Il colpo di stato in Bolivia

Bolivia: vincono squadracce e oligarchia bianca con l’aiuto degli Usa

La Paz ieriLa Paz ieri

© LaPresse

Roberto LiviIl Manifesto

EDIZIONE DEL12.11.2019

PUBBLICATO11.11.2019, 23:59

È un colpo di stato fascista quello che ha costretto alle dimissioni e alla fuga il presidente boliviano Evo Morales. Un colpo di stato d’estrema destra orchestrato da una destra populista, bianca e oligarchica, con la connivenza aperta degli Stati uniti.

Come ben racconta l’ inchiesta «The Us embassy in La Paz continues carrying out covert actions in Bolivia to support the coup d’état against the bolivian president Morales» del sito Behind Back Door del 19 ottobre scorso – e che, con l’appoggio determinante di polizia e Forze armate, ha abbattuto il miglior governo che il paese abbia mai avuto.

Per «il bene della Bolivia» e per evitare uno spargimento di sangue, sia Evo Morales sia il suo vice Alvaro García hanno rinunciato all’incarico dopo che da giorni squadracce dei cosiddetti comitati civici di Santa Cruz e Potosí e i “motoqueros” di Cochabamba hanno bastonato, rapito e torturato indigeni e membri del Movimento al socialismo (Mas) e del governo, e assaltato e incendiato sedi del Mas e abitazioni di personalità del partito e del governo, compresa l’abitazione di Morales.

Ancora una volta si dimostra che in America latina le forze preposte alla difesa della democrazia e dello stato di diritto sono invece al servizio di un’oligarchia e dell’impero nordamericano. È un copione già seguito dai golpe contro Arbens in Guatemala, nel Cile di Allende, con l’operazione Condor in Argentina, poi con Chavez in Venezuela. Prima una campagna nazionale e internazionale di accuse mai provate ma diffuse dai media. Poi una seconda fase di agitazione di classi medie che prepara l’intervento finale dei militari. Ci eravamo augurati e illusi che fosse roba del secolo passato. Questo «muro» invece non cade.

Ancora una volta vi è un mondo che si definisce democratico che applaude la caduta di Evo Morales per mano di tali turbe violente e razziste. E sostiene che è stata debellata una «gigantesca frode» organizzata «da una dittatura» che in tredici anni di governo ha abbassato l’indice di la povertà dal 38% al 18%, ha dimezzato la disoccupazione e ha portato il salario minimo da 60 a 310 dollari. Che ha usato le risorse naturali per finanziare salute e scuola. Che ha ridato dignità alle popolazioni indigene, coyas e aymarás, da cui proviene anche il presidente deposto. Un mondo «democratico» che ha bisogno di essere difeso da squadracce come quelle di Fernando Camacho, Bibbia in mano e conti a Panama – come fu dimostrato dai Panama Papers.

Ancora una volta, purtroppo, le Forze armate in America latina hanno deciso che la pace si ottiene difendendo i diritti di una minoranza e dell’impero del nord.
Evo Morales è stato votato da più del 47% dei boliviani. Voti che ora non sarebbero validi a causa di quella che chiamano la «gigantesca frode» decisa e sbandierata ancor prima delle elezioni dai Camacho e Mesa (il secondo arrivato a dieci punti di distanza da Morales) e poi confermata – ma senza prove – dai tecnici dell’Oea, l’Organizzazione degli Stati americani, praticamente il «ministero delle colonie Usa», peraltro invitati dallo stesso Morales. Ora con l’arresto in massa dei membri dei tribunali elettorali, non vi è dubbio che le prove salteranno fuori. I torturatori della Cia hanno fatto scuola.

Non bisogna essere grandi analisti per prevedere il ritorno del Fondo monetario internazionale e delle grandi multinazionali. Il litio e gli idrocarburi non serviranno a finanziare politiche sociali ma finiranno in poche mani come nei secoli scorsi accadde ad argento e stagno. Sarà il ritorno alla vecchia Bolivia dei cento golpe, dello sfruttamento e dell’emarginazione delle popolazioni indigene. Ma dove il seme lasciato da Morales non scomparirà.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

La Nato? “Siamo alla sua morte cerebrale”

La Nato? “Siamo alla sua morte cerebrale”

di Sergio Cararo

Il giudizio è decisamente tranchant ma la fonte è autorevole e pesante, soprattutto se si tratta di Emmanuel Macron.

In una intervista al settimanale britannico L’Economist, un giornale scritto e diretto all’establishment mondiale, il presidente francese ha avvertito i paesi europei di non poter più fare affidamento sugli Stati Uniti per difendere gli alleati della NATO. “Ciò che stiamo attualmente vivendo è la morte cerebrale della NATO”, ha dichiarato testualmente Macron nell’intervista pubblicata da L’Economist.

