Pensiero del 19 del secondo mese

19 del secondo mese

La vita del singolo deve essere strettissimamente connessa con la vita comune dell’umanità, poiché tutto l’universo è compenetrato di concordia e unità. Come all’esterno, nella natura, cosi nel campo spirituale tutti i fenomeni delle vita sono in stretto collegamento tra di loro.

Marco Aurelio

Gli esseri razionali , chiamati a collaborare insieme nella stessa opera, adempiono nella comune vita dell’universo la stessa funzione cui sono subordinate le membra del corpo umano. Essi sono fatti per operare insieme , secondo ragione. Nella consapevolezza d’essere membri di una fraternità spirituale, c’è qualcosa che infonde coraggio e consolazione.

Marco Aurelio

 

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Roma: no agli sgomberi del Forum Acqua e di altre associazioni

18.02.2017 Redazione Italia

Roma: no agli sgomberi del Forum Acqua e di altre associazioni

(Foto di libera.tv)

COMUNICATO  COBAS

Ieri mattina (16 febbraio) il Comune di Roma ha posto i sigilli allo stabile di via Sant’Ambrogio 4 (ex Rialto) dove hanno sede il Forum dell’Acqua, il Circolo Bosio, Attac, Il Forum Ambientalista e altre associazioni.

Questo odioso provvedimento repressivo è la conseguenza della famigerata ” delibera 140″ con la quale l’ex sindaco Marino “intendeva mettere a valore commerciale” decine di spazi affidati e/o occupati, dove si svolge quotidianamente una preziosa ed insostituibile attività sociale,ambientale,culturale,per la cittadinanza.

L’esecuzione della delibera, laddove non abrogata, prevede come iter burocratico dapprima “l’intimazione al rilascio” e di seguito “lo sgombero” in carico ai vigili urbani e/o alle forze dell’ordine.

Oggi, il vuoto politico rappresentato dalla giunta Raggi e dalla maggioranza M5S fa il resto, con le ridicole e penose risposte dell’assessore al Patrimonio Mazzillo ” non ne sapevo niente”, mentre l’ intero movimento di Roma da tempo richiede il recepimento di una nuova delibera, a partire dal modello già adottato dalla giunta De Magistris a Napoli, che attribuisce agli spazi sociali il “ valore di bene comune”.

L’iter burocratico-repressivo che colpisce in primis il Forum dell’Acqua, che si batte per un bene primario universale – in ciò sostenuto a buon diritto da oltre 27 milioni di cittadini che hanno approvato il referendum del 2011 – a breve, nel mese di marzo, colpirà anche il Centro Cuturale Ararat “ il consolato dei curdi in Italia”,oltre a varie associazioni e centri sociali.

I Cobas Confederazione dei Comitati di Base,nel condannare questo agire per vie di fatto della giunta Raggi ,contribuiranno alla mobilitazione in corso per far recedere il Comune dagli sgomberi e per promuovere una “ delibera giusta “; al contempo solidarizzano con il Forum dell’Acqua e le altre associazioni sgomberate, rendendosi disponibili alla ricerca di soluzioni immediate per la prosecuzione delle attiuvità .

 

 

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Pensiero del 18 del secondo mese

18 del secondo mese

La differenza fra la persona ragionevole e quella non ragionevole consiste in ciò , che la persona non ragionevole continuamente si preoccupa e si dispiace per quanto non dipende da lai , per esempio il figlio, il padre , il fratello , gli affari, il patrimonio. Invece se all’uomo ragionevole accade di inquietarsi e di dispiacersi , ciò è solo per quanto dipende direttamente da lui, e cioè i suoi pensieri, desideri atti.

Se ci accade qualcosa di spiacevole o incorriamo in qualche difficoltà, siamo inclini ad accusare per questo altre persone o il nostro destino, invece di pensare che se una cosa esterna , e cioè da noi non dipendente , ci causa dispiacere o difficoltà , allora vuol dire che c’è qualcosa in noi non funziona.

Epitteto

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“Non siamo né morti né vivi, siamo sospesi”: Gaza rimane in uno stato di crisi perpetua

17.02.2017 Tlaxcala Translators

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese

“Non siamo né morti né vivi, siamo sospesi”: Gaza rimane in uno stato di crisi perpetua

di Ahmed Alkabariti

Cinque anni fa l’ONU ha fatto una delle dichiarazioni più shockanti sul futuro della Striscia di Gaza: non sarà più un “luogo vivibile” entro il 2020. Da allora una serie di delegazioni straniere e di conferenze stampa di personalità preoccupate ha attirato una maggiore attenzione sulla catastrofe imminente.

Nel 2014 l’Autorità palestinese dell’acqua ha dichiarato che l’acqua di Gaza è, tra il 90% e il 95%, “inadatta al consumo”. Tale quota non ha fatto in seguito che aumentare. L’anno successivo Oxfam ha stimato che la ricostruzione successiva alla guerra del 2014 potrebbe “durare più di cent’anni”, a causa dell’occupazione israeliana, che limita i materiali da costruzione. Nello stesso anno la Banca Mondiale ha dichiarato: “Circa l’80% della popolazione di Gaza riceve qualche forma di assistenza sociale, e circa il 40% resta al di sotto della soglia di povertà”.

L’Osservatorio euro-mediterraneo dei diritti dell’uomo ha inoltre rivelato che, a inizio 2016, gli abitanti di Gaza non resistono in questo ambiente devastato: secondo un comunicato, “il 55% soffre di depressione clinica”.

La popolazione non ha altra scelta che perseverare, nonostante l’atroce realtà di vita dopo decenni di occupazione, tre guerre devastanti e una scissione governativa, che hanno ogni sorta di conseguenza rischiosa in una delle zone più densamente popolate al mondo.

Mentre i quasi due milioni di abitanti di Gaza prendono coscienza di tali nuove angoscianti statistiche, non sono messi in guardia da premonizioni sconvolgenti; preferiscono piuttosto affrontare queste dichiarazioni con impassibilità. Anche se la loro vita è direttamente toccata dal fatto che nel 2020 la loro terra non sarà più abitabile, girano lo sguardo verso i loro comportamenti quotidiani che non rivelano alcuna seria inquietudine.

In un mercatino delle pulci molto frequentato nel centro di Gaza, i Palestinesi si descrivono come in uno stato di emergenza costante, aggravatosi durante la guerra del 2014 (Operazione “Protective Edge”, NdT). Al termine del conflitto durato 51 giorni contro Israele, un quarto della popolazione di Gaza si trovava in stato di insicurezza alimentare e più di 10 mila abitazioni, 15 ospedali e l’unica centrale elettrica di Gaza erano in macerie. La ricostruzione è stata marginale a causa delle limitazioni sull’importazione dei materiali da costruzione, che ha reso i prodotti usati nei mercati all’aperto ancora più preziosi.

 

“La comunità internazionale continua a ripetere che c’è una crisi a Gaza, e fa dichiarazioni allarmanti. Noi avevamo paura in passato, ma oggi le persone sono diventate più insensibili”, dice Adnan Abou Shamala, 87 anni, un antiquario di bazar. “Sono stato ad Amman quattro anni fa, ho sentito le persone ridere forte nei caffè. Ho detto alla gente da quelle parti che non avevo neppure sorriso da sei anni a causa della tragica situazione nella mia patria”.

“Non occorre grande sforzo per trovare scene di disperazione”, prosegue, “basta sedersi ad un angolo di strada e osservare. Vi potrete allora fare un’idea della disperazione solo guardando volti che non hanno mai sorriso”.

“Qui non siamo né vivi né morti, viviamo sospesi come se non ci fosse nulla di certo. La paura e l’impotenza dominano le vite delle persone”, aggiunge Abou Shamala, spiegando di non fare più riserve con le razioni, anche se il cibo può venire a mancare. “Lo stoccaggio di farina, olio e zucchero era una misura preventiva in caso di urgenza, ma oggi non facciamo più scorte come ne facevamo nelle guerre del 1948 e del 1967”, dice.

 

 

Hani Mezaini, 38 anni, fabbricante di tende con uno stallo sul mercato, ha una visione pessimista della comunità internazionale e delle organizzazioni di soccorso che citano spesso la sua città come zona di catastrofe. Dice che non è altro che un gioco di calcolo politico destinato alle orecchie dei funzionari e non al beneficio degli abitanti di Gaza.

“Per tutta la vita non ho conosciuto altro che conflitti, fazioni politiche e occupazione”, dice pensieroso Mezaini. “Chi mi avvertirà dunque di una crisi imminente e mi persuaderà a cambiare idea? Non cambierà nulla a Gaza fintanto che Israele continuerà la sua occupazione”.

Sul suo cellulare Mezaini ci mostra una foto di lui fatta in Cina un anno e mezzo fa. Sembra davvero avere l’aria più giovane di dieci anni.

“Invecchiamo di dieci anni per ogni anno trascorso a Gaza”, dice Mezaini, aggiungendo che qui la gente si interessa a questioni più a breve termine che quelle previste dalle Nazioni Unite di qui al 2020. “Riuscite a comprendere lo stato fisiologico di una terra che vive nel blackout per 12 ore al giorno a causa della mancanza di energia elettrica?”

“Se si lanciano dei preallarmi, questi spingeranno la gente a emigrare e ad abbandonare Gaza a favore degli israeliani, e quindi le persone sviluppano le proprie difese di insensibilità per adattarsi al deteriorarsi della situazione”, spiega Mezaini.

Lo psichiatra Jamil Tahrawi conduce ricerche sui traumi infantili a Gaza e dice che coloro che sono stati esposti a crisi successive evitano abitualmente i dirigenti e i decisori. Secondo lui i palestinesi hanno acquisito questo atteggiamento e diffidano delle dichiarazioni delle Nazioni Unite o le ignorano: “la popolazione di Gaza vive in uno stadio di estinzione psicologica”, sostiene.

Professore di Scienze politiche all’Università Al Azhar a Gaza, Naji Shurrab ammette che gli avvertimenti negativi su ciò che succede a Gaza hanno l’effetto nefasto di causare frustrazione piuttosto che speranza. “I dirigenti delle comunità locali e quelli che influenzano l’opinione pubblica contribuiscono involontariamente a diffondere grida d’allarme ingiustificate che deteriorano quel poco di morale che resta nelle persone”, dice Shurrab, “ma agiscono in buona fede cercando di attirare l’attenzione del mondo su questa tragedia umanitaria intollerabile”.

 

 

 

 

 

Foto: Mohammed Assad

Fonte : http://mondoweiss.net/2017/02/suspended-perpetual-crisis/

 

Traduzione dal francese di Diego Guardiani

 

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Pensiero del 17 del secondo mese

17 del secondo mese

Ogni vivente teme i tormenti, ogni vivente teme la morte; riconosci te stesso in ogni vivente, non uccidere e non causare morte.

Ogni vivente rifugge la sofferenza, ogni vivente ha cara la sua vita; comprendi te stesso in ogni vivente, non uccidere e non causare morte.

Dhammapada

Leggere e scrivere non sono affatto cultura se non aiutano la gente ad essere migliore verso ogni creatura

John Ruskin

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Madre senza documenti si rifugia in una chiesa di Denver, Colorado

16.02.2017 Democracy Now!

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Madre senza documenti si rifugia in una chiesa di Denver, Colorado

Mercoledì una madre di quattro figli ha chiesto asilo in una chiesa di Denver, Colorado, dopo che i funzionari dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) avevano respinto la sua richiesta di rimanere nel paese. Jeanette Vizguerra ha evitato un appuntamento con i funzionari e si è rifugiata con la sua famiglia nella First Unitarian Society Church, dove si è così rivolta ai sostenitori.

Jeanette Vizguerra: “Se questo sistema pensa di spezzarmi e di farmi cadere in ginocchio si sbaglia di grosso. Dietro di me potete vedere le ragioni per cui mi batto tanto per vincere. E so di non essere sola. So che nella comunità e tra gli immigrati ci sono molte persone che condividono la mia rabbia e la mia sete appassionata di giustizia.”

Vizguerra è arrivata negli Stati Uniti dal Messico nel 1997. Ha ottenuto cinque rinvii della deportazione, ma mercoledì ha dichiarato che dubita di poter ottenere un provvedimento del genere sotto l’amministrazione Trump.

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Pensiero del 16 del secondo mese

16 del secondo mese

Sii giusto, non assoggettati all’ira, dai a chi chiede: ecco, ti chiede ben poco; accostati ai santi, seguendo queste tre vie.

Dhammapada

Quando rimproveri qualcuno, lo tratti come un nemico, dimentichi che gli uomini sono tuoi fratelli e ti rendi loro nemico, quando dovresti essere loro amico. Con ciò danneggi te stesso perché quando cessi di essere creatura buona e socievole quale Dio ti creò , per diventare invece un animale feroce, che tende agguati di soppiatto, strazio e distrugge la sua vittima, allora hai perso la tua qualità più preziosa. Ti dispiace di aver perso un borsellino con dei soldi, perché non ti dispiaci, quando hai perso la tua dignità, la tua benevolenza, la tua moderazione?

Epitteto

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Greenpeace contro il CETA: rischia di minare la democrazia, a vantaggio di poche multinazionali

15.02.2017 Greenpeace Italia

Greenpeace contro il CETA: rischia di minare la democrazia, a vantaggio di poche multinazionali
(Foto di Greenpeace)

STRASBURGO (FRANCIA), 15.02.17 – Undici attivisti di Greenpeace sono entrati in azione questa mattina nelle acque che circondano il Parlamento Europeo a Strasburgo, dove hanno mantenuto a galla una statua raffigurante la Giustizia, evitandone l’affondamento, per denunciare la pericolosità del CETA, l’accordo di libero scambio tra Canada e Ue per il quale sono chiamati a votare oggi i parlamentari europei.

Gli attivisti immersi in acqua, supportati da altri attivisti a bordo di tre gommoni, hanno aperto uno striscione con la scritta “Affondate il CETA, non la Giustizia”, chiedendo ai parlamentari europei di rigettare l’accordo. Secondo Greenpeace e molte altre organizzazioni che si oppongono a questo trattato, il CETA rappresenta una minaccia per la tutela dell’ambiente, la salute pubblica e i diritti sociali.

«Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali», dichiara Federica Ferrario di Greenpeace Italia. «I rappresentanti eletti dell’Italia e degli altri Paesi dell’Ue hanno ancora la possibilità di fermare questo accordo pericoloso e prendere una posizione netta a favore delle persone e dell’ambiente».

Anche se la maggioranza dei parlamentari Ue dovesse votare per l’approvazione del CETA, il trattato dovrebbe comunque passare al vaglio dei parlamenti nazionali e regionali.

Il Belgio sta valutando di chiedere alla Corte di giustizia dell’Unione europea di pronunciarsi sulla legittimità di un controverso sistema di tutela degli investimenti – conosciuto come Investment Court System (ICS) – che grazie al CETA permetterebbe alle multinazionali di citare in giudizio i singoli Stati, ma non consentirebbe il contrario. Se l’ICS non dovesse passare l’esame di legittimità della Corte di giustizia europea, si bloccherebbe l’applicazione del CETA.

L’obiettivo principale del CETA non è solo l’eliminazione delle barriere tariffarie, ma soprattutto la rimozione di ogni ostacolo al commercio e agli investimenti dovuto a norme differenti vigenti in Canada e in Europa. Questa operazione rischia di trasformarsi in un attacco diretto verso gli standard di protezione per persone, diritti e ambiente.

Secondo uno studio indipendente, l’entrata in vigore del CETA causerebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea. Inoltre, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, con l’adozione di questo trattato, nel lungo periodo in Europa si registrerebbe una irrisoria crescita economica compresa tra lo 0,02 e lo 0,03 per cento. In Canada questa percentuale sarebbe invece compresa tra lo 0,18 e lo 0,36 per cento.

 

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Pensiero del 15 del secondo mese

15 del secondo mese

Allora Pietro si avvicinò e disse: “Signore! Quante volte bisogna perdonare mio fratello, che ha peccato contro di me? Fino a sette volte? Gesù fli dice “Non ti dico fino a sette, ma fino a settantavolte.

Matteo 18,21-22

Se hai notato in qualcuno un errore, correggilo con mitezza e mostragli in che cosa abbia sbagliato.  Se il tuo tentativo non riesce, accusa te stesso, o meglio, non accusare nessuno , e continua ad essere mite.

Marco Aurelio

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Amnesty: l’accordo UE-Turchia non deve essere replicato

14.02.2017 Amnesty International

Amnesty: l’accordo UE-Turchia non deve essere replicato

A quasi un anno dalla sua firma, Amnesty International ha ammonito che l’accordo tra Unione europea e Turchia, che ha ridotto migliaia di migranti e rifugiati in condizioni squallide e pericolose, non dev’essere replicato con altri paesi.

L’accordo destinato a rimandare i richiedenti asilo in Turchia sull’assunto che questo paese è sicuro ha lasciato migliaia di persone in condizioni squallide e insicure sulle isole della Grecia e, come denunciato da Amnesty International nel documento “A blueprint for despair. Human rights impact of the Eu-Turkey deal”, ha determinato il rinvio illegale di richiedenti asilo in Turchia in flagrante violazione dei loro diritti umani.

“L’accordo tra Unione europea e Turchia è stato un disastro per le migliaia di persone abbandonate a sé stesse in un limbo pericoloso, disperato e apparentemente senza fine sulle isole greche”, ha dichiarato Gauri van Gulik, vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa.

“È del tutto ipocrita che i leader europei descrivano l’accordo come un successo, mentre chiudono gli occhi di fronte al costo, insopportabilmente alto, pagato da chi ne sta subendo le conseguenze”, ha sottolineato van Gulik.

Ammucchiati nello squallore
Quando l’accordo è entrato in vigore, tutti i migranti e i rifugiati sono stati automaticamente posti in centri di detenzione. Anche se il regime di detenzione non è più applicato rigidamente, coloro che vivono nei campi non possono tuttora lasciare le isole greche e sono costretti a vivere in condizioni squallide per mesi e mesi in campi sovraffollati dove manca l’acqua calda, l’igiene è scarsa, il cibo è insufficiente e le cure mediche sono inadeguate.

Le condizioni sulle isole greche non sono solo degradanti ma pongono la salute fisica e la vita stessa di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in pericolo. La sera del 24 novembre 2016, nel campo di Moria dell’isola di Lesbo, una bombola del gas usata per cucinare è esplosa causando la morte di una donna irachena di 66 anni e di un bimbo di sei anni che viveva nella tenda accanto.

Alle difficoltà causate dalle scarse condizioni di accoglienza si aggiunge il timore degli abitanti delle isole per la loro sicurezza. Le misere condizioni dei campi, l’incertezza che migranti e rifugiati provano per il loro destino e le relazioni non facili con la popolazione locale hanno contribuito ad accrescere la tensione che talora è sfociata in episodi di violenza. Nel campo di Souda dell’isola di Chio i rifugiati hanno subito attacchi motivati da odio.

BKD, un siriano 17enne fuggito da Aleppo, ne ha raccontato uno:
“Quando ci hanno attaccato abbiamo avuto paura e siamo corsi fuori dal campo. La gente urlava, i bambini piangevano. Non abbiamo proprio bisogno di riprovare ancora una volta cose del genere…”

Le donne sono particolarmente esposte alla mancanza di sicurezza sulle isole greche: spesso sono costrette a vivere nei campi insieme agli uomini e a usare le stesse docce e gli stessi servizi igienici. Laddove questi servizi sono disponibili, segnalano la mancanza di porte e illuminazione adeguate. Parecchie donne hanno denunciato di aver subito o aver assistito a offese, aggressioni sessuali e violenza domestica.

Le persone devono andare avanti, non tornare indietro in Turchia
L’assunto centrale dell’accordo, in base al quale ogni persona arrivata irregolarmente in Grecia va rimandata in Turchia, è che questo è un paese sicuro per i richiedenti asilo.

Sebbene formalmente nessun richiedente asilo finora sia stato rimandato dalla Grecia in Turchia con tale motivazione, Amnesty International ha verificato che alcuni richiedenti asilo sono stati espulsi in tutta fretta senza poter presentare richiesta d’asilo o appellarsi contro il primo diniego, in violazione del diritto internazionale.

“Fino a quando la Turchia non sarà un paese sicuro, l’Unione europea dovrà cooperare con le autorità di Atene per trasferire urgentemente i richiedenti asilo dalle isole greche alla terraferma e, attraverso la ricollocazione, verso altri paesi europei”, ha affermato van Gulik.

“Nessuno dovrebbe morire di freddo alle porte dell’Europa. I leader che sostengono che l’accordo con la Turchia potrebbe essere il modello per ulteriori accordi con paesi quali Libia, Sudan, Niger e altri ancora dovrebbero esaminare le orribili conseguenze e sapere che quell’accordo con dovrà essere replicato”, ha concluso van Gulik.

Il documento “A blueprint for despair: human rights impact of the EU-Turkey deal” è online all’indirizzo:

http://www.amnesty.eu/en/news/statements-reports/all/a-blueprint-for-despair-the-eu-turkey-deal-0863/?preview=fjnxwSdf7cjYui2#.WKNHsW_hAnR

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