pensiero del 22 del sesto mese

22 del sesto mese

Come le guardie attentamente custodiscono la fortezza, la custodiscono attorno le mura e dentro , così occorre ben sorvegliarsi, senza mai perdersi di vista; chi si perde di vista anche un solo minuto in tutta la vita, subito si trova sulla strada degli inferi

Dhammapada

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Alfonso Di Stefano: i movimenti contro la guerra e contro il razzismo sono complementari

17.07.2018 Pressenza Berlin

Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco

Alfonso Di Stefano: i movimenti contro la guerra e contro il razzismo sono complementari
(Foto di Comitato di base NO MUOS – NO SIGONELLA Catania)

Alfonso Di Stefano è membro del comitato di base di No Muos – No Sigonella e fa parte del più ampio movimento No M.U.O.S. in Sicilia. Nel quadro della settimana d’azione “Stop Air Base Ramstein” ha partecipato come uno dei ospiti provenienti da 12 paesi all’incontro internazionale contro le basi militari straniere nella Chiesa della Riconciliazione di Kaiserslautern.

In questa intervista Di Stefano parla della protesta contro le basi militari americane in Italia, della crescente xenofobia e del perché i movimenti contro la guerra e contro il razzismo sono complementari.

Perché sei venuto dalla Sicilia qui a Ramstein?

È stata una grande opportunità quella che ci è stata data dagli organizzatori di questa assemblea e soprattutto della manifestazione di domani contro la base di Ramstein, perché appunto noi in Sicilia resistiamo da anni.

Personalmente seguo la base di Sigonella dai tempi della lotta contro gli Euromissili a Comiso dagli anni 82 / 83 fino a oggi, che poi ha dato luogo alla Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, che fu lanciata nel marzo 2003 quando iniziò il secondo intervento di guerra in Iraq. Riuscimmo a battezzare diciamo questa campagna con una manifestazione di ben 15 mila persone attorno alla base più grande del Mediterraneo.

Purtroppo appunto da allora fino a ora la base si è espansa sempre più, sta diventando o è diventata la capitale mondiale dei droni. È da pochi giorni di dominio pubblico, dopo che il governo italiano ha riconosciuto che operano nella base di Sigonella i droni armati Reaper e Predator, però l’ha saputo nel gennaio 2016. È notizia di pochi giorni che invece è stato riconosciuto dagli Stati Uniti che degli attacchi che hanno devastato la Libia dal marzo 2011, la stragrande maggioranza è partita proprio dalla base di Sigonella, 550 attacchi.

Quindi tenendo conto che gli effetti collaterali di questi interventi chirurgici sono la morte di centinaia o migliaia di civili, conosciamo le responsabilità che l’Italia ha avuto in questi anni, però all’oscuro del Parlamento, che neanche sa appunto gli interventi che sono partiti da lì. Noi ci tenevamo molto a una relazione con la resistenza che si sta esprimendo da anni anche qui a Ramstein proprio per costruire delle relazioni internazionali con tutti i movimenti NoWar e NoBasi.

Quali sono le tue speranze? Cosa ti aspetti come risultato da questa conferenza? Come proseguire?

Ho appreso con molto piacere che ci si dà appuntamento a Dublino a novembre proprio per costruire delle relazioni europee. Noi vogliamo dare il nostro contributo anche portando l’esperienza che si è costruita in dieci anni di lotte e di manifestazioni che abbiamo fatto a Niscemi, però poi ci serve soprattutto lo stimolo di confrontarci con altre esperienze di resistenza.

Io ho avuto modo appunto di accennare al ruolo diciamo di guerra e di morte quotidiana che c’è sia a Sigonella, sia con la messa in funzione del M.U.O.S. e sia anche con l’attività del porto nucleare di Augusta, sono tutte diramazioni del cancro originario della militarizzazione della Sicilia che è l’esistenza della base di Sigonella, operativa dal ’59.

Alfonso Di Stefano del Comitato No Muos

Quindi stiamo celebrando 70 anni di micidiale presenza di questa base. In più in questi giorni si vede sempre più come la base di Sigonella dia un supporto non solo logistico, ma anche militare, con il volo degli Hyper (velivoli con o senza pilota) per contribuire alle operazioni EunavForMed. E ora temiamo con Themis la seconda parte di questo intervento, che fa parte della presenza dell’agenzia Frontex, che dal giugno 2016 ha trasferita la sua sede operativa proprio a Catania. Temiamo che Sigonella contribuisca anche alle nuove politiche di guerra contro i migranti della fortezza Europa.

Nell’opinione pubblica in Italia, ti augureresti che la protesta fosse un tema? Com’è l’opinione pubblica in generale?

L’opinione pubblica purtroppo oscilla, si fa manipolare dagli effetti devastanti che i media hanno avuto nell’amplificare la propaganda xenofoba del neo-ministro Salvini.

Per cui se si parla purtroppo anche in Sicilia con le persone si pensa che c’è in corso un’invasione dei migranti, un’emergenza che non si può sostenere. Ora diciamo che già dall’operazione Mare Nostrum, lanciata subito dopo la tragedia del 3 ottobre e del 11 ottobre 2013, è iniziato il processo di militarizzazione dei nostri mari. Solo che l’operazione Mare Nostrum nei fatti favorì un po’ l’ingresso di migranti. Non era necessario ancora il ricorso all’uso della forza per prendere le impronte digitali. E da allora c’è stata un’escalation razzista che ha accecato l’opinione pubblica e che però crea consensi elettorali alle forze che oggi ci governano.

Per cui ora il nemico principale non è la guardia costiera libica, i lager libici finanziati con i soldi dei cittadini italiani per evitare di costruire gli hotspot in Italia. Quindi ora la diatriba fra governi europei è dove costruiamo i carceri etnici, nel sud dell’Europa o nel nord dell’Africa, esternalizzando così le frontiere europee nel Nordafrica.

Il problema è che non ci devono essere carceri per chi non commette un reato; bisogna garantire la libera circolazione. Non riusciamo a capire perché chi è nato nella parte giusta del pianeta si può costruire un progetto di vita per migliorare il proprio futuro girando il mondo, mentre chi è nato dalla parte sbagliata deve essere criminalizzato.

La cosa più vergognosa è che proprio da Catania parte l’offensiva iniziata già un anno e mezzo fa da parte del procuratore per criminalizzare le preziose attività di salvataggio di donne, uomini e bambini da parte delle ONG delle navi umanitarie.

Ora assistiamo in tutti i telegiornali a un tiro al piccione concentrato contro le ONG delle navi umanitarie definite dalla ministro Salvini “voraci”. Voraci di che? Di umanità? Ed infatti stanno regalando altre dieci motovedette alla guardia costiera libica per impedire le partenze. Così si stanno calpestando tutti i trattati internazionali e quindi assistiamo al naufragio dei diritti da parte della fortezza Europa.

Pensi che il governo tedesco abbia un ruolo, una responsabilità particolare?

Tutti i governi sono responsabili, chi più e chi meno. Siamo appunto per i diritti umani, il diritto d’asilo in tutto il pianeta, per cui il problema non è se uno è un po’ meno razzista, il problema è che dobbiamo cacciare via il razzismo. È quello che abbiamo anche accennato nell’intervento e si sta discutendo proprio oggi. I movimenti contro la guerra e contro il razzismo sono complementari, cioè non capiamo la differenziazione.

Un movimento NoWar antimilitarista deve riuscire a coniugarsi con chi si batte per i diritti alla libera circolazione dei migranti e viceversa. Perché per poter giustificare le politiche di guerra i governi europei hanno bisogno di attizzare la guerra fra poveri per costruire il consenso sociale.

Però nella guerra fra poveri chi vince sono sempre gli sfruttatori e quindi o si costruisce la solidarietà fra tutti i popoli oppressi e sfruttati oppure nei fatti prevale la xenofobia e il razzismo dei penultimi contro gli ultimi arrivati.

Cosa succederà nel prossimo futuro?

Faremo un campeggio No M.U.O.S. a Caltagirone, in Sicilia, dal 2 al 5 agosto, con una manifestazione nazionale il 4 agosto. Volevo anche ricordare che avremo come ospiti dal 16 al 20 luglio 250 – 300 attivisti di movimenti antirazzisti e antimilitaristi spagnoli della Caravana  abriendo fronteras. Sono intervenuti in Spagna, a Calais, nell’isola di Lesbo e ci tenevano a venire in Sicilia proprio perché la Sicilia è un avamposto delle guerre delle basi Usa-Nato e frontiera sud della fortezza Europa. Quindi prima della manifestazione nazionale del 4 agosto, abbiamo questo importante appuntamento per ospitare in Sicilia nei vari luoghi delle frontiere interne e della militarizzazione anche questa delegazione di spagnoli, che ci danno certamente forza e incoraggiamento a proseguire la nostra lotta. No M.U.O.S. fino alla vittoria!

Intervista da Reto Thumiger e Gaëlle Smedts

 

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Alfonso Di Stefano: i movimenti contro la guerra e contro il razzismo sono complementari

17.07.2018 Pressenza Berlin

Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco

Alfonso Di Stefano: i movimenti contro la guerra e contro il razzismo sono complementari
(Foto di Comitato di base NO MUOS – NO SIGONELLA Catania)

Alfonso Di Stefano è membro del comitato di base di No Muos – No Sigonella e fa parte del più ampio movimento No M.U.O.S. in Sicilia. Nel quadro della settimana d’azione “Stop Air Base Ramstein” ha partecipato come uno dei ospiti provenienti da 12 paesi all’incontro internazionale contro le basi militari straniere nella Chiesa della Riconciliazione di Kaiserslautern.

In questa intervista Di Stefano parla della protesta contro le basi militari americane in Italia, della crescente xenofobia e del perché i movimenti contro la guerra e contro il razzismo sono complementari.

Perché sei venuto dalla Sicilia qui a Ramstein?

È stata una grande opportunità quella che ci è stata data dagli organizzatori di questa assemblea e soprattutto della manifestazione di domani contro la base di Ramstein, perché appunto noi in Sicilia resistiamo da anni.

Personalmente seguo la base di Sigonella dai tempi della lotta contro gli Euromissili a Comiso dagli anni 82 / 83 fino a oggi, che poi ha dato luogo alla Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, che fu lanciata nel marzo 2003 quando iniziò il secondo intervento di guerra in Iraq. Riuscimmo a battezzare diciamo questa campagna con una manifestazione di ben 15 mila persone attorno alla base più grande del Mediterraneo.

Purtroppo appunto da allora fino a ora la base si è espansa sempre più, sta diventando o è diventata la capitale mondiale dei droni. È da pochi giorni di dominio pubblico, dopo che il governo italiano ha riconosciuto che operano nella base di Sigonella i droni armati Reaper e Predator, però l’ha saputo nel gennaio 2016. È notizia di pochi giorni che invece è stato riconosciuto dagli Stati Uniti che degli attacchi che hanno devastato la Libia dal marzo 2011, la stragrande maggioranza è partita proprio dalla base di Sigonella, 550 attacchi.

Quindi tenendo conto che gli effetti collaterali di questi interventi chirurgici sono la morte di centinaia o migliaia di civili, conosciamo le responsabilità che l’Italia ha avuto in questi anni, però all’oscuro del Parlamento, che neanche sa appunto gli interventi che sono partiti da lì. Noi ci tenevamo molto a una relazione con la resistenza che si sta esprimendo da anni anche qui a Ramstein proprio per costruire delle relazioni internazionali con tutti i movimenti NoWar e NoBasi.

Quali sono le tue speranze? Cosa ti aspetti come risultato da questa conferenza? Come proseguire?

Ho appreso con molto piacere che ci si dà appuntamento a Dublino a novembre proprio per costruire delle relazioni europee. Noi vogliamo dare il nostro contributo anche portando l’esperienza che si è costruita in dieci anni di lotte e di manifestazioni che abbiamo fatto a Niscemi, però poi ci serve soprattutto lo stimolo di confrontarci con altre esperienze di resistenza.

Io ho avuto modo appunto di accennare al ruolo diciamo di guerra e di morte quotidiana che c’è sia a Sigonella, sia con la messa in funzione del M.U.O.S. e sia anche con l’attività del porto nucleare di Augusta, sono tutte diramazioni del cancro originario della militarizzazione della Sicilia che è l’esistenza della base di Sigonella, operativa dal ’59.

Alfonso Di Stefano del Comitato No Muos

Quindi stiamo celebrando 70 anni di micidiale presenza di questa base. In più in questi giorni si vede sempre più come la base di Sigonella dia un supporto non solo logistico, ma anche militare, con il volo degli Hyper (velivoli con o senza pilota) per contribuire alle operazioni EunavForMed. E ora temiamo con Themis la seconda parte di questo intervento, che fa parte della presenza dell’agenzia Frontex, che dal giugno 2016 ha trasferita la sua sede operativa proprio a Catania. Temiamo che Sigonella contribuisca anche alle nuove politiche di guerra contro i migranti della fortezza Europa.

Nell’opinione pubblica in Italia, ti augureresti che la protesta fosse un tema? Com’è l’opinione pubblica in generale?

L’opinione pubblica purtroppo oscilla, si fa manipolare dagli effetti devastanti che i media hanno avuto nell’amplificare la propaganda xenofoba del neo-ministro Salvini.

Per cui se si parla purtroppo anche in Sicilia con le persone si pensa che c’è in corso un’invasione dei migranti, un’emergenza che non si può sostenere. Ora diciamo che già dall’operazione Mare Nostrum, lanciata subito dopo la tragedia del 3 ottobre e del 11 ottobre 2013, è iniziato il processo di militarizzazione dei nostri mari. Solo che l’operazione Mare Nostrum nei fatti favorì un po’ l’ingresso di migranti. Non era necessario ancora il ricorso all’uso della forza per prendere le impronte digitali. E da allora c’è stata un’escalation razzista che ha accecato l’opinione pubblica e che però crea consensi elettorali alle forze che oggi ci governano.

Per cui ora il nemico principale non è la guardia costiera libica, i lager libici finanziati con i soldi dei cittadini italiani per evitare di costruire gli hotspot in Italia. Quindi ora la diatriba fra governi europei è dove costruiamo i carceri etnici, nel sud dell’Europa o nel nord dell’Africa, esternalizzando così le frontiere europee nel Nordafrica.

Il problema è che non ci devono essere carceri per chi non commette un reato; bisogna garantire la libera circolazione. Non riusciamo a capire perché chi è nato nella parte giusta del pianeta si può costruire un progetto di vita per migliorare il proprio futuro girando il mondo, mentre chi è nato dalla parte sbagliata deve essere criminalizzato.

La cosa più vergognosa è che proprio da Catania parte l’offensiva iniziata già un anno e mezzo fa da parte del procuratore per criminalizzare le preziose attività di salvataggio di donne, uomini e bambini da parte delle ONG delle navi umanitarie.

Ora assistiamo in tutti i telegiornali a un tiro al piccione concentrato contro le ONG delle navi umanitarie definite dalla ministro Salvini “voraci”. Voraci di che? Di umanità? Ed infatti stanno regalando altre dieci motovedette alla guardia costiera libica per impedire le partenze. Così si stanno calpestando tutti i trattati internazionali e quindi assistiamo al naufragio dei diritti da parte della fortezza Europa.

Pensi che il governo tedesco abbia un ruolo, una responsabilità particolare?

Tutti i governi sono responsabili, chi più e chi meno. Siamo appunto per i diritti umani, il diritto d’asilo in tutto il pianeta, per cui il problema non è se uno è un po’ meno razzista, il problema è che dobbiamo cacciare via il razzismo. È quello che abbiamo anche accennato nell’intervento e si sta discutendo proprio oggi. I movimenti contro la guerra e contro il razzismo sono complementari, cioè non capiamo la differenziazione.

Un movimento NoWar antimilitarista deve riuscire a coniugarsi con chi si batte per i diritti alla libera circolazione dei migranti e viceversa. Perché per poter giustificare le politiche di guerra i governi europei hanno bisogno di attizzare la guerra fra poveri per costruire il consenso sociale.

Però nella guerra fra poveri chi vince sono sempre gli sfruttatori e quindi o si costruisce la solidarietà fra tutti i popoli oppressi e sfruttati oppure nei fatti prevale la xenofobia e il razzismo dei penultimi contro gli ultimi arrivati.

Cosa succederà nel prossimo futuro?

Faremo un campeggio No M.U.O.S. a Caltagirone, in Sicilia, dal 2 al 5 agosto, con una manifestazione nazionale il 4 agosto. Volevo anche ricordare che avremo come ospiti dal 16 al 20 luglio 250 – 300 attivisti di movimenti antirazzisti e antimilitaristi spagnoli della Caravana  abriendo fronteras. Sono intervenuti in Spagna, a Calais, nell’isola di Lesbo e ci tenevano a venire in Sicilia proprio perché la Sicilia è un avamposto delle guerre delle basi Usa-Nato e frontiera sud della fortezza Europa. Quindi prima della manifestazione nazionale del 4 agosto, abbiamo questo importante appuntamento per ospitare in Sicilia nei vari luoghi delle frontiere interne e della militarizzazione anche questa delegazione di spagnoli, che ci danno certamente forza e incoraggiamento a proseguire la nostra lotta. No M.U.O.S. fino alla vittoria!

Intervista da Reto Thumiger e Gaëlle Smedts

 

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Seoul, per la prima volta la Corte suprema libera un obiettore di coscienza

16.07.2018 Unimondo

Seoul, per la prima volta la Corte suprema libera un obiettore di coscienza
(Foto di Asianews)

Per la prima volta, la Corte suprema rilascia un obiettore di coscienza su cauzione. Lo annuncia oggi l’organo giudiziario stesso, riportando una sentenza del 6 luglio che segue la linea imposta dall’ultima decisione della Corte costituzionale: i giovani sudcoreani hanno diritto ad un’alternativa civile al servizio militare.

Kim, 23 anni, era stato condannato a 18 mesi di carcere da un tribunale inferiore perché rifiutava l’esercito per motivi religiosi. Il suo è uno dei numerosi casi di obiettori di coscienza: secondo la legge sudcoreana, tutti i giovani uomini sani sono obbligati a servire nell’esercito per due anni. Il rifiuto è punibile con una pena fino a tre anni di carcere. Sin dagli anni ’50, circa 19mila coscritti sono stati arrestati e incarcerati, in genere con una pena a 18 mesi di prigione. Lo scorso 28 giugno, la Corte costituzionale ha dato un ultimatum al governo di Seoul: dovrà modificare la normativa in vigore entro la fine dell’anno prossimo e fornire ai giovani un’alternativa civile.

La Corte suprema è chiamata a prendere una decisione definitiva su questo e gli altri casi pendenti. In passato, l’autorità giudiziaria ha rappresentato la linea dura della giustizia sudcoreana, ribaltando in condanne numerose assoluzioni decise da tribunali inferiori.

Da Asianews.it

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Inviata a tutti i parlamentari la proposta di IALANA affinché l’Italia firmi il TPAN

14.07.2018 Redazione Italia

Inviata a tutti i parlamentari la proposta di IALANA affinché l’Italia firmi il TPAN

In occasione del primo anniversario dell’adozione da parte dell’ONU del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari il Coordinamento di Associazioni di ICAN in Italia ha provveduto a inviare ad ogni parlamentare la Proposta di Legge elaborata da IALANA affinché l’Italia firmi e ratifichi il Trattato, contribuiendo così alla sue entrata in vigore, per la quel necessitano un minimo di 50 ratifiche.

Questa è stata la prima azione pubblica del Coordinamento costituitosi il 7 di Luglio scorso. L’azione continuerà con azioni di sensibilizzazione presso le varie sedi istituzionali affinché la Proposta di Legge venga calendarizzata, discussa e approvata.

Il testo della Proposta è disponibile sul sito del Coordinamento a questo link:

https://www.coordinamentoicanitalia.org/wp-content/uploads/2018/07/proposta-di-legge-per-firma-TPAN-IALANA.pdf

 

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«No Borders». Iniziativa al confine italo-francese

13.07.2018 Melting Pot Europa

«No Borders». Iniziativa al confine italo-francese

E domani la manifestazione “Ventimiglia città aperta”, per il permesso di soggiorno europeo e il diritto alla mobilità umana.

Decine di attivisti/e si sono diretti questo pomeriggio al confine italo-francese nel corso della prima giornata di mobilitazione lanciata dal Progetto 20K per la libertà di movimento degli esseri umani e il permesso di soggiorno europeo. Mobilitazione che si concluderà domani, con una manifestazione a Ventimiglia per la quale si prevedono arrivi da diverse città italiane, e non solo.

La frontiera “bassa” era militarizzata già dalle prime ore della mattina, di fronte all’annunciato tentativo di border crossing. Controlli a tappeto e traffico rallentato, schieramenti di polizia sia francese che italiana. Il clima di tensione era palpabile anche nella città di Ventimiglia con un dispiegamento massivo di forze dell’ordine e identificazioni dei solidali.

Nonostante questo, il corteo ha avanzato in maniera compatta fino a pochi metri dal blocco messo in atto dalle forze dell’ordine. Tende, giubbotti di salvataggio e una gigantesca scritta “no border” fatta a pochi passi da uno dei confini più militarizzati d’Europa rappresentano un segnale non solo per il governo italiano e quello francese, ma per l’intera Unione Europea, complice della carneficina che si sta compiendo nel Mar Mediterraneo e del trattamento disumano ricevuto dai migranti nei lager libici.

All’indomani del vertice dei ministri dell’interno dell’Ue, tenutosi a Innsbruck, che ha confermato la volontà europea di bloccare i flussi migratori e di rivedere al ribasso le già carenti politiche di accoglienza, l’iniziativa di oggi mira ad aprire uno spazio pubblico che rivendica il diritto a migrare, all’accoglienza, a una cittadinanza universale fatta di diritti e reddito.

La manifestazione di domani attraversando la città di Ventimiglia ribadirà il fatto che esistono ancora tante persone in grado di opporsi con forza a quelle politiche che respingono ai confini migliaia di donne, uomini e bambini, lasciando transitare liberamente merci e capitali.

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Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”

12.07.2018 Pressenza London

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Greco

Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”
(Foto di Stop Trump Coalition / Screengrab tramite Common Dreams)

Di Jake Johnson, cronista per Common Dreams

Mentre “la vergognosa farsa del governo” del Primo Ministro del Regno Unito Theresa May   continuava il suo lento crollo lunedì con le dimissioni del ministro degli esteri Boris Johnson, le autorità britanniche si affrettavano a prepararsi per le proteste “senza precedenti” contro l’imminente visita del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump organizzando una grande mobilitazione della polizia, mirata a contenere quello che gli organizzatori hanno soprannominato “Il Carnevale della Resistenza.”

Centinaia di migliaia di britannici scenderanno in strada a livello nazionale venerdì in segno di protesta contro Trump, che dovrebbe arrivare nel Regno Unito giovedì sera. Ci si aspetta che le proteste, durante le quali un pupazzo gonfiabile con le sembianze di Trump alto circa 6 metri sorvolerà Londra, siano così estese che i funzionari della Casa Bianca hanno rivelato i loro timori che Trump, ossessionato dalla folla, possa prendersela con i suoi ospiti britannici.

Dobbiamo mostrare al mondo ciò che milioni di persone in questo paese pensano del fanatismo e dell’odio che Trump rappresenta,ha dichiarato lunedì al TIME Owen Jones, un editorialista del Guardian che ha contribuito a organizzare le manifestazioni anti-Trump. “Abbiamo assistito all’ascesa dell’estrema destra in Gran Bretagna e in Europa e l’unica lezione che dovremmo imparare dalla storia è che quando i razzisti e l’estrema destra si mobilitano, si reagisce, non li si lascia marciare e salire al potere.”

Secondo il Sunday Times, i funzionari della Casa Bianca stanno pianificando di fare tutto il possibile per “proteggere” Trump dalle manifestazioni, mantenendo un programma molto ben dettagliato, ma questo sarà difficile, perché i britannici hanno organizzato delle enormi manifestazioni nelle principali città del paese.

Parlando con il Guardian lunedì, un capo della polizia ha affermato che il dispiegamento di forze richiesto dal governo per contenere le manifestazioni di massa era al livello che sarebbe stato necessario “se Londra stesse bruciando.”

“Donald Trump ama atteggiarsi a duro a livello internazionale, ma sembra che sia troppo spaventato per affrontare i manifestanti a Londra” ha dichiarato il gruppo Stand Up to Trump, alludendo ai piani del presidente degli Stati Uniti di tenersi alla larga dalle strade della capitale. “Se questo fosse vero, sarebbe già una grande vittoria per i manifestanti.”

La Coalizione Stop Trump – un gruppo di organizzazioni che hanno svolto un ruolo importante nella pianificazione delle azioni a livello nazionale –ha fornito una mappa delle proteste che il team di Trump tenterà di evitare.

Dopo aver appreso che il governo sta lavorando per un’imponente presenza della polizia alle manifestazioni, Amnesty International ha ammonito le autorità britanniche perché non tentino di limitare  la libertà di espressione nel tentativo di “tranquillizzare i visitatori.”

Allan Hogarth, responsabile della politica di Amnesty International U.K., ha affermato che la visita di Trump è una “grande opportunità per il Regno Unito di dimostrare che la protesta pacifica è una componente essenziale di una società libera ed equa, non qualcosa da zittire perché può causare un imbarazzo politico.”

Riconoscendo che Trump deve “essere sconfitto principalmente negli Stati Uniti,” Sam Lund-Harket, l’organizzatore di Global Justice Now, ha scritto in un post sul blog che i progressisti del Regno Unito hanno il compito di mostrare solidarietà ai loro alleati americani, scendendo in strada numerosi per denunciare il programma distruttivo e carico di odio del presidente.

“Con Theresa May come Primo Ministro, il Regno Unito è un alleato fondamentale di Trump, quindi è importante che non possa comparire senza incontrare un’opposizione significativa,” ha concluso Lund-Harket. “Fortunatamente, decine di migliaia di persone, se non centinaia di migliaia, invaderanno Londra venerdì 13 luglio per manifestare contro di lui.”

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani

 

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Ergastolo: il Parlamento prenda atto della sentenza della Corte Costituzionale

11.07.2018 Associazione Antigone

Ergastolo: il Parlamento prenda atto della sentenza della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale con la sentenza numero 149 depositata in data odierna ha dichiarato che è incostituzionale negare i benefici ad alcune categorie di detenuti ergastolani. “Nella sentenza – si legge nel comunicato ufficiale – la Corte ha censurato il rigido automatismo stabilito dalla legge penitenziaria, che impediva al giudice di valutare i progressi compiuti da ciascun condannato, sacrificando così del tutto la funzione rieducativa della pena sull’altare di altre, pur legittime, funzioni”.

La sentenza sottolinea, in particolare, come siano incompatibili con il vigente assetto costituzionale norme “che precludano in modo assoluto, per un arco temporale assai esteso, l’accesso ai benefici penitenziari a particolari categorie di condannati (…) in ragione soltanto della particolare gravità del reato commesso, ovvero dell’esigenza di lanciare un robusto segnale di deterrenza nei confronti della generalità dei consociati”; ed evidenzia come le conclusioni da essa raggiunte siano coerenti con gli insegnamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui gli Stati hanno l’obbligo “di consentire sempre che il condannato alla pena perpetua possa espiare la propria colpa, reinserendosi nella società dopo aver scontato una parte della propria pena”.

“Si tratta – dichiara Patrizio Gonnella (Antigone) – di una sentenza di importanza enorme che erode l’ergastolo ostativo. E’ un colpo al populismo penale. Speriamo sia capito. C’è ancora tempo, fino al 3 agosto, per approvare la riforma dell’ordinamento penitenziario pendente alle Camere. Una riforma ben più timida rispetto alle parole e alla decisione della Consulta, che ringraziamo sentitamente. La Costituzione non può essere evocata ad anni, a settimane o a giorni alterni”.

Andrea Oleandri
Ufficio Stampa Associazione Antigone

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Sulla sinistra “rossobruna”

10.07.2018 Redazione Italia

Sulla sinistra “rossobruna”

di Carlo Galli 

Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare. La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.

Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori. La giustizia sociale era un obiettivo raggiungibile solo se si lasciava che il mercato svolgesse la propria funzione di generare la crescita complessiva della società: la politica era solo un accompagnamento di processi di sviluppo in realtà autonomi. Gli inconvenienti del mercato si dovevano correggere nel mercato. Sono state le sinistre a introdurre il neoliberismo in Europa: Blair, Delors, Mitterand, Schroeder, Andreatta, D’Alema, Bersani. La sinistra storica divenne così un partito radicale di massa, schiacciato sulle logiche dell’establishment e sulla sua gestione, impegnato – senza esagerare – sui diritti umani e civili visti come sostitutivi dei diritti sociali. Una sinistra dei ceti abbienti e cosmopoliti, incapace di interrogare radicalmente i modelli economici vigenti, le strutture produttive e le loro contraddizioni.

La critica alle storture, alle disuguaglianze, alla subalternità del lavoro, che invece si manifestarono nelle società occidentali soprattutto a partire dalla Grande crisi del 2008, e alla logica deflattiva dell’euro ordoliberista – con cui l’Europa volle giocare la propria partita nel mondo globale –, fu lasciata alle sinistre radicali (Tsipras, Corbin, Mélenchon, e negli Usa Sanders), generose ma anche confusionarie, e per ora minoritarie, e ai movimenti populisti e sovranisti spesso di destra, che oggi intercettano il bisogno di protezione e di sicurezza di gran parte dei cittadini. Che sono preoccupati per la propria precarietà economica, per il declassamento sociale e per i migranti, visti come problema di ordine pubblico ma anche come competitori per le scarsissime risorse che lo Stato destina all’assistenza e al welfare. Le destre politiche approfittano, come sempre, dei disastri provocati dalle destre economiche (e dalle sinistre che hanno dimenticato se stesse).

Mentre la sinistra deride e insulta gli avversari politici, grida al fascismo fuori tempo e fuori luogo (banalizzando una tragedia storica), e di fatto nega i problemi reali rispondendo alle ansie dei cittadini con prediche moralistiche e con la proposta di dare a Balotelli la maglia di capitano della nazionale, come segno anti-razzista, la destra politica e i populisti quei problemi li riconoscono e ne approfittano. Naturalmente, la interpretazione che ne danno è più che discutibile: i migranti e la casta (bersagli dei populisti e delle destre) non sono i principali responsabili della crisi e della disgregazione che ha colpito il Paese. Ma almeno queste forze anti-establishment porgono ascolto ai cittadini, che infatti li votano, mentre non votano le sinistre, che fanno sterile e superficiale pedagogia mainstream, e che ora scoprono con stupore di essere confinate nei quartieri alti, mentre nelle periferie degradate il proletariato e i ceti medi impoveriti – che ancora esistono, nonostante le analisi di sociologi non troppo perspicaci – votano destre e populisti.

In questo contesto, i sovranisti di sinistra (che non si possono definire “rosso-bruni”, che vuol dire “nazi-comunisti” – ed è un po’ troppo –) cercano di recuperare il tempo e lo spazio perduti dalle sinistre liberal e globaliste. Cercano insomma di sottrarre la protesta sociale alle destre, e tornano così allo Stato, nella consapevolezza che senza rimettere le mani su questo e sulla sovranità – che è un concetto democratico, presente nella nostra Costituzione, e che di per sé non implica per nulla xenofobia e autoritarismo – non ci si può aspettare alcuna soluzione dei nostri problemi, che non verrà certo da quelle potenze sovranazionali che li hanno creati (naturalmente, esistono forti responsabilità anche interne del nostro Paese, che andranno affrontate). Ovviamente è una strategia rischiosa, non garantita, forse anti-storica (ma lo Stato, in ogni caso, è ancora il protagonista della politica mondiale); e, altrettanto ovviamente, facendo ciò le sinistre sovraniste sposano, entro certi limiti, gli argomenti della destra, e ne condividono i nemici (la sinistra moderata – mondialista e europeista –, e il capitale globale). Ma se la sinistra sovranista sa fare il proprio mestiere riesce a distaccarsi chiaramente dalla destra politica perché è in grado di dimostrare che questa dà a problemi veri risposte parziali, illusorie e superficiali: la destra va sfidata non sui migranti, ma sulle politiche del lavoro; non sui vitalizi, ma sulla critica della forma attuale del capitalismo; non sull’euro, ma sulla capacità del Paese di non essere l’ultima ruota del traballante carro europeo; non sul nazionalismo, ma su un’idea non gerarchica di Europa. La sinistra sovranista – che è meglio definire radicale – ha il compito di dimostrare che destre e populismi sono l’altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione che dicono di combattere; che sono apparentemente alternativi ma che in realtà ne sono subalterni.

Siamo alla fine del ciclo democratico e progressivo apertosi con la vittoria sul fascismo: una fine sopraggiunta dapprima nelle strutture economiche, e ora nel pensiero e nella pratica politica. In campo, duramente contrapposte ma complementari, ci sono establishment e anti-establishment: due destre, una economica (a cui è di fatto alleata la ex-sinistra liberal) e l’altra politica, l’una moderata e l’altra estrema. Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità, la radicalità dell’analisi; il suo compito è dimostrare che il cleavage destra/sinistra esiste ancora, ma è nascosto, e complesso. E che per il bene di tutti lo si deve fare riaffiorare.

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Chi sono veramente i poveri in Italia?

10.07.2018 Il Cambiamento

Chi sono veramente i poveri in Italia?
(Foto di Il Cambiamento)

Articolo di Paolo Ermani

L’Istat ha diffuso dati secodo cui in Italia ci sono 5 milioni di poveri, ma suddivisi tra “assoluti” e “relativi”. Ma che vuol dire poveri relativi e assoluti? O si è poveri o non lo si è. Dividere in due categorie la povertà ha l’obiettivo comunque di catalogare più persone possibili secondo il parametro dei soldi che possono spendere.

La povertà relativa è sostanzialmente la non possibilità di poter spendere quello che una persona spende mediamente secondo parametri standard del tutto aleatori. Quindi se la persona che rientra nella media acquista cose superflue o spreca i suoi soldi e io non lo faccio, io rientro automaticamente nella categoria dei poveri, relativi o assoluti che siano. Immaginiamo che io autoproduca una grossa parte del cibo e dell’energia che consumo  e che lavori e guadagni quello che mi basta per sopperire al resto delle spese. Va da sé che avrò bisogno di pochi soldi per vivere, perché mi autoproduco già molto del necessario. Ma secondo l’Istat se vivo con meno di 826 euro al nord e 560 euro al sud rientro addirittura nella categoria di povertà assoluta, anche se non lo sono affatto. Andrebbe dunque ridimensionato non solo il dato dei cosiddetti poveri, ma anche il concetto stesso di povertà utilizzato quando si confeziona questo tipo di statistiche.

Ci sono sempre più persone che scelgono di vivere fuori dalle città in paesi medio piccoli e meno costosi,  che scelgono di condividere, lavorare meno, guadagnare meno, spendere meno, non sprecare e vivere più sobriamente perché hanno deciso che stare dentro la ruota del criceto per comprare quello che dice la pubblicità è una grande balla non più credibile. E magari hanno anche valutato che rimanere in città infernali, dove è difficile fare autoproduzione e i costi sono altissimi, non è l’idea migliore.  Proprio queste persone, solo per le loro scelte di sobrietà e intelligenza, sono entrate nelle famose soglie di povertà senza assolutamente esservi realmente. E’ evidente che guardare solo alle spese che sostiene un individuo non può essere un parametro attendibile, da nessun punto di vista. Anche perché gli sprechi di una famiglia media italiana sono elevati; quindi, già riducendo quelli, ci si avvicina alla cosiddetta soglia fittizia di povertà.

I dati dell’Istat sulla povertà sono probabilmente inattendibili e forse i “poveri” sono anche leggermente aumentati dallo scorso anno perché magari più gente autoproduce, ha smesso di lavorare a tempo pieno per ritrovarsi alla pensione e chiedersi che cavolo ha fatto nella vita, e quindi ha scelto di lavorare part time e vive dignitosamente lo stesso; eppure, secondo i parametri, è automaticamente povero.

Ci sono ormai moltissimi progetti di vita e organizzazioni diverse: cohousing, ecovillaggi, comunità intenzionali, sostegno reciproco, scambio di beni e servizi non in denaro, progetti dove le persone scelgono di condividere alcune spese, vivere senza sprechi e dandosi una mano. Automaticamente, riducendo le spese ovvero gli sprechi, possono permettersi di lavorare meno. Per l’Istat tutte le persone che fanno scelte simili, scelte e non rinunce, sono in povertà relativa o assoluta. Va da sé che mettere queste persone nel calderone della povertà non ha senso alcuno. Se infatti si ragiona su parametri e valori ben diversi da quelli esclusivamente monetari, ci si imbatterà in persone come David Bonanni  che vive con poche centinaia di euro al mese e non è affatto povero e nemmeno misero; ha semplicemente scelto di fare una vita diversa dal rincorrere la crescita del PIL. E secondo i dati ISTAT Bonanni cosa sarebbe? Al di sotto pure della povertà assoluta? Cioè un indigente? Andatelo a trovare e vedrete se le cose stanno come vorrebbe l’Istat. Allora, sarebbe un povero assoluto anche Simone Perotti, che mediamente vive con spese mensili fra i sette e gli ottocento euro? Per chi lo conosce si può dire tutto tranne che sia persona che fa la fame o che gira l’Italia con un saio, a piedi nudi e chiedendo l’elemosina. Semplicemente sono anche loro fra le tante persone che non corrono più dentro la ruota del criceto e pensano che lo scopo della vita non si basi sull’acquisto compulsivo ma su tanti altri valori e relazioni non mediate dai soldi.

Inoltre quello che ci dovrebbe spiegare l’Istat è se i dati della presunta povertà facciano riferimento anche ai redditi delle persone. Vengono per caso calcolate pure le persone che dichiarano redditi zero o ridicoli anche se hanno una gioielleria o la Ferrari in giardino? E di gente del genere l’Italia è molto fornita. Anche questi personaggi sono catalogati come poveri assoluti o relativi? Perché se fosse così, allora la fotografia sarebbe ben diversa.

Sgombriamo il campo dagli equivoci o dalle possibili speculazioni e farneticazioni di chi pensa o urla che mezza Italia fa la fila alla Caritas: la miseria (che è cosa ben diversa dalla povertà) in Italia esiste ed è un fattore sul quale assolutamente intervenire per dare mezzi e aiuto a chi è in condizioni difficili. Qui non si sta dicendo che persone in difficoltà in Italia non ci siano, così come avviene in qualsiasi paese a capitalismo avanzato che esclude quelli che non riescono ad aumentare costantemente il livello di giri della ruota da criceti. Ce ne sono eccome, ma spesso sono vittime della logica per la quale “esisti se guadagni e consumi senza porti alcuna domanda”. E se improvvisamente non mantieni più il ritmo o hai qualche rovescio e comunque rimani dentro alla società dell’individualismo sfrenato, da quella stessa società sarai posto ai margini fino alle estreme conseguenze. Ad oggi scegliere di vivere e supportare un sistema dove i soldi sono tutto, è il miglior modo per cadere in miseria a causa di qualche sfortuna, anche perché chi utilizza gli altri, in caso di disgrazia o in vecchiaia, si trova probabilmente da solo ed ecco spiegati i casi di manager o gente ricca che a causa di rovesci si sono ritrovati per davvero a fare la fila alla Caritas. Una società che non è solidale, dove la comunità è distrutta,  nelle città formicaio, povertà o miseria sono molto più probabili. Laddove la comunità è forte e si sostiene, dove le persone non hanno bisogno di guadagnare chissà cosa, ricevono gratificazione, supporto e beni materiali in maniera più semplice e forte che non nella società delle vetrine.

Altro elemento fuorviante è quello dell’Istat che pensa alla vita dignitosa o “standard di vita minimamente accettabile” in base a quello che ci si può comprare. Io allargherei il discorso della dignità e ci metterei anche parametri diversi. Cosa significa davvero fare una vita dignitosa? E’ dignitosa la vita di chi si ammazza di lavoro trascurando il compagno o la compagna e i figli, per poi comprare le stupidaggini che impone la pubblicità? E’ dignitosa la vita di chi lavora in posti che affamano e mandano in miseria altra gente? E’ dignitosa la vita di chi inquina l’ambiente? E’ dignitosa la vita di chi pensa solo a fregare il prossimo e fare carriera sgomitando e facendo le scarpe a tutti? Avranno magari soldi queste persone per non rientrare nella falsa categoria dei poveri, ma non fanno una vita dignitosa e hanno una miseria altrettanto terribile di quella materiale, cioè quella dell’animo.

Ma chi è veramente povero? Come disse l’ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica  citando Seneca  “Povero è colui che ha bisogno di tanto”.

Se ho poco ma per me quel poco basta, non sono povero, a prescindere da quello che dice l’Istat.

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Salsa di pomodoro “SfruttaZero”, un progetto di denuncia, solidarietà e speranza

09.07.2018 Anna Polo

Salsa di pomodoro “SfruttaZero”, un progetto di denuncia, solidarietà e speranza
(Foto di Ela Francone)

Nella Puglia dove imperversano capolarato e sfruttamento, un gruppo di giovani italiani e migranti ha dato vita a un’esperienza straordinaria, restituendo un significato positivo a un simbolo locale quale il pomodoro. Ne parliamo con Graziana dell’associazione Solidaria (Bari), che si occupa della comunicazione, della distribuzione della Salsa SfruttaZero e partecipa alla fase collettiva della trasformazione.

Che cosa vi ha spinto a lanciare questo progetto coraggioso?

Per comprendere cosa ci abbia spinto a dar vita SfruttaZero bisogna fare qualche passo indietro. SfruttaZero infatti è un progetto che nasce a Bari nel 2014 dall’associazione Solidaria e che dal 2015 viene condiviso con l’associazione Diritti a Sud (Nardò), ma è frutto di un percorso più lungo. Un percorso che ha inizio nel 2008 con il sostegno da parte di nativi/e alle rivendicazioni di rifugiati politici e richiedenti per il diritto ai documenti, all’accoglienza, all’abitare attraverso pratiche di solidarietà dal basso – sportello di orientamento legale e sanitario, corsi di italiano, riappropriazione a scopo abitativo di immobili pubblici abbandonati – per approdare alla costruzione di esperienze di mutualismo e lavoro collettivo cooperativistico in cui protagonisti sono lavoratori e lavoratrici migranti e nativi assieme.

In una regione come la Puglia, tristemente nota per il fenomeno del caporalato e per le condizioni al limite della schiavitù che ogni estate subiscono braccianti agricoli, in gran parte migranti, abbiamo pensato di ridare significato positivo ad un simbolo della nostra terra, qual è il pomodoro, producendo salsa di pomodoro all’interno di una filiera agroalimentare completamente “fuori mercato” e per l’appunto a sfruttamento zero. Nel rispetto dunque di chi ci lavora e della terra, in cui tutti e tutte vengono dignitosamente retribuiti e partecipano in maniera orizzontale ai processi decisionali, dimostrando che lavorare senza padroni e senza essere schiavi è possibile.

SfruttaZero è un progetto che vuole rivendicare il diritto a un lavoro e a un reddito fuori dalle logiche dello sfruttamento e della precarietà e che contemporaneamente denuncia il fenomeno del caporalato, mettendo in luce come questo sia un anello di una lunga catena di sfruttamento che si estende lungo tutta la filiera agroalimentare – dalle campagne sino al settore della logistica e distribuzione – a causa dei prezzi imposti dalla Grande Distribuzione Organizzata per mere ragioni di profitto e delle leggi a protezione della GDO.

Inoltre abbiamo pensato che SfruttaZero potesse essere una risposta bella e concreta alle crescenti pulsioni razziste che contrappongono lavoratori italiani a quelli  stranieri, alimentate appositamente da chi vuole farci credere che l’”immigrato” sia la causa di ogni male. Noi invece pensiamo che un modo per provare a ribaltare questo sistema di oppressione e uscire da una condizione di subalternità sia sostenersi reciprocamente, essere assieme nelle lotte e nelle rivendicazioni, mettere in campo una solidarietà reciproca in grado di rispondere ai bisogni concreti e alle condizioni materiali di vita per tutti, nativi e migranti. Occorre essere uniti e solidali, ribaltare questo immaginario falso e tossico. Il “nemico” è un altro, è chi specula e crea profitto sulle nostre vite.

Quante persone sono coinvolte al momento?

Al momento tra Bari e Nardò sono coinvolte circa quaranta persone, impiegate nelle diverse fasi del processo produttivo: agricolo, distributivo, trasformativo, amministrativo e comunicativo.

Che piani avete per il futuro?

Continuare a produrre salsa di pomodoro, avviando magari anche altre produzioni agroalimentari. L’obiettivo principale resta sempre e comunque quello di rendere questo progetto solido e duraturo nel tempo, affinché sia in grado di rispondere alle esigenze materiali di vita e ai desideri di chi vi partecipa. Al momento siamo ancora tutti impegnati in altri lavori precari e vorremmo che questo potesse diventare il nostro lavoro.

Pensiamo che tutto ciò possa avvenire rafforzando l’intera filiera produttiva sino ad oggi realizzata e la rete di relazioni solidali che in questi anni abbiamo costruito.

SfruttaZero nel tempo è diventato un progetto sempre più partecipato e condiviso. A Bari, ad esempio, coltiviamo i pomodori e li trasformiamo assieme ad Ortocircuito – il primo orto sociale urbano della città, che nasce come progetto della masseria didattica “Masseria dei Monelli” (Conversano) – e agli e alle abitanti di Villa Roth – un’esperienza di autogestione a scopo abitativo, frutto di una vertenza da parti di rifugiati politici cui è seguita un’assegnazione da parte del Comune di Bari e in cui attualmente vivono assieme italiani e africani.

Sia a Bari che a Nardò curiamo l’intero processo produttivo, dalla coltivazione dei pomodori seguendo i principi dall’agro-ecologia sino alla distribuzione del prodotto finito. Abbiamo acquistato un furgoncino e pertanto quando possibile effettuiamo direttamente noi le consegne in tutta Italia. Con tanta fatica sia Solidaria che Diritti a Sud sono finalmente riuscite nell’ultimo anno a prendere un terreno in affitto in cui portare avanti progetti di agricoltura sociale che non siano soltanto stagionali. Adesso non ci resta che dotarci di un laboratorio di trasformazione che possa essere condiviso con altre realtà che assieme a noi portano avanti un ragionamento sulle filiere agroalimentari alternative alla GDO. Questo il passaggio importante a cui stiamo lavorando e non è affatto facile perché necessita di molte risorse economiche di cui, ahinoi, al momento non siamo dotati.

Dove si trova esattamente la salsa Sfruttazero e come si fa a ordinarla?

È possibile trovare la salsa SfruttaZero sia a Bari che a Nardò, nei due luoghi in cui viene prodotta. La si può trovare anche in altre zone d’Italia. Le nostre due realtà fanno parte di “Fuorimercato, autogestione in movimento”, una rete a livello nazionale in cui ci sono fabbriche e fattorie recuperate, spazi sociali autogestiti e di mutuo soccorso, case editrici indipendenti, progetti di autoproduzioni agroalimentari e artigianali, cucine e spacci popolari, case editrici indipendenti. Una rete che unisce molte esperienze di mutuo soccorso e lavoro cooperativistico e con cui proviamo a costruire non semplicemente un mercato alternativo, ma una vera e propria alternativa a questo mercato. La sfida è costruire una logistica altra e autogestita. E’ possibile trovare la salsa SfruttaZero proprio in alcuni nodi logistico-distributivi di Fuorimercato, ad esempio il Bread&Roses a Bari, la Ri-Maflow a Trezzano sul Naviglio (Milano), Commmunia a Roma, Venti Pietre a Bologna.

Ad ogni modo per avere ogni informazioni è possibile contattare la pagina fb SfruttaZero o inviare una mail a sfruttazero@gmail.com.

Avete pensato a iniziative per far conoscere anche al di fuori della Puglia la vostra importante esperienza?

Negli anni SfruttaZero ha trovato un riscontro favorevole e un grande sostegno, non solo in Italia. L’anno scorso, ad esempio siamo stati a Brema al Solidaria Sommer Fest, un grande e bellissimo festival antirazzista.

Attorno a SfruttaZero si è venuta a creare una bella comunità. Partecipiamo sempre ad iniziative in cui ci invitano a far conoscere SfruttaZero, quello che facciamo a Bari e Nardò. E noi siamo sempre ben lieti di farlo, pensiamo che questi progetti dovrebbero moltiplicarsi e fare rete tra loro.

Quest’anno il 2 giugno abbiamo organizzato la prima grande festa di SfruttaZero, ospitata da una bellissima esperienza che è il laboratorio urbano Ex Fadda (San Vito dei Normanni). Una festa che per l’occasione abbiamo chiamato “Libera Repubblica del Pomodoro”, un nome per noi significativo perché vorremmo che emergesse che quello che stiamo costruendo e che questa miriade di progetti di mutuo soccorso nati in tutta Italia sono embrioni di nuovi istituzioni, sono degli strumenti per provare a ricostruire, partendo dalla solidarietà e dal basso, quelle relazioni sociali che si sono atomizzate e frammentate. Il 2 giugno sarà un appuntamento fisso, vorremmo trasformarlo in un vero e proprio festival, in un momento di confronto e socialità.

Cosa possono fare i media indipendenti per aiutarvi in questo senso?

Sicuramente diffondendo il progetto, facendo emergere il senso profondo di quello che facciamo, il suo significato politico e sociale per dare voce a questa economia sociale e solidale che molte realtà con fatica e passione stanno provando a realizzare.

 

Foto di Ela Francone

Foto di Solidaria

Foto di Ela Francone

Foto di Ela Francone

Foto di Janos Chialà

Foto di Solidaria

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