Happy birthday

Happy birthday, Alex Comfort (Feb. 10, 1920 – March 26, 2000)! ‪#‎Pacifist‬. ‪#‎Anarchist‬. Scientist. Physician. Expert in the field of biogerontology (the biology of aging). Conscientious objector during World War II. Referred to himself as “an aggressive anti-militarist.” Active member of the Peace Pledge Union, a British NGO open to anyone who signed the pledge: “I renounce war, and am therefore determined not to support any kind of war.” Active member of the Campaign for Nuclear Disarmament, a group that advocates for unilateral nuclear disarmament. Author of the best-selling “The Joy of Sex” (1972).
~The Marginal Mennonite Society Heroes Series.

foto di Marginal Mennonite Society.

Happy 72nd birthday, Frances Moore Lappe (born Feb. 10th, 1944)! Environmentalist. Sustainable living advocate. Anti-hunger activist. Anti-poverty activist. Earlham College grad. Author of “Diet for a Small Planet” (1971), among many other works.
~The Marginal Mennonite Society Heroes Series.

foto di Marginal Mennonite Society.

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Ricordo bene!

Giorno del ricordo? Bene, io ricordo:
il campo di concentramento di Gonars (UD)che è stato un campo di concentramento realizzato dal regime fascista nell’autunno del 1941 e utilizzato per internare i civili rastrellati nei territori occupati dall’esercito italiano nell’allora Jugoslavia. Le due massime autorità civili e militari della Provincia di Lubiana, l’Alto Commissario Emilio Grazioli e il generale Mario Robotti, comandante dell’XI Corpo d’armata, attuarono le misure repressive: così ci furono fucilazioni di ostaggi, incendi di villaggi e deportazioni di popolazioni intere. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del 1942 la città di Lubiana fu circondata interamente da filo spinato, tutti i maschi adulti furono arrestati, sottoposti a controlli e la gran parte di essi destinati all’internamento. In breve anche le altre città della “provincia” subirono la stessa sorte.
Gli arrestati furono portati nel campo di concentramento di Gonars, dove nell’estate del 1942 erano presenti già più di 6000 internati, ben oltre le possibilità ricettive del campo, che era allestito per meno di 3000 persone. A causa del sovraffollamento, delle precarie condizioni igieniche e della cattiva alimentazione, ben presto si diffusero varie malattie, come la dissenteria, che cominciarono a mietere le prime vittime. In questo primo periodo nel campo si trovarono concentrati intellettuali, insegnanti, studenti, operai e artigiani; quindi tutti coloro che erano considerati potenziali oppositori e tra essi c’erano anche molti artisti che alla detenzione nel campo hanno dedicato molte delle loro opere. Sotto pseudonimo erano internati anche esponenti del Fronte di Liberazione sloveno, che sarebbero poi diventati dirigenti della Resistenza jugoslava. Alcuni di essi nell’agosto del 1942 organizzarono una fuga dal campo, scavando una lunga galleria sotto la baracca XXII. Dopo la fuga, la gran parte degli internati fu trasferita in altri campi che nel frattempo erano stati istituti in Italia, in particolare a Monigo, a Chiesanuova e aRenicci nonché a Visco, in provincia di Udine, a pochi chilometri da Gonars (A Visco, in base alle testimonianze storiche risulta che vi furono rinchiuse tra le 3 e 4 mila persone, rastrellate anche a colpi di lanciafiamme, furono rinchiusi anche 120 bambini e molte donne. La sua attività disumana ha avuto luogo tra il 1941 e il 1943, imprigionando in prevalenza sloveni e croati. La superficie dell’area, che comprende anche l’ex caserma Borgo Piave, è enorme, è di circa 130 mila metri quadrati). Il campo di Gonars si riempì ben presto di un nuovo tipo di internati: uomini, donne, vecchi e bambini rastrellati dai paesi del Gorski Kotar, la regione montuosa a nord-est di Fiume, e prima deportati a Kampor, nell’isola di Rab. Qui nel luglio del 1942 il generale Mario Roatta aveva predisposto l’istituzione di un immenso campo di concentramento, destinato ad essere una delle tappe della “bonifica etnica” programmata dal regime nei territori jugoslavi occupati. Nell’estate del 1942 furono internati ad Arbe oltre 10.000 sloveni e croati, in condizioni di vita spaventose, in tende logore, senza servizi igienici né cucine. Infatti i campi di concentramento per jugoslavi erano organizzati dai comandanti dell’esercito italiano secondo il principio espresso dal generale Gambara: “Campo di concentramento non è campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo”. Ben presto la mortalità ad Arbe raggiunse livelli altissimi e il generale Roatta decise di trasferire donne, vecchi e bambini a Gonars, dove, nell’autunno-inverno 1942-43, arrivarono migliaia di persone in condizioni di debilitazione estrema. Così, nonostante l’impegno umano di alcuni degli ufficiali e soldati del contingente di guardia, come il medico Mario Cordaro, nel campo di Gonars oltre 500 persone morirono di fame e di malattie. Almeno 70 erano bambini di meno di un anno, nati e morti in campo di concentramento. Dopo l’otto settembre del 1943 il campo venne occupato dalle truppe tedesche che costruirono in fretta e furia (grazie alla TOD e ai prigionieri) un raccordo ferroviario che dalla località Friulana Gas (Ferrovia Udine-Venezia) raggiunse il lager con ben tre ponti provvisori militari sul fiume Cormor. Il campo fu demolito e chiuso con la liberazione da parte degli Alleati. Adesso se volete cominciamo anche a parlare di foibe.
Ad integrazione della presente mi pregio condividere le laiche riflessioni di un compagno, Stefano Raspa: «Sono un detrattore di Tito, dell’esperienza jugoslava come capitalismo di stato anche se non allineato all’URSS. Mi fan ribrezzo la repressione, le torture e l’uccisione dei comunisti e socialisti oppositori al regime titino finiti a Goli Otok e altri lager, anche se molti di questi erano filostalinisti, la logica del taglione “loro a noi, noi a loro” in un campo che si sosteneva, falsamente, rivoluzionario era e resta inaccettabile. Ricordo le centinaia di operai e le loro famiglie monfalconesi, convinti comunisti soprattutto dei cantieri navali, emigrati nella jugoslavia socialista terra di speranze e finiti massacrati come controrivoluzionari.
Tuttavia oggi è un giorno del ricordo monco, di un ricordo infimo, persino squallido.
la storia è storia e va raccontata, tutta fino in fondo.
Va raccontata la storia di un occupazione militare, di un’aggressione infame senza neppure una dichiarazione di guerra, quella dell’Italia al regno jugoslavo. Ricordo l’accerchiamento di Lubiana, i km di filo spinato con cui hanno trasformato una città viva e europea in un lager a cielo aperto.
I rastrellamenti, le carcerazioni, le uccisioni.
Ricordo le deportazioni a centinaia e poi migliaia, i campi di concentramento a decine sia in Jugoslavia sia in Italia dove morirono decine di migliaia di civili sloveni e croati, moltissimi bambini, di fame e di stenti.
Ricordo i partigiani farsi sempre più coraggiosi e poi più numerosi, ricordo incursioni e azioni straordinarie, atti estremi per liberare le proprie terre dal nazifascismo.
Ricordo la capitolazione dell’Italia fascista, lo sbandamento dell’esercito italiano che per anni incendiava i villaggi slavi mentre i militari si facevano fotografare sorridenti, le decapitazioni di partigiani, gli stupri di donne.
Ricordo il prevalere dei partigiani e poi dell’esercito jugoslavo, l’uccisione dei fascisti, dei collaborazionisti e le vendette personali, come in ogni guerra, sempre.
Ricordo le poche foibe utilizzate da nazisti, fascisti e poi comunisti.
Ricordo i processi e le fucilazioni con il beneplacito degli alleati.
ricordo che nessun criminale italiano è mai stato consegnato alla Jugoslavia. Ricordo la spartizione dei bottini di guerra: i confini, roba da Stati, quelli che le guerre le vogliono e poi le fanno fare ai disgraziati.
Ricordo che non ci fu alcun sterminio di italiani in quanto italiani da parte dei barbari slavo-comunisti, ma una guerra e le sue conseguenze tragiche dove i prepotenti di prima poi, da perdenti, pagano un prezzo come aggressori, occupanti e assassini.
Un prezzo pagato sicuramente anche da chi non avrebbe dovuto, come in ogni sporca guerra.
Ogni morto è un morto di troppo. Ma ogni morto ha un nome e una storia, e le storie non sono mai uguali e non hanno lo stesso peso o si racconta tutta la storia, fino in fondo, senza reticenze e senza propaganda o quella che si racconta è solo un altro caricatore pronto per essere innestato nel mitragliatore della prossima guerra.»

Altro…

foto di Daniele De Piero.
foto di Daniele De Piero.

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Testamento biologico, finalmente si discute in Parlamento

Approdate alla Commissione Affari Sociali della Camera otto proposte di legge

Lento pede, ma anche in Italia procede il dibattito sul “testamento biologico”. Una discussione per tanto tempo rimandata e inibita in anni recenti dallo scontro ideologico delle parti politiche.

Già nell’ottobre 2008 il Parlamento italiano aveva avviato l’esame di un testo unificato recante disposizioni sul consenso informato e sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. Ma la bagarre dei partiti un aula aveva di fatto inibito un sereno dibattito nazionale in materia di fine vita. Così, il 12 luglio 2011, concluso frettolosamente l’esame del testo, la Camera aveva trasmesso al Senato, il quale aveva preferito lasciar cadere. Nel frattempo, nel febbraio 2009, il “caso Englaro” era esploso di fronte ad un’opinione pubblica totalmente impreparata.

Alla luce dei precedenti, l’approdo di otto proposte di legge depositate da altrettanti parlamentari presso la Commissione Affari Sociali della Camera ha dunque il sapore di un’occasione nuova. Dallo scorso 4 febbraio, al vaglio della Commissione vi sono i due temi centrali, giuridici ed etici, che giornalisticamente vanno sotto il titolo di “testamento biologico”: ovvero il consenso informato e la cosiddetta Dat (dichiarazione di volontà anticipate nei trattamenti sanitari). Stando ai testi depositati, il consenso informato è la premessa costituzionale su cui si fonda l’”alleanza terapeutica” tra medico e paziente, il quale è protetto dal diritto di essere informato in modo completo e comprensibile e dal conseguente principio della volontarietà del trattamento. Senza venir meno a questi diritti cardine, la quasi totalità delle proposte di legge presentate in Commissione prevedono che a cittadini maggiorenni capaci di intendere e di volere sia data la possibilità di redigere una dichiarazione anticipata che specifichi la propria volontà in merito ai trattamenti sanitari e di cura, inclusa la nutrizione artificiale: una misura a cui è previsto si possa rinunciare. La Dat, si capisce, entrerebbe in vigore solo e soltanto nel momento in cui venisse attestato a livello medico il venir meno della capacità decisionale del paziente.

Altri punti in comune delle proposte attualmente al vaglio sono l’esplicita normazione contro l’accanimento terapeutico e il ribadito divieto dell’eutanasia, dell’assistenza o dell’aiuto al suicidio. Sullo spinoso tema dell’eutanasia è d’altronde atteso un altro tavolo di discussione, quello che si aprirà il 2 marzo in Commissione giustizia.

In attesa di conoscere gli sviluppi dei lavori parlamentari, la relatrice Donata Lenzi (Pd) ha dichiarato che l’approdo in aula di un provvedimento unico è previsto per il prossimo marzo.

Foto Di Manfred HeydeOpera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6423734

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Relazione di “Tullio”, capo partigiano

Sorgente: Relazione di “Tullio”, capo partigiano

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First of 1,000 refugees arrive in Italy through “Humanitarian Corridors” project

Ecumenics and Quakers

09 February 2016

The first of what will be 1,000 refugees from camps in Lebanon, Morocco and Ethiopia are arriving this month in Italy through a “Humanitarian Corridors” project organized by the Federation of Protestant Churches in Italy, the Sant’ Egidio religious community and the Italian government.

Italian churches have committed to provide housing, cultural orientation and language lessons for the refugees during their first months in Italy.

Last week, a Syrian family traveled to Italy from Lebanon through the first such “safe corridor” opened by a formal protocol signed by the Protestant Federation, the Community of Sant’Egidio and the government ministries of Foreign Affairs and the Interior. The four-person family included a seriously ill seven-year-old girl who is now being treated at the Bambin Gesù Hospital in Rome.

In the next weeks, nearly 100 other refugees, including both Christians and Muslims, will fly to Italy from Lebanon after Humanitarian Corridors…

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Amnesty: il caso Regeni evidenzia la violazione dei Diritti Umani in Egitto

Amnesty: il caso Regeni evidenzia la violazione dei Diritti Umani in Egitto

Il caso della tragica morte di Giulio Regeni  porta alla ribalta una delle tante storie “dimenticate” dai media tradizionali: la violazione dei diritti umani in molte aree del pianeta. Abbiamo chiesto a Riccardo Noury, Portavoce di Amensty International, di darci più contesto e la loro opinione in merito.

Amnesty ha pubblicato di recente un rapporto sulla situazione dei Diritti Umani in Egitto. Ce ne puoi riassumere i dati più importanti?

L’uccisione di Giulio Regeni ha messo in evidenza una situazione di drammatica repressione e violazione dei diritti umani in Egitto, che avrebbe continuato a essere ignorata da parte delle istituzioni italiane se la vittima fosse stata egiziana. Da quando al Sisi è salito al potere, le organizzazioni per i diritti umani hanno registrato centinaia di casi di sparizioni e oltre 1700 condanne a morte (quasi tutte ancora non eseguite) e decine di migliaia di arresti, in larga parte nei confronti di sospetti militanti della Fratellanza musulmana, messa fuorilegge nel 2014. La tortura è praticata abitualmente nelle stazioni di polizia e nelle carceri, compresi i centri segreti di detenzione. La libertà d’espressione e manifestazione pacifica è pesantemente limitata e i difensori dei diritti umani e i giornalisti subiscono persecuzioni e processi irregolari. A questo Egitto di al-Sisi, tra l’altro, l’Italia ha mandato enormi quantità di armi.

Nello specifico caso Regeni che osservazioni avete fatto?
Abbiamo sottolineato l’incidenza della tortura e la coincidenza della sua sparizione il giorno del quinto anniversario della “rivoluzione del 25 gennaio” che diede il via alla fine del potere di Hosni Mubarak. Abbiamo chiesto un’indagine indipendente, imparziale, approfondita e tempestiva per chiarire le circostanze e i responsabili della morte di Giulio Regeni.

Come giudica Amnesty l’operato della autorità egiziane in questa vicenda? 

Privo di trasparenza. Si è provato a fare quello che si fa abitualmente in casi di violazione dei diritti umani che riguardano cittadini egiziani: versioni contraddittorie, cui temo potranno seguire indagini non coerenti con le caratteristiche sollecitate da Amnesty International.

E secondo Amnesty, qual è stato il comportamento delle autorità italiane?

Sono intervenute con decisione, chiedendo di sapere la verità. E’ fondamentale però che le autorità italiane al Cairo collaborino pienamente, anche rispetto al lavoro dei legali, e che non ci si accontenti di verità di comodo.

Quale ti sembra la situazione dei diritti civili e di espressione nella regione e, in generale, nel mondo? Stiamo avanzando nella direzione del rispetto dei diritti umani?

Nell’area la situazione dei diritti umani è deprimente. In queste settimane di anniversari delle cosiddette “primavere” del 2011, non c’è una situazione (salvo, parzialmente, quella tunisina) che abbia mostrato segni di progresso. In alcuni paesi, come Siria, Yemen e Libia, alle rivolte del 2011 è seguita una catastrofe umanitaria e dei diritti umani. Altrove, la repressione si è persino intensificata, ed è il caso dell’Arabia Saudita e del Bahrein.

Il prossimo Rapporto annuale di Amnesty International fornirà un’analisi approfondita della situazione dei diritti umani su scala mondiale.

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Igal Roodenko

Ecumenics and Quakers

Happy birthday, Igal Roodenko (Feb. 8, 1917 – April 28, 1991)! ‪#‎Pacifist‬. Civil rights activist. Gay rights activist. Conscientious objector during World War II. Sent to a CPS camp in Colorado, he refused to work, resulting in arrest, conviction and imprisonment. While in prison he and fellow COs led a hunger strike to draw attention to the plight of war resisters. After release from prison, Roodenko lived in a tenement apartment at 215 Mott Street (between Spring & Prince) in lower Manhattan, a neighborhood popular with anti-war activists and other radicals. Roodenko participated in the 1947 Journey of Reconciliation, sponsored by the Fellowship of Reconciliation (FOR) and the Congress of Racial Equality (CORE) to challenge segregation on interstate buses. This action preceded by 14 years the Freedom Rides of 1961. Longtime staff member of the War Resisters League national headquarters in NYC. Died in Beekman Downtown…

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NO

Aldo Capitini e Teresa Mattei voterebbero No!

Aldo Capitini, antifascista, fondatore del movimento liberal-socialista, ideatore della prima marcia per la Pace e la fratellanza tra i popoli del 1961, fondatore del movimento nonviolento per la Pace
Teresa Mattei, staffetta partigiana, la più giovane eletta all’Assemblea costituente, scelse la mimosa come fiore delle donne, fondò “La lega per il diritto dei bambini alla comunicazione”

Aldo Capitini, fautore della nonviolenza già durante il fascismo, alla caduta della dittatura si distinse per il suo impegno a dare alla nuova Repubblica istituzioni il più possibile aperte all’idea di omnicrazia (il potere di tutti) e promosse la nascita dei COS (Centri di Orientamento Sociale) in ogni quartiere e villaggio, dove tutti i cittadini potevano discutere dalle questioni locali a quelle internazionali. Cercò inutilmente di convincere i membri della Costituente ad inserire nella Costituzione il riconoscimento dei COS come forme dal basso di democrazia diretta.

Capitini pensava a una democrazia fondata sui COS e non sui partiti, sulla partecipazione popolare e non sui professionisti della politica.
Successivamente avversò tutti i tentativi di instaurare il presidenzalismo, si oppose a ogni legge elettorale di tipo maggioritario e denunciò come in nome della governabilità si voleva in realtà ritornare a un sistema autocratico, dove pochi potevano decidere della guerra e della pace.
Chiedeva, invece, di introdurre nella democrazia rappresentativa meccanismi di controllo e di revoca degli eletti da parte degli elettori.
Teresa Mattei, da parte sua, fino agli ultimi anni della sua vita, si oppose con fermezza ai tentativi di stravolgimento della Costituzione, che aveva contribuito a scrivere, e con chiarezza spiegò come fosse importante per la salvaguardia della democrazia ripristinare un sistema elettorale proporzionale, perché i sistemi maggioritari falsificano la rappresentanza, trasformando delle minoranze in maggioranze assolute prevaricatrici, col potere di distruggere anche la legge fondamentale (si ascolti il suo intervento in occasione del 60° della Liberazione il 5 maggio 2005 all’Università di Firenze  https://youtu.be/47UgtFeaXUo )
Le attuali riforme (un senato non più elettivo, un numero maggiore di firme – 800.000 – per chiedere un referendum abrogativo, un numero maggiore di firme – 150.000 – per proporre una legge di iniziativa popolare, vanno nella direzione dell’accentramento dei poteri a vantaggio dei professionisti della politica e delle élite dominanti.
Il prossimo referendum non sarà meno importante di quello istituzionale del 1946 in cui si scelse tra monarchia e Repubblica.
Nel referendum non sarà in gioco la sorte di un governo, ma l’intero sistema democratico, con conseguenze che non saranno di breve termine, ma che si rifletteranno drammaticamente sulla vita delle future generazioni.
Stampato in proprio dal Centro Gandhi onlus via Santa Cecilia, 30, Pisa
il 30 gennaio 2016 anniversario del martirio del Mahatma Gandhi
link:
Ha aderito il blogger

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Ricordare per cambiare il presente

 

Intervista a Pupa Garribba, a cura di Claudio Paravati, direttore di Confronti

In occasione del Giorno della Memoria, abbiamo intervistato Pupa Garribba, giornalista e storica collaboratrice di Confronti, testimone e intervistatrice della Shoah Foundation di Los Angeles.

Cosa vuole dire per te ricordare?

Per me ricordare ha un significato se c’è qualcuno disposto ad ascoltare. La mia esperienza è molto traumatica: finita la guerra, tornata dall’esilio svizzero – ero profuga – ho trovato, al mio rientro, un muro impenetrabile davanti a me. Nessuno voleva sapere. Questa impressione, di un’Italia che non voleva ascoltare e che non voleva fare i conti col proprio passato, è stata una ferita che non si è chiusa per molti anni.

Quando è cambiato qualcosa?

Quando nel 1990, in pieno periodo dei naziskin, una scuola – ancora non c’era il Giorno della Memoria – mi ha contatto per andare a raccontare la mia testimonianza presso il proprio istituto. Ricordo che non sapevo bene da che parte cominciare e mi sono aggrappata al ricordo della mia pagella da bambina – mai accettata a scuola, studiavo da privatista – con la scritta “razza ebraica”, in bella calligrafia, a penna: una pagella molto speciale. I naziskin si erano barricati per impedirmi l’ingresso – dicendo che non volevano respirare la stessa aria che respirava un’ebrea. Invece professori e studenti erano interessati, volevano sapere ed erano pronti ad ascoltare. In quel momento per me l’incantesimo negativo si è rotto, e la memoria è diventata un fatto attivo.

Dopo 26 anni testimonianze, che senso ha maturato oggi la Giornata della memoria?

Qualcosa è cambiato. Adesso la gente in qualche modo è tenuta ad ascoltare. La maggior parte delle persone lo fa, però, perché in calendario ormai c’è questa abitudine. I primi anni, certo, erano a volte drammatici: bimbi che leggevano a memoria fogliettini preparati dagli adulti, senza sapere minimamente di cosa si stesse parlando; oppure censure dei video di testimonianza per non scandalizzare il vescovo di turno. Oggi l’interesse è aumentato, e sono venute fuori cose positive. Però non si può andare avanti solo così.

Cosa manca oggi allora?

Le testimonianze che portiamo in giro vogliono parlare del passato per aprire gli occhi sul presente. Non per commuoversi e far commuovere. Tutto quello che io racconto è appoggiato da documenti; questo presento, e non mi interessa commuovere raccontando di me bimba di tre anni che non può andare a scuola, di nove anni che a piedi scavalla in inverno, nella neve, una montagna per scappare dall’Italia: voglio che passi il messaggio che queste cose sono successe, e stanno succedendo anche adesso. Se ci si commuove per me, ci si deve commuovere anche per il bambino che si vede in televisione, che tenta il suo viaggio su un barcone per il Mediterraneo. E su questo non sono tanto convinto che ci siamo riusciti.

Come facciamo a fare una “buona” memoria in quest’Europa?

In questi giorni sono in giro a parlare, anche nelle scuole, e a tutti faccio una proposta, che viene dalla Shoah Foundation di Los Angeles. Proviamo a fare qualcosa in prima persona nel nostro quotidiano per qualcuno che ci sta a fianco? Ciascuno di noi può cambiare la vita di una persona. Per esempio mi fa male quando vedo nelle scuole di periferia ragazzi e ragazze immigrati completamente isolati: sono perfetti estranei in una società che li respinge. Se dunque chi mi ascolta accetta me e mi vuole ascoltare, deve prima ascoltare le persone con cui condivide la classe tutti i giorni, altrimenti non ha senso.

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Pietro Scarnera, il fumettista di Primo Levi. Intervista a un “figlio dei figli”

Autore di Una stella tranquilla, si è aggiudicato il “premio rivelazione” al festival di Angoulême, la Cannes del fumetto. Un ritratto sentimentale di Primo Levi e della sua Torino

Sono le undici di mattina quando Pietro Scarnera mi risponde al telefono. La sua voce è stanca e incerta, come quella di chi torna da un viaggio e non ne ha ancora elaborato le impressioni. Pietro è di rientro da Parigi, dove non era mai stato in vita sua. Racham, l’editore francese che ha tradotto Una stella tranquilla, la sua seconda graphic novel, lo aveva convinto a partecipare al celebre Festival di Angoulême. «Anche se non hai vinto è bene che ci vai», gli avevano detto. Ma a un certo punto, a sorpresa, Pietro ha sentito chiamare il suo nome sul palco. Una vera notte da oscar, per un artista che, stando alla “gavetta”, soltanto in parte può essere considerato “rivelazione”. Classe 1979, nato a Torino e cresciuto a Bologna, l’eloquio di Scarnera è profondo e discreto, come il tratto e le tinte delle sue storie, dense e difficili. Eppure le sue strisce a tutta pagina ti avvolgono e ti accompagnano, perché la fatica è soltanto il mezzo, non il fine, del loro autore.

Come accade che si diventi fumettisti?

«A essere sincero io non ho una formazione da fumettista, non ho studiato disegno ma scienze della comunicazione. Per più di cinque anni ho lavorato per un’agenzia giornalistica, concentrandomi sempre su temi sociali: immigrazione, integrazione, disabilità… Ancora oggi la mia principale occupazione è Graphic News, un portale di informazione a fumetti. Come accade di disegnare? C’è chi tiene il diario scritto, e chi, come me, sul diario ci fa degli schizzi. La prima storia che ho voluto raccontare è la storia di mio papà, morto dopo essere stato in coma vegetativo per cinque anni. Nasce così il mio primo libro a fumetti, Diario di un addio, uscito nel 2010. Era il periodo in cui si discuteva il caso di Eluana Englaro, ricordo che provavo un certo fastidio per il modo in cui veniva affrontato l’argomento, per l’approssimazione e l’assertività del dibattito. Il mio primo libro nasce proprio dall’esigenza di testimoniare la mia esperienza: come vive una persona in quelle condizioni e come vive un suo famigliare, nel caso specifico un figlio. L’idea era quella di fornire una base diversa per una discussione diversa. Nel 2009 quest’idea ha vinto il premio Komikazen, e così ho potuto pubblicare Diario di un addio con Comma 22, un vero editore. Dopodiché, per la stessa casa editrice, ho cominciato a lavorare a Primo Levi».

Vuoi dire «avete cominciato». Nel libro siete tu e Antonella, la tua compagna di viaggio. Esiste davvero o è un personaggio letterario?

«Antonella è la mia coinquilina in carne e ossa, è stata usata come “materia prima”, nel senso che vivendo con me si è trasformata in un soggetto da ritrarre. I due personaggi che ci sono nel libro sono solo parzialmente noi: lui è il mio alter ego ma non sono io, così come lei non è totalmente lei. Quest’intreccio è stata l’unica difficoltà del libro, nel senso che sono proprio questi due ragazzi che percorrono Torino sulle tracce di Primo Levi a consentire alla storia di andare avanti. È attraverso il percorso dei due giovani che ho potuto effettuare rapidi salti temporali dal dopoguerra agli anni Sessanta, e sempre grazie a loro ho impostato un confronto tra due generazioni, quella di Levi e quella dei “figli dei figli”. Una riflessione che è alla base del libro».

I tuoi personaggi, lo hai appena detto, sono voi ma non proprio; un fatto che si collega al Levi scrittore, che a mio giudizio è il vero soggetto del tuo libro. Il tema centrale, che anche tu ti sei posto e che ha assillato il lavoro di Levi, è quello tra la realtà storica e il racconto, la letteratura.

«Buona parte del dibattito su Levi nasce dalla confusione che si fa tra il personaggio pubblico, ovvero lo scrittore, e l’uomo privato. Di quest’ultimo in verità non sappiamo molto. Ho letto come altri delle biografie, ma non è sulla persona che volevo concentrarmi. Volevo invece ricostruire, o cercare di ricostruire il percorso dello scrittore. Questa fondamentale differenza, tra scrittura e privato, è a fondamento del mio libro, sin dalla copertina, che riporta Levi che indossa una maschera; sin dal titolo: Una stella tranquilla. Un corpo celeste che visto da lontano sembra immobile, mentre all’interno ribolle ed esplode. Il titolo in realtà riprende un racconto di Levi, su uno scienziato che vorrebbe andare in vacanza ma proprio quella sera la stella che seguiva esplode e scompare. Ho cercato di richiamare nel titolo la complessità della figura di Levi. Perché il rapporto tra la realtà e come ci si rappresenta vale anche per lui. Riprendendo i suoi scritti, ho composto un ritratto di come lui a sua volta si è ritratto. Da parte mia non c’era la pretesa di arrivare a dire chi era Levi».

Gallery: alcune tavole del fumetto

fumetto

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