Meeting Minutes

Meeting Minutes del 12/8/2020

“La prima proposizione (dei quaccheri) ha a che fare col fondamento della conoscenza.    Vedendo che l’altezza di tutta la felicita’ e’ posta nella vera conoscenza di Dio (“questa e’ la vita eterna, conoscere te, l’unico vero Dio, e Gesu’ Cristo, che tu hai mandato”), la comprensione autentica e giusta di questa fondamento e’ cio’ che e’ piu’ necessario conoscere ed in cui e’ piu’ necessario credere in prima istanza.”
Barclays



“Una cosa, tuttavia, è certa: si deve contribuire ad aumentare la scorta di amore su questa terra. Ogni briciola di odio che si aggiunge all’odio esorbitante che già esiste, rende questo mondo più inospitale e invivibile.”
Etty Hillesum


Con Dio non si giunge in un luogo, ma si percorre una via
Dietrich Bonhoeffer

Da Un ponte per Anna Frank:

IO NON DIMENTICO!
Angelo Sed Piazza era nato a Roma nel 1895 (giorno e mese, non mi sono noti), era coniugato con Fiorina Zarfati ed avevano otto figli (tra cui mia madre).
Mio nonno praticava il mestiere di venditore ambulante, precisamente “il ricordaro” o “urtista” (vendeva oggetti religiosi ai turisti nelle vicinanze dei monumenti di Roma).
Con mia nonna abitava in via della Reginella, che è una via del quartiere ebraico, dove c’era il ghetto; è la stessa via dove il 16 ottobre 1943 i nazisti iniziarono la famosa retata degli ebrei romani, da deportare nei vari campi di concentramento e di sterminio, in special modo ad Auschwitz-Birkenau.
Mio nonno (e tutta la sua famiglia), quel giorno maledetto riuscì a salvarsi, e a salvare, appunto, la sua famiglia: riuscirono a scappare da un cortile interno del palazzo dove vivevano.
Passano i giorni, i mesi e mio nonno – in totale clandestinità – la mattina si recava al lavoro (doveva pur sfamare i figli e la moglie, oltre a lui stesso), per cercare di guadagnare qualche soldo (si, proprio qualche soldo, perché all’epoca c’era come moneta, il soldo), con i pochissimi turisti che vi erano a quei tempi, per far mangiare la famiglia, che era composta anche di bambini molto piccoli.
Una mattina, una maledetta mattina (probabilmente era marzo o aprile 1944), mio nonno recandosi al lavoro, come suo solito, si fermò ad un bar in via dè Delfini (nei pressi del ghetto), per prendere un caffè; consumata la bevanda, uscendo dal locale si imbatté in una ronda dei repubblichini fascisti, i quali fermandolo gli chiesero i documenti, che lui, ovviamente, fece finta di aver dimenticato a casa.
Fu la sua condanna!

Lo portarono d un vicino posto di polizia fascista e, dopo vari tentativi di negare che era ebreo, lo portarono al carcere di Regina Coeli.

Da lì, dopo tre o quattro giorni, lo misero su un vagone bestiame diretto ad Auschwitz-Birkenau, passando e facendo transito per qualche giorno a Fossoli (campo di concentramento italiano).

Da Fossoli, riuscì a spedire un paio di lettere, (che credo, sono gelosamente custoditi dai figli rimasti).

Poi…più nulla.

Molto probabilmente, fu subito mandato alla camera a gas, poiché, avendo quasi cinquant’anni ed essendo dolorante (non stava bene, fisicamente), per i nazisti era “inservibile”.
Baruch Dayan Ha-Emet ❤

(P.S. dopo molti anni la famiglia viene a sapere con sicurezza, che il giorno in cui fu preso mio nonno, fu per colpa di una delazione)
MORDECHAI BAR YEKUTIEL

uon compleanno, Jacob Penner (agosto. 12, 1880-Agosto. 28, 1965)! #Mennonite#Comunista#Bookkeeper#Florist#LaborAttivist
Avvocato per un salario minimo. Opponente di coscrizione. Nato a #Ekaterinoslav (ora #Dnipropetrovsk), Ucraina. Jacob era già un rivoluzionario socialista quando è emigrato in Canada nel 1904. Nel 1906 (o nel 1907) ha partecipato ad una riunione al #Winnipeg Radical Club per ascoltare un indirizzo di #EmmaGoldman Qui ha incontrato un immigrata russa di nome Rose Shapack. Sei anni dopo si sono sposati. Jacob è stato fondatore del PD del Canada e fondatore del PD del Canada. Nel 1933 fu eletto al consiglio comunale di Winnipeg (in rappresentanza del nord). Ha servito in quell’ufficio fino al 1960., il figlio di Jacob, Roland, raccontò la storia di suo padre e dei ′′ Penners rossi ′′ nel suo libro ′′ A Glowing Dream: A Memoir ′′ (2007). Seppellito in #BrooksideCemetery Winnipeg.
~ La serie Marginale #Mennonite Society Heroes

Buon compleanno, Lillie Devereux Blake (agosto. 12 dicembre 1833 30, 1913)! #Suffragist#Freethinker#giornalista#docente
Avvocato per i diritti delle donne. Avvocato per la riforma dell’immigrazione. Autore di ′′ Fettered for Life ′′ (1874), sulla complessità della vita delle donne nel XIX secolo. Nato a #Raleigh, Carolina del Nord. Morto a #Englewood New Jersey. Seppellito nel cimitero Union, #Stratford Connecticut.
~ La serie Marginale #Mennonite Society Heroes

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Quali intenzioni ha l’Italia con le armi nucleari? Non andiamo a votare!

11.08.2020 – Lorenzo Poli

Quali intenzioni ha l’Italia con le armi nucleari?
(Foto di US Army)

Dopo che l’Irlanda, la Nigeria e il Niue hanno annunciato di aver ratificato il Trattato di Proibizione delle Armi nucleari, resta da domandarsi il perché ancora oggi l’Italia non l’abbia sottoscritto.

Attualmente l’Italia non produce né possiede armi nucleari ma partecipa al programma di “condivisione nucleare” della NATO. Questo vuol dire che pur non producendole, pur non possedendole, ha sparse sul suo territorio bombe atomiche della NATO.

Non hanno fatto notizia le dichiarazioni di Hans Kristensen della Federation of American Scientists sulla presenza di 40 bombe atomiche statunitensi in Italia. Secondo quanto detto gli Stati Uniti possiedono 150 ordigni nucleari dislocati in Europa e l’Italia rimane il Paese ad aver il primato con il più alto numero di bombe. Inoltre possiede il primato di avere 20 armi nucleari ad Aviano e 20 armi nucleari a Ghedi. Tutte armi su cui lo Stato italiano non esercita alcuna giurisdizione, permettendo alla NATO e agli USA di usufruire arbitrariamente del nostro Paese per qualsiasi progetto militare, esercitazione, spedizione militare d’intelligence e forse, chissà, anche bombardamento.

Stando a quanto detto, queste sarebbe le stime aggiornate, ma non si sa con certezza quante ve ne siano a causa del segreto militare. Ciò che si conosce è che le attuali bombe atomiche presenti hanno una potenza pari alle B61-4, mentre col passare del tempo verranno sostituite da altre ancora più nuove e distruttive come le B61-12, di cui un ordigno, se lanciato a Milano, ha la capacità di eliminare qualsiasi traccia di vita in tutta la Lombardia.

Forse oggi è arrivato il momento di interrogarsi su come sia possibile parlare, spesso in termini retorici, di pace, senza minimamente trattare di temi come il disarmo e di tagli drastici a spese militari. È arrivato il momento di chiedersi cosa significhi per gli Stati europei la nozione giuridica di “sovranità” nel momento in cui si legittima la presenza di truppe militari stranieri su un territorio sovrano. Sono veramente la cooperazione militare, “l’esercito europeo” tanto esaltato, il riarmo nucleare, il potenziamento degli eserciti e il rifornimento illimitato di F35 ed F16 la soluzione del futuro? È ancora possibile, nel XX secolo, salvaguardare una “sicurezza” e una “pace” inesistenti con la “cessione di quote di sovranità” ad organismi internazionali?

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Meeting Minutes

Meeting Minutes del 11-8-2020

” E’ proprio un classico, quando sto lì sdraiata sulla schiena: è come se fossi incollata alla vecchia buona Madre Terra, mentre mi trovo solo su un materasso soffice…è proprio come se fossi in contatto con…già, con che cosa? Con la terra, con il cielo, con Dio, con tutto “

«A che pro Dio ha fornito agli uomini un intelletto e una libera volontà se non ci è neppure concesso, come alcuni dicono, di giudicare se questa guerra che la Germania sta conducendo sia giusta o ingiusta? A cosa serve allora saper distinguere tra bene e male?» (dall’ultima lettera di Franz Jagerstattn memoria

Una questione di vita e di dilemma quacchero
Nel 1863, i Vermonters – Peter Dakin di Bridport, Lindley M. Macomber di Grand Isle, e Cyrus Pringle di Carlotta – si ritrovarono al centro di una battaglia potenzialmente mortale contro l’esercito da poter essere costretti, contro le loro credenze religiose, a servire. Come quaccheri, si erano dedicati al pacifismo, così sostennero di non poter mantenere la fede e prendere le armi. Rifiutare di combattere potrebbe essere stato più pericoloso per gli uomini che arruolarsi – l’esercito li stava minacciando di corte marziali, che potrebbero portare alla carcere e alla possibile esecuzione.

In questa data nel 1732 (11 agosto), la nave ′′ Samuele ′′ arrivò nel porto di #Philadelphia Pennsylvania, da #Rotterdam, con 279 passeggeri a bordo. Tra loro c’era un uomo di 20 anni di nome Michael Dierstein, che si stabilì nella contea di Bucks ed è diventato l’antenato dei #derstini della Pennsylvania orientale. Sulla stessa nave c’erano tre fratelli — Cristiani, Benedetti e Anna Gehman, tutti sui vent’anni — che si stabilirono nella Contea di Berks e nella Contea di Lehigh, diventando gli antenati della maggior parte dei #Gehman della Pennsylvania orientale.
~ La marginale #Mennonite Society Mennonite Series


Buon compleanno, Hunter Pitts ′′ Jack ′′ O ‘ Dell (agosto. 11, 1923-ottobre. 31, 2019)!
Attivista per i diritti civili. Socio stretto di Martin Luther King, Jr. Membro dello staff della Southern Christian Leadership Conference #SCLC Writer for #Freedomways dalla sua fondazione nel 1961 alla chiusura nel 1985. Presidente della #PacificaFoundation (fondatore della pacifica Radio) dal 1977 al 1997. Durante il Anni 1950, Jack era un membro impendente della #FestaMunista (all’epoca il Partito era all’avanguardia delle organizzazioni che lavoravano contro la discriminazione razziale) Nato a Detroit, Michigan. Nella vita successiva ha vissuto a Vancouver, Columbia Britannica, con sua moglie e collega attivista Jane Power.
~ La serie Marginale #Mennonite Society Heroes


Ciao Franca, arrivederci!

Ci congediamo col sorriso da Franca Valeri con una delle sue tante battute vere…


Ne il Vedono, Franca Valeri interpreta Elvira Almiraghi, moglie di Alberto NArdi, interpretato da Sordi. Il film passerà alla storia per quel «Cretinetti» dato da Valeri all’attore ma anche per questa battuta: «Ma vogliamo dire la verità una volta per sempre? Io ho sposato un cretino e me lo tengo. Ognuno ha la sua croce, pazienza»

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Libano. Oltre la verità

Libano. Oltre la verità

10.08.2020 – Patrizia Cecconi

Libano. Oltre la verità
(Foto di youtube.com)

Dopo le terribili esplosioni del 4 agosto al porto di Beirut, i circa 150 morti, 5.000 feriti e 300.000 case distrutte; dopo e durante il dolore e la disperazione dei sopravvissuti; dopo che molti paesi, tra cui l’Italia, e varie espressioni della società civile internazionale si sono mobilitati per fornire sostegno umanitario; dopo le promesse di aiuti “a condizione” offerti con prosopopea pseudo napoleonica dal presidente Macron; dopo le vergognose manifestazioni di gioia da parte di alcuni politici ebrei-israeliani dediti all’odio perfino nella festività ebraica dedicata all’amore (Tu B‘av) come l’ex-deputato Feiglin che ha dato il meglio di sé nel ringraziare Dio per il meraviglioso regalo, cioè la strage di libanesi; dopo aver seguito e valutato le diverse opinioni e convinzioni sulle cause e le responsabilità del disastro, dopo aver attentamente osservato i diversi video delle esplosioni, da alcuni dei quali sembrerebbe che non un errore umano, bensì due missili, abbiano innescato il disastro; dopo aver riflettuto sulle minacce pubblicamente espresse in precedenza da Netanyahu e l’indicazione esatta del luogo che secondo i suoi calcoli conteneva le armi di Hesbollah; dopo le accuse rivolte da qualcuno a Israele e da altri al governo libanese per incuria e negligenza nello stoccaggio di materiale esplosivo anche se destinato all’agricoltura; dopo le accuse a Hesbollah che avrebbe nascosto le sue armi nei magazzini esplosi; dopo tutto questo e durante le manifestazioni antigovernative, in parte spontanee e in parte non si sa, che stanno squassando ulteriormente Beirut (ad oggi oltre 730 feriti e un poliziotto ucciso) e che chiedevano prima le dimissioni e poi la forca per i rappresentanti di un governo ritenuto colpevole dell’attuale disastro oltre che della crisi economica che lo ha preceduto, riteniamo opportuno tenere in sospeso le nostre valutazioni politiche – tanto più che le manifestazioni antigovernative sono trasversali alle varie fazioni, compreso il partito comunista libanese, e molto gradite a Israele e agli Usa – ed ascoltare la voce di qualche persona direttamente  colpita dalla tragedia sebbene fisicamente distante.

L’occasione ce la fornisce una giovane architetta libanese che vive e lavora a Londra. Farle una vera intervista è quasi impossibile perché la ragazza scoppia in lacrime appena inizia a parlare. La zona devastata è quella dove lei è cresciuta e dove la scorsa settimana, poco prima della tragedia, stava tornando per abbracciare i suoi parenti e i suoi amici che non vedeva da un po’. Ha rinviato la partenza per andare a un matrimonio e forse è stata la sua salvezza.

La ragazza chiede di usare un nome di fantasia scelto da lei stessa, quindi la chiameremo Muna. Ha 32 anni e appartiene a una confessione cristiana; la sua famiglia infatti è cattolica sebbene non praticante. In Libano i gruppi religiosi sono numerosi e non si dividono solo tra musulmani sciiti e sunniti o cristiani cattolici e ortodossi, no, sono ben 12 le confessioni musulmane e 6 quelle cristiane e l’equilibrio tra i vari gruppi è dato dalla divisione delle cariche istituzionali tra le diverse confessioni religiose. Vanno male gli atei, ironizzava alcuni anni fa un esponente del partito comunista libanese incontrato a Beirut!

Muna appartiene o forse, dopo il disastro, è più corretto dire apparteneva, a una famiglia benestante di Beirut. Ne è prova la foto della casa meno distrutta tra quelle che mi mostra, in cui è visibile qualche parete ancora in piedi ricca di quadri e icone in mezzo a macerie e mobili rovesciati che fanno pensare agli effetti di un terremoto catastrofico. I suoi amici e le sue amiche che la stavano aspettando per raccontarle dal vivo la situazione insostenibile dovuta alla crisi economica e finanziaria e le conseguenze della rivolta del 17 ottobre contro il governo ora sono tutti senza casa e alcuni di loro non ci sono più. Li hanno portati via le esplosioni, mi dice piangendo.

Lascio che la ragazza si calmi e le chiedo se ha avuto perdite anche nella sua famiglia. Direttamente no, nessuno è morto sotto le esplosioni, ma hanno perso tutto. Poi sua nonna ha avuto un infarto due giorni dopo ed ora non c’è più. Piange ancora Muna. Io non chiedo altro, sarà lei a dire che non sa se il terrore di credersi nuovamente sotto bombardamenti, o il dolore di aver perso alcune persone care, o l’angoscia di un futuro senza più risorse per vivere le abbiano fatto scoppiare il cuore, o se la sua morte sia indipendente dalle esplosioni, ma per lei è un motivo di sofferenza che non può separare dagli altri. Vuole riabbracciare chi è sopravvissuto e piangere insieme sulle persone scomparse. Anche per questo vuole tornare a Beirut e lo farà nei prossimi giorni.

Chiedo a Muna se se la sente di rispondere ancora a qualche domanda e al suo cenno di assenso le chiedo se a suo avviso la rivolta di ottobre e le manifestazioni attuali non abbiano avuto qualche infiltrazione tendente a destabilizzare il paese e indebolire il partito sciita Hesbollah. La ragazza non risponde direttamente a questa domanda, ma torna sul disastro attuale e dice soltanto che lei, i suoi familiari e tutti gli amici con i quali è riuscita a parlare sono sicuri che l’artefice di questo spaventoso evento sia Israele.

Non ha neanche una sola espressione di simpatia verso Hesbollah, quindi la sua convinzione non è di copertura di eventuali responsabilità del partito di Nasrallah. Mi chiede di guardare il video che fornirebbe la prova di quanto afferma, ma ne ho già visti tanti e so che un video può essere anche manipolato e può portare fuori pista in un senso e nell’altro. Le chiedo ancora se esclude una qualche responsabilità di Hesbollah nel cosiddetto incidente, sperando in una sua risposta non evasiva e lei chiarisce che detesta gli Hesbollah per la loro chiusura religiosa, che li considera un elemento negativo nella vita sociale libanese, ma che mai avrebbero distrutto la propria terra. Poi aggiunge che comunque gli Hesbollah sono il nemico giurato di Israele e per Israele far cadere su di loro la colpa del disastro sarebbe una conquista politica così come lo è vedere il Libano in ginocchio per la fame.

Però – le ricordo –  Israele ha declinato ogni responsabilità sulle esplosioni ed è stato tra i primi a offrire aiuti dopo il disastro. Aiuti che il governo, su pressione di Nasrallah, ha rifiutato. Come giudica questo fatto? Muna risponde che avrebbe fatto lo stesso perché l’obiettivo di Israele è mortificare il popolo libanese e affievolirne la dignità, quindi distruggere il Libano dopo aver indebolito o addirittura annientato Hesbollah, che al momento è il suo più agguerrito oppositore, non è una scelta per garantire libertà civili ai libanesi, ma per destabilizzare ulteriormente il paese. Poi aggiunge che “deve essere il popolo libanese a risolvere i suoi problemi interni e non una forza esterna che fin troppo facilmente può sfruttare il giusto malcontento della popolazione.

Le faccio altre due domande e poi la libero della mia presenza perché la sua sofferenza va rispettata e mi sembra di averle già fatto troppa violenza approfittando di una relazione amichevole. Le chiedo se pensa che la conferenza dei donatori riuscirà a porre condizioni (come inizialmente aveva dichiarato Macron) che nei fatti rappresenterebbero la realizzazione del desiderio di Usa e Israele di “addomesticare” il Libano secondo le proprie volontà. La sua risposta è incerta. Mi dice che il malcontento è enorme e secondo lei è dovuto più alla crisi economica che non a ragioni prettamente politiche. Aggiunge che “indirettamente i libanesi subiscono gli effetti delle sanzioni imposte all’Iran da Usa e Israele a causa del legame tra Hesbollah e Iran e che questo può essere agevolmente usato per dirigere il malcontento popolare.”

Sapendo che Muna viene da una famiglia cristiana, come il presidente Michel Aoun, le chiedo cosa pensa di lui e la risposta mi gela. Muna risponde seccamente “a war criminal”, un criminale di guerra. In effetti Aoun molti anni fa, quando Muna non era ancora nata, fu uno dei principali artefici dell’assedio del campo profughi palestinese di Tell el zaatar che si concluse con migliaia di morti.

L’ultima domanda che le faccio è se lei, stando a Beirut, avrebbe partecipato alle manifestazioni di questi giorni contro il governo e contro Hesbollah ritenuti colpevoli diretti o indiretti della catastrofe. Muna risponde che si sarebbe trovata molto a disagio nel non partecipare perché lei non apprezza il governo, ma si sarebbe trovata ancor più a disagio nel partecipare perché avrebbe sentito la sua partecipazione strumentalizzata da chi sostiene il malcontento e lo foraggia per indebolire la sovranità libanese. Inoltre, nella situazione specifica, lei mantiene la sua convinzione che dietro le esplosioni ci sia la zampa sionista.

In conclusione sembra che il Libano, visto con gli occhi di una giovane fino a pochi giorni fa favorita dalla sorte, ma non indifferente ai problemi del suo paese e del suo popolo, sia uno Stato alla deriva e molti sono i soggetti interessati a dirigerne il futuro, a prescindere dal decantato diritto all’auto-determinazione.  Purtroppo nessuna osservazione oggettiva dei fatti può discostarsi da questa conclusione, quale che sia la verità sulle esplosioni del 4 agosto.

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Meeting Minutes

Meeting Minutes del 10/8/2020

“A volte credo di desiderare l’isolamento di un chiostro. Ma dovrò realizzarmi tra gli uomini, e in questo mondo.
E lo farò, malgrado la stanchezza e il senso di ribellione che ogni tanto mi prendono. Prometto di vivere questa vita fino in fondo, di andare avanti…Studierò e cercherò di capire, ma credo che dovrò pur lasciarmi confondere da quel che mi capita e che apparentemente mi svia: mi lascerò sempre confondere, per arrivare forse a una sempre maggior sicurezza.”
Etty Hillesum

E’ un errore grave e fatale se si scambia per religione la stupidità sentimentale. La religione è lavoro, e forse il lavoro più gravoso e certamente più santo che un  uomo possa fare
Dietrich Bonhoeffer

8 AGOSTO 1938 – I PRIMI PRIGIONIERI NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI MAUTHAUSEN!
L’8 agosto 1938, cinque mesi dopo la cosiddetta “annessione“ (“Anschluss”) dell’Austria al Reich, arrivarono a Mauthausen i primi prigionieri provenienti dal Campo di concentramento di Dachau. La ragione decisiva della scelta di costruire il Lager in quel luogo fu la stessa che indusse successivamente alla costruzione del vicino sotto-Campo di Gusen nel 1940: la presenza di cave di granito. Inizialmente i prigionieri furono impiegati nell’edificazione stessa del Lager e nel lavoro forzato presso la “Deutsche Erd- und Steinwerke GmbH”, una ditta di proprietà delle SS che produceva materiale da impiegare per la costruzione degli edifici monumentali e di prestigio della Germania nazista.

Fino al 1943, la funzione prevalente del Lager fu la persecuzione e la reclusione definitiva degli oppositori politici ed ideologici, fossero essi realmente tali o anche solo presunti. Per un certo tempo Mauthausen e Gusen furono gli unici Lager classificati di Categoria III, previsti per “detenuti difficili da recuperare”, il che significava che in quei luoghi le condizioni di reclusione erano durissime. La mortalità era fra le più alte tra tutti i Lager del sistema concentrazionario nazista.

Tra il 1942 e il 1943, come in tutti gli altri Campi di concentramento, i prigionieri vennero in numero sempre maggiore utilizzati nell’industria bellica, e per gestire la quantità di prigionieri, che aumentò notevolmente, nacque l’esigenza di fondare numerosi Campi-satellite. Alla fine del 1942 nei Campi di Mauthausen, di Gusen e nei pochi Campi-satellite si trovavano 14.000 prigionieri, mentre nel marzo del 1945 il numero delle persone detenute a Mauthausen e nei suoi Campi-satellite, che erano aumentati di numero, ammontava ad oltre 84.000.

Dopo la seconda metà del 1944 furono trasportati a Mauthausen migliaia di deportati provenienti soprattutto dai Campi di concentramento ubicati più ad est. Nella primavera del 1945 furono smantellati i Campi-satellite situati ad est di Mauthausen, come anche i Campi per gli ebrei ungheresi costretti al lavoro forzato. Tutti i prigionieri furono convogliati verso Mauthausen/Gusen per mezzo di vere e proprie marce della morte, finendo per provocare uno spaventoso sovraffollamento, nel Campo principale, come anche negli altri sotto-Campi ancora esistenti: Ebensee, Steyr e Gunskirchen. A seguito del sovraffollamento, la fame e le malattie fecero aumentare di colpo la mortalità.

La maggior parte dei deportati presenti a Mauthausen proveniva dalla Polonia, seguiti da cittadini sovietici e ungheresi, ma c’erano anche numerosi gruppi di tedeschi, austriaci, francesi, italiani, jugoslavi e spagnoli. Complessivamente, l’amministrazione delle SS del Lager registrò uomini, donne e bambini provenienti da più di 40 Nazioni. A partire dal Maggio del 1944 arrivò anche un gran numero di ebrei ungheresi e polacchi; per loro, le possibilità di sopravvivere erano le più scarse.

In totale, durante il periodo tra la costruzione del Lager nell’agosto del 1938 e la sua liberazione da parte dell’Esercito americano nel maggio del 1945, a Mauthausen furono deportate quasi 190.000 persone.

Migliaia di prigionieri furono fucilati, o uccisi con iniezioni letali, altri fatti morire di botte, altri ancora di freddo. Almeno 10.200 prigionieri furono assassinati per asfissia, la maggior parte nella Camera a gas nel Campo centrale, altri nel castello di Hartheim, uno dei centri di sterminio del ”Progetto eutanasia”, oppure nel Campo di Gusen, rinchiusi in baracche sigillate o in un autobus che faceva la spola fra Mauthausen e Gusen, nel quale veniva immesso gas velenoso. La maggioranza dei prigionieri dei Lager però, non sopravvisse allo sfruttamento spietato della manodopera, accompagnato da maltrattamenti, denutrizione, mancanza di vestiti adeguati e di cure mediche. In totale, a Mauthausen, Gusen e negli altri Campi-satellite, morirono almeno 90.000 prigionieri, dei quali quasi la metà perì durante i quattro mesi precedenti la liberazione.
Un ponte verso Anne Frank


In memoria


In questa data nel 1550 (9 agosto), una donna #Anabaptista di nome Jater è stata bruciata sul rogo di #Arnhem Paesi Bassi. Aveva circa 40 anni, da #Maastricht (circa 145 km a sud). Ribattezzata a Maastricht intorno al 1542 da Lenaert van IJsenbroeck. Una delle principali accuse contro di lei era che possedeva un libro di #MennoSimons.
~ La marginale #Mennonite Society Anabaptist Executions Serie

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Saint Kitts e Nevis ratifica il trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari in occasione dell’anniversario di Nagasaki

09.08.2020 – Ginevra, Svizzera – International Campaign to Abolish Nuclear Weapons

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Saint Kitts e Nevis ratifica il trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari in occasione dell’anniversario di Nagasaki
Bandiera di Saint Kitts e Nevis

Ad oggi, 9 agosto 2020, sono passati 75 anni dal lancio di una bomba atomica da parte degli Stati Uniti sulla città giapponese di Nagasaki, attacco che costò la vita a più di 74.000 giapponesi e che ha lasciato degli strascichi anche sulle generazioni successive. Per onorare le vittime e i superstiti di quell’orribile offensiva, lo stato caraibico di Saint Christopher e Nevis ha ratificato il Trattato sulla Proibizione delle armi nucleari in occasione di questo significativo anniversario.

Sono in tutti 44 le nazioni che sono finora diventate parti di questo rivoluzionario accordo sul disarmo, negoziato e adottato dalle Nazioni Unite nel 2017. Il Trattato vieta categoricamente le armi nucleari e delinea un quadro legislativo nell’ambito del quale le stesse possano essere eliminate. È sufficiente che altri sei paesi lo ratifichino per permetterne l’entrata in vigore.

La ratifica di Saint Christopher e Nevis arriva in seguito a quelle dell’Irlanda, della Nigeria e del Niue del 6 agosto, giorno in cui si è commemorato l’attacco contro Hiroshima. Tutte insieme queste ratifiche segnalano l’impegno preso da queste nazioni per garantire che nessun’altra città debba mai soffrire lo stesso destino di Hiroshima e Nagasaki.

Mark Brantley, il ministro degli esteri dello stato caraibico, oggi ha detto: “Il lancio delle bombe atomiche su Nagasaki ha rappresentato l’acme della crudeltà umana, dell’assenza di umanità. In qualità di stato che si prodiga per la pace nel mondo, il nostro stato non riesce a individuare nessuna ragione plausibile per cui si debba ricorrere alle armi nucleari nel mondo odierno. Speriamo che tutte le nazioni lavorino per la pace e il rispetto reciproco per tutta l’umanità.”

Nei mesi che hanno preceduto questi importanti anniversari, i sopravvissuti, conosciuti come gli “hikabusha”, hanno lanciato un appello a tutti i capi di governo e di stato a livello mondiale affinché ratificassero il Trattato per l’abolizione delle armi nucleari, sostenendo che si tratti di un passo fondamentale che tutti i paesi possono e devono fare per contribuire all’eliminazione delle armi nucleari.

Quello di Saint Christopher e Nevis è diventato l’ottavo membro della comunità caraibica a ratificare il Trattato per la Proibizione delle armi nucleari dopo Guyana, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Trinidad e Tobago, Dominica, Antigua e Barbuda e Belize. La sua decisione è quella di aiutare a rafforzare le norme globali contro le peggiori armi di distruzione di massa.

Il ruolo giocato dalle nazioni caraibiche nel permettere che questo trattato diventasse realtà non è stato irrilevante, visto che hanno avvertito il mondo che delle armi nucleari creerebbero uno “stato di insicurezza” e potrebbero essere causa di un dolore indicibile per l’umanità. L’anno scorso 10 paesi caraibici si sono riunite a Guyana per discutere dell’urgente necessità di un’azione ben coadiuvata a livello regionale per far sì che il trattato entri velocemente in vigore.

Traduzione dall’inglese di Emanuele Tranchetti. Revisione: Silvia Nocera

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Meeting Minutes domenicale

Meeting Minutes domenicale

Oggi il nostro pensiero ebraico è rivolto alla scomparsa dell’attrice Franca Valeri, Dama di gran croce dell’Ordine al merito della Repubbblica Italiana e Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte.
Siamo addolorati della perdita immensa di una antifascista meravigliosa.

“Dio vorrebbe che noi capissimo la tenerezza e l’intensità con cui ci cerca. Egli ci invita ad affidare i nostri conflitti alla sua comprensione, le nostre sofferenze al suo amore, le nostre ferite alla sua capacità di guarire, la nostra debolezza alla sua forza, il nostro vuoto alla sua pienezza. Egli non ha mai deluso chi si è affidato a lui. «Quelli che lo guardano sono illuminati, nei loro volti non c’è delusione» (Salmo 34: 5).
Dobbiamo rischiare di dire anche delle cose opinabili, se davvero vogliamo suscitare questioni di importanza vitale
Dietrich Bonhoeffer

In memoria

In questa data nel 1550 (9 agosto), una donna #Anabaptista di nome Jater è stata bruciata sul rogo di #Arnhem Paesi Bassi. Aveva circa 40 anni, da #Maastricht (circa 145 km a sud). Ribattezzata a Maastricht intorno al 1542 da Lenaert van IJsenbroeck. Una delle principali accuse contro di lei era che possedeva un libro di #MennoSimons.
~ La marginale #Mennonite Society Anabaptist Executions Serie



In questa data nel 1544 (9 agosto), Joriaen Ketel è stato decapitato in Piazza Brink in #Deventer Olanda. È stato un #anabattista Ribattizzato nel 1533. All’inizio Joriaen è stato seguace del rivoluzionario leader anabattista Jan van Batenburg. Dopo la morte di Batenburg nel 1538, è diventato seguace e socio stretto del leader anabattista olandese David Joris. La moglie di Joriaen, Elsken, fu giustiziata ad Utrecht nel 1539. (Immagine: #BrinkSquare Deventer, luogo di molte esecuzioni pubbliche. Non è vero
~ La marginale #Mennonite Society Anabaptist Executions Serie.


In questa data nel 1540 (9 agosto), Claes Dircxzn Mug è stato eseguito dall’impiccagione ad #Amsterdam Paesi Bassi. Era un rivoluzionario #Anabattista dal villaggio di #Benschop (a circa 50 chilometri a sud). Foto: #DamSquare, sito di molte esecuzioni pubbliche.
~ La marginale #Mennonite Society Anabaptist Executions Serie.


Buon compleanno


Buon 84° compleanno, Satish Kumar (nato agosto. 9, 1936)!
#Pacifist. Ex monaco di #Jain. Avvocato del disarmo nucleare. Editore della rivista ′′ Resurgence & Ecologist Fondatore dello Schumacher College, nel Devon, in Inghilterra, che offre corsi e gradi legati all’ecologia. Autore di ′′ No Destination: Autobiografia di un pellegrino ′′ (1992), tra le altre opere. Nato a Dungargarh, Rajasthan, India.
~ La serie Marginale #Mennonite Society Heroes.

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6 agosto: Il giorno del massacro nucleare

08.08.2020 – Serdar Değirmencioğlu

Quest’articolo è disponibile anche in: Turco

6 agosto: Il giorno del massacro nucleare

Sono trascorsi 75 anni da quando una bomba atomica è stata lanciata su Hiroshima. Non si può certamente dire che il significato di questo giorno sia stato sufficientemente compreso da parte della Turchia o del mondo, in generale. Basta guardare i titoli dei giornali del 6 agosto. La maggior parte dei titoli sottolinea il fatto che sia “la prima bomba atomica”. L’enfasi non è ancora sulla sofferenza delle persone, ma sul lancio della bomba.

Altro? Bomba che ha “cambiato la storia”, bomba che ha dato la “fine alla guerra”, ecc. Il discorso usato dopo i primi 75 anni di utilizzo della bomba atomica riflette un pregiudizio incredibile. È come se fosse raccontata una storia di successo. Nel mondo soffiano ancora  i venti del militarismo, non di pace. Ci sono milioni di persone che credono che la guerra sia finita con la bomba atomica e che la pace sia arrivata. 

Per i pacifisti, le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki subito dopo non sono state né necessarie né giustificate. L’opinione che l’uso di bombe atomiche sia inaccettabile non è infondata. Al contrario, si possono citare molte fonti solide. Uno di questi è il lavoro di Tsuyoshi Hasegawa. Un’intervista con Hasegawa dell’anno scorso riassume questi studi.

Nell’intervista, Hasegawa afferma che i due punti di vista particolarmente comuni negli Stati Uniti sono sbagliati. Primo, l’amministrazione americana a quel tempo non aveva altra scelta e chiunque fosse stato al posto del  presidente Truman, avrebbe optato per la stessa opzione. Il secondo è che le bombe atomiche svolsero la funzione prevista e obbigarono il Giappone a arrendersi. Hasegawa sottolinea che queste opinioni sono leggende e vengono utilizzate per giustificare i massacri nucleari e ridurre l’importanza dell’Unione Sovietica.

La prima opinione è sbagliata perché in realtà ci sono altre due opzioni. L’amministrazione americana sapeva che era necessaria un’operazione militare terrestre affinché il Giappone si arrendesse alla fine del 1944, e ciò avrebbe potuto avere successo solo se l’Unione Sovietica avesse bloccato le forze giapponesi in Cina e Corea. Il presidente Franklin Roosevelt pensava di aver ottenuto questo sostegno alla Conferenza di Jalta. Tuttavia, l’amministrazione americana, che aveva visto sviluppi positivi nella guerra in corso, stava cambiando la decisione; Truman, in sostituzione di Roosevelt, si stava dirigendo verso una strategia per porre fine alla guerra senza il sostegno dell’Unione Sovietica, con l’obiettivo di prevenire l’Unione Sovietica in Asia.

Un’altra opzione importante era quella di rinunciare alla richiesta che il Giappone si arrenda incondizionatamente. La resa incondizionata,  costantemente sottolineata durante il periodo di Roosevelt, aveva un altro significato in Giappone. Si pensava che il santo imperatore sarebbe stato portato al tribunale di guerra e inviato a morte come criminale. Per evitare ciò,  ogni soldato deve resistere fino alla fine. L’amministrazione di Truman sa benissimo che intraprendere un’operazione militare terrestre senza rinunciare alla resa incondizionata comporterà enormi perdite, ma non smette di chiedere una resa incondizionata.

Come soluzione alla difficile situazione che ne risulta, viene messo in atto il massacro nucleare. Se la resa incondizionata fosse stataabbandonata, o se l’Unione Sovietica fosse stata coinvolta contro il Giappone, sarebbe stato possibile evitare i massacri nucleari a Hiroshima e Nagasaki.

Le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e subito dopo su Nagasaki non erano un successo ma un massacro. Le armi nucleari non erano né necessarie né giustificate. Ora è possibile leggere sui giornali degli Stati Uniti che l’uso di bombe atomiche è inaccettabile. Oggi il mondo è pieno di armi nucleari. Come se non ci fossero abbastanza armi nucleari a Incirlik, i sostenitori del regime e del militarismo stanno facendo propaganda sulle “armi nucleari locali”. La propaganda nucleare non finisce mai.

Oggi è il 6 agosto. Quel terribile giorno in cui le masse furono improvvisamente massacrate. Perciò è il giorno del massacro nucleare. Le armi nucleari potrebbero porre fine al mondo in qualsiasi momento. È giunto ormai il tempo di sbarazzarsi del nucleare. Prima che sia troppo tardi…

(traduzione di Gul Ince Beqo)

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Meeting Minutes

Meeting Minutes del 8/8/2020, dedicata a Leo e ai vostri gatti di compagnia ma anche ai randagi

” La nostra crescita dovrebbe far si che i momenti buoni della nostra vita e lo sviluppo interiore vincano le pressioni e le minacce quotidiane “
Etty Hillesum

La parola della Bibbia , che il timore di Dio è l’inizio della sapienza, vuol dire che l’intima liberazione dell’uomo verso la vita responsabile davanti a Dio è il solo effettivo superamento della stupidità
Dietrich Bonhoeffer


Buon compleanno, Robert Holbrook Smith (noto anche come ′′ Dottor Bob ′′) (agosto. 8, 1879-novembre. 16, 1950)!
#Medico Co-fondatore (con Bill Wilson) di #AlcolistiAnonimi
La data di sobrietà di Bob — 10 giugno 1935 — è riconosciuta come data della fondazione degli A.A. Nato a San Giovanni, Vermont. Morto ad Akron, Ohio. Seppellito nel cimitero della pace del Monte, Akron. (Foto: Dr. Bob e Bill W. Non è vero
~ La serie Marginale #Mennonite Society Heroes.

In memoria

In questa data nel 1573 (7 agosto), Adriaen de Hoedemaker e Mattheus Keuse sono stati bruciati sul rogo di #Bruges Belgio. Erano #Anabaptisti (#MartiriMirror dà erroneamente l’anno 1574; vedi pp. 992-993). Adriaen era un cappellino per commercio, 21 anni. Venne ribattezzato intorno al 1572 da Paulus van Meenen. Poco dopo il suo ribattesimo, Adriaen fu imprigionato per un anno a #Gand ma rilasciato dopo aver ritrattato. In seguito è stato ricatturato. Mattheus era sartoriale per commercio. (Foto: piazza del mercato di Bruges e belfry. Non è vero
~ La marginale #Mennonite Society Anabaptist Executions Serie.


Ricordiamo le parole di un mio professore (ero suo uditore del corso di ebraico biblico) e un amico di Conferenze a Milano prima della sua scomparsa.

Preghiera e idea di Dio

di Paolo De Benedetti (anche lui amante dei gatti)

“I cieli narrano la gloria di Dio”: questa è una bella storia ed è vero. Il fatto, però, che i cieli narrino la gloria di Dio non significa ‘preghiera’. Significa, possiamo dire, ‘una maniera di contemplare il creato’.

In realtà, la preghiera deve arrivare a qualcuno che sente ed ha diritto ad una risposta.

E’ quindi qualche cosa che deve anche cambiare l’idea tradizionale che noi abbiamo di Dio.

Preghiera (ebraica) come culto

C’è, poi, un’altra forma di preghiera di cui parleremo dopo. Per ora la definisco solamente: la preghiera di Dio all’uomo. Anche questa non è fatta di parole, è fatta di domande

Tra questi due estremi, si muove la preghiera intesa nel senso più comune, vale a dire come culto.

Qui abbiamo quella grande tradizione di preghiera che è rappresentata dai Salmi e non solo.

Voi sapete che nell’Antico Testamento ci sono preghiere anche fuori dei Salmi: pensate, ad esempio, alla preghiera di Salomone quando è stato dedicato il tempio; al cantico di Anna, che è il modello del Magnificat, quando lei, che era sterile, sa di aspettare un bambino; il cantico di Debora che è la più antica forma orante di tutta la Bibbia; le preghiere che ci sono nei Profeti…

Due ‘piste’ della preghiera

La vita religiosa dell’antico Israele, in realtà, era composta di due ‘piste’:

– una è la salita a Dio, cioè rendersi conto che Dio è il mio ‘Tu’ e parlare a Dio. (si dice che nell’ebraismo non si deve parlare ‘di’ Dio, ma si deve parlare ‘a’ Dio e ascoltare Dio che parla);

– l’altra è ricevere la parola di Dio.

Queste due piste, in un certo senso, non sono distinte perché la vera preghiera ebraica non è fatta di parole innalzate a Dio, ma di parole che Dio ci ha detto. Come un ritorno, dunque.

Il fumo profumato dei sacrifici

Inoltre, fino all’anno 70 della nostra era, c’era un’altra forma di culto: i sacrifici.

Non è un caso che nella liturgia quotidiana ebraica ci sia una formula che dice:

Le parole delle nostre labbra sostituiscono i sacrifici.

Nelle forme più antiche della Bibbia – per esempio quando Noè fa un sacrificio dopo il diluvio – si dice che Dio gode del profumo del sacrificio. Questa è un’immagine molto arcaica della divinità che viene dalla mitologia babilonese. In seguito, al posto di questo fumo profumato che sale su, c’è la preghiera. Tra il grido e la preghiera di Dio, nello spazio intermedio, c’è la preghiera, che è l’essenza del culto.

Comunità orante e devozione individuale

Bisogna dire che nella liturgia ebraica c’è una cosa abbastanza importante: non esiste, come invece accade nel cristianesimo, una differenza sostanziale tra gli atti liturgici formali – diremmo la liturgia nella chiesa, nella sinagoga – e la devozione individuale.

Ogni ebreo pio – mattino, pomeriggio e sera o almeno mattina e sera – dice per conto suo le cose che si dicono nella sinagoga.

Non ci sono le preghiere dell’officiante e le preghiere di casa: è la stessa comunità di preghiera che si manifesta sia dove c’è una comunità concreta sia dove c’è invece il singolo.

Questa identità fa sì che, in fondo, non ci sia un’enorme differenza tra la sinagoga e la casa, tra la comunità orante e la famiglia.

L’insieme delle preghiere rappresenta perciò il filo rosso che tiene legato, nello spazio e nel tempo, l’ebreo (le preghiere s’imparano dalla mamma, anche nel cristianesimo, almeno ai miei tempi); il filo rosso, dunque, che tiene legate le generazioni. Nelle nostre famiglie ebraiche, ad esempio, ci sono i libri di preghiera del nonno, del bisnonno: sono tutti trattati malissimo perché si aveva con questi un’enorme confidenza, per cui nei risvolti di copertina ho trovato, nei vecchi libri appunto, conti, insolenze di un bambino verso un altro e cose di questo genere, in ebraico, ma anche in italiano o addirittura in dialetto.

La preghiera rappresenta questo filo rosso, ma rappresenta anche – e questo è importantissimo – la consacrazione della quotidianità.

Certo, quando vado in sinagoga e prego, specialmente nelle grandi feste, sono concentrato. La forma della distrazione è diversa rispetto a quella che vediamo nelle chiese: penso che nelle chiese, almeno nella mia esperienza, si dorma qualche volta; nelle sinagoghe, invece, si vagabonda, di va a trovare gli amici, si gira di qua e di là. Ogni tanto l’officiante deve battere forte sulla tribuna…

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Nel 2020 le alluvioni hanno portato alla fuga oltre 650.000 somali

07.08.2020 – UNHCR

Nel 2020 le alluvioni hanno portato alla fuga oltre 650.000 somali
(Foto di millecanali.it)

Più di 150.000 somali sono stati costretti a fuggire dalle proprie case dalla fine di giugno, di cui circa 23.000 solo nell’ultima settimana, a causa di improvvise inondazioni fluviali nelle regioni meridionali della Somalia. Secondo una rapida stima, le comunità di Hirshabelle e del Sud Ovest risultano essere tra le più colpite. Il 2020 è stato caratterizzato da gravi inondazioni che hanno causato lo spostamento di oltre 650.000 persone in tutto il Paese.

Molti dei nuovi sfollati vivono ora in rifugi improvvisati e sovraffollati, costruiti con vecchi vestiti, sacchetti di plastica, cartoni e bastoni in luoghi già inadeguati per gli sfollati interni. Tali rifugi forniscono scarsa protezione dalle intemperie e lasciano le famiglie esposte ad un maggior rischio di essere vittime di crimini, come rapine e stupri.

Le scorte di cibo sono scarse e molti sono gli affamati, con una crescente malnutrizione tra i bambini, a maggior rischio di morire di fame. In alcune aree, i prodotti alimentari di base, in particolare il latte e la verdura, hanno visto aumentare il prezzo tra il 20 e il 50 per cento.

Le condizioni sanitarie e l’accesso alle cure mediche sono scarsi. I partner in ambito sanitario avvertono del rischio di contrarre diarrea, malattie trasmesse da vettori, infezioni delle vie respiratorie e altre malattie trasmissibili che si diffondono rapidamente tra la popolazione sfollata. Sebbene non siano stati segnalati gravi focolai di COVID-19, i test rimangono estremamente limitati, e la congestione e le scarse condizioni igieniche sono fattori di rischio per una trasmissione diffusa.

L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha fornito a migliaia di famiglie colpite beni di prima necessità come coperte, taniche e teli di plastica, oltre che riparo e denaro contante. Le distribuzioni continueranno nei prossimi giorni e settimane, raggiungendo un totale di circa 70.000 tra le persone che stanno affrontando le piu’ gravi situazioni di vulnerabilità, tra cui donne, famiglie di donne con bambini, disabili, anziani, malati e membri vulnerabili della comunità ospitante.

L’assistenza dell’UNHCR sta raggiungendo alcune delle regioni più colpite tra cui Benadir, la regione del Sud Ovest, Hirshabelle, Jubbaland, Puntland e Galmudug. Il governo federale della Somalia ha attuato una risposta alle inondazioni, stanziando nelle ultime settimane 500.000 dollari per far fronte alle inondazioni nell’aerea sud-occidentale del Paese. Nonostante questi interventi, tuttavia, è necessario un maggiore sostegno umanitario per affrontare le insicurezze relative a cibo, acqua, servizi igienici, rifugi di emergenza e servizi sanitari.

Un numero maggiore di persone rischia di essere sfollato poiché le inondazioni potrebbero continuare in alcune regioni. Secondo l’ultimo rapporto consultivo sulle inondazioni redatto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), i livelli delle acque del fiume Shabelle continueranno a salire a causa delle forti piogge.

Le ultime inondazioni presentano un modello preoccupante, secondo cui le condizioni meteorologiche estreme stanno aumentando in frequenza e intensità. Prima di giugno 2020, inondazioni improvvise e fluviali causate da piogge stagionali hanno sfollato oltre 450.000 persone nel Paese. Con le inondazioni del 2018 e del 2019 che hanno causato rispettivamente 281.000 e 416.000 sfollati, i dati relativi agli sfollamenti dovuti a inondazioni mostrano un trend in aumento di anno in anno. Le ricorrenti emergenze climatiche della Somalia hanno un impatto devastante sulle comunità che dipendono fortemente dall’agricoltura e dal bestiame per il sostentamento.

Le crescenti inondazioni e i conseguenti sfollamenti avvengono sullo sfondo della lotta in corso in Somalia per limitare la diffusione del COVID-19, che ha un impatto sproporzionato sui più vulnerabili, compresi gli sfollati. Il governo della Somalia, l’UNHCR e i partner umanitari continuano a lavorare negli insediamenti di sfollati in tutto il Paese per fornire sia agli abitanti che alle comunità di accoglienza vulnerabili attrezzature mediche, dispositivi di protezione individuale, supporto igienico-sanitario e assistenza in denaro. L’UNHCR sollecita i proprietari terrieri nel Paese a sostenere, in queste circostanze estremamente difficili, una moratoria sugli sfratti.

La comunità internazionale deve sostenere urgentemente gli sforzi legati alle operazioni di soccorso. Finora l’UNHCR ha ricevuto solo il 33% dei 15,44 milioni di dollari necessari per le sue attività umanitarie in Somalia, per il supporto di circa 2,6 milioni di sfollati interni e 30.000 rifugiati e richiedenti asilo ospitati nel paese.

 Per maggiori informazioni:

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