L’Europa si trova “sull’orlo di un precipizio”, dice, e deve iniziare a pensare a se stessa strategicamente come una potenza geopolitica; altrimenti “non avremo più il controllo del nostro destino”.
Durante l’intervista di un’ora, avvenuta all’Eliseo il 21 ottobre scorso, Macron sostiene che è giunto il momento che l’Europa si “svegli”. Alla domanda se credeva ancora nell’efficacia dell’articolo 5 (quello che prevede l’intervento di tutta l’alleanza qualora uno stato membro venga attaccato e che rappresenta il principale effetto deterrente della Nato, ndr), la risposta è stata di quelle pesanti: “Non lo so”, ha detto Macron “ma cosa significherà l’articolo 5 domani?”. Una risposta con cui Macron ha messo praticamente i piedi nel piatto.“Se il regime di Bashar al-Assad decidesse di vendicarsi in Turchia, ci impegneremo? Questa è una vera domanda. Ci impegniamo a combattere Daesh. Il paradosso è che la decisione americana e l’offensiva turca in entrambi i casi hanno lo stesso risultato: il sacrificio dei nostri partner sul campo che hanno combattuto contro Daesh, le forze democratiche siriane “, ha affermato Emmanuel Macron.
Ma l’analisi del presidente francese è andata oltre. l’Europa “scomparirà” se non “pensa a se stessa come una potenza mondiale“, afferma Macron. “Non penso di drammatizzare le cose, cerco di essere lucido”. Il presidente francese ha poi indicato quelli che, a suo avviso, sono tre grandi rischi per l’Europa: “ha dimenticato di essere una comunità”; il “Disallineamento” della politica statunitense dal progetto europeo e l’emergere del potere cinese “che emargina chiaramente l’Europa”.
Tre rischi che, secondo Macron, rendono ancor più “essenziale, da un lato, l’Europa della Difesa – un’Europa che deve acquisire un’autonomia strategica e capacità a livello militare, dall’altro la necessità di riaprire un dialogo strategico con la Russia, un dialogo senza ingenuità e che richiederà tempo”.

“Il Presidente Trump, per cui ho molto rispetto, pone la questione della NATO come un progetto commerciale. Secondo lui è un progetto in cui gli Stati Uniti forniscono una forma di ombrello geopolitico, ma in cambio deve esserci un’esclusività commerciale, è un motivo per comprare americani. La Francia non ha firmato per questo “,  sostiene Macron nell’intervista a  L’Economist.
“Per 70 anni abbiamo realizzato un piccolo miracolo geopolitico, storico e di civiltà: un’equazione politica senza egemonia che consente la pace. (…) Ma oggi ci sono una serie di fenomeni che ci mettono in una situazione di limite al precipizio”.

Il presidente francese ritiene che “se gli europei non hanno un risveglio, una consapevolezza di questa situazione e la decisione di coglierla, il rischio è, in ultima analisi, che geopoliticamente scompariamo o in ogni caso non siamo più i padroni del nostro destino. Lo credo profondamente”.

Si tratta di parole pesanti come macigni e che confermano quella crisi della Nato incubata alla fine del secolo scorso (di cui l’aggressione alla Serbia nel 199 è stata l’epifenomeno,ndr), una crisi di cui parliamo da tempo e che si era palesata nel 2008 con il mancato intervento della Nato nella guerra tra Georgia e la Russia. La prima, in mano al dittatorello Shakasvili, aveva invocato proprio l’art.5 della Nato liquidato da Macron nell’intervista a L’Economist. Gli Stati Uniti si erano detti d’accordo ma tutti i partner europei negarono il loro consenso. Insomma di “morire per Tbilisi” non se ne parlava proprio.

Le camere di compensazione tra le potenze capitaliste emerse da un dopoguerra a egemonia statunitense, negli ultimi venti anni hanno perso peso, significato e capacità di intervento. E’ accaduto per il Fmi, il G7, la Wto, ma è accaduto anche per la Nato. E la crisi di questi organismi in cui si agiva solo in base al Washington Consensus si è  via via accresciuta con il rafforzamento dell’Unione Europea, il declino statunitense, la loro competizione con Russia e Cina sul teatro mondiale.

Come ebbe a dire profeticamente Henry Kissinger nel 2001: “Mi preoccupa il fatto che quando l’Unione Europea agisce come soggetto unico negli affari mondiali molto spesso, e sarei tentato di dire, sempre, agisce in opposizione agli Stati Uniti”. “Sarebbe un errore” ha proseguito “un errore capace di portare gradualmente a una frattura tra le due sponde dell’Atlantico in un mondo sempre pieno di problemi”.

Che il mondo sia pieno di problemi e la frattura delle due sponde dell’Atlantico si sia accentuata, è ormai sotto gli occhi di tutti. L’intervista a Macron è qualcosa di più di un epitaffio solo per la Nato, è il segno di una nuova epoca nelle relazioni internazionali.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

La Danimarca verso il 100% di elettricità da energie rinnovabili: un esempio per l’Italia

09.11.2019 – Il Cambiamento

La Danimarca verso il 100% di elettricità da energie rinnovabili: un esempio per l’Italia
(Foto di Il Cambiamento)

La Danimarca sempre più lanciata nella transizione verde con un progetto ambizioso: tagliare le emissioni di gas climalteranti del 70% entro il 2030. Praticamente il doppio dell’obiettivo che si è posto l’Italia

Pochi giorni fa, il 30 ottobre, è accaduto un fatto in Danimarca ormai entrato nella routine di un governo che si impegna seriamente nella lotta al cambiamento climatico: l’incontro a Copenaghen tra Dan Jørgensen, Ministro per il clima, l’energia e i servizi pubblici e i giornalisti stranieri presso la sede di State of Green, un’organizzazione molto attiva in Danimarca sui temi della transizione energetica.

Prima di raccontare cosa il Ministro ha riportato, due considerazioni: la prima è che mi ha colpito il nome del dicastero da lui presieduto che indica chiaramente l’approccio danese al tema dell’energia, non slegato dall’emergenza climatica in corso e dal ruolo dei servizi pubblici. La seconda, mi domando: tra i giornalisti stranieri ve ne erano di italiani? Non credo, in quanto non mi sembra che la stampa nazionale ne abbia parlato, sebbene delle cose interessanti siano state dette.

Oggetto dell’incontro era illustrare alla stampa straniera (in quanto quella nazionale è ben edotta) le politiche su energia e clima che la Danimarca intende perseguire in futuro. Quindi discutere sulla transizione verde, gli obiettivi climatici e il ruolo internazionale della Danimarca nella lotta al cambiamento climatico. Ve la immaginate una cosa del genere in Italia? Fantascienza! Tanto che nel nostro Paese, senza che minimamente la stampa nazionale se ne (pre)occupi si sta finalizzando il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) che, secondo le raccomandazioni giunte dalla Commissione Europea, dovrebbe subire una notevole rivisitazione, ma sembra che per il nostro Governo vada bene così come è uscito in prima bozza, a parte qualche lieve correzione da apportare.

Tornando alla Danimarca, il Ministro ha riportato l’ambizioso obiettivo che il Paese si è posto: tagliare le emissioni di gas climalteranti del 70% entro il 2030. Avete letto bene, praticamente il doppio di quanto si è posta al momento l’Italia. Questo obiettivo numerico è parte di una ben definita strategia che mira a far diventare la Danimarca una “super-potenza verde” con obiettivi ambiziosi a livello nazionale ed una consistente leadership a livello internazionale. Il Ministro danese ha sottolineato l’importanza strategica di un approccio alla transizione verde che sia sistemico in quanto consapevole dell’elevata impronta carbonica del suo Paese, ad oggi, circa il 20% in più della media europea, sebbene di rilevanza marginale in quanto pari a solo lo 0,1% delle emissioni globali di CO2.

”L’Occidente ha inquinato per centinaia di anni – ha detto il ministro – Adesso, economie emergenti e paesi in via di sviluppo stanno iniziando ad inquinare di più e nonostante questo possiamo veramente condannarli? La responsabilità è più sulle nostre spalle che sulle loro e ci dovremmo sentire obbligati ad aiutare questi Paesi affinché possano percorrere la strada verso uno sviluppo sostenibile”.

Il Ministro ha sottolineato anche che la transizione verde della Danimarca terrà conto delle eventuali conseguenze sociali al fine di evitare ripercussioni come accaduto in Francia con i “gilet gialli”.

Attualmente la Danimarca ha accordi di partenariato con 15 paesi che in totale sono responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali, inclusi Paesi come gli Usa, la Cina, la Germania e l’India. L’ultimo, in ordine di tempo, tra gli accordi di collaborazione sottoscritti è quello con il Governo vietnamita che contribuirà alla riduzione delle emissioni nel Paese asiatico stimate, in totale, a 370 milioni di tonnellate annue. Non c’è bisogno di specificare che, sebbene si dia enfasi alla riduzione delle emissioni climalteranti, dietro ci sono accordi commerciali per lo sviluppo e la promozione di tecnologie a basso impatto ambientale. Giusto per ricordarlo a coloro che, per pura ignoranza o malafede, ancora tengono separati i concetti di “sviluppo industriale”, “sostenibilità ambientale” e “nuovi posti di lavoro”.

Sembra paradossale ma proprio mentre il Presidente Usa Donald Trump annuncia l’uscita del suo Paese dagli Accordi di Parigi, facciamo il tifo per Paesi come la Danimarca che, seppur non paragonabili in termini dimensionali, possono assumere un nuovo ruolo di leader a livello mondiale. A titolo di esempio, secondo le proiezioni dell’Agenzia Danese per l’Energia, l’elettricità in Danimarca sarà 100% rinnovabile entro il 2028. E la Danimarca non ha nemmeno il sole di cui è baciata l’Italia, quindi a rigor di logica noi potremmo arrivare tranquillamente a risultati simili. Perché non lo si fa?

Articolo di 

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Il mio valore base è l’antifascismo

Maurizio Benazzi

9 novembre 1938: la notte dei cristalli

Claudio Vercelli

Un violentissimo pogrom contro gli ebrei tedeschi. Joseph Goebbels regista principale. Circa 400 morti. Sull’intero territorio di lingua tedesca dell’Europa centrale, nei giorni successivi la terribile contabilità sfiora le 1.500 vittime. È l’anno dell’avvio di una lunga politica di espansione territoriale della Germania

Gli antefatti

La Kristallnacht, «notte dei cristalli», fu un feroce pogrom nel novembre del 1938 che coinvolse tutte le comunità ebraiche tedesche, sue vittime dirette ed immediate. La filiera organizzativa era chiara. Ad istigarlo fu il ministro della propaganda Joseph Goebbels ma a realizzarlo furono soprattutto le milizie paramilitari delle SA, in ciò attivamente aiutate da alcuni cittadini tedeschi. Il consenso era diffuso, tra le élite così come nella società. La motivazione occasionale, addotta come scusa, era lo «sdegno» e la «rabbia» per il ferimento, e poi la morte, di un funzionario diplomatico tedesco impiegato a Parigi, Ernst…

View original post 1.604 altre parole

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

La quacchera Pat Patfoort spiega alla Piccola Scuola di Pace di Firenze il metodo dell’Equivalenza

La quacchera Pat Patfoort spiega alla Piccola Scuola di Pace di Firenze il metodo dell’Equivalenza

03.11.2019 – Firenze – Redazione Toscana

Pat Patfoort spiega alla Piccola Scuola di Pace di Firenze il metodo dell’Equivalenza
(Foto di Irene L’Abate)

Presso le Baracche Verdi della Comunità dell’Isolotto a Firenze si è svolta, sabato 2 Novembre,  una giornata di incontro con Pat Patfoort, antropologa belga che ha inventato un metodo di risoluzione dei conflitti chiamato  metodo dell’Equivalenza.

Di fronte a un pubblico di una trentina di persone, all’interno del ciclo di incontri Pillole di Nonviolenza della Piccola Scuola di Pace “Gigi Ontanetti”, Pat ha spiegato i principi del suo metodo, che ha sviluppato ormai da quasi 50 anni ed ha anche presentato in anteprima il suo ultimo libro, Il Piccolo Albero Spaventato, che uscirà per la casa editrice Infinito a gennaio del 2020.

I partecipanti, alcuni dei quali venuti appositamente anche da altre città italiane, hanno avuto un’esauriente spiegazione del metodo che hanno potuto iniziare a praticare con esercizi e giochi proposti per l’occasione. A fine giornata si è presentato il nuovo libro per bambini, ispirato alle idee di Pat e alle sue esperienze di lavoro e di vita.

E’ stato anche formato un gruppo di autoformazione che lavorerà sul metodo dell’equivalenza a Firenze e dintorni nei prossimi tre anni.

Per ulteriori informazioni e per partecipare ai prossimi corsi è possibile consultare la pagina Facebook della Piccola Scuola di Pace  o iscriversi ai prossimi eventi a questo link 

 

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Presidio alla base NATO di Solbiate Olona domenica 10 novembre

Per arrivare a Solbiate Olona uscita Busto Arsizio sulla Mi-Va oppure scendere a Busto e prendere un taxi alla stazione.

 

Presidio alla base NATO di Solbiate Olona domenica 10 novembre

07.11.2019 – Solbiate Olona – Redazione Italia

Presidio alla base NATO di Solbiate Olona domenica 10 novembre

Il “Forum Contro la Guerra” indice per Domenica 10 Novembre dalle ore 15 un PRESIDIO davanti alla BASE N.A.T.O. di Solbiate Olona.

La struttura di Solbiate Olona é uno dei nove Comandi NATO di Reazione Rapida, e conta su oltre 400 militari di stanza più altri nel caso di iniziative particolari.

La NATO è la macchina da guerra più imponente della storia umana.

Considerando anche i suoi partner è responsabile del 68% della spesa militare mondiale.

USA e NATO si autodefiniscono “poliziotti del mondo” ma i loro interventi armati comportano bombardamenti, morti e feriti (90% civili), saccheggio e devastazione dei territori, inquinamento e contaminazione radioattiva, aumento dei flussi migratori, campi profughi, militarizzazione delle frontiere, maggiore sfruttamento e impoverimento dei lavoratori.

Da un circa un mese la Turchia (il secondo più numeroso esercito della NATO) ha invaso la Siria, forte dell’assenso sostanziale dell’Alleanza, come già accadde con l’attacco di Francia e Inghilterra (con la complicità Italiana) ai danni della Libia. La NATO ha aggredito, in violazione dell’articolo 5 del suo stesso statuto e del diritto internazionale la ex Jugoslavia nel 1999, la Libia nel 2011, combatte in Afghanistan da 18 anni, accetta che gli USA, da sempre al suo comando, facciano il bello e il cattivo tempo invadendo nel 2003, grazie ad una colossale menzogna, l’Iraq, stracciando i Trattati sui missili antibalistici, quello sui missili di teatro in Europa, gli accordi sul nucleare civile Iraniano, ecc..

La Turchia è uno dei maggiori clienti dell’industria bellica italiana, dispone ad esempio di elicotteri T129 (acquistato e prodotto su licenza Agusta-Westland-Leonardo) usati nell’attacco al territorio curdo-siriano, mentre il governo italiano blocca solo i contratti futuri.

Nello scorso maggio, i lavoratori del porto di Genova hanno creato un blocco che ha impedito alla nave saudita Yanbu della compagnia Bahri di caricare sistemi destinati ad un uso militare. Anche nel territorio che ci circonda, si producono beni e servizi per il mondo della guerra. Ma i camalli di Genova hanno dimostrato che ribellarsi è possibile!

Le guerre sono inaccettabili non soltanto per il loro carico di distruzione e morte. Esse sottraggono risorse a sanità, istruzione, pensioni, trasporti, messa in sicurezza del territorio. L’Italia per l’attività militare spende oggi 70 milioni di euro al giorno ma, rispettando gli impegni NATO, supererà i 110 milioni quotidiani.

Non è infine da sottovalutare anche il mostruoso impatto delle guerre sull’ecosistema Terra già in crisi. Il solo esercito degli Stati Uniti, contribuisce ad almeno il 5% delle emissioni di gas serra totali. A questo bisogna aggiungere l’inquinamento esorbitante delle produzioni belliche a partire dal nucleare militare che usato potrebbe causare l’estinzione del genere umano e forse della vita sul pianeta.

Per questo al presidio affermiamo il nostro NO alla GUERRA! NO alla NATO!

Forum Contro la Guerra

Per contatti: Carlo 3407669365 – forumcontrolaguerra@gmail.com

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Lisa, picchiata a quindici anni perché lesbica

03.11.2019 – Torino – Antonietta Chiodo

Lisa, picchiata a quindici anni perché lesbica
(Foto di La siete news)

Ci troviamo in una metropoli italiana, famosa per l’arte e la cultura, Torino, quindi non parleremo certo di Algeria o qualche altra città dove teoricamente il diverso desterebbe seri problemi nell’opinione pubblica a causa di credenze religiose o quant’altro. No, ci troviamo invece in una mattina di un freddo ottobre del 2019, vicino alla stazione dei treni di Porta Nuova, zona molto frequentata, soprattutto nel momento in cui la nostra piccola Lisa si affrettava all’uscita della metropolitana per raggiungere il bus 61 che l’avrebbe condotta così a scuola. Una mattina che si sarebbe dovuta svolgere come le altre, nella routine del traffico cittadino. Insomma, una mattina qualunque della classica vita di un adolescente comune nella nostra tanto aperta nazione, Lisa però è colpevole e questo la porterà a vivere una giornata diversa che non si fermerà li, perché diciamocelo… certi avvenimenti la vita te la cambiano.

Questa ragazzina si porta sulla pelle e nel DNA l’orribile colpa di essere troppo maschile nel vestire, felpe larghe da stile rap e un po’ troppo poco principessa per i nostri canoni, insomma, niente minigonna, stivaletto o tacchetto con calzetta velata, lei è colpevole di essere lesbica, colpevole di avere scelto di amare quella parte maschile che le scorre dentro senza doversene vergognare, scegliendo di amare una ragazza invece che un maschietto virile come ci viene proposto quotidianamente dagli status di bellezza odierni.

Nel nostro splendido e tanto amato paese dove si sceglie di tacere, sino a quando non si punta il dito contro il nero, il sinti o l’economia azzerata dai politici piattole dei nostri giorni, il silenzio si estende omertosamente nascondendo così l’escalation degli ultimi anni sulla violenza avvenuta per mano di italiani contro altri italiani , per la maggior parte donne e omosessuali. A meno che, la notizia non sia obbligata a fare scalpore a causa di corpi fatti a pezzi che ricordano un po’ le sceneggiature splatter di CSI New York e allora si che bisogna parlarne, perché la decenza e la follia degenerando ci costringono così a … vedere, per poi dimenticare il tutto poco dopo, ovviamente.

Abbiamo incontrato Lisa che ci racconta guardandoci con i suoi profondi occhi neri, abbassando lo sguardo a momenti alterni, uno sguardo arrabbiato ma complice di una dolcezza infinita che vorrebbe ma non riesce a nascondere, perché lei è piccola, è solo una ragazzina. Si è vista picchiare all’improvviso da uno sconosciuto, Lisa è stata violata sotto gli occhi indifferenti dei passanti alle otto del mattino, un orario importante, che fa riflettere perché è il momento in cui questa zona della città è gremita di persone che si accingono a correre verso la loro quotidianità.

Ci racconta che prima dell’aggressione i suoi capelli erano rossi, il giorno dopo ha deciso di tingerli di nero, come la notte, come il silenzio, quel silenzio che ha circondato lo squallido momento in cui uno sconosciuto si è permesso di prendere a pugni una ragazzina come se nulla fosse, dovremmo riflettere tutti e non solo nella lettura di questo articolo, ma del perché la rabbia circonda l’essere umano oggi per ciò che non rientra nei suoi canoni e di come si possa fare male a qualcuno essendo cosciente che nulla potrà probabilmente ritorcersi contro. Grazie al presidente Riccardo Zucaro di Arcigay Torino, mi sono resa conto in questi giorni di come la violenza nei confronti dell’omosessualità soprattutto femminile sia stata sottovalutata sino ad oggi, mi dona infatti numerose delucidazioni sul dilagare della Lesbofobia , inserita grazie alle numerose azioni legali e all’interesse delle associazioni per la tutela della donna nella violenza di genere. Trattasi di odio non solo nei confronti dello status femminile, ma anche della femminilità omosessuale.

Lisa, ti va di raccontarci cosa è successo?

Si, io stavo semplicemente uscendo dal treno della metro, alla fermata di Porta Nuova, quando da lontano ho udito un uomo che gridava insulti svariati, non ho pensato potessero essere diretti a me, perché non stavo facendo niente di male.

Quindi inizialmente non hai pensato di metterti in salvo?

No, ripeto, non pensavo ce l’ avesse con me. Allora ho continuato a camminare ed ho preferito non voltarmi anche se sentivo che il gridare di quest’ uomo si faceva più vicino. Ho iniziato a salire i gradini più velocemente per uscire dalla stazione e finalmente mi sono trovata sulla piazza.

In quel momento hai iniziato ad avere paura?

Si, ho sentito dentro di me una strana sensazione, come se stesse per accadere qualcosa.

Cosa è successo uscita dalla metro?

Mi ha afferrata per un braccio e mi ha costretta a girarmi, poi ha messo il suo viso quasi contro il mio gridandomi che ero vestita da maschio e che facevo schifo, gridando numerose volte lesbica di merda. Poi all’improvviso mi è arrivato un pugno in faccia ed ho visto tutto nero. Mi sono piegata su me stessa.

Qualcuno è intervenuto per aiutarti?

No.

Lui ha continuato?

Si, quando mi sono piegata ha iniziato a tirarmi pugni sul costato. Allora visto che faccio box, ho messo da parte la paura e gli ho tirato un pugno ed un gancio. Appena lo ho visto per terra anche se avevo male e non vedevo da un occhio ho iniziato a correre verso l’autobus, volevo solo andare via da quel posto il più velocemente possibile.

Se tu non fossi riuscita a difenderti hai pensato a cosa sarebbe potuto accaderti?

Non voglio pensarci. Prima di salire sul bus ho chiamato la mia amica che stava per raggiungermi, ho voluto proteggerla perché ho pensato che sarebbe potuto accaderle qualcosa. Ci siamo infatti incontrate davanti alla scuola.

Hai paura?

Si… non sono più tornata a Porta Nuova da quel giorno

Come ti senti guardando il tuo viso allo specchio in questi giorni?

L’occhio diventa ogni giorno più viola, speravo migliorasse invece è sempre peggio. Mi sento strana, non mi sento forte e fiera di me, ci ho messo anni a credere in me stessa e mi fa rabbia che uno sconosciuto possa farmi del male gratuitamente e soprattutto che riesca a smontarmi da un secondo all’altro.

Sai che non è colpa tua quello che è successo?

Avrei voluto evitarlo.

Tengo inoltre ad evidenziare che dopo questo incontro è stato fondamentale mettere Lisa in contatto con i rappresentanti dell’ Arcigay di Torino. Ricordo inoltre a chi ne avesse bisogno che vi è uno spazio esclusivo all’ interno del centro per accogliere gli adolescenti, potete mettervi in contatto con gli operatori attraverso il numero di telefono 3240483543.

Riccardo Zucaro, presidente di Arcigay Torino ci dona alcune delucidazioni di ciò che sta accadendo in Italia e nel mondo riguardo alle aggressioni per omofobia:

Da anni ormai, Arcigay Torino ha deciso di definirsi come associazione che lotta contro le discriminazioni e la violenza omo-lesbo-bi-transfobica, specificando che la lesbofobia è una specifica tipologia di violenza rivolta alle donne lesbiche in quanto donne e in quanto lesbiche (quindi si collega molto alla violenza di genere). Basti pensare che in alcuni paesi del mondo, fortemente conservatori e omofobi, esistono ancora gli stupri correttivi, agiti nei confronti di donne lesbiche, al fine di “correggere” l’orientamento sessuale (tali tipologie di violenza sono rivolte, in misura nettamente inferiore e con pratiche decisamente differenti, anche per gli uomini gay e bisessuali).

Nel 2019 solo nella città di Torino, sono accaduti i seguenti casi :

– gennaio 2019: Leonardo, 53enne residente in una casa popolare nella periferia sud della città, viene preso di mira da un gruppo di persone residenti nel suo condominio, insultato e picchiato.

luglio 2019: Cristina e Daniela si vedono imbrattati i muri e la porta di casa con svastiche e la scritta lesbiche, accompagnata da una croce. Si rivolgono ad Arcigay Torino e, insieme a un nostro legale di fiducia, portiamo a galla il fatto.

– agosto 2019: Antonio e Bruno passeggiano mano nella mano per corso Regio Parco quando, improvvisamente, vengono aggrediti da alcune persone che stazionano nel viale. L’episodio viene denunciato alle autorità e la notizia esce sui giornali nel mese scorso.

La situazione lesbofobica in Italia e nel mondo non migliora rispetto a Torino:

– maggio 2019, a Londra una coppia di ragazze viene brutalmente pestata all’ingresso della metro della città. In questo caso, si vede come la violenza di genere parte ancora prima dell’aggressione, quando il gruppo di ragazzi chiede alle due ragazze di baciarsi: al loro rifiuto, parte l’aggressione fisica. In un articolo su Vision, Elisa Manici approfondisce il caso toccando due temi (secondo me fondamentali): il patriarcato e, di seguito, l’oggettificazione sessuale delle donne lesbiche da parte degli uomini cisgender (cisgender è il contrario di transgender ndr);

– a metà ottobre, un’infermiera di Lecco trova una scritta minatoria sul suo armadietto. La notizia viene denunciata da Gaypost…

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Putin rassicura Erdogan: ritiro curdo ultimato

Siria/Kurdistan. I combattenti delle Fds e delle Ypg curde hanno abbandonato le loro postazioni prima della scadenza della tregua. Intanto Trump mette le mani sul petrolio siriano

 

Lunedì 28 ottobre, un mezzo militare statunitense pattuglia la zona circostante a un campo di estrazione del petrolio nel nord della Siria Lunedì 28 ottobre, un mezzo militare statunitense pattuglia la zona circostante a un campo di estrazione del petrolio nel nord della Siria 

Michele Giorgio Il Manifesto

 

PUBBLICATO29.10.2019, 23:59

Dalla polveriera del Medio oriente spunta il nuovo ordine che più parti, potenti e meno potenti, cercano di dare alla regione. Lungo la frontiera tra Turchia e Siria, sgomberata da Ankara e dai suoi mercenari al prezzo del sangue dei curdi, si materializza lo schema delineato delle intese raggiunte da Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin. Non devono trarre in inganno i combattimenti e il fuoco di artiglieria turco contro postazioni dell’esercito siriano nel villaggio di confine di Al Assadiya costato ieri la vita di sei militari di Damasco. Nelle stesse ore in cui risaliva la tensione alla frontiera – teatro dal 9 ottobre dell’offensiva turca “Fonte di pace” – facendo temere, in verità solo ai media occidentali, l’inizio di uno scontro militare diretto tra Turchia e Siria, Mosca si affrettava a far sapere che il ritiro curdo dalla “zona cuscinetto” che Ankara vuole imporre in territorio siriano è stato completato in anticipo rispetto alla tabella di marcia.

Ad annunciarlo, con soddisfazione, è stato il ministro della difesa russo, Sergej Shoigu. «Il ritiro delle truppe curde dalla zona di sicurezza è stato completato in anticipo rispetto ai tempi inizialmente previsti: nell’area, oltre alle forze di Damasco, sono presenti anche militari russi», ha precisato il ministro. I curdi rispettano gli accordi per evitare il peggio ma a rimetterci sono loro. Erdogan frenando la sua guerra ha ottenuto da Putin quello che temeva di doversi guadagnare riportando in patria le bare di parecchi soldati turchi. Ha avuto una zona cuscinetto non proclamata in territorio siriano e che le bandiere delle Fds e delle Ypg curde non sventolino più sul confine, sostituite ora da quelle della Siria. Non solo. Le forze armate turche pattuglieranno assieme a quelle della Russia un’area fino a dieci chilometri all’interno del territorio siriano.

Damasco storce il naso. L’alleato Putin ha assecondato i desideri dell’odiato Erdogan a spese dell’integrità territoriale siriana che pure diceva di voler tutelare. Inoltre la Siria dovrà accettare il rispetto dell’intesa di Adana, siglata nel 1998, in base alla quale le forze armate di Ankara possono effettuare raid “anti-terrorismo” fino a 10 chilometri all’interno del territorio siriano. Ma il leader russo ha anche bloccato Erdogan e obbligato i curdi a fare i conti con la realtà imposta dai più forti. E se al confine saranno i pattugliamenti congiunti turco-russi a monitorare il rispetto delle intese, più a sud sarà proprio l’esercito siriano a garantire che le Ypg non tornino alla frontiera. Le unità combattenti curde dovranno anche lasciare le città di Manbij e di Tel Rifat. A questo punto è chiaro che il prossimo obiettivo del Cremlino sarà portare i due nemici, Erdogan e il presidente siriano Bashar Assad, a un vertice che sancisca la normalizzazione dei rapporti tra leader che fino a qualche tempo fa si sarebbero accoltellati. Sarebbe uno schiaffo, l’ennesimo, alla politica dell’Amministrazione Trump in Siria. Ma gli Stati uniti davvero sono stati messi fuori gioco in Siria dalle scelte confuse di Trump e dall’offensiva diplomatica russa? Non è proprio così.

Washington, annunci di Trump a parte, in Siria ci resta. E non solo per mettere a segno colpi di teatro come l’eliminazione fisica del capo dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi, riferita come un copione cinematografico dal presidente americano. Si sono conosciuti altri particolari sul raid della Delta Force. Si è detto che al Baghdadi, scoperto a causa della sua (presunta) passione per il calcio, si sarebbe fatto esplodere insieme ai suoi tre figli tra lacrime e sangue. Questa sceneggiatura degna di un film di terzo livello di Hollywood e Bollywood, però non regge. L’identificazione del Califfo resta incerta perché i test del Dna sono stati condotti sul posto, tramite un lettore portatile, da tecnici delle forze speciali Usa che hanno confrontato alcuni campioni del Dna di al Baghdadi che avevano con loro, con alcuni frammenti prelevati, pensate un po’, dalle mutande del capo dell’Isis. I dubbi sull’esito del raid Usa perciò restano.

Non è fiction invece l’intenzione di Trump, di sapore squisitamente coloniale, di mettere le mani su alcuni giacimenti petroliferi siriani. Pretesto: impedire che possano tornare sotto il controllo di miliziani dell’Isis. Interesse vero: togliere a Damasco una importante risorsa energetica. Lunedì il segretario alla difesa Usa Mark Esper ha confermato che forze militari americane ben equipaggiate saranno schierate nei pressi dei giacimenti orientali della Siria. Rispondendo a una domanda della Cnn se la missione negherà l’accesso alle installazioni alle forze siriane e a quelle russe, Esper ha risposto: «Al momento sì». Quindi ha affermato gli Usa – che dalla sera alla mattina hanno venduto i curdi ai turchi – faranno in modo che le Fds abbiano accesso alle risorse generate dal petrolio, al fine di proteggere le prigioni dove sono rinchiusi quelli dell’Isis. I giacimenti di petrolio e gas di Deir Ezzor sono una sorta di premio strategico nella crisi siriana. Nel febbraio 2018, un numero imprecisato di soldati di Damasco sono stati stati uccisi da attacchi aerei Usa mentre avanzano verso il giacimento di gas di Conoco, controllato dagli Stati Uniti e dalle Fds, vicino a Deir Ezzor. Il furto Usa del petrolio siriano è stato criticato dal Congresso ma non dai democratici parlamenti e governi europei.

Annunci

Di tanto in tanto, alcuni dei tuoi visitatori potrebbero vedere qui un annuncio pubblicitario,
oltre a un banner sulla privacy e sui cookie nella parte inferiore della pagina.
Puoi nascondere completamente questi annunci pubblicitari eseguendo l’aggiornamento a uno dei nostri piani a pagamento.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Le persone con disabilità sono più a rischio povertà (dati e numeri)… altro che abolizione governativa della povertà

In Italia il 30% dei cittadini disabili con limitazioni funzionali è  a rischio povertà ed esclusione sociale: lo rileva l’Eurostat

Esiste una correlazione tra disabilità e rischio di povertà: non è solo una percezione, ma un dato confermato dai numeri. In Italia la FISH denunciava solo pochi mesi fa l’occasione persa dell’annuale rilevamento ISTAT utile a fotografare l’Italia, sui dati relativi alla povertà del nostro Paese non ha regisitrato dati specifici relativi alla disabilità.  Ad arrivarci sono però i dati europei, che danno conto di una situazione tutt’altro che rosea, a conferma che la correlazione c’è, ed è anche molto forte.

LA CORRELAZIONE TRA POVERTA’ E DISABILITA’ – Secondo i dati rilevati dall’EUROSTAT (l’ente europeo di statistica) nel 2018, circa il 28,7% della popolazione dell’UE con disabilità (di età pari o superiore a 16 anni) era a rischio di povertà o esclusione sociale, rispetto al 19,2% di quelli senza limitazioni. La voce, abbreviata con l’acronimo di AROPE (At Risck Of Poverty Or Social Exclusion),così scomposta,dà questi numeri:
-Rischio di povertà: 20,9% disabili VS 15% NON disabili
-Tasso di deprivazione materiale grave: 9,4% disabili VS 5% NON disabili
-Percentuale di persone con meno di 60 anni che vivono in NUCLEI familiari con bassa intensità di lavoro: 22,5% disabili VS 7,1% NON disabili

DATI IN ITALIA
Rispetto alla media generale, vediamo i dati italiani:
Rischio di povertà o esclusione sociale: 30% disabili VS 25,5% non disabili
-Rischio di povertà: 20% disabili VS 19% NON disabili
-Tasso di deprivazione materiale grave: 11,6% disabili VS 7,5% NON disabili
-Percentuale di persone con meno di 60 anni che vivono in nuceli familiari con bassa intensità di lavoro: 22,1% disabili VS 10,8% NON disabili

grafico povertà occupazione disabili
DATI NEGLI ALTRI PAESI – Il report registra naturalmente delle differenze anche significative tra i vari aPaesi dell’UE, ma quello che sembra rimanere come costante è comunque la correlazione tra povertà e disabilità, che in ogni paese rimane, registrando ovunque una percentuale maggioire di rischio di povertà, quando siamo in presenza di disabilità. Rispetto all’indicatore generale del rischio di povertà ed esclusione sociale in presenza di limitazioni funzionali, abbiamo visto che l’Itaolia si attesta su un 30%. Il Paese col più alto rischio è risultata la Bulgaria, con il 49,4% (rispetto al 29,9 della popolazione non disabile), a poca distanza da Lituania (43,0% rispetto al 22,5% dei cittadini non disabili) e da Lettonia (al 43,6% rispetto al 21,2% dei suoi cittadini non disabili). Il dato migliore è della Slovacchia, con il 18,4% (rispetto al 13,5% deinon disabili), mentre la Francia si attesta sul 21% (contro il 14,3% dei non disabili), e l’Austria al 21,7% contro il 14,1%.

tabella occupazione disabili
CORRELAZIONE TRA POVERTA’, OCCUPAZIONE E DISABILITA’ – Un altro dato interessante è quello relativo al rischio di povertà è anche in presenza di occupazione, in relazione alla condizione o meno di disabilità. Eurostat rileva che, indipendentemente dal fatto che esista o meno una limitazione, avere un lavoro riduce il rischio di povertà. Nel 2018, l’11,0% della popolazione occupata di età pari o superiore a 18 anni nell’UE-28 era a rischio di povertà, mentre la percentuale era del 16,3% per tutte le persone della stessa fascia d’età (non occupata). Tuttavia, l’occupazione non fa scomparire il rischio di povertà. La povertà sul lavoro, ovvero la povertà tra la popolazione occupata, è un indicatore chiave dell’integrazione nel mercato del lavoro delle persone che hanno una limitazione. Nell’UE-28, l’11,0% delle persone occupate con una limitazione dell’attività era a rischio di povertà. I valori più alti sono stati osservati in Grecia (16,4%), Romania (20,4%) e Lussemburgo (20,5%), e i più bassi in Repubblica Ceca (5,3%), Danimarca (4,8%) e Finlandia (3,5%). In Italia il dato non si discosta di molto.

grafico povertà disabili europa

Per approfondire:

Rilevazione Eurostat

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

La UE salvi il popolo cubano e SOS LGBT nella Polona delle destre

Al Presidente del Parlamento Europeo, Onorevole David Sassoli

Con la presente intendo portare alla Sua attenzione, a nome del Partito Comunista in Italia, la grave situazione che, da oltre sessant’anni si è creata con il ‘Blocco’ commerciale, economico e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America nei confronti della Repubblica di Cuba.
Questo blocco ha da sempre creato un grande stato di disagio e sofferenza nei confronti di tutta la popolazione. Nel 1996 una nuova legge, la Helms-Burton, aggrava ulteriormente questo embargo, stabilendo che gli Stati Uniti ritireranno tutti i finanziamenti verso le organizzazioni internazionali che violeranno il blocco e annulleranno le importazioni verso quei paesi che effettueranno traffico commerciale con Cuba nella stessa misura delle importazioni da questi effettuate.
Risulta del tutto evidente quanto sia illegittima questa legislazione, in quanto, oltre a contribuire al mantenimento dell’economia cubana in uno stadio di povertà, viola il diritto di autodeterminazione, la libertà degli scambi economici, il divieto di non ingerenza nelle questioni di sovranità interna.
A tal fine, oltre alla mia particolare sollecitazione al suo importante ruolo nell’istituzione europea affinchè possa adoperarsi per l’interruzione di questa assoluta ingerenza negli affari di uno stato sovrano, voglio segnalare le iniziative diplomatiche che la Repubblica di Cuba ha sviluppato con l’Unione Europea per uscire da questa ingiusta situazione.

                                                                    on. Marco Rizzo

Caro Maurizio

alla vigilia delle scorse elezioni politiche, la destra polacca dichiarava le persone LGBT+ “nemiche dello stato”. Ora che hanno vinto le elezioni, ci aspetta altro odio.

Da agosto, quando abbiamo lanciato la nostra campagna, il numero di comuni polacchi che si sono dichiarati “liberi da LGBT” è più che raddoppiato. 69 comunità e centri abitati di tutto il Paese stannno dicendo ai loro connazionali e concittadini LGBT+: “Qui non siete i benvenuti. Questa non è casa vostra”.

Hanno il sostegno dei politici in carica, della stampa governativa e di alcuni vertici della potente Chiesa cattolica, per i quali le persone LGBT+ sono “pedofili” e la “peste arcobaleno” è “una minaccia per il Paese e per la famiglia”.

Maurizio, tu e oltre 58.000 altre persone avete firmato la nostra petizione. Il vostro aiuto in questa lotta, per noi, è fondamentale.

Vogliamo consegnare la petizione al più presto, ed essere più forti e convincenti possibile. Aiutaci a far girare la voce condividendola con i tuoi amici!

Condividi su Facebook

Condividi su WhatsApp

Condividi su Twitter

Grazie di far parte di All Out,

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: