Acoluteo ed epestai ossia il seguire o l’essere sequela — lessicocristiano.it

Acoluteo e pestai nella grecità Già nella grecità profana dal significato di seguire, andar dietro a qualcuno è derivato quello di seguire in senso spirituale, morale, religioso. Si segue l’oratore col pensiero (Thuc. III 38,6; il saggio, Aristot. , Eth. M. II 6 p. 1203 b19 s: l’amico, B.G. U. 1079, 10.26. Parimenti chi […]

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Superate le 90.000 pagine viste senza un euro: grazie a tutti/e

Ad agosto 900 visite del sito www.ecumenici.it e raggiunte le 90.000 pagine lette. Non siamo i quaccheri dei secoli passati della capanna dello Zio Tom. Ma ci difendiamo bene anche se senza un euro. Grazie a tutti

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Happy birthday, William Allen, quaker

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Marginal Mennonite Society

9 h ·

Happy birthday, William Allen (Aug. 29, 1770 – Sept. 30, 1843)! #Quaker. #Pacifist.#Abolitionist. Pharmacist. Philanthropist. Advocate for poverty relief. Advocate for the development of self-sufficient communities. Born in Spitalfields, United Kingdom. Died in Stoke Newington, London, United Kingdom. Buried in Stoke Newington, on the grounds of the Yoakley Road Meeting House (today replaced by a 7th-Day Adventist chapel).
~The Marginal Mennonite Society Heroes Series.

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Emergency interrompe le attività in Libia

Emergency interrompe le attività in Libia
(Foto di http://www.felicitapubblica.it)
Nelle ultime settimane Emergency ha assistito a gravi episodi di violenza da parte delle forze di polizia locale all’interno dell’ospedale di Gernada, nell’est della Libia, e per questa ragione, in accordo con il ministero della Sanità, ha interrotto le attività cliniche, offrendo la sua disponibilità a intervenire in altre zone del Paese.
È stata una decisione sofferta, soprattutto in un momento di grande incertezza come quello che il Paese sta vivendo. Tuttavia, nonostante le ripetute rassicurazioni da parte delle autorità locali, a Gernada non c’erano più le condizioni essenziali per garantire la sicurezza dei pazienti e dello staff. 
“Dopo aver assistito a ripetuti atti di violenza da parte della polizia locale, anche nei confronti del nostro personale libico, abbiamo deciso di sospendere le attività dell’ospedale. Non potevamo rimandare oltre questa decisione, ma siamo molto preoccupati per la popolazione: il sistema sanitario libico è collassato e ancora una volta saranno i civili a pagare le conseguenze del caos in cui la Libia è sprofondata a partire dal 2011”, dice Emanuele Nannini, vice coordinatore dell’Ufficio Umanitario di Emergency.
Emergency aveva aperto il Centro chirurgico di Gernada lo scorso 12 ottobre per curare i feriti dei combattimenti nelle zone di Bengasi e Derna.
In 10 mesi, presso il Centro chirurgico, i nostri medici e infermieri hanno curato 1.400 persone. Nello stesso periodo, siamo stati impegnati anche nella formazione dello staff locale per la gestione dei feriti di guerra.
Con la nostra partenza, lo staff locale e l’ospedale – che abbiamo completamente ristrutturato ed equipaggiato – rimangono a disposizione delle autorità sanitarie libiche.
Insieme al ministero della Sanità libico, Emergency sta valutando diverse opzioni per riprendere quanto prima le attività di assistenza chirurgica alle vittime di guerra in una diversa località.

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Aldo Capitini: alcuni suoi cenni sulla nonviolenza

Aldo Capitini e’ nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato, docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la nonviolenza e la pace. E’ morto a Perugia nel 1968. E’ stato il piu’ grande pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Tra le opere di Aldo Capitini: la miglior antologia degli scritti e’ ancora quella a cura di Giovanni Cacioppo e vari collaboratori, Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche’ integrale – ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell’epoca – bibliografia degli scritti di Capitini); ma notevole ed oggi imprescindibile e’ anche la recente antologia degli scritti a cura di Mario Martini, Le ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004, 2007; delle singole opere capitiniane sono state recentemente ripubblicate: Le tecniche della nonviolenza, Linea d’ombra, Milano 1989, Edizioni dell’asino, Roma 2009; Elementi di un’esperienza religiosa, Cappelli, Bologna 1990; Colloquio corale, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2005; L’atto di educare, Armando Editore, Roma 2010; cfr. inoltre la raccolta di scritti autobiografici Opposizione e liberazione, Linea d’ombra, Milano 1991, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2003; gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996; La religione dell’educazione, La Meridiana, Molfetta 2008; segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri, Edizioni Associate, Roma 1991. Presso la redazione di “Azione nonviolenta” (e-mail: azionenonviolenta@sis.it, sito: http://www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di Capitini non piu’ reperibili in libreria (tra cui Il potere di tutti, 1969). Negli anni ’90 e’ iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Piu’ recente e’ la pubblicazione di alcuni carteggi particolarmente rilevanti: Aldo Capitini, Walter Binni, Lettere 1931-1968, Carocci, Roma 2007; Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lettere 1952-1968, Carocci, Roma 2008; Aldo Capitini, Guido Calogero, Lettere 1936-1968, Carocci, Roma 2009. Tra le opere su Aldo Capitini: a) per la bibliografia: Fondazione Centro studi Aldo Capitini, Bibliografia di scritti su Aldo Capitini, a cura di Laura Zazzerini, Volumnia Editrice, Perugia 2007; Caterina Foppa Pedretti, Bibliografia primaria e secondaria di Aldo Capitini, Vita e Pensiero, Milano 2007; segnaliamo anche che la gia’ citata bibliografia essenziale degli scritti di Aldo Capitini pubblicati dal 1926 al 1973, a cura di Aldo Stella, pubblicata in Il messaggio di Aldo Capitini, cit., abbiamo recentemente ripubblicato in “Coi piedi per terra” n. 298 del 20 luglio 2010; b) per la critica e la documentazione: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione “Centro studi Aldo Capitini”, Elementi dell’esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de “Il ponte”, anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta’ liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Mario Martini (a cura di), Aldo Capitini libero religioso rivoluzionario nonviolento. Atti del Convegno, Comune di Perugia – Fondazione Aldo Capitini, Perugia 1999; Pietro Polito, L’eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Gian Biagio Furiozzi (a cura di), Aldo Capitini tra socialismo e liberalismo, Franco Angeli, Milano 2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell’impossibile. Un profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs – La Nuova Italia, Milano-Firenze 2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze 2005; Maurizio Cavicchi, Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero, Lacaita, Manduria 2005; Marco Catarci, Il pensiero disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino 2007; Alarico Mariani Marini, Eligio Resta, Marciare per la pace. Il mondo nonviolento di Aldo Capitini, Plus, Pisa 2007; Maura Caracciolo, Aldo Capitini e Giorgio La Pira. Profeti di pace sul sentiero di Isaia, Milella, Lecce 2008; Mario Martini, Franca Bolotti (a cura di), Capitini incontra i giovani, Morlacchi, Perugia 2009; Giuseppe Moscati (a cura di), Il pensiero e le opere di Aldo Capitini nella coscienza delle giovani generazioni, Levante, Bari 2010; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d’Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; e Amoreno Martellini, Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell’Italia del Novecento, Donzelli, Roma 2006; c) per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato ed i volumi bibliografici segnalati sopra]

 

Principi di nonviolenza

La nonviolenza risulta dall’insoddisfazione verso cio’ che, nella natura, nella societa’, nell’umanita’, si costituisce o si e’ costituito con la violenza; e dall’impegno a stabilire dal nostro intimo, unita’ amore con gli esseri umani e non umani, vicini e lontani. La manifestazione piu’ concreta ed anche piu’ evidente di questa unita’ amore e’ l’atto di non uccidere questi esseri e di non operare su di loro mediante l’oppressione e la tortura. Questo impegno non e’ che un punto di partenza (come nessuno nella poesia, nella musica, puo’ pretendere di esaurirle), e le imperfezioni del nostro atto di unita’ amore non possono essere compensate che dal proposito di essere attivissimi in essa, nel tu che diciamo agli esseri nella loro singola individualita’, mai dicendo che basta. La nonviolenza non e’ l’esecuzione di un ordine, ma e’ una persuasione che pervade mente, cuore ed agire, ed e’ un centro aperto: il che significa che ognuno prende l’iniziativa di unita’ amore senza aspettare che prima tutti si innamorino, e la concreta in modi particolari che egli decide con sincerita’, e con dolore per ogni limite e impedimento che lo stato attuale della realta’-societa’-umanita’ ancora mette a sviluppare pienamente questa unita’ con tutti.

Vi sono, dunque, tanti gradi e tante espressioni della nonviolenza, ma, al punto in cui siamo, esse si concentrano in un modo fondamentale, che e’ di non uccidere esseri umani. Mentre si sta stabilendo, oggi piu’ che mai, anche economicamente politicamente culturalmente, l’unita’ mondiale dell’umanita’, l’atto di affetto all’esistenza di ogni essere umano ci porta al punto di questa unita’ umana. Verso gli altri esseri viventi ma non umani, come gli animali e le piante, tutto cio’ che e’ fatto nell’affetto e rispetto alla loro esistenza, apre l’unita’ amore anche a loro e abitua a sentire, di riflesso, il valore del non uccidere esseri piu’ complessi e piu’ simili a noi, come sono gli uomini. La prassi del vegetarianesimo ha percio’ grande importanza.

La nonviolenza non e’ soltanto contro la violenza del presente, ma anche contro quelle del passato; e percio’ tende a un rinnovamento della realta’ dove il pesce grande mangia il pesce piccolo, della societa’ dove esiste l’oppressione e lo sfruttamento, dell’umanita’ nella sua chiusura egoistica e nelle sue abitudini conformistiche e gusto della potenza. Ma finche’ diamo col pensiero e con l’atto la morte, non possiamo protestare contro la realta’ che da’ la morte. E perche’ la societa’ non torni sempre oppressiva sotto un nome od un altro, deve cambiare l’uomo e il suo modo di sentire il rapporto con gli altri: la nonviolenza e’ impegno alla trasformazione piu’ profonda, dalla quale derivano tutte le altre; e percio’ non si colloca nella realta’ pensando che tutto resti com’e’, ma sentendo che tutto puo’ cambiare, e che com’e’ stata finora la realta’ societa’ umanita’ non era che un tentativo secondo i modi della potenza e della distruzione, e che vien dato un nuovo corso alla vita con i modi dell’unita’ amore e della compresenza di tutti.

La nonviolenza e’ in una continua lotta, con le tendenze dell’animo e del corpo e dell’istinto e la paura e la difesa, con la realta’ dura, insensibile, crudele, con la societa’, con l’umanita’ nelle sue attuali abitudini psichiche: non puo’ fare compromessi con questo mondo cosi com’e’, e percio’ il suo amore e’ profondo, ma severo; ama svegliando alla liberazione e sveglia alla liberazione amando; quindi distingue nettamente tra le persone e gli esseri tutti che unisce nell’amore, tutti avviati alla liberazione, e le loro azioni, delitti, peccati, stoltezze, assumendo il compito di aiutare questi esseri ad accorgersi del male, e, se proprio non e’ possibile altro, contribuendo a liberarli dando, piu’ che e’ possibile, il bene.

La nonviolenza e’ attivissima, per conoscere gli aspetti della violenza e smascherarli impavidamente; per supplire all’efficacia dei mezzi violenti col moltipllcare i mezzi nonviolenti, facendo percio’ come le bestie piccole che sono piu’ prolifiche delle grandi; per vincere l’accusa e il pericolo intimo che essa sia scelta perche’ meno faticosa e meno rischiosa; per dare effettivamente un contributo alla societa’, che ci da’, in altri modi. altri contributi. Proprio in questo tempo la nonviolenza ha il suo preciso posto nell’indicare una svolta decisiva e nell’inserire il fatto nuovo. Che non si veda un altro impero romano e un altro impero barbarico, e sempre oppressioni e rivolte, nascere e uccidere e morire, e l’uomo dolorante e illusoriamente lieto, perche’ ancora non ha imparato a fondo quanto dinamismo rinnovatore hanno l’interiorita’, la liberta’, l’amore. Proprio appassionandoci per l’esistenza degli esseri viventi, rispettandoli piu’ che si puo’, e dolendoci della loro morte, noi impariamo a sentire immortali i morti e uniti all’intima presenza.

Chi e’ nonviolento e’ portato ad avere simpatia particolare con le vittime della realta’ attuale, i colpiti dalle ingiustizie, dalle malattie, dalla morte, gli umiliati, gli offesi, gli storpiati, i miti e i silenziosi, e percio’ tende a compensare queste persone ed esseri (anche il gatto malato e sfuggito) con maggiore attenzione e affetto, contro la falsa armonia del mondo ottenuta buttando via le vittime.

La nonviolenza e’ impegnata a parlare apertamente su cio’ che e’ male, costi quello che costi, non cedendo mai su questa liberta’, e rivendicandola per tutti; e a non associarsi mai a compiere cio’ che ritiene il male. Contro imperialismo, tirannia, sfruttamento, invasione, il metodo della nonviolenza e’ di non collaborare al male; e di creare difficolta’ all’esplicazione di quei modi, senza sospendere mai l’amore per le singole persone, anche autrici di quei mali, ma non esaurentisi in essi; cosi’ si riconosce di avere un alleato alla solidarieta’ che si stabilisce tra gli oppressi, nell’intimo stesso degli oppressori.

Chi e’ persuaso della nonviolenza tende alla comunita’ aperta, e percio’ a mettere in comune il piu’ largamente le sue iniziative di lavoro, la proprieta’, non sfruttatrice, che egli possiede, la cultura (partecipando e celebrando i valori culturali con altre persone), la liberta’ (favorendola con altri in assemblee nonviolente per il controllo e lo sviluppo amministrativo della vita).

(Principi elaborati per il Centro di Perugia per la Nonviolenza costituito nel 1952)

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La nonviolenza nella prospettiva individuale e in quella sociale

La nonviolenza e’ lotta

Agli uomini usciti dalle guerre, agli animi che sentono il peso di un’immensa stanchezza e il bisogno di un riposo che talvolta e’ perfino sogno di annullamento e piu’ spesso e’ idoleggiamento di uno stato lento, comodo, col gusto di piaceri che non vengano tolti; prospettare l’idea e le conseguenze della nonviolenza produce un urto doloroso; ed essi domandano tra stizziti e allarmati: “ma e’ cosi difficile ricomporre una vita tranquilla, una casa, un orario giornaliero, e la fruizione dei beni della terra; e bisogna invece affrontare un problema cosi sconcertante e paradossale? Noi vogliamo la pace, l’umanita’ vuole, merita la pace”.

Penso che questa gente abbia una sensazione esatta. E’ un errore credere che la nonviolenza sia pace, ordine, lavoro e sonno tranquillo, matrimoni e figli in grande abbondanza, nulla di spezzato nelle case, nessuna ammaccatura nel proprio corpo.

La nonviolenza non e’ l’antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui tutto infranto, li’ tutto intatto. La nonviolenza e’ guerra anch’essa, o, per dir meglio, lotta, una lotta continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro il proprio animo e il subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata.

La nonviolenza significa esser preparati a vedere il caos intorno, il disordine sociale, la prepotenza dei malvagi, significa prospettarsi una situazione tormentosa. La nonviolenza fa bene a non promettere nulla del mondo, tranne la croce. E quegli uomini che dicevo prima non vogliono la croce: disfatti o disorientati preferirebbero ritagliarsi una parte anonima della vita, con uno stipendio immancabile, e frequenti “bicchierini” per tirare avanti. Gli uomini, la civilta’ infine del “bicchierino” per reggere; e il bicchierino puo’ essere liquore, fumo, vincita di lotteria, vita sensuale, un appoggio insomma che ci sia realmente, un qualche cosa di sensibile, che dica all’uomo attraverso un piacere: tu sei.

Questi uomini furono ingannati perfettamente dal fascismo, il quale di rado era scomodo, ma nell’insieme ordinato e piacevole; e quando divenne pieno di punte problematiche quegli uomini gli si ribellarono contro con una sincerita’ tale come se gli fossero stati avversi dall’inizio.

Per scoprire l’inganno del fascismo sarebbe bisognato non prendere l’ordine per cosa assoluta; e per reagire sarebbe bisognato non prendere per cosa assoluta il comodo proprio e circostante.

I regimi politici che assicurano comunque un ordine trovano sempre moltissimi che li accettano, senza badare se l’ordine esterno non e’ tradito potenzialmente da una mentalita’ sopraffattrice e avventuriera.

Si diceva durante il fascismo: “Nel ’21 c’era il disordine, scioperi, i treni non partivano; il fascismo ha stabilito l’ordine, la concordia tra capitale e lavoro”. E si diceva cosa insulsa; perche’ il fascismo non risolse i problemi del dopoguerra, quelli che generavano il “disordine”; e se delle due fazioni avesse invece trionfato la socialista, avrebbe essa stabilito il suo ordine; e allora e’ da discutere sull’essenza, sulla qualificazione dell’ordine: ordine fascista o ordine socialista? Che cosa fosse l’ordine fascista si poteva intrinsecamente gia’ vedere con l’occhio alla sua sostanza morale; ma si vide nel fatto: partirono, si’, i treni, ma sono partite poi anche le stazioni.

La nonviolenza non e’ appoggio all’ingiustizia

Ma oltre l’equivoco della nonviolenza come pace, io vorrei chiarire e dissipare un altro equivoco, che e’ ancor piu’ insinuante e pericoloso.

Nella lotta politica e sociale, necessaria in una societa’ di ingiustizia e di privilegi, la nonviolenza fa tirare un sospiro di sollievo ai tiranni di ogni specie; e questo sospiro di sollievo e’ per noi oltremodo tormentoso.

Se la nonviolenza dovesse essere interpretata, o comunque risolversi in un’acquiescenza all’ingiustizia, a quella violenza di secoli cristallizzata in potere e in privilegi decorati ora di una apparente legittimita’, non ci sarebbe una piu’ tentatrice sollecitazione a metterla in dubbio ed abbandonarla.

La nonviolenza non e’ soltanto rifiuto della violenza attuale, ma e’ diffidenza contro il risultato ingiusto di una violenza passata. Di quanto piu’ di violenza e’ carico un regime capitalistico o tirannico, tanto piu’ il nonviolento entra in stato di diffidenza verso di esso.

Bisogna aver ben chiaro che la nonviolenza non colloca dalla parte dei conservatori e dei carabinieri, ma proprio dalla parte dei propagatori di una societa’ migliore, portando qui il suo metodo e la sua realta’. Il nonviolento che si fa cortigiano e’ disgustoso: migliore e’ allora il tirannicida, Armodio, Aristogitone, Bruto. Due grandi nonviolenti come Gesu’ Cristo e San Francesco si collocarono dalla parte degli umiliati e degli offesi. La nonviolenza e’ il punto della tensione piu’ profonda del sovvertimento di una societa’ inadeguata.

La nonviolenza e’ attiva e modesta

Percio’, e cosi chiariamo il terzo equivoco, la nonviolenza e’ attivissima.

La nonviolenza e’ prova di sovrabbondanza interiore, per cui all’uso della violenza che sarebbe ovvio, naturale, possibilissimo, viene sostituita, per ulteriore ricerca e sforzo, la nonviolenza.

Sarebbe anche qui falsificazione intendere il nonviolento come un pedante occupato esclusivamente a torcere il volto davanti ad ogni menomo atto violento, senza addentrarsi nella vita e nei suoi motivi. Tra il nonviolento inerte e il soldato che si esercita faticosamente ed arrischia, la possibilita’ di un valore morale e’ piu’ nel secondo che nel primo.

Il nonviolento deve essere attivissimo sia per conoscere le ragioni della violenza, per individuare la violenza implicita che si ammanta di legalita’ e smascherarla impavidamente; sia per supplire all’efficacia dei mezzi violenti con il moltipllcarsi dei mezzi nonviolenti, facendo come le bestie piccole che sono piu’ prolifiche (e anche sopravvivono alle specie delle bestie grandi); sia per vincere l’accusa e il pericolo intimo che la nonviolenza venga scelta perche’ meno faticosa e meno rischiosa: il nonviolento deve portarsi alla punta di ogni azione, di ogni causa giusta, appunto per curare il proprio sentimento che potrebbe stagnare e per farsi perdonare dalla societa’ la propria singolarita’. E’ noto che gli obbiettori di coscienza (cioe’ coloro che non hanno voluto collaborare alla coscrizione) sono stati uccisi a migliaia dai governi totalitari; e dove sono stati tollerati, hanno chiesto spesso servizi rischiosi e dolorosi, per esempio di sottoporsi agli esperimenti medici o di raccogliere i feriti nelle prime linee.

E infine sara’ opportuno chiarire anche un quarto equivoco, che cioe’ il nonviolento pretenda essere superiore per il suo atto di nonviolenza.

Non e’ l’atto di nonviolenza per se stesso, ma tutto cio’ che sta con esso e all’origine di esso, che puo’ costituire un valore.

L’animo, l’intenzione, l’amore, gli sforzi fatti, quanto di proprio sacrificio ci sia stato messo: qui e’ il valore sia dell’atto di violenza che dell’atto di nonviolenza. E’ evidentissimo che tra colui che per evitare l’uccisione di un bambino si slanciasse con l’arma in mano a difenderlo a rischio di essere ucciso egli stesso, e il nonviolento che se ne stesse ben lontano e inerte, avrebbe maggior valore il primo, quando il secondo non si fosse gettato tra l’uccisore e il bambino a persuadere ed anche a offrire il suo corpo, avanti a quello del bambino, al colpo mortale.

Concetti e modi della nonviolenza

Chiariti e dissolti questi equivoci, sara’ bene ora prender contatto con il concetto stesso della nonviolenza.

Violenza e’ un concetto relativo all’oggetto sul quale si esercita una certa azione. Quanto meno io considero quell’oggetto in cio’ che esso e’ per se stesso, tanto piu’ mi avvio alla violenza contro di esso.

La nonviolenza e’ una presa di contatto col mondo circostante nella sua varieta’ di cose, di esseri subumani, e di esseri umani, e’ un destarsi di attenzione alle singole individualita’ di tutti questi oggetti circostanti per porsi un problema: “che cosa e’ questo singolo oggetto? qual e’ la sua caratteristica, la sua vita, la sua liberta’, il suo formarsi dal di dentro?”.

E’ la sospensione dell’attivismo che consideri tutto, senza eccezione, come mezzo, fino a quei casi tipici che sono come il lusso e il gioco di questo attivismo, come l’incendio di Roma da parte di Nerone per vederne la bellezza, o il letto su cui il brigante greco Procuste stendeva i suoi prigionieri stirandoli o stroncandoli secondo che fossero piu’ corti o piu’ lunghi. Sospensione di attivismo che e’ attivissima moltiplicazione d’attenzione, d’interesse, di affetto, potenziamento della vita interiore proprio mediante questo collegamento in atto di tutto il reale nelle sue innumerevoli individuazioni con l’intimo nostro.

Ma questo non e’ che un punto di partenza, perche’ di qui comincia un movimento, una tensione.

Ad una parte degli oggetti assegno un compito di collaborazione, prendendo interamente su di me la definizione del fine del lavoro con cui essi collaborano; e questi oggetti chiamo cose.

Nei riguardi delle “cose” io non mi pongo altro dovere che di adoperarle bene, di chiamarle a collaborare ad atti di cui assumo la responsabilita’; e la malvagita’ sta non nell’usare l’acqua per un bagno, ma se nel bagno affogo il bambino, invece di lavarlo semplicemente, buttando l’acqua ad altro destino. Per il carbone fossile stare nell’interno della terra o muovere una locomotiva puo’ essere indifferente, come per la pietra che sta nel monte, in un monumento o come polvere sulle strade.

Puo’ darsi che un giorno il nostro occhio scopra altro e diventi possibile ridurre il campo delle cose, stabilendo con alcune di esse un rapporto di collaborazione meno imperioso e meno antropocentrico: e’ un problema questo non vano, e di un orizzonte vastissimo, schiuso proprio dal principio della nonviolenza, che e’ inquietudine continua, passione mai saziata di interesse per le individualita’.

Vi e’ poi il gruppo di esseri subumani. E c’e’ come un gruppo di passaggio in tutti quegli esseri di minima vita, microrganismi e microbi, rispetto ai quali non possiamo fare che una valutazione di “cose” sempre pero’ con quella speranza e quel problema, che nuove indagini e nuove intuizioni permettano una collaborazione migliore: chissa’, per esempio, che non si riesca a trovare il modo di volgere a benefica l’azione malefica di molti microbi.

Ma quando incontriamo vite piu’ sviluppate, individualita’ con cui e’ possibile stabilire un rapporto complesso, qui sentiamo la gioia di salvarci con piu’ ragione dalla considerazione di “cose”. Cio’ non toglie che ci si possa interessare a cose minime, rispettarle nel loro essere; che io possa appassionarmi all’individualita’ di quella farfalla che ho visto nel boschetto e che vivra’ oramai una settimana, di quel filo d’erba, di quel sasso. Questo prova che la nonviolenza, essendo unita’-amore e’ espressione nostra, e’ collocazione e scelta volontaria, non un dogma; e ognuno puo’ a sua ispirazione (Spiritus ubi vult spirat) dirigerla. San Francesco voleva che l’ortolano non lavorasse tutto l’orto, ma ne lasciasse una parte dove le cosi’ dette erbacce potessero crescere liberamente, perche’ per lui la spontaneita’ di quel crescere, la bellezza di quelle erbe, e che esse attestassero e lodassero Dio, era la stessa cosa. E cosi egli preferiva che l’albero si tagliasse lasciandogli la radice e la possibilita’ di crescere nuovamente.

Noi possiamo su tutta la scala degli esseri non umani istituire a noi stessi delle direttive, che anche se non sempre attuate, provano che in noi vive un problema, una passione, una direzione.

Preferire, per esempio, di regalare piante intere piuttosto che fiori, rinunciare alla caccia, adoperarsi per addomesticare bestie selvagge.

Il vegetarianesimo, per esempio, e’ una cospicua scelta che viene fatta nel campo degli esseri subumani. Si decide di rinunciare al cibo che comporti uccisione di animali; e con cio’ stesso muta il nostro modo di avvicinarsi ad essi, il nostro modo di considerarli; si accetta sorridendo ma con fermezza l’apparente stranezza che galline e pecore, dopo averci dato uova e lana, “muoiano di vecchiaia”: si amplia, al posto della violenza spietata alle sofferenze e all’uccisione, quel piano di collaborazione in cui consiste l’incremento della civilta’.

Questa “sospensione” introdotta nella leggerezza sterminatrice e nella freddezza utilitaria si riflette in accrescimento di valore interiore. Ma c’e’ di piu’ e forse di meglio. Io debbo confessare che, pur avendo un notevole interesse all’esistenza degli animali, mi decisi al vegetarianesimo nel 1932, quando, nell’opposizione al fascismo, mi convinsi che l’esitazione ad uccidere animali, avrebbe fatto risaltare ancor meglio l’importanza del rispetto dell’esistenza umana.

Consideriamo, dunque, la nonviolenza in questi gradi anteriori come un addestramento che ha due atteggiamenti, quello di considerare cio’ che e’ altro da noi come “cosa” ma con l’impegno a servirsene per un fine degno e alto; e l’atteggiamento di considerarlo come “esistente”, rispettato e amato percio’ come tale.

Due atteggiamenti, come ho detto, non rigidi, ma in dialettica, in travaglio, e appunto percio’ prova della vitalita’ interiore di un appassionamento. Ma sia come un prologo al mondo umano. Noi sappiamo che tutte le volte che in pedagogia ci si e’ posti il problema del piu’ basso, di cio’ che e’ infimo, si e’ fatto un grande passo: quando si e’ cercata l’educazione dei deficienti, o dei molto piccoli o dei molto poveri, si sono scoperti sempre metodi che hanno dato risultati prodigiosi applicati agli altri.

E cosi in questo prologo ci siamo posti dei temi: portiamoli ora nel mondo umano, e sentiremo una risonanza grandiosa.

Riguardo ad esseri umani la nonviolenza e’ l’appello continuo e intenso alla comprensione, alla spontaneita’, alla capacita’ che ha l’altro essere umano di giungere ad una decisione razionale.

Nel campo umano la dedizione a questo appello ha un fondamento piu’ saldo che per ogni altro essere: basta che io pensi che colui che incontro, potrebbe essere mio figlio: nulla di eccezionale in questo sentimento di genitura, per la somiglianza umana che c’e’ tra noi.

Del resto, io penso che sempre nei riguardi di un essere umano debbo richiamarmi a un punto interno in cui io mi senta madre di lui; che debbo abituarmi a costituire costantemente questo atteggiamento nel mio intimo; che, insomma, almeno per una volta, esaurite e sfogate se si vuole, tutte le altre possibilita’, io debbo domandarmi: “ma mi sono anche considerato pur per un istante madre di costui? come agirei se fossi sua madre, certo una madre non stolta, ma pronta a vedere che cosa c’e’ a favore di lui, a sperare per lui?”.

La nonviolenza, porgendo l’appello alla razionalita’ altrui, e’ anche un potenziamento del tu, e dell’interesse a che l’altro viva, si svolga, e come un generarlo dall’intimo nostro, una gioia perche’ l’altro esiste, un appassionamento alla radice. Come noi potremmo avvicinarci all’infinita miseria degli esseri umani, alle loro limitazioni, curare le loro infermita’, sopportarli, se non portassimo un infinito compiacimento che l’altro esiste e proprio come essere umano? In questo atto si va oltre lo stato di felicita’ e infelicita’, e si vive il sacro per cui ogni essere che viene alla luce entra in qualche cosa di positivo, di la’ dalla sua miseria e dalla sua grandezza. Lo spirito lo tocca, e io posso raggiungerlo col mio atto: qui siamo nella presenza religiosa, che e’ piu’ di ogni limitatezza, deformita’, malattia, bruttezza. La nonviolenza mi fa risaltare l’importanza dell’atto col quale mi avvicino ad uno, atto di presenza aperta, superiore alla felicita’ o infelicita’, a cio’ che puo’ accadermi o accadergli.

E se io voglio che l’altro sia in un certo modo, il ripudio dei mezzi violenti mi induce ad una tensione interiore perche’ io anzitutto viva quello che voglio dall’altro, perche’ io prenda su di me il compito di attuare quel meglio, di portarmi a quel grado, di purificarmi, di sacrificarmi, fino al sacrificio supremo di dare l’atto di nonviolenza al posto dell’atto di violenza, e di trasferire con atto d’amore nell’intimo dell’altro il punto a cui ero giunto. In questa nonviolenza si attua la fede nell’unita’ di tutti, e nell’efficacia che cio’ a cui mi tendo io (o cio’ per cui io prego, per dirla nei termini tradizionali) influisce su di un altro, pur lontano, quanto piu’ di sacrificio e di purezza interiore io vi metto.

Sarebbe piu’ agevole che con un mezzo esteriore e violento io agissi sull’altro, ma quanto perderei di interiorita’, di qualita’!

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Ferrajoli: «Un monocameralismo imperfetto per una perfetta autocrazia» — A.N.P.I. Medio Olona

26.08.2016 – Il Cambiamento (Foto di http://www.professionistiscuola.it) È ancora incerta la data dell’importantissimo referendum (ottobre, novembre o dicembre?) che chiamerà gli italiani ad esprimersi sulla legge di revisione costituzionale che ha preso il nome di Renzi-Boschi. Duro lo scontro tra il fronte del no e quello del sì. Luigi Ferrajoli, giurista, ex magistrato, docente universitario, […]

via Ferrajoli: «Un monocameralismo imperfetto per una perfetta autocrazia» — A.N.P.I. Medio Olona

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Karl Heinrich Ulrichs , pioneer of the modern gay rights movement

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Marginal Mennonite Society

Happy birthday, Karl Heinrich Ulrichs (Aug. 28, 1825 – July 14, 1895)! German writer. Graduated in law and theology from Gottingen University in 1846. Viewed today as the pioneer of the modern gay rights movement. In 1862 he “came out” to family and friends, and from then on spoke openly in defense of persons with same-sex attraction. Quotable quote: “Until my dying day I will look back with pride that I found the courage to come face to face in battle against the spectre which for time immemorial has been injecting poison into me and into men of my nature.” Author of “Research on the Riddle of Man-Manly Love” (1879), among other works. Ulrichs was forgotten for many years, but recently has become a cult figure in Europe. His birthday is celebrated every year with a street party and poetry reading at Karl-Heinrich-Ulrichs-Platz in Munich. Born in Aurich, Germany. Buried in the Civil Cemetery, L’Aquila, Italy.
~The Marginal Mennonite Society Heroes Series.

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Pensieri sul terremoto in Italia e sul nuovo mondo

27.08.2016 Evelyn Rottengatter

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco

Pensieri sul terremoto in Italia e sul nuovo mondo

Pubblichiamo anche in italiano questo commento di Evelyn dalla Germania che si unisce alle numerose voci di solidarietà che in questi giorni sono giunte alla redazione italiana di Pressenza da ogni parte del mondo e che confermano che la Nazione Umana Universale è qua vicino e che vuole esprimersi.

Grazie mille a tutt*!!

 

Il terremoto di ieri sera a Amatrice, Italia centrale, ha svegliato in me brutti ricordi. Le cicatrici de l’Aquila ancora non sono guarite, dove nel 2009 un terremoto di simile veemenza uccideva 308 vite e rendeva senza tetto 67.000 persone. La popolazione dimenticata dal governo ancora vive parzialmente in rovine, il centro sembra una città fantasma. La notte scorsa il numero delle persone morte aumentava e già si parla di migliaia senza tetto.

 

C’è chi dice vabbè, un terremoto, è cosi, forza maggiore, non si può fare niente. Altri dicono che è la madre terra che si ribella. In ogni caso resta da vedere come si comporterà il governo questa volta. Se di nuovo ci saranno solo promesse vuote, soldi che spariscono e non arrivano mai alla gente, i più deboli della società, colpiti più di tutti, lasciati da soli. Il corso neoliberale di Renzi e del suo governo non da molta speranza. Ma purtroppo questo ormai è il caso di quasi tutti i governi e il nostro (tedesco) non fa eccezione.

 

Ma dobbiamo anche vedere il terremoto come opportunità: ricostruire case, guarire ferite, dare speranza, anche a dispetto di un sistema che già da tempo non si interessa più delle vite umane. Se stiamo uniti, soprattutto in tempi di emergenza e sofferenza, ci sono energie incredibili che saltano fuori. Un maestro saggio una volta ha detto: “L’essere umano deve essere compresso per poter fare grandi cose”. Il tempo è certamente arrivato: L’umanità sta sotto pressione. La è in mano alle multinazionali, un cambiamento climatico che ormai nessuno può più negare, la democrazia in abolizione, crisi dei rifugiati, guerre e sofferenza… E adesso in Italia la paura che la gente sarà di nuovo lasciata da sola con questa catastrofe. È anche un problema psicologico: come si può avere speranza, se la politica, che determina tutto, sta facendo vedere che non è più degna di fiducia?

Ma è esattamente il fallimento della politica, dei media che ormai solo raccontano quello che è opportuno, del sistema che disprezza la vita in ogni sua forma, che fa sí che cresca una sana rabbia dentro di noi. Una volontà di sopravvivenza, una mobilitazione e raccolta di energie credute perse che adesso diventano libere. Amatrice è solo un esempio. Ogni giorno cose terribili succedono dappertutto nel mondo. E sono tutte anche opportunità che possiamo usare per organizzarci al di là di questo sistema, per tenerci uniti, per aiutarci reciprocamente, per pensare insieme nuove cose e metterle in atto. Soluzioni alternative, nuove strutture, vie sostenibili, metodi rispettosi all’ambiente, creando reti e connessioni… sono queste le pietre da costruzione per il nuovo mondo. E la malta sarà fatta di solidarietà, empatia e calore umano.

Il nuovo può solo nascere se al vecchio è permesso di morire. È questo il ciclo sacro della vita. Il compito adesso è di non guardare verso l’alto a chiedere aiuto, ma di organizzarci tra di noi. Di mobilitarci e usare le nostre forze creative. E poiché vengono dall’interno di ognuno di noi, nessuno ce le potrà togliere. Non dipendono da decisioni politiche, commissioni o altro. Sono le nostre forze ancestrali. Provengono dai nostri cuori. Possiamo essere i creatori e costruttori del nostro mondo. Un mondo al di là dei soldi, dell’avidità e del potere, al di là di frontiere nazionali e culturali. Chi ci vive già, sa di cosa sto parlando… Esiste già in tanti di noi e chi ha visto questo mondo anche solo per un attimo col suo cuore se ne innamora, ci si dedica e aiuta a costruirlo. E diventiamo sempre di più. Ovunque nel mondo. Giorno dopo giorno.

 

“Abbiamo due scelte. Possiamo essere pessimisti, arrenderci e fare in modo che il peggio accada. O possiamo essere ottimisti, cogliere le opportunità che certamente esistono e aiutare a rendere il mondo un posto migliore.”Noam Chomsky

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Turchia: Le uccidono per onore

Stefania Arru: Le uccidono per onore

27.08.2016 ProMosaik
Stefania Arru: Le uccidono per onore

 

Il presente elaborato illustra il fenomeno dei delitti commessi in nome dell’onore in Turchia, approfondisce la relazione tra di essi e il ruolo della donna nella cultura della società turca e studia le disposizioni penali vigenti.
La scelta di studiare i reati a causa d’onore e di condurre un’analisi sui delitti culturalmente orientati, deriva dalla personale esperienza di studio dell’autrice, Stefania Arru, ad Istanbul.

Del suo lavoro mi ha detto: “Recandomi in Turchia, ho avuto l’opportunità di condurre una ricerca approfondita su un ordinamento giuridico straniero e di attuare una comparazione, in un’ottica penalistica, tra quest’ultimo e la legislazione italiana. Il confronto tra Turchia e Italia riguarda soprattutto la storia e l’evoluzione dei delitti in nome dell’onore, e in generale, la classificazione giuridica dei reati multiculturali.

Analizzare l’omicidio d’onore in particolare, mi ha permesso di riflettere sul rapporto tra il diritto alla vita e la cultura e le tradizioni di ogni individuo. Tale fattispecie, infatti, costituisce proprio un esempio delle scontro tra la violazione del diritto alla vita e il rispetto e la fede verso le regole culturali.”

Questa presa di coscienza dell’autrice riguardante gli aspetti interculturali, interreligiosi e dei diritti umani mi ha spronato a pubblicare questo lavoro, in collaborazione con il portale per i diritti umani ProMosaik.

“Il fatto che la stragrande maggioranza delle vittime dei delitti a causa d’onore siano donne, ha rappresentato per me un incentivo a concentrami sulla tutela della donna non solo in Turchia, ma anche a livello internazionale, sia dal punto di vista legislativo, studiando le numerose convenzioni di diritto internazionale, sia al fine di conoscere meglio le problematiche legate alla violenza contro le donne.” In questo passaggio dell’autrice ho intravvisto anche la sua comprensione del femminismo come movimento globale e allo stesso tempo legato alla cultura e alla  religione del luogo in cui si sviluppa. Dunque come attiviste dei diritti umani e come femministe abbiamo il dovere di considerare il femminismo al plurale nella sua diversità culturale e religiosa, un tema che abbiamo anche visto nella nostra pubblicazione precedente di Denise Nanni sull’empowerment femminile in Turchia.

In particolare quest’ultima questione costituisce un tema d’interesse mondiale, in termini di gravità e di diffusione, che ha portato le autorità internazionali a definire la violazione dei diritti delle donne una violazione dei diritti umani. Tale tematica si pone come sfondo per tutto il corso della ricerca di Stefania Arru, dalla Turchia all’Italia. Infatti in entrambi i Paesi, i maltrattamenti verso le donne e la violenza domestica sono fatti quotidiani e destano allarme sociale.

La ragione principale per cui l’autrice ha deciso di esaminare i due ordinamenti giuridici riguarda, però, la particolarità delle norme in materia d’onore: se in un primo momento le disposizioni giuridiche appaiono simili per molti aspetti, ad esempio per quanto concerne la ratio e il trattamento sanzionatorio, col trasformarsi della società, delle convinzioni di politica legislativa e delle necessità personali di ogni Nazione, le norme dei due Paesi prendono le distanze e regolano in modo diverso le condotte penalmente rilevanti determinate dal “fattore culturale”.

Sulla metodologia utilizzata nel suo lavoro Stefania Arru ci dice: “Relativamente alla metodologia utilizzata nell’elaborare il mio scritto, la ricerca del materiale non si è limitata ai testi legislativi, dottrinali e giurisprudenziali in lingua italiana, è stato necessario ampliare l’indagine alla dottrina, alle fonti scritte in inglese e, talvolta, in turco.” In questo contesto va anche accennata la difficolt spesso incontrata al livello di traduzione ed interpretazione di termine appartenenti ad una cultura diversa da quella occidentale. Le stesse difficolta si presentano anche nello studio della legge e della storia e cultura turca.

Stefania Arru conclude: “Ma l’approfondimento della tematica, sebbene complicato, è stato molto interessante e anche necessario per capire in profondità il fenomeno dei delitti d’onore e la questione multiculturale dal punto di vista penalistico.”

Questo lavoro dimostra in modo palese come anche lo studio del diritto penale dal punto di vista multiculturale e/o interculturale non possa che contribuire al dialogo tra ordinamenti penali e dunque anche tra culture e popoli diversi.

Per acquistare una copia del libro:
http://www.epubli.de//shop/buch/Le-uccidono-per-onore-Milena-Rampoldi-Stefania-Arru-9783741843495/55383

Il video sul libro lo trovate qui:

https://youtu.be/-SXvKs_deqM

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Così ci vuole il Maestro… senza chiesa

Non abbiamo i loro sacramenti, le loro prediche, le loro statue, i loro riti ma esistiamo da secoli come Compagnia degli Amici: Non come chiesa … così ci vuole il Maestro
SULLA TEOLOGIA ODIERNA
ALCUNE ANNOTAZIONI PROLETARIE
L’impressione che il proletario marxista riceve dalla teologia attuale, per quanto egli cerchi di comprendere. È molto deprimente. La nostra teologia è simile a una foresta vergine in cui tutte queste opinioni si ammassano caoticamente l’una sull’altra. Come bisogna ritrovarsi in questa foresta vergine e pazza; vecchia di molti secoli, in questa confusione di visioni di fede contraddicentesi l’un l’altra? Quanto diversamente viene concepito di cristianesimo nel suo nocciolo essenziale! Quanti sistemi di dottrine e scuole di teologia si combattono inesorabilmente! Non ci si capisce perché ci si è ipostatizzati formalmente nel “discorso” e nel “pensiero” ed ora si parla invano di diverse lingue e concetti. Tutte le possibilità di pensiero esistenti sembrano esaurite. Non si poteva semplicemente andare avanti, e sembrava che la nostra teologia si fosse ostinata al termine, venne data una efficiente parola d’ordine. Essa diede un determinato indirizzo ai nostri teologi di controversia. Si cercò di orientarsi nuovamente verso Lutero, verso le verità fondamentali dei riformatori. Vennero esaminati ancora una volta vecchi ragionamenti e gli entusiasti credettero di scorgere in essi, come in uno specchio magico, il vicolo cieco nel quale, secondo la loro opinione, errava la nostra teologia da due secoli. Venne maledetta la teologia dell’illuminismo e vengono gettati, come ferro vecchio, i pensieri di uno Schleiermacher, di un Troeltsch e di un Adolph von Harnack. La trascendenza di Dio cresce gigantescamente davanti a noi. Ci si bea di “penitenza” e “giudizio”, “grazia” e “redenzione” e le parole “dogma” e “chiesa” vengono scritte a grandi lettere. In questo modo il proletariato riceve una precisa impressione di questa teologia, propriamente l’impressione: “Si può lottare eccellentemente a parole, preparare un sistema a parole”. E’ causa di spavento per esso l’impressione venuta meno la considerazione per ciò che avviene nel mondo che a questa teologia sia semplicemente al di fuori del campo visivo del campanile della loro chiesa, ciò che lo riguarda così profondamente e penosamente. Ma non ricevono questa impressione solo i nostri proletari coscienti, interessati religiosamente. La condividono anche una grande schiera di membri borghesi. Questo vien fuori chiaramente in molte conferenze di parroci. Si ascolta in verità molto volentieri una conferenza sulla teologia “moderna”. La sua punta ortodossa soddisfa pienamente il parroco medio. Non si vuole apparire non-moderni. Si sa bene che questa teologia domina attualmente nelle nostre università. Ma sul fronte più ampio si fa viva anche l’opposizione. Si rimprovera l’inutilità pratica ai nostri neo-ortodossi, i cosiddetti teologi dialettici, e per il resto resta tutto come prima, vale a dire il parroco che assume l’incarico si prepara la sua propria teologia. Visto dal punto di vista marxista, ciò significa: concepire il mondo della Bibbia a partire dalla propria posizione sociologica. Egli annuncia il cristianesimo dal pulpito , in buona fede, ma socialmente legato alla borghesia. Il benessere borghese è il suo proprio benessere e così avviene che la morale borghese diviene per lui – senza essere conscio – semplicemente morale cristiana. Più o meno combattivamente viene respinto come non cristiano tutto ciò che si oppone alle visioni della classe alla quale egli stesso appartiene socialmente –economicamente.
Di conseguenza il marxista è imponente e scuote la testa di fronte alla nostra teologia. Per lui essa è uno spirito di vuote parole. Manca ad essa il rapporto alla vita reale, al mondo dell’economia e ciò che riguarda profondamente la grandissima maggioranza degli uomini nella professione, nella lotta per l’esistenza e che essi sentono come del tutto essenziale. Che deve farsene il proletario che, disoccupato, abita con i suoi in un freddo, umido buco sotterraneo nel terzo o sesto cortile posteriore, mezzo morto di fame e ammalato, dei ragionamenti di una teologia che è atta a portargli via l’ultimo resto di forza di volontà, di rabbia combattiva, di passione rivoluzionaria e che, del resto, contraddice pienamente a ciò che egli conosce con la ragione e che gli sta chiaro e distinto davanti agli occhi? Egli non trova in essa nessun punto di appoggio, di sostentamento per il suo pensiero poiché tutto ciò che vaga nell’aria e procede “irrazionalmente”. La nostra teologia odierna è ostentatamente “irrazionale”. Essa vive delle forze che sono al di là del razionale nelle profondità dell’inconscio. Il proletario, invece, si pone criticamente. Egli non aderisce ad una teologia che gli si presenta in atto di pretesa, ma con sufficiente chiarezza di termini. Si lasciano piuttosto tirare linee di riferimento tra il mondo spirituale dell’operaio e la teologia dell’anteguerra, precisamente quella teologia che era orientata in senso critico e nel senso della storia delle religioni e che è più o meno legata ai nomi di Troeltsch e Adolph von Harnack. I rappresentanti di questa tendenza si sforzano onestamente di liberare la chiesa della vecchia immagine del mondo, di comprendere il cristianesimo secondo la storia delle religioni e la Bibbia criticamente e di stabilire l’accordo tra fede e scienza, religione e vita, chiesa e mondo. Il proletario che vuole comprendere e conquistare il mondo avrà sempre comprensione per questa teologia. Essa si trova sul suo stesso piano. Può seguire ai suoi ragionamenti e li può anche ampiamente condividere. Al contrario egli si trova in una difficile posizione nei confronti della teologia “moderna”. Essa è per lui un libro magico con sette sigilli. Gli mancano tutti i relativi presupposti teologici per poterla comprendere. Per lui, per esempio, “l’assolutamente Altro”, il Dio pensato trascendentalmente non è l’autorità senz’altro indiscussa che non si può discutere e spiegare. Ma possiamo dilucidare ancora con altre questioni principali di cui si tratta nella teologia moderna le tensioni che sussistono nei confronti della coscienza proletaria. Queste tensioni sono di genere formale e contenutistico.
INDIETRO?
Senza dubbio la teologia moderna è stata suscitata dalle profonde scosse dell’anima connesse con la guerra. Essa incarna una reazione non solo alla chiesa legata alla guerra e allo stato ma anche alla falsa beatitudine culturale che dominava la cristianità prima della guerra. Senza dubbio la situazione della chiesa e della teologia alla fine della guerra mondiale erano sconsolanti. La sua completa inettitudine a trovare una via d’uscita doveva essere superata da un ritorno alla “teologia luterana”, da un ripensamento delle verità fondamentali della riforma. Venne “riscoperto” il luteranesimo che rivisse il suo “riconoscimento”, la sua rinascita. Questo ritorno alla eredità dogmatica della riforma è divenuto indiscutibilmente la caratteristica più spiccata della nostra teologia dal 1918, benché questa teologia non sia in sé qualcosa di unitario e benché si debba anche dire che gli stessi riformatori – se pensiamo, per esempio, a Lutero, Zwingli e Calvino – avevano opinioni fortemente divergenti su punti importanti. Dobbiamo ora comprendere che, considerato dal punto di vista puramente formale o spirituale, questo ritorno all’eredità teologica di un tempo già sepolto da secoli deve suscitare le più forti reazioni nel proletariato orientato verso il futuro, favorevole al progresso. Già il non proletariato potrebbe seriamente domandarsi: questo “indietro” non contiene una rinuncia? Non è paura di fronte ai compiti del presente , una fuga romantica nel passato? Non è simile ad una via d’uscita alla perplessità, della disperazione? Non vi è un “avanti” nella teologia protestante? Dobbiamo arrampicarci alle sorgenti gocciolanti, sempre e solo faticosamente elemosinando, invece di navigare con la nave della vita sull’onda del tempo seguendo la corrente del mare? Questo “indietro” suscita reazioni intime, schiette, del tutto insuperabili alla coscienza proletaria. Questo “indietro” significa per colui che considera la vita spirituale e quindi anche religiosa di un tempo in stretta connessione con la vita sociale-economica di questo tempo, l’attualizzazione della schiavitù, della servitù della gleba, della morale dei signori, dell’ordine corporativo piccolo-borghese, di gerarchie e dispotismo della peggiore specie, Perciò l’operaio marxista non può collaborare a questo “ritorno alla Riforma”. Tutto in lui vi si oppone, s’impenna contro questa passeggiata spirituale nel paese del passato. Aspettiamo ancora una storia della chiesa, scritta secondo il modo di pensare del materialismo storico. Ma proprio l’era delle riforme potrebbe essere, dal punto di vista del materiale, una miniera particolarmente ricca e i suoi risultati giustificherebbero, secondo me, il punto di vista proletario secondo cui è falso misurare e normare in modo decisivo la vita del presente secondo parametri religiosi del passato. Ogni tempo vuole essere compreso a partire da se stesso nel suo nocciolo più intimo, nel suo contenuto immediato ed eterno. Questo contenuto immediato ed eterno, come si rispecchia principalmente nello sviluppo della vita spirituale, non conosce marce indietro, ma solo in avanti. In questo contesto è fondato il diritto interno del proletariato di respingere fondamentalmente quell’”indietro”. Non vuole bearsi, felice, di quei pii pensieri di un tempo passato, ma interroga il battito religioso del presente se e fino a che punto religione e cristianesimo, chiesa e teologia possono ancora essere possibili ed attivi nell’odierno processo di produzione.
PECCATO ORIGINALE?
A questi ostacoli di genere se ne aggiungono altri di genere più contenutistico. Essi riguardano il contenuto di questa teologia “riscoperta”, neoortodossa, antico-luterana. Essa stabilisce il contrasto tra Dio e l’uomo, chiesa e mondo, bibbia e realtà. Ma il marxista chiede con quale diritto ciò avviene e con quale diritto deve essere valido oggi ciò che si rivelò necessario al tempo di Lutero in rapporti sociali e politica economica completamente diversa. Il marxista nega la validità generale di idee religiose rivelatesi un tempo. Piuttosto queste acquistano continuamente nuova forma, proprio come la società umana è sottoposta ad un continuo processo di trasformazione con il continuo mutamento delle forze produttive. Tutto è sempre in divenire, anche la formazione della teologia, e la corrente che ci porta non conosce marcia indietro, ma solo in avanti. Il ripensamento della teologia della riforma ha per il proletario solo un valore mediato, prevalentemente storico.Ma egli non può essere influenzato da essa decisivamente nella sua coscienza religioso odierna, per niente, poi, quando quel ripensamento avviene in maniera tale che la cultura vitale, materiale, contemporanea viene trascurata nel suo significato centrale anche per la formazione delle realtà ecclesiastiche. Inoltre il marxista è mille miglia lontano dal condividere il giudizio pessimista sul mondo è sull’uomo, proprio del luteranesimo. Questo può inizialmente sembrare strano. Se mai qualcuno aveva motivo di divenire pessimista, questo doveva essere il proletario. Esperienze amare gli gridavano e gli gridano letteralmente in faccia che l’uomo è un lupo e la terra una valle di lacrime per lui. Ciò non di meno, egli ha lottato per una visione diversa con una ardente brama esistenziale. Il mondo in se stesso non è né buono né cattivo. Solo l’amministrazione di questa terra ad opera dell’uomo è malvagia e cattiva. Ma egli vede in lontananza un altro stato di cose. Sente che le forze che lo spingono avanti devono essere completamente opposte alle forze che egli vede ora attive nel mondo e nell’umanità. Perciò la sua confessione di fede è, come l’ha formulata Leonhard Frank , nel titolo di uno scritto: L’uomo è buono! Non vi è dunque posto nella coscienza proletaria per la dottrina del peccato originale e della creazione caduta. Il suo riconoscimento significherebbe per lui la rinuncia ad una nuova organizzazione della società umana e della divisione dei beni terreni. No, egli sente legato a questa terra, aggrappato a questa vita, si sente sempre più come uomo dall’al di qua e rinuncia perciò con gioia ad un pareggio di tutte le stupidità ed ingiustizie esistenti in un nebuloso al di là. Il proletario marxista cadrebbe subito al suolo, perderebbe il suo equilibrio se volesse pensare diversamente, se volesse dire un sì ed un Amen al dogma luterano della caduta e del peccato originale che è nato da un senso di colpa individuale (Lutero: “come aver un >Dio pietoso”) né permette un senso gioioso del mondo e la fede nell’uomo. Tanto meno può egli accettare amichevolmente questo dogma per il fatto che sta sotto il sospetto che è divenuto comune tra il proletariato marxista. Esso fiuta in quel dogma un inganno di cui si serve la classe dominante per poter meglio e più facilmente sostenere le sue pretese di signoria. La teologia attuale proclamando nuovamente, in un ritorno alla riforma e senza tener presente il legame naturale, sociologico al tempo contemporaneo, la contraddizione tra spirito del modo moderno e spirito del vangelo (compreso letteralmente), tra fede nella ragione “autonoma” e l’antica fede nella rivelazione, tra la libertà della volontà dell’uomo e l’immeritata grazia di Dio e formulando questa contraddizione in parole d’ordine e di lotta della vecchia teologia, completamente estranee al proletario, spranga la porta della comprensione ed offende solamente l’operaio marxista. Questi accetta lo spirito del mondo moderno. Accetta la fede nella ragione autonoma. Accetta – almeno fondamentalmente – la libertà di volontà dell’uomo. Ma accetta lo spirito del mondo moderno. Ma accetta anche il legame sociologico di chiesa e religione e non può perciò seguire una teologia che vive dell’opposto di questa accettazione. Ma l’apertura al mondo del proletariato marxista non è senz’altro da confondere con la fede nel progresso e la beatitudine culturale del liberalismo borghese. Dietro la sua accettazione del mondo rumoreggiano forze escatologiche ed egli sa che la vittoria della rivoluzione proletaria significa la fine della cultura esistente, della cultura borghese. La lotta gigantesca portata avanti dal proletariato non è solo segno di una forza molto profonda che vive in esso ma, considerata dal punto di vista spirituale, anche il tentativo di riuscire a dare un senso nuovo all’esistenza. Questo dare un senso nuovo all’esistenza non consiste nel sottrarsi all’azione in questo mondo e nello spiare il “totalmente altro” che è al di là di tutte le possibilità di percezione, ma tenta di riorganizzare questo mondo secondo ciò che egli esperimenta come “divino” ed è “santo” per lui.
Quella sterile trascendenza del luteranesimo, che porta solo all’auto-beatitudine si muta in immanenza nel pensiero proletario e vien posta con una forte finalizzazione etico-sociale nella comunità e al servizio della comunità
GIUSTIFICAZIONE?
Tanto meno il proletario può accordare un senso alla dottrina della giustificazione, benché, secondo la visione dei riformatori, si tratta qui di un articolo con il quale sussiste oppure viene meno (articulus stantis et cadentis ecclesiae). Bisogna dire, molto generalmente, una volta per tutte , che il proletario non è impegnato confessionalmente. Non gli interessa la riflessione confessionale, in questo caso sulla riforma, ma nell’ipotesi migliore, la riflessione sul valore e l’essenza del cristianesimo in genere. Inoltre le potenze dell’illuminismo e le correnti da esso causate (filosofia idealistica) hanno semplicemente distrutto ogni possibilità di una fede nella giustificazione nel senso del luteranesimo all’interno della cristianità protestante occidentale. Se tuta questa questione è stata nuovamente posta sul tappeto con Holl e se anche la guerra è stata certamente capace di scuotere la fede nella bontà dell’uomo, nutrita dall’illuminismo, non ne segue ancora lontanamente che il protestante dovrebbe ritornare alla dottrina della giustificazione come ad un Evangelium aeternum, come credeva Holl, e far irrompere vittoriosamente nella coscienza del tempo l’asserzione di Lutero sull’ ”uomo perduto e maledetto”. Non è mai penetrato del tutto nel pensiero proletario perché, secondo lo schema della teologia della chiesa, l’innocente uomo Gesù dovrebbe soffrire per i peccati altrui secondo quell’antica formula di fede: “Il castigo è su di lui perché avessimo la pace e noi siamo salvati dalle sue ferite”. Il proletario religioso, libero da ogni pensiero autoritario non può ritrovarsi nel labirinto dei ragionamenti teologici che trattano di colpa e giustificazione e che lì dove vien meno la forza della dimostrazione, richiedono “obbedienza di fede”. Orientato razionalmente respinge lontano da sé in una percezione naturale e sana la credenza che su un di un altro, Gesù, venne caricata una colpa di cui, secondo la sua comprensione, l’uomo stesso, l’umanità stessa porta la responsabilità. L’ingenua pia ideologia: Gesù è morto per te perché tu sia beato! E’ per lui un enigma incomprensibile psicologicamente e contenutisticamente. Egli non vorrebbe che si comprendesse la salvezza personale “della sua anima” come una salvezza che gli si apre al di là dei confini della tomba e della morte, ma una salvezza che consista nel libero sviluppo della vita della sua anima in connessione con un tenore di vita esterno migliore, più degno dell’uomo. Questa salvezza della sua anima, da marxista, non la può separare dal destino della classe alla quale egli appartiene. Ma egli vede minacciata la salvezza dell’anima della sua classe molto concretamente da potenze che per lui si incarnano in determinati uomini e gruppi e che sono divenuti veramente colpevoli in misura stragrande per il fatto che tentano di opprimere costantemente il mondo operaio e di continuarlo a tenere in una miseria perpetua. Egli non può attribuire la responsabilità di questa miseria a nessun dio. La colpa è dell’uomo stesso e nessun dio lo libera da quella indigenza e miseria, ma egli solo : con ragione e volontà, con fede e bontà, con lotta e nuova organizzazione della vita. L’intervento di un dio è superfluo perché l’intervento di gruppi di uomini orientati in senso marxista è sufficiente a dare un senso a contesti attualmente senza senso. Noi lo vediamo, la coscienza proletaria nel suo modo sano e anturale incarna allo stesso tempo la rivoluzione religiosa e rappresenta ciò che i nostri teologi ecclesiastici chiamano Hybris, sacrilegio e peccato. Perciò non vi è posto in essa per ragionamenti che riguardano la questione della giustificazione e che sono desunti dalla nostra vecchia teologia protestante, ora divenuta nuovamente moderna.

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