pensiero del 22 del sesto mese

22 del sesto mese

Come le guardie attentamente custodiscono la fortezza, la custodiscono attorno le mura e dentro , così occorre ben sorvegliarsi, senza mai perdersi di vista; chi si perde di vista anche un solo minuto in tutta la vita, subito si trova sulla strada degli inferi

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La Nato e la torbida storia segreta dei misteri d’Italia

19.11.2017 Angelo Baracca

La Nato e la torbida storia segreta dei misteri d’Italia
Missile Jupiter con testata nucleare

Penso che molti non conoscano (i giovani) o abbiano rimosso quello che ha rappresentato la Nato per l’Italia (e non solo): è impossibile capire i misteri dell’Italia, le trame nere, i delitti, gli attentati, i tentativi di colpo di stato senza tenere conto del ruolo che hanno giocato la Nato e l’adesione dell’Italia all’Alleanza. In questo momento è accesa la questione della richiesta al Governo italiano di firmare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (a cui la Nato si oppone) e di chiedere la rimozione delle decine di testate nucleari schierate sul nostro territorio, ma conoscere, sia pure a grandissime linee, la storia precedente sostanzia l’obiettivo di uscita dalla Nato.

Non potendo entrare in dettagli abbonderò di riferimenti precisi per chi voglia approfondire.

 

Le torbide origini della Repubblica e del clima atlantico

Le torbide manovre politiche che prepararono il clima atlantico ebbero inizio ben prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. Dal luglio 1943 al 1945 si giocò, soprattutto in Sicilia e nel Sud, una partita decisiva per il futuro dell’Italia[1]. Herbert Kappler[2] organizzò, con la complicità dell’aristocrazia e del Vaticano, una rete segreta nazifascista che si articolava in una miriade di formazioni paramilitari clandestine, legate ai poteri criminali e al banditismo. Gli Usa dal 1942 attraverso la mafia americana attivarono una rete informativa in Sicilia in vista dello sbarco. Dopo la guerra la rete nazifascista cambiò forme, integrandosi con mafia, separatismo, indipendentismo, banditismo, con esplicite complicità e coperture delle forze dell’ordine: cambiò solo chi dava gli ordini, il Comando Alleato in Italia.

Dopo la proclamazione della Repubblica (2 giugno 1946) i Carabinieri elaborarono un piano per promuovere la creazione di bande armate nel Sud, legate al Re in esilio e ad una rete internazionale, in vista di un colpo di stato[3], con il favore degli alleati. Nel piano eversivo si inserì la strage di Portella della Ginestra (1o maggio 1947).

Il 10 luglio 1947 venne fondata la Cia, e gli Usa decisero di fornire armi e denaro ai movimenti paramilitari anticomunisti, neofascisti e monarchici purché si organizzassero sotto un comando unico: furono i prodromi della struttura Stay Behind e “Gladio”, che seguì lo schema nazista[4].

Il 1947 segnò una svolta nella strategia Usa: l’ala militarista che voleva continuare l’occupazione militare fu sconfitta, e si preparò la nascita della Nato[5].

 

Sovranità limitata, stop ai comunisti!

«Quando [il trattato Nato] viene esplicitamente formalizzato [1949], sul piano militare si ebbero cessioni di quote di sovranità in cambio di garanzie contro il nemico esterno e interno, percepito come unico e mortale»[6]: ecco l’origine della militarizzazione dell’Italia, con l’invasione delle basi militari straniere! Così l’installazione nel 1960 di 30 missili Jupiter con testata nucleare in Puglia fu condotta segretamente, è grave che oggi pochi lo ricordino o lo sappiano: «La storia era cominciata nel settembre 1958 quando gli americani, allora era presidente Eisenhower, insistettero presso il governo italiano perché accettasse l’installazione di alcuni missili a gettata intermedia, con testate nucleari, in grado di colpire i paesi satelliti dell’Unione sovietica … e alcune partii occidentali della stessa Urss. Le trattative durarono a lungo (rigorosamente segrete) …»[7]. «Protocolli segreti della Nato affidavano ai servizi segreti dei paesi firmatari la prevenzione dell’avanzata comunista»[8].

La fedeltà atlantica è stata la condizione posta a tutte le forze di sinistra che hanno avuto ambizioni istituzionali o di governo. Avvenne per l’apertura al Psi nei primi anni ’60 (Governo di centro-sinistra); si ripeté per il Pci in vista del Compromesso Storico negli anni ’70. Avvenne dopo la caduta del regime franchista per il Partito Socialista spagnolo, che rovesciò la posizione rispetto alla Nato determinando l’esito negativo del referendum popolare del 1986, che portò anche la Spagna tra le braccia dell’Alleanza; è accaduto alla giovane Slovenia, le cui posizioni favorevoli al disarmo nucleare rientrarono quando si trattò di aderire alla Nato[9]; è accaduto con varie modalità a tutti i paesi dell’Est europeo. La «gabbia» della Nato è stata un potente strumento di allineamento politico, ed ha condizionato anche il processo di allargamento dell’Unione Europea.

Ma non bastò la fedeltà atlantica per evitare al Psi la trappola che scattò nell’estate 1964, per neutralizzare l’apertura ai socialisti, con il “Piano Solo”[10] preparato, d’accordo con il Presidente della Repubblica Segni e gli Usa, dal Gen. De Lorenzo e dal Sifar[11], guarda caso 12 giorni dopo l’autorizzazione del Parlamento ad aderire alla Nato, e 5 giorni prima della firma del Patto a Washington. Del Sifar sono ormai note non solo le illegalità, ma anche i profondi legami con la Nato: una rete organica fra organizzazioni e trame eversive, servizi segreti e occulti, esercito, carabinieri e ufficiali dell’Alleanza per garantire la nostra fedeltà atlantica e arginare i comunisti[12].

Gli anni tra il 1962 e il 1964 furono cruciali per il futuro del paese. Un’operazione a vasto raggio tagliò definitivamente le gambe alle aspirazione e ai progetti di uno sviluppo autonomo e avanzato dell’Italia: l’omicidio di Enrico Mattei (27 ottobre 1962); gli intrighi delle «Sette Sorelle» petrolifere; l’attacco di Saragat (esecutore di direttive probabilmente internazionali) del 1963 al Presidente del Cnen, Felice Ippolito, e il successivo processo che seppellì le aspirazioni nucleari italiane; l’analoga incriminazione di Domenico Marotta, che aveva portato l’Istituto Superiore di Sanità ad alti standard internazionali; la cessione nel 1964 alla General Electric della Olivetti, che era divenuta leader mondiale nei computer. Furono vicende e complotti che chiusero per sempre quella che si era configurata dal dopoguerra come un’alternativa, pur sempre interna allo sviluppo capitalistico, per fare uscire l’Italia dal ruolo internazionale subalterno che le era stato assegnato.

 

La trama eversiva da Piazza Fontana al rapimento Moro

La strategia della tensione partì in quegli anni, con vaste complicità internazionali, all’interno del contesto atlantico. È impossibile riassumere eventi così complessi, e con aspetti tuttora oscuri.

Complicità di apparati dello Stato (carabinieri, esercito), con forniture di armi e avallo della Nato[13], organizzazioni fasciste italiane (1966 “Ordine Nuovo”, ON) e internazionali (1966 Aginter Press, con base in Portogallo, legami con i servizi internazionali, la destra del Partito Repubblicano Usa, la Cia, ON[14]). Ma esistette probabilmente una struttura clandestina internazionale più ampia che non conosciamo, con diverse catene di comando, inglobata dell’apparato difensivo Nato[15].

Dietro gli attentati della primavera-estate 1969 c’era già l’idea del colpo di stato: dietro c’erano i Colonnelli del colpo di stato in Grecia![16] Il Commissario Juliano aveva scoperto quasi tutto, ma il 23 luglio 1969 venne destituito e incriminato: la verità non si doveva sapere! Indagini successive individuarono anche il deposito di esplosivo, con esplosivo Nato![17] Vi fu uno duro scontro nella DC, in ballo c’è l’apertura al Pci: vi furono pressioni Nato e della destra internazionale. La tensione salì con un crescendo dagli attentati ai treni alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre: dietro c’era la regia di ON e Alleanza Nazionale, ma la regia superiore venne dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno ed era collegata alla Nato e pilotata dagli Usa[18].

Il 13 dicembre il Sid conosceva già esecutori, intermediari, mandanti internazionali di Piazza Fontana, ed anche la natura militare dell’esplosivo utilizzato[19]: iniziarono gli occultamenti e i depistaggi, la verità non doveva emergere![20]. Quel 12 dicembre di Piazza Fontana Moro era a Parigi ed appoggiava la proposta di sospensione della Grecia dei Colonnelli dal consesso europeo, la Nato era allarmata: il giorno successivo Moro moderò la posizione italiana[21]. La DC si compattò attorno a Moro, bloccando la spinta autoritaria di Saragat e il golpe; l’oceanica mobilitazione popolare impedì la provocazione del Msi.

 

Da un golpe all’altro, fino al “golpe di Via Fani”: la fine segnata di Aldo Moro

«Quello che non riuscì nel dicembre 1969 venne bissato, con logiche politiche diverse, nel dicembre 1970, con il tentato golpe del comandante Junio Valerio Borghese. … Ad appoggiare il progetto anche la mafia … la Nato e la Germania, a livello militare … tra i finanziatori c’erano diversi armatori genovesi, il petroliere Attilio Monti ed Eugenio Cefis dell’Eni»[22].

Ma la storia si ripeté altre volte. «Nell’estate 1974 era previsto il tentativo di golpe bianco di Edgardo Sogno, e ci fu la strage dell’Italicus. Aldo Moro doveva essere su quel treno: scese solo per una fortuita coincidenza. In settembre, a Washington, Henry Kissinger lo ammonì a non procedere nella sua linea di “attenzione” al Pci»[23].

La strage di Piazza della Loggia (Brescia 28 maggio 1974, 8 morti, 102 feriti[24]), in qualche modo chiuse la fase del terrorismo nero. Ci fu un cambiamento di strategia degli Usa, che abbandonarono l’appoggio ai governi fascisti in Europa (nel 1974 caddero i regimi portoghese, greco e cipriota), la lotta al comunismo proseguì con altri mezzi, meno rozzi.

Si sviluppò la torbida fase del terrorismo rosso (o presunto tale), un processo storico troppo complesso per venire analizzato in questa sede. De Lutiis afferma: «Molti indizi lasciano ritenere che vi sia stata quanto meno una tutela esterna del terrorismo, la cui attività era perfettamente funzionale ai disegni di chi intendeva opporsi con ogni mezzo allo spostamento a sinistra dell’asse politico italiano»[25]. E’ certo che quando furono catturati Curcio e Franceschini nel 1974 (ma ne sfuggì, forse non a caso, il personaggio molto equivoco di Mario Moretti) «le BR potevano essere decimate nel giro di poco tempo, ma si preferì una via diversa»[26], perché «c’era qualcuno in ambiente qualificato che aveva interesse che le scorrerie delle BR continuassero»[27].

Come non ricordare la drammatica accusa di Per Paolo Pasolini sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974? «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano … Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna. … Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti. … Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni … che si sono messi a disposizione, come killer e sicari … Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti … Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.»[28] Pasolini venne assassinato 11 mesi e 18 giorni dopo! Il 2 novembre 1975. Un recentissimo libro inchiesta di Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, chiede la riapertura delle indagini: «Pier Paolo Pasolini era spiato dall’ufficio stragi del Sid»[29].

Ma la scia si sangue continuò. La vicenda del rapimento di Moro nel marzo 1978 ebbe una svolta quando fu chiaro che lo statista stava parlando e rivelando segreti indicibili: tra queste Gladio e il sistema difensivo della Nato. La DC (Andresti) non voleva Moro libero, e fermò le offerte di Cosa Nostra e della camorra, di Paolo VI di trattare la sua liberazione. Il memoriale di Moro è stato amputato, manomesso e rimaneggiato nelle parti che assolutamente non dovevano divenire di pubblico dominio[30].

Anche successivamente il segreto venne protetto con tutti i mezzi: i costanti depistaggi dei servizi nei confronti della magistratura nelle indagini per gli attentati e le trame dal 1969 al 1974 «volevano impedire che i giudici scoprissero l’esistenza di Gladio … e di quella vasta rete di organizzazioni paramilitari clandestine legate agli apparati, dovevano difendere il segreto Nato»[31].

Ma perché Gladio era così importante? Perché Andreotti ne rivelò l’esistenza nel 1990? «Gladio, lo Stay behind per così dire “ufficiale”, non era l’unica struttura militare-civile clandestina: faceva da cappello a un intero arcipelago di reti e organizzazioni parallele che hanno operato in Italia, una nazione dove anche i gesuiti e l’Azione cattolica hanno avuto la loro struttura segreta armata»[32].

La rivelazione dell’esistenza di Gladio fatta da Andreotti nel 1990 fu in realtà un depistaggio: svelare la punta dell’iceberg «per salvare l’organizzazione»[33].

Ii misteri e le ipoteche atlantiche non finiscono qui. Per la strage di Ustica (27 giugno 1980) il ruolo del nostro paese nel contesto internazionale consentiva a navi ed aerei militari stranieri di scorrazzare nei nostri cieli e mari, provocando veri scenari di guerra: questa nostra subalternità consente a Francia e Stati Uniti di tacere con protervia a qualsiasi richiesta di chiarimento. Questo si è ripetuto per il disastro della «Moby Prince» dell’11 aprile 1991 e l’ormai indubbia quanto misteriosa presenza di navi da guerra quella notte nella rada di Livorno[34]. È evidente per tutti che gli Stati Uniti e i paesi della Nato conoscono perfettamente la verità, non solo su questo mistero, sulla strage di Ustica del 27 giugno 1988, e su tutti i misteri italiani: anche noi, come Pasolini, sappiamo, ma i nomi sono ancora gelosamente celati!

L’«armadio» dei misteri della Repubblica nasconde ancora molte delle pesanti ingerenze internazionali, nelle quali la Cia e il Mossad hanno operato impunemente nel quadro della ferrea collocazione atlantica del nostro paese.

 

1999 il “Nuovo concetto strategico” e il rilancio dell’aggressività della Nato

Mi fermo qui, gli sviluppi più recenti dovrebbero essere anche maggiormente conosciuti: la radicale trasformazione della Nato in un’alleanza apertamente aggressiva e interventista con il Nuovo Concetto Strategico inaugurato dopo la scomparsa del “nemico”, nel 1991. La nuova storia delle missioni dell’Italia all’estero.

[1]              G. Carrubba, Storia Segreta della Sicilia. Dallo Sbarco Alleato a Portella della Ginestra, Bompiani, Milano, 2005; G. Casarrubea e M. J. Cereghino, Tango Connection, Bompiani, Milano, 2007; Lupara Nera, Bompiani, Milano, 2009.

[2]              Kappler aveva comandato l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Arrestato dagli inglesi e trasferito alle autorità italiane fu condannato all’ergastolo. In carcere riceveva la pensione dal governo di Bonn. Ammalato di tumore, nel 1976 fu trasferito all’ospedale del Celio a Roma, da dove il 15 agosto 1977 riuscì a fuggire in Germania dove visse libero e morì il 7 febbraio 1978. Nella sua fuga sono state ipotizzate pesanti complicità di una struttura dei servizi segreti italiani rimasta occulta fino a pochi anni fa, detta “Noto servizio” o “Anello” (S. Limiti, L’Anello della Repubblica, 2008).

[3]              Casarrubea e Cereghino, Lupara Nera, cit., pp. 352-53, 357, 362.

[4]              Ibidem, pp. 413-15, 440.

[5]              Ibidem, pp. 441-42, 447-48. Quando ci fu la “Crisi dei missili a Cuba”, li snantellamento delle rampe dei missili in Italia puntati verso l’Urss fu il prezzo (segreto) pagato da Kennedy a Kruscev.

[6]              L. Cortesi, Linee e caratteri della politica estera italiana dopo la seconda guerra mondiale, in S. Minolfi (a cura di), L’Italia e la nato, Napoli, CUEN, 1993, p. 33.

[7]              Giorgio Nebbia, “Quando in Puglia c’erano 50 megaton di bombe nucleari“, 3 marzo 1999, http://www.peacelink.it/disarmo/a/1464.html. I documenti furono tenuti rigorosamente segreti, e furono resi accessibili molto più tadi grazie ad una speciale legge americana sulla “Libertà di accesso alle informazioni”; ora declassificati sono disponibili sul sito http://www.hfni.gsehd.gwu.edu/~nsarchiv/nsa/NC/nuchis.html.

[8]              Philip Willan, I Burattinai, Pironti, Napoli, 1993, pp. 33-34.

[9]              Franco Juri, La vergogna nucleare, 10.08.2005, http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/4592/1/50/

[10]             V. ad esempio G. Pellegrino, G. Fasanella, C. Sestieri, Segreto di Stato, Sperling & Kupfer, 2008, pp. 46 segg.

[11]             Il servizio segreto dell’esercito che era nato ad opera di Pacciardi «come emanazione diretta del vecchio Sim fascista e in un regime di assoluta dipendenza dalla Cia» (A. Cipriani e G. Cipriani, Sovranità Limitata. Storia dell’Eversione Atlantica in Italia, Presentazione di S. Flamini, Edizioni Associate, Roma, 1991, p. 31).

[12]             V. ad es.: G. De Lutiis, Storia dei Servizi Segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1991 (pp. 128 e segg.); Stefania Limiti, L’Anello della Repubblica, Chiarelettere, Milano, 2009, pp. 14-15, 41,121, 133.

[13]             Limiti, cit., pp. 121, 126-31 (Fumagalli sarà costantemente protetto per i segreti che custodiva, pp.  126-27); Pellegrino et al., cit., pp. 74, 101: P, Cucchiarelli, Il Segreto di Piazza Fontana, Ponte alle Grazie, 2009, pp. 542,597.

[14]             Cucchiarelli, cit., pp. 58-60: gli uomini dell’Aginter operavano direttamente in Italia, p. 538, le carte dell’Aginter sono ancora gravate dal segreto Nato, p. 539. Anche Pellegrino et al., cit., p. 62.

[15]             Pellegrino et al., cit, p. 57. Cucchiarelli, cit., pp. 58-60, 485; G. De Lutiis, Prefazione a Limiti, cit., pp. 13-15.

[16]             Dittatura militare dal 1967 al 1974.

[17]             Cucchiarelli, cit., pp. 386-89.

[18]             Cucchiarelli, cit., pp. 431, 438, 441; «gli agenti Cia infiltrati tra i gruppi della destra avevano la loro base nelle sedi dei comandi Nato di Verona e Vicenza», p. 530, 577; vi erano legami tra Valerio Borghese, la mafia e gli Usa, i quali confermarono il loro avallo al golpe, p. 546-47. Pellegrino et al., cit., pp. 57, 83.

[19]             Ivi, pp. 401, 406, 417, 451, 598. L’inchiesta a tutto campo di Paolo Cucchiarelli apre scenari inattesi e inquietanti su Piazza Fontana, la strategia della tensione e le complicità internazionali.

[20]             La pista nera rimase coperta: Cucchiarelli, cit., pp. 451-54. ON aveva accesso ai Nasco (depositi di armi e esplosivi di Gladio): «in quei depositi occulti gli esplosivi provenivano dai paesi dell’Est e venivano gestiti d’intesa con la Nato» (p. 131, 136, 505). È il caso di ricordare che nell’ultimo processo per Piazza Fontana, in Cassazione nel 2005, tutti gli imputati sono stati assolti, e i parenti delle vittime della strage sono stati condannati a pagare le spese processuali!

[21]             Cucchiarelli, cit., pp. 464-76.

[22]             Cucchiarelli, cit., pp. 542-47; Pellegrino et al., cit., pp. 69-71.

[23]             Cucchiarelli, cit, p. 619; Limiti, cit., pp. 176-77 (Curcio ha raccontato che le carte “esplosive” su Edgardo Sogno in mano alle BR furono fatte sparire, p. 138).

[24]             Il processo si è chiuso (dopo 43 anni!) nel giugno 2017.

[25]             De Lutiis, Il Golpe, cit., p. 14. Il Mossad israeliano cercò contatti con le BR, interessato ad alimentare l’instabilità in Italia, per contrastare la politica di apertura di Moro verso i paesi arabi, ivi, pp. 85-86.

[26]             Limiti, cit., p. 137; De Lutiis, Il Golpe, cit., p. 91. Già in una precedente occasione, il 2 maggio 1972, tutto il gruppo dirigente della BR avrebbe potuto essere arrestato, ivi, pp 69-69.

[27]             De Lutiis, Storia dei Servizi Segreti in Italia, cit., pp. 249-50. «Il fenomeno dell’eversione rossa fu lasciato vivere forse perché poteva essere opportunamente manovrato per garantire quell’instabilità che prima del 1974 era stata appaltata all’eversione nera», Limiti, cit., p. 139.

[28]             Pier Paolo Pasolini, “Cos’è questo golpe? Io so”, Corriere della Sera, 14 novembre 1974, articolo completo: http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html. Il medesimo mistero denuncia a proposito di Pasolini il saggio di Carlo Lucarelli, Pasolini, un Segreto Italiano, 2015.

[29]             P. Bolognesi e A. Soarzani, Pasolini. Un omicidio politico. Viaggio tra l’apocalisse di Piazza Fontana e la notte del 2 novembre 1975, Castelvecchi, 2017. Vedi P. Biondani, “Pier Paolo Pasolini era spiato dall’ufficio stragi del Sid: riaprite le indagini sull’omicidio”, L’Espresso, http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/11/02/news/pier-paolo-pasolini-omicidio-riaprire-il-caso-1.313185.

[30]             Pellegrino et al., cit., pp. 220 e 253. «Una parte degli scritti, quelli con gli elenchi degli appartamenti a Gladio, fu ritrovato addirittura negli archivi della Digos» da due consulenti della Commissione sul terrorismo e le stragi, Limiti, cit., p 223.

[31]             Pellegrino et al., cit., pp. 108-09. Sapendo che le BR stavano carpendo a Moro segreti di tale portata si attivarono i Servizi sia dell’Est che della Nato: «è possibile che durante il sequestro Moro i Servizi americani e quelli Nato siano riusciti a mettersi in contatto con i brigatisti, direttamente o attraverso intermediari», Pellegrino et al., cit., p. 192.

[32]             Cucchiarelli, cit., p. 507; P. Cucchiarelli e A. Giannuli, Lo Stato Parallelo, Gamberetti, Roma, 1997, p. 49; Pellegrino et al., cit., p. 56. «Gladio, struttura ufficiale del Sid gestita dalle Forze armate all’interno di una legittimazione Nato, usava una rete di civili che dovevano “reclutare” i partigiani in vista della resistenza all’invasore comunista; i Nuclei di Difesa dello Stato (Nds) invece erano un esercito di civili che si sviluppava parallelamente alle legioni dei Carabinieri. Gladio e gli Nds si sovrapponevano. La struttura di questa commistione era costituita … dalle “Unità di pronto impiego” (Upi). … In effetti, le Upi sono state fatte passare come interne alla struttura di Gladio, ma sono una cosa ben diversa: gli aderenti a Gladio risultano essere in tutto 622; solo l’Upi del Friuli aveva invece armi ed esplosivi per 2000 uomini. E nessuno ha mai visto l’elenco degli aderenti alle Upi … I Nds erano il nucleo operativo scelto delle Upi, più vasta struttura inserita nella Stay behind della Nato» ( Cucchiarelli, cit., p. 509; anche Pellegrino et al., cit., p. 24). Dal 1972, con la scoperta dei depositi di armi, i Nds passarono sotto la supervisione Nato.

[33]             Ivi, p. 511 (si leggano tutte le pagine 505-516), 541. Nel 1974 il giudice padovano Tamburino stava indagando sulla Rosa dei Venti, ma «la Cassazione gli sottrasse l’istruttoria nel momento in cui il magistrato stava per arrivare a lambire i vertici della Nato», De Lutiis, Il Golpe, cit., p. 64.

[34]             Anche per la Moby Prince l’inchiesta è stata riaperta: Enrico Fedrighini, Moby Prince. Inchiesta riaperta, «il manifesto», 19 giugno 2009.

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Dalla Valle di Susa solidarietà al Movimento No TAP

18.11.2017 Redazione Italia

Dalla Valle di Susa solidarietà al Movimento No TAP
(Foto di Mov. No Tav)

Il Movimento No TAV esprime piena solidarietà alle famiglie, ai figli, ai contadini che, insieme ai Sindaci e Amministratori, formano il Movimento No TAP.

Tutti insieme sono il cuore della lotta popolare che riesce a coinvolgere trasversalmente un intero territorio, per la sua tutela e difesa, contro un’opera ormai vecchia e folle quale è il gasdotto Trans – Adriatico (TAP). Una follia che tutti insieme dobbiamo contrastare.
Il Gasdotto Trans-Adriatico TAP è un’opera che peggiorerà il grave problema del riscaldamento globale che affligge il nostro Pianeta perché la sua realizzazione incentiverà il consumo delle fonti fossili e sottrarrà risorse agli investimenti nelle energie rinnovabili, eolica e solare, i cui costi sono in continua diminuzione.

L’Europa tra cinquant’anni pagherà ancora un inutile gasdotto, inutile come molte delle grandi opere che sono state costruite e non funzionano, vedi: “Il Mose a Venezia”.

Gli effetti del cambiamento climatico hanno conseguenze terribili e sono sotto gli occhi di tutti. Temporali, nubifragi, trombe d’aria e grandine, insieme agli incendi boschivi, causati da periodi di siccità molto lunghi, hanno devastato, in questi anni, la nostra Penisola, nell’indifferenza della Politica.

Quello che sta avvenendo nei vostri territori, così come nei nostri, rappresenta una menzogna della politica organizzata, che impone opere inutili contro il popolo che lotta a difesa del proprio territorio e del proprio futuro.
Quando la Prefettura adotta provvedimenti sproporzionati, contro una popolazione che rivendica la difesa del proprio territorio, alimenta solo la consapevolezza di essere dalla parte del giusto.

Vogliamo unirci nella lotta insieme a Voi, perché da oltre 25 anni subiamo un’azione, da parte dello Stato, di prepotenza e arroganza che ha il solo obiettivo di prevaricare e calpestare la volontà della popolazione della Valsusa.
Rivendichiamo il nostro status di cittadini che insieme al popolo No TAP si oppone, ai detentori del potere ed alla militarizzazione, a difesa del proprio territorio.

Il Movimento No TAV scenderà in piazza l’8 Dicembre 2017 e dedicherà la giornata al Movimento No TAP.

AVANTI NO TAP !

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Giro di vite di Israele sugli ingressi in Palestina

17.11.2017 Redazione Italia

Giro di vite di Israele sugli ingressi in Palestina
(Foto di Czech160)

Delle restrizioni all’ingresso in Palestina degli studenti internazionali abbiamo già detto. Le ultime notizie riguardano il veto posto il 31 ottobre ad un membro dello staff statunitense di Amnesty International, che ha interpretato questo gesto come “una rappresaglia contro il lavoro dell’organizzazione in favore dei diritti umani”.

Raed Jarrar, Direttore dell’Advocacy per il Medio Oriente e in Nord Africa, stava attraversando il confine giordano per essere vicino alla sua famiglia, in Palestina, all’indomani della morte del padre, quando è stato fermato e interrogato sul lavoro di denuncia che Amnesty porta avanti in merito agli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania, prima di essere definitivamente respinto.

La motivazione ufficiale fornita dalla forze sicurezza israeliane faceva riferimento alla Legge sull’Ingresso in Israele e citava motivi di ordine pubblico”; tuttavia, secondo il Direttore del settore Ricerca e Advocacy per il Medio Oriente e il Norda Africa, Philip Luther, “impedire l’ingresso a un difensore dei diritti umani perché lavora per un’organizzazione che ha criticato la violazione di diritti umani da parte di Israele rappresenta un evidente attacco alla libertà d’espressione”. Lo dovrebbe sapere, ha aggiunto Luther, un governo che continua a insistere sul carattere “tollerante e rispettoso dei diritti umani” dello Stato di Israele.

Ma se Amnesty International è già da tempo bersaglio delle autorità israeliane, che non le perdonano di aver lanciato, a giugno, una campagna di boicottaggio degli insediamenti illegali, in linea, peraltro, con le ultime disposizioni europee, è forse più sorprendente la notizia che il 13 novembre sia stata proprio una delegazione di funzionari europei a ricevere lo stesso divieto.

Si tratta della diretta conseguenza di una legge “Contro il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS)”, passata dalla Knesset lo scorso mese di marzo. Ufficialmente mirata a tenere lontano chiunque sostenga il BDS, questa legge viene utilizzata per evitare che entri in Palestina chiunque possa essere testimone delle ingiustizie di cui la sua popolazione è vittima. In quest’ultimo caso, per ammissione dello stesso Ministro dell’Interno e della Pubblica Sicurezza israeliano, Gilad Erdan, l’incontro da scongiurare era quello tra la delegazione – composta da sindaci francesi e parlamentari francesi ed europei – e il leader Palestinese Marwan Barghouthi, nel carcere di Hadarim, “come parte del loro sostegno a Barghouthi e ai prigionieri palestinesi”.

L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) ha condannato questa decisione sostenendo che “se il permesso di ingresso viene rilasciato a seconda dell’opinione politica di chi lo richiede si commette una grave violazione dei più elementari principi democratici”.

Tra le ultime vittime di questo trattamento discriminatorio, ricordiamo anche una delegazione italiana della compagnia teatrale Anticamera Teatro, a cui non è stato possibile raggiungere i Territori Palestinesi dove era diretta per progetti di volontariato culturale e artistico.

Newsletter dell’Ambasciata della Palestina in Italia

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Molestie sulle donne: cosa c’è di così difficile da capire

16.11.2017 Unimondo

Molestie sulle donne: cosa c’è di così difficile da capire?
(Foto di Pixabay.com)

Il caso Weinstein ha scoperchiato il classico vaso di Pandora su tutta una serie di vicende dolorose e poco edificanti che da sempre caratterizzano lo show business, ma non solo: lo “scandalo” delle molestie sessuali sulle donne non risparmia nessun settore, dal giornalismo allo sport, dai salotti intellettuali al mondo delle aziende e delle università. Trattandosi di una questione che molto ha a che fare con il potere, però, non poteva non coinvolgere anche il luogo del potere per eccellenza, ovvero la politica: ed è così che in Francia, Gran Bretagna, Austria, Usa, tantissime donne hanno finalmente rotto il silenzio, coinvolgendo nelle loro denunce funzionari, deputati e ministri. Per non parlare di istituzionicome il Parlamento europeo e le Nazioni Unite, che lo stesso non sono state risparmiate dalla valanga inarrestabile di racconti fatti di avances e contatti non graditi, pressioni e minacce fisiche e psicologiche, fino ad arrivare a veri e propri assalti e stupri. E mentre c’è chi parla di “caccia alle streghe”, con teste che cadono anche per avvenimenti risalenti a molti, troppi anni prima, la pubblica gogna continua in realtà ad essere tutta per la donna che denuncia, segno che la strada che dobbiamo percorrere verso una società più giusta per tutti è ancora lunga.

Sono soprattutto le donne dello spettacolo ad essere prese di mira, come se la loro professione ne facesse delle persone “corrotte” per natura, pronte a tutto pur di ottenere fama e successo. Peccato che lo stesso meccanismo si ripeta anche negli altri settori, un meccanismo nel quale sono soprattutto gli uomini a detenere il potere (che forse, il giorno in cui questo sarà equamente distribuito allora magari le cose saranno diverse). Ad esempio, il giorno dopo che il New York Times ha diffuso l’accusa di molestie sessuali compiute per anni dal produttore cinematografico Harvey Weinstein, la rivista Science ha pubblicato un articolo altrettanto inquietante sul geologo antartico David Marchant e le presunte violenze fisiche e verbali ai danni di sue due ex dottorande durante lo svolgimento di due spedizioni. Anche in questo caso le accuse si sono levate molti anni dopo, ma anche nel mondo accademico si parla di abusi e violenze sistematiche: in un sondaggio online pubblicato su PLOS ONE e riportato sempre dalla rivista Science nel 2014, il 71 per cento delle 512 donne intervistate ha riferito di essere stata molestata sessualmente durante il lavoro sul campo; l’84 per cento di loro erano tirocinanti. “Alcune vittime temono che la denuncia di un abuso metta fine alla loro carriera” scrive la giornalista Marina Koren su The Atlantic, che cita un altro studio del 2014 dove il 64 per cento delle scienziate coinvolte riferiva di aver subito molestie sessuali durante il lavoro e il 20 per cento di essere stata stuprata. E poi ci sono le minacce, il timore che l’accusa possa ritorcersi contro di loro, la paura di non essere credute. Diverso ambito, insomma, ma stesso copione, in un sistema autoperpetuato dal silenzio e dalla vergogna.

Oggi molti uomini si dicono confusi, alcuni addirittura impauriti, si chiedono quale sia il limite tra avance e molestia, si chiedono se non si stia esagerando. Tanti sono nostri parenti, amici, colleghi, spesso in piena buona fede: ma questo significa che, se da una parte si è iniziato finalmente a parlare, dall’altra è necessario che si cominci ad ascoltare e provare a capire. E se è vero che una donna potrebbe aver accettato in modo consenziente di “fare sesso per fare carriera”, resta il fatto che le vittime vere esistono, e sono molte, troppe, spesso con storie tragiche e dolorose (secondo gli ultimi dati Istat, sono oltre 1 milione e 500mila le donne fra i 18 e il 65 anni che hanno subito ricatti sessuali nell’arco della loro vita lavorativa).

Molte non vogliono più essere tali e il successo dell’hashtag #metoo mostra quanto la misura fosse colma: come se tutte finalmente avessero trovato il coraggio l’una nell’altra per mettere fine all’omertà, ai ricatti e al clima di paura che circondano una pratica tanto antica quanto sistematica e odiosa. Le reazioni, poi, sono sempre soggettive. I leoni da tastiera e paladini del bianco e nero non fanno che dire: “La dignità prima di tutto! Se non voleva, avrebbe potuto dire no”. Senza pensare che in relazioni dove lo squilibrio di potere è forte, a maggior ragione in ambito lavorativo, la persona che subisce la molestia è sempre costretta ad effettuare scelte difficilissime in poche frazioni di secondo. In un interessante articolo pubblicato su Bust Magazine (qui la traduzione in italiano), la scrittrice statunitense Dina Honour parla di una donna costantemente costretta a stare tra l’incudine e il martello, obbligata ogni giorno ad effettuare mille calcoli tra opzioni spesso ugualmente schifose. “Una donna molestata sessualmente sul lavoro deve decidere se parlarne apertamente con la possibilità di rischiare la sua carriera, una promozione, la sua reputazione professionale. Deve decidere se denunciare il capo palpeggiatore all’ufficio personale vale il rischio – scrive –. Incudine: capo lascivo che ti palpa il culo. Martello: brutte valutazioni che possono stroncare le sue prospettive di carriera, l’essere segnata sulla lista nera nell’intera industria, l’essere cacciata via dal lavoro”.

Certo, la questione è prima di tutto culturale e ci vorrà molto tempo affinché le cose cambino, a prescindere dalle teste cadute e dai processi sommari, ormai tipici delle dinamiche online. Ma qualcosa si è mosso a livello globale, Italia compresa, che si prepara alla grande manifestazione nazionale a Roma del 25 novembre organizzata dal movimento “Non una di meno”. Anche quest’anno in tantissimi tra associazioni, collettivi e persone singole hanno già risposto all’appello, compresi naturalmente coloro che il problema delle molestie lo vivono sul campo a livello professionale: “Gli hastag #metoo e #quellavoltache hanno consentito di portare sulla piazza virtuale di Twitter, Facebook e Istagram quello che da oltre 30 anni le donne hanno raccontato e raccontano negli 80 Centri antiviolenza presenti in tutta Italia della rete Di.Re” spiega ad esempio Lella Palladino, Presidente dell’Associazione Nazionale Di.Re (Donne in rete contro la violenza). Loro, che con le donne abusate si confrontano ogni giorno, sanno bene il motivo per cui quasi mai si parla delle violenze subìte: “per vergogna, per timore di non essere credute, per la certezza di essere colpevolizzate, perché in tante sperimentano la rivittimizzazione sia nei circuiti giuridici che nei contesti socio sanitari di accoglienza”. E’ davvero tanto difficile da comprendere?

Anna Toro

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Livorno: parte la carovana delle donne per il disarmo nucleare

15.11.2017 La Bottega del Barbieri

Livorno: parte la carovana delle donne per il disarmo nucleare
Hiroshima, ragazza con lanterne della pace (Foto di Tim Wright/ICAN via Flickr.com)

Da lunedì 20 novembre a domenica 10 dicembre, promossa dalla WILPF

L’evento nazionale di avvio della Carovana è il 19 novembre (ore 10) a Livorno in piazza della Repubblica.

La WILPF Italia ha partecipato – come una delle componenti della società civile unite in ICAN (Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari) Premio Nobel per la Pace 2017 – al lungo percorso diplomatico che si è concluso con la stesura del «Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari» (TPNW) adottato il 7 luglio 2017 dall’ONU (122 Paesi). Ora il Trattato è aperto alle firme e ratifiche da parte degli Stati, ed entrerà in vigore alla 51° ratifica: ha già ottenuto 53 firme e tre ratifiche. Gli Stati Nucleari e quelli Nato (ad eccezione dell’Olanda) non hanno partecipato alla Conferenza Onu di New York che ha portato al Trattato, e anche l’Italia era assente.

Antefatti

Nel nostro Paese si è avviata una Campagna «Bando delle armi nucleari: Italia ripensaci» perché l’Italia aderisca al Trattato. Il 14 settembre 2017 è stato inviato alle istituzioni – presidente della Repubblica, presidenti di Camera e Senato, capo del Governo – una specifica PETIZIONE promossa da Disarmisti Esigenti,WILPF Italia, Comitato No Guerra No Nato, Pax Christi, IPRI-CCP, Pressenza, LDU, Accademia Kronos, Energia felice, Fermiamo chi scherza col Fuoco Atomico (Campagna OSM-DPN), PeaceLink, La Fucina per la Nonviolenza di Firenze, Chiesa Valdese di Firenze, “Comitato per la pace, la convivenza, la solidarietà Danilo Dolci” di Trieste, Mondo senza guerre e senza violenza.

Nella Petizione si chiede al governo italiano di firmare il Trattato, avviando previamente il necessario processo di denuclearizzazione del territorio italiano che ospita circa 70 bombe nucleari Usa, stoccate nelle basi militari di Ghedi e Aviano, e che accoglie – nei suoi 11 porti nucleari – sottomarini a propulsione nucleare con bombe nucleari a bordo. E questo in violazione dell’articolo 2 del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) firmato dall’Italia nel 1976. La Petizione ora è aperta alle firme a livello individuale o collettivo. L’orologio della apocalisse nucleare segna due minuti e mezzo alla mezzanotte: è urgente informare, sensibilizzare e mobilitare la gente perché comprenda che l’impegno su queste tematiche è di vitale importanza per ottenere la sicurezza dei territori, per tutelare la salute della cittadinanza nonché per esigere una economia di pace che è l’unica che può garantire la realizzazione dei diritti oggi negati.

Ruolo delle Donne

Il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) sottolinea l’importanza della partecipazione delle donne per l’implementazione del Trattato stesso e questo anche in ragione del fatto che le donne sono le prime vittime delle radiazioni nucleari. Si aggiunge poi il grande potere trasformativo delle donne quando esse agiscono in nome dei diritti collettivi che si ispirano alla giustizia sociale, alla pace e alla tutela dell’ambiente. La Carovana delle Donne per il Disarmo Nucleare sarà un evento inclusivo aperto alla partecipazione di tutti coloro che vogliono impegnarsi per il pieno rispetto della nostra Costituzione, a partire dall’articolo 11 che nell’affermare il ripudio della guerra richiede che l’Italia svolga un ruolo attivo nella promozione di politiche di Pace.

Durata della Carovana: da lunedì 20 novembre a domenica 10 dicembre, periodo durante il quale nei diversi territori che aderiscono alla Carovana si svolgeranno autonome iniziative di informazione, sensibilizzazione, mobilitazione attorno alla Mozione citata.

PARTENZA

Lunedì 20 novembre 2017 “Giornata Internazionale dei diritti dell’infanzia”: il nostro obiettivo è quello di evidenziare che vogliamo garantire un futuro alle giovani generazioni perché possano vivere in un «mondo liberato della minaccia nucleare».

CHIUSURA

Domenica 10 dicembre 2017 “Giornata Internazionale dei Diritti Umani”: il nostro obiettivo è quello di evidenziare che il disarmo nucleare è indispensabile per garantire la sicurezza dell’intera umana e che le ingenti spese militari devono essere impegnate per investimenti sociali rivolti a garantire il pieno godimento dei diritti (istruzione, sanità, casa, sicurezza dei territori, tutela dell’ambiente, lavoro). In quella data si chiede che una delegazione della Carovana venga ricevuta dal Presidente della Repubblica, in quanto “garante” della Costituzione.

Partenza congiunta da vari luoghi

Non avendo fondi a disposizione, abbiamo pensato alla partenza congiunta della Carovana da alcuni luoghi simbolici: Ghedi e Aviano (le basi militari dove sono stoccate le bombe nucleari USA), Livorno e Pisa (porto nucleare in sinergia con Camp Darby e Hub militare di Pisa), Trieste (porto nucleare), Napoli (porto nucleare e VI Flotta), alcuni siti della Sicilia e della Sardegna e naturalmente tutte le altre realtà territoriali che vorranno partecipare. La Carovana si muoverà all’interno del proprio territorio durante il periodo 20 novembre-10 dicembre, con azioni specifiche di cui sotto diamo alcune indicazioni.

Attività

  1. Conferenza stampa:
  2. Incontro con: Comandante della Base Militare, Presidente dell’autorità portuale, Sindaco e Prefetto e consegna della Petizione, del Trattato di Proibizione armi Nucleari, Studio dell’Onu sugli effetti delle radiazioni nucleari…
  3. Presidi cittadini e raccolta di firme per la PETIZIONE
  4. Conferenze, presentazioni di libri sulla tematica, proiezioni di filmati, ecc
  5. Incontri con gli studenti sul tema del Pericolo Nucleare , presentazione del libro di Carlo Cassola “La rivoluzione Disarmista
  6. FlashMob
  7. Attività di arte per la Pace con un focus specifico sul Disarmo Nucleare e tutela Ambiente
  8. Partecipazione alla manifestazione di NonUnaDiMeno in occasione del 25 Novembre Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne

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Appuntamento a Ghedi per il disarmo nucleare

14.11.2017 – Ghedi (BS) Redazione Italia

Appuntamento a Ghedi per il disarmo nucleare
(Foto di disarmisti esigenti)

 

Lunedì 20 novembre alle ore 14  la Carovana delle donne per il disarmo nucleare si muoverà da Ghedi, BS, contemporaneamente  alle  partenze da altri luoghi significativi ( Aviano – Livorno – Pisa – Trieste – Napoli – Sicilia – Sardegna, ove si trovano basi e porti nucleari) e confluirà a Roma il 10 dicembre davanti al Presidente della Repubblica cui si chiede di ricevere una delegazione della Carovana stessa. Il 10 dicembre è una data importante perché quel giorno  verrà consegnato il premio Nobel per la pace 2017 a ICAN (Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari)

Perchè da Ghedi? Perchè è una base militare tristemente famosa in quanto da lì sono decollati  I tornado che hanno bombardato l’Iraq e l’Afghanistan, che hanno partecipato a “missioni di pace” in molti paesi, fra I quali la Libia, la ex Jugoslavia e la Siria.

A Ghedi, inoltre, sono stoccati 20 ordigni nucleari, le famigerate bombe B61 destinate ad essere presto sostituite dalle maggiormente micidiali B61/12 più idonee ad essere montate sui nuovi caccia F35.

Bisogna anche ricordare che la base di Ghedi dovrebbe essere chiusa ai sensi del trattato di non proliferazione delle armi nucleari, e che uno degli scopi principali della Carovana, che verrà illustrato al presidente della Repubblica,   è quello di ottenere che l’Italia sottoscriva il bando delle armi nucleari approvato dall’ONU il 7 luglio 2017.

Di questi tempi l’iniziativa della Carovana   è quanto mai opportuna e necessaria se guardiamo ai venti di guerra atomica e ai tanti generali e capi di stato  emuli di stranamore che predicano soluzioni finali.

 

La Carovana delle donne per il disarmo nucleare è sostenuta a livello nazionale da molte associazioni pacifiste e antimilitariste, ma è necessario che anche a Brescia, in Lombardia e in altre regioni vicine ci si mobiliti il più possibile per partecipare alla sua  partenza da Ghedi.

L’appuntamento è a Ghedi davanti alla base militare, in via Castenedolo 85, alle ore 14 di lunedì 20 novembre dove sarà presente anche Giovanna Pagani presidente di WILPF (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà).

DONNE E UOMINI CONTRO LE GUERRE BRESCIA

 

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Norvegia, no ai rimpatri dei rifugiati afgani

 

13.11.2017 Amnesty International

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Norvegia, no ai rimpatri dei rifugiati afgani
(Foto di Wikimedia Commons)

Il 14 novembre il Parlamento norvegese si esprime sulla sospensione temporanea dei rimpatri dei richiedenti asilo afgani. Secondo Eurostat, la Norvegia ha rimpatriato in Afghanistan 760 persone nel 2016 e 172 nei primi sei mesi del 2017.

“Mentre la situazione della sicurezza in Afghanistan continua a peggiorare, gli afgani che hanno chiesto protezione in Norvegia aspettano il voto di domani con trepidazione”, ha dichiarato in una nota ufficiale Maria Serrano, campaigner sull’Immigrazione di Amnesty International.

Alcuni giorni fa la Ministra dell’Immigrazione, Sylvi Listhaug, ha dichiarato che lei stessa non si recherebbe in Afghanistan perché è un paese troppo pericoloso. Dichiarazione in linea con i dati: secondo la Missione Onu per l’Afghanistan (Unama), nel paese sono state uccise o ferite 11.418 persone nel 2016. Gli attacchi contro i civili hanno luogo in ogni parte del paese e la maggior parte chiama in causa i gruppi armati, come i talebani e lo Stato islamico. Nei primi sei mesi del 2017 l’Unama ha registrato 5243 vittime civili.

Eppure, nonostante le vittime civili non siano mai stata così numerose, il governo norvegese ha continuato a rimpatriare centinaia di afgani condannandoli a un futuro di paura e incertezza e al rischio di subire violazioni dei diