delle tensioni nei rapporti con la Turchia. Un esempio al riguardo è la sospensione del progetto di istituire una linea area low cost fra le città gemellate di Bursa e Plovdiv in seguito al riconoscimento del genocidio armeno da parte del consiglio municipale di quest’ultima.

Le commemorazioni del 24 aprile nella città di Plovdiv

Plovdiv è una città particolarmente sensibile ai temi armeni, dal momento che qui risiede la comunità più consistente del paese, ovvero circa 4000 persone sulle 12000 totali stimate nelle cifre ufficiali. Non stupisce dunque come anche quest’anno le celebrazioni del 24 aprile siano state marcate da grande partecipazione e commozione. La giornata è iniziata con una messa commemorativa nella chiesa armena apostolica “Surp Kevork”, seguita da alcuni minuti di raccoglimento davanti alla grande croce di legno (“khachkar”) situata nel cortile del complesso della comunità, fra la chiesa e la scuola armena “Viktoria e Krikor Tiutiundjian”.

Alcuni studenti hanno recitato dei versi dedicati ai loro antenati periti nel genocidio e reso onore alle vittime collocando dei fiori attorno al monumento. Nel pomeriggio, centinaia di persone, tra cui cittadini bulgari e i maggiori esponenti delle organizzazioni armene locali, hanno sfilato per la principale via della città sventolando la bandiera armena così come quella bulgara. Alla fine della marcia, terminata nella piazza centrale, è stata letta una dichiarazione con cui si esorta la Turchia a riconoscere i crimini perpetrati durante la prima guerra mondiale come “genocidio contro gli armeni”. La giornata si è dunque conclusa in un cinema della città, dove si è tenuta la proiezione del recente documentario sul genocidio armeno “Izkorenyavane” (“Estirpazione”, 2017) del regista bulgaro Kostadin Bonev, che ha avuto luogo simultaneamente in varie città del paese.

La solidarietà dei bulgari e la istituzioni culturali armene a Plovdiv

Nello stesso giorno, su diversi media è stato pubblicato un breve video in cui gli armeni bulgari si rivolgono al loro paese balcanico “adottivo”, dichiarando profonda gratitudine per l’ospitalità e la solidarietà offerte al loro popolo in diversi momenti storici. Indubbiamente, questa manifestazione di fratellanza toccò il suo apice nel periodo immediatamente successivo al genocidio, negli anni compresi fra il 1922 e il 1926, quando circa 25000 armeni in fuga dai territori turchi giunsero nel paese, grazie all’apertura dei confini voluta dall’Imperatore bulgaro Boris III per accogliere i sopravvissuti. La maggior parte dei profughi che decise di rimanere in Bulgaria si fermò proprio a Plovdiv, dove esisteva una rilevante comunità armena composita e stratificata: i primi arrivi risalivano addirittura al IX secolo e i più recenti agli anni delle persecuzioni contro gli armeni del Sultano ottomano Abdul Hamid II, avvenute fra il 1892 e il 1896.

Con l’afflusso dei nuovi rifugiati, Plovdiv confermò il suo ruolo di città multietnica, creando il terreno fertile per l’ulteriore sviluppo di importanti istituzioni culturali atte a preservare l’identità etnolinguistica di questa minoranza. A tale proposito, è importante ricordare come l’odierna scuola armena Tiutiundjian sia stata fondata nel 1834, e come diversi periodici armeni avessero visto la luce già nella seconda parte del 19° secolo. I loro attuali eredi sono il bisettimanale Parekordzagani Tzain (dell’associazione caritatevole Armenian General Benevolent Union) e il settimanale Vahan, entrambi bilingui. Sulle pagine di questi giornali il tema del genocidio è uno dei più ricorrenti, e il discorso al riguardo viene portato avanti a livello transnazionale grazie al contatto con le comunità diasporiche in diversi paesi (soprattutto Romania, Turchia, Stati Uniti, Canada) nonché in virtù del rapporto con la Repubblica d’Armenia, che ha istituito uno specifico Ministero della Diaspora.

Una casa editrice armena locale (“Armen Tur”) pubblica opere di scrittori appartenenti alla comunità di Plovdiv e della diaspora mondiale (tra cui ricordiamo l’opera di Hrant Dink, giornalista turco-armeno ucciso a Istanbul nel gennaio 2007). Ciò dimostra come vi sia una specifica volontà, accompagnata da una forte memoria culturale e identitaria, nel portare avanti le fondamentali caratteristiche che costituiscono il nocciolo vivo dell’“armenità” attraverso il tempo e la distanza.

La diaspora armena più recente e i rapporto armeno-bulgari

Nel 2005, durante la ricorrenza del 90° anno dall’inizio del genocidio armeno, la comunità di Plovdiv è riuscita a realizzare l’idea, nutrita per diversi anni, di erigere un monumento in memoria delle vittime del genocidio del 1915 e di istituire un piccolo spazio museale dedicato nella cripta della propria chiesa apostolica. In esso sono stati collocati numerosi reperti, tra cui oggetti personali, libri, foto, documenti ufficiali che le persone in fuga dai massacri sono riusciti a portare via con sé, e i cui discendenti hanno donato al museo per contribuire ad un’opera essenziale di memoria collettiva. La diaspora armena in Bulgaria ha conosciuto una nuova fase di vigore in seguito alla caduta dell’URSS e alla conseguente creazione dell’Armenia indipendente nel 1991. Contrariamente alle aspettative nutrite dalla stessa comunità diasporica, a causa delle difficoltà economiche, il paese caucasico non riuscì a catalizzare un flusso migratorio dalle comunità armene disperse in tutto il mondo. Si innescò invece un movimento contrario, mediante il quale molte persone furono costrette a trasferirsi altrove, come ad esempio in Bulgaria, in un processo migratorio che non si è ancora del tutto arrestato. Il rapporto fra armeni e bulgari continua ad essere caratterizzato da atteggiamenti positivi e di collaborazione: un fatto importante a cui si è assistito negli ultimi anni è la crescita dell’interesse da parte del pubblico bulgaro verso la cultura armena, che ha stimolato la pubblicazione di molte opere di storia e letteratura armena, anche grazie alla cattedra di Armenistica e Caucasologia istituita presso l’Università “Sveti Kliment Ohridski” di Sofia. Infine, in riferimento ai contatti interculturali fra i due paesi, non si può dimenticare il celebre poema “Armentsi”, scritto ad inizio ‘900 da Peyo Yavorov, uno dei più illustri poeti bulgari, per rendere onore agli armeni vittime dei massacri hamidiani di fine 1800, un profondo esempio di fratellanza armeno-bulgara, rimasto impresso nella coscienza di entrambi i popoli fino ad oggi.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Bulgaria: Le commemorazioni del 103° anniversario del Genocidio armeno

16.05.2018 – Giustina Selvelli East Journal

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Bulgaria: Le commemorazioni del 103° anniversario del Genocidio armeno
Memoriale del genocidio armeno a Yerevan, capitale dell’Armenia (Foto di wikimedia commons)

Centinaia di persone hanno ricordato le vittime del genocidio armeno avvenuto fra il 1915 e il 1922 nei territori dell’impero ottomano, sfilando per le vie di alcune delle maggiori città del paese tra cui Sofia, Plovdiv, Silistra, Ruse, Shumen, Dobrich e Pleven. Il 24 aprile corrisponde storicamente alla data in cui ebbe luogo la prima deportazione organizzata della classe intellettuale armena dall’allora Costantinopoli verso la città di Ankara, in ciò che costituì il preludio ai massacri su larga scala diretti verso l’intera popolazione. Si stima che circa un milione e mezzo di persone sia stato ucciso dalle violenze dei Giovani Turchi, guidati dal ministro dell’interno Talaat Pasha, considerato il principale ideatore del piano di eliminazione della popolazione armena. La strage degli armeni è stata riconosciuta come “genocidio” da ventinove paesi al mondo, nonché da diverse organizzazioni ed istituzioni internazionali tra cui le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa.

Nel 2015, in concomitanza del centenario dall’inizio delle persecuzioni, il parlamento bulgaro ha adottato una dichiarazione di riconoscimento storico di tali avvenimenti, definiti “sterminio di massa del popolo armeno nell’impero ottomano”. In tale occasione, il primo ministro Boyko Borisov ci tenne a specificare come la definizione corrispondesse all’espressione bulgara per “genocidio”, ma tale dichiarazione non ha soddisfatto chi sperava in un riconoscimento inequivocabile a livello internazionale. In realtà, già da diversi anni le municipalità cittadine di Plovdiv, Burgas, Ruse, Stara Zagora e Pazardžik riconoscono i massacri armeni come “genocidio”, un fatto che ha portato in alcuni casi a delle tensioni nei rapporti con la Turchia. Un esempio al riguardo è la sospensione del progetto di istituire una linea area low cost fra le città gemellate di Bursa e Plovdiv in seguito al riconoscimento del genocidio armeno da parte del consiglio municipale di quest’ultima.

Le commemorazioni del 24 aprile nella città di Plovdiv

Plovdiv è una città particolarmente sensibile ai temi armeni, dal momento che qui risiede la comunità più consistente del paese, ovvero circa 4000 persone sulle 12000 totali stimate nelle cifre ufficiali. Non stupisce dunque come anche quest’anno le celebrazioni del 24 aprile siano state marcate da grande partecipazione e commozione. La giornata è iniziata con una messa commemorativa nella chiesa armena apostolica “Surp Kevork”, seguita da alcuni minuti di raccoglimento davanti alla grande croce di legno (“khachkar”) situata nel cortile del complesso della comunità, fra la chiesa e la scuola armena “Viktoria e Krikor Tiutiundjian”.

Alcuni studenti hanno recitato dei versi dedicati ai loro antenati periti nel genocidio e reso onore alle vittime collocando dei fiori attorno al monumento. Nel pomeriggio, centinaia di persone, tra cui cittadini bulgari e i maggiori esponenti delle organizzazioni armene locali, hanno sfilato per la principale via della città sventolando la bandiera armena così come quella bulgara. Alla fine della marcia, terminata nella piazza centrale, è stata letta una dichiarazione con cui si esorta la Turchia a riconoscere i crimini perpetrati durante la prima guerra mondiale come “genocidio contro gli armeni”. La giornata si è dunque conclusa in un cinema della città, dove si è tenuta la proiezione del recente documentario sul genocidio armeno “Izkorenyavane” (“Estirpazione”, 2017) del regista bulgaro Kostadin Bonev, che ha avuto luogo simultaneamente in varie città del paese.

La solidarietà dei bulgari e la istituzioni culturali armene a Plovdiv

Nello stesso giorno, su diversi media è stato pubblicato un breve video in cui gli armeni bulgari si rivolgono al loro paese balcanico “adottivo”, dichiarando profonda gratitudine per l’ospitalità e la solidarietà offerte al loro popolo in diversi momenti storici. Indubbiamente, questa manifestazione di fratellanza toccò il suo apice nel periodo immediatamente successivo al genocidio, negli anni compresi fra il 1922 e il 1926, quando circa 25000 armeni in fuga dai territori turchi giunsero nel paese, grazie all’apertura dei confini voluta dall’Imperatore bulgaro Boris III per accogliere i sopravvissuti. La maggior parte dei profughi che decise di rimanere in Bulgaria si fermò proprio a Plovdiv, dove esisteva una rilevante comunità armena composita e stratificata: i primi arrivi risalivano addirittura al IX secolo e i più recenti agli anni delle persecuzioni contro gli armeni del Sultano ottomano Abdul Hamid II, avvenute fra il 1892 e il 1896.

Con l’afflusso dei nuovi rifugiati, Plovdiv confermò il suo ruolo di città multietnica, creando il terreno fertile per l’ulteriore sviluppo di importanti istituzioni culturali atte a preservare l’identità etnolinguistica di questa minoranza. A tale proposito, è importante ricordare come l’odierna scuola armena Tiutiundjian sia stata fondata nel 1834, e come diversi periodici armeni avessero visto la luce già nella seconda parte del 19° secolo. I loro attuali eredi sono il bisettimanale Parekordzagani Tzain (dell’associazione caritatevole Armenian General Benevolent Union) e il settimanale Vahan, entrambi bilingui. Sulle pagine di questi giornali il tema del genocidio è uno dei più ricorrenti, e il discorso al riguardo viene portato avanti a livello transnazionale grazie al contatto con le comunità diasporiche in diversi paesi (soprattutto Romania, Turchia, Stati Uniti, Canada) nonché in virtù del rapporto con la Repubblica d’Armenia, che ha istituito uno specifico Ministero della Diaspora.

Una casa editrice armena locale (“Armen Tur”) pubblica opere di scrittori appartenenti alla comunità di Plovdiv e della diaspora mondiale (tra cui ricordiamo l’opera di Hrant Dink, giornalista turco-armeno ucciso a Istanbul nel gennaio 2007). Ciò dimostra come vi sia una specifica volontà, accompagnata da una forte memoria culturale e identitaria, nel portare avanti le fondamentali caratteristiche che costituiscono il nocciolo vivo dell’“armenità” attraverso il tempo e la distanza.

La diaspora armena più recente e i rapporto armeno-bulgari

Nel 2005, durante la ricorrenza del 90° anno dall’inizio del genocidio armeno, la comunità di Plovdiv è riuscita a realizzare l’idea, nutrita per diversi anni, di erigere un monumento in memoria delle vittime del genocidio del 1915 e di istituire un piccolo spazio museale dedicato nella cripta della propria chiesa apostolica. In esso sono stati collocati numerosi reperti, tra cui oggetti personali, libri, foto, documenti ufficiali che le persone in fuga dai massacri sono riusciti a portare via con sé, e i cui discendenti hanno donato al museo per contribuire ad un’opera essenziale di memoria collettiva. La diaspora armena in Bulgaria ha conosciuto una nuova fase di vigore in seguito alla caduta dell’URSS e alla conseguente creazione dell’Armenia indipendente nel 1991. Contrariamente alle aspettative nutrite dalla stessa comunità diasporica, a causa delle difficoltà economiche, il paese caucasico non riuscì a catalizzare un flusso migratorio dalle comunità armene disperse in tutto il mondo. Si innescò invece un movimento contrario, mediante il quale molte persone furono costrette a trasferirsi altrove, come ad esempio in Bulgaria, in un processo migratorio che non si è ancora del tutto arrestato. Il rapporto fra armeni e bulgari continua ad essere caratterizzato da atteggiamenti positivi e di collaborazione: un fatto importante a cui si è assistito negli ultimi anni è la crescita dell’interesse da parte del pubblico bulgaro verso la cultura armena, che ha stimolato la pubblicazione di molte opere di storia e letteratura armena, anche grazie alla cattedra di Armenistica e Caucasologia istituita presso l’Università “Sveti Kliment Ohridski” di Sofia. Infine, in riferimento ai contatti interculturali fra i due paesi, non si può dimenticare il celebre poema “Armentsi”, scritto ad inizio ‘900 da Peyo Yavorov, uno dei più illustri poeti bulgari, per rendere onore agli armeni vittime dei massacri hamidiani di fine 1800, un profondo esempio di fratellanza armeno-bulgara, rimasto impresso nella coscienza di entrambi i popoli fino ad oggi.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Myanmar, non solo Rohingya: si riaccende il conflitto nel Kachin

16.05.2018 Francesco Maria Cricchio

Myanmar, non solo Rohingya: si riaccende il conflitto nel Kachin

Le notizie che ci arrivano dai principali media mondiali dipingono il Myanmar come un paese devastato dai conflitti interni, con un’economia in forte crisi e senza un leader in grado di gestire la situazione.

Nell’ultimo anno, l’attenzione mondiale è stata – comprensibilmente – rivolta alla questione della minoranza musulmana Rohingya, con poco meno di un milione di persone costrette ad emigrare in Bangladesh a causa della pulizia etnica operata dall’esercito nazionale. Allo stesso tempo però, un’altra minoranza etnico-religiosa sta facendo i conti con la violenza perpetrata dal cosiddetto “Tatmadaw”, l’esercito birmano. Si tratta dei Jingpo, una popolazione che conta circa duecentomila individui e che risiede nella regione del Kachin, nel Myanmar settentrionale. Questa minoranza, di religione cristiana, è da più di cinquant’anni in conflitto con lo stato birmano: le loro richieste di indipendenza hanno sempre ricevuto risposte negative da Rangoon prima e da Naypyidaw poi. Nelle ultime settimane, il conflitto che negli ultimi anni era rimasto latente, è ritornato ad esplodere nella regione, a seguito di scontri tra il KIA (Kachin Independence Army) e le forze dell’esercito; ciò ha provocato lo sfollamento di circa cinquemila persone, oltre che la morte di numerosi civili.
Sulla vicenda si è così espressa Yanghee Lee, esperta di Diritti Umani per il Myanmar: “Ciò a cui stiamo assistendo nello stato del Kachin nelle ultime settimane è completamente inaccettabile, e deve terminare immediatamente. Civili innocenti sono uccisi e feriti, mentre centinaia di famiglie stanno emigrando per salvare le proprie vite”. Come nel caso dei Rohingya, uno dei problemi maggiori è che il Myanmar sta vietando l’accesso ai gruppi di soccorso nella regione, rendendo di fatto impossibile medicare i tanti civili, tra cui anziani, donne e bambini coinvolti nei bombardamenti.

Dal punto di vista legislativo, la minoranza avrebbe diritto all’indipendenza, in quanto dopo la nascita ufficiale del Myanmar, era stata data la possibilità ad alcuni gruppi etnici di scegliere se continuare ad appartenere allo stato o se staccarsi. Tuttavia, nel 1962, nel paese venne instaurata una pesante dittatura che rimase in vigore per circa cinquant’anni, e ogni accordo preso precedentemente saltò. Da quel momento, tra i Jingpo e il governo vige uno stato di apparente armistizio (ufficializzato nel 1994 e durato 17 anni), anche se organizzazioni umanitarie internazionali hanno più volte lamentato molteplici violazioni dei Diritti Umani ad opera dell’esercito.

Motivazioni geopolitiche ed economiche

Questi ultimi avvenimenti confermano la forte intolleranza della nazione e della comunità buddista (che costituisce la maggioranza della popolazione) nei confronti delle minoranze religiose. E’ altamente probabile che questo odio, sulla carta prettamente culturale, abbia anche dei risvolti economici. E’ infatti curioso notare come, dopo l’espropriazione delle terre Rohingya, anch’esse piuttosto ricche di risorse, il Myanmar abbia aumentato del 600% l’esportazione di riso (l’Italia è uno dei maggiori acquirenti) all’estero.
Anche per quanto concerne il Kachin, è possibile leggere tra le righe e cercare di capire quali siano i piani del governo una volta acquisito il controllo del territorio. La longevità della minoranza Jingpo si deve anche al fatto che, data la ricchezza di risorse della regione, essa sia stata durante gli anni oggetto di interesse da parte della Cina, con la quale confina a nord. Questo ha sempre impedito all’esercito di attuare risoluzioni definitive nell’area. Tuttavia, sembra che negli ultimi anni gli interessi economici della superpotenza asiatica siano stati rivolti ad altre zone, come per esempio all’Oceania, al Sud America e naturalmente all’Europa.
E’ quindi ipotizzabile che il governo birmano abbia colto l’occasione per sferrare un attacco decisivo ai ribelli e sfruttare le risorse economiche dell’area a proprio vantaggio.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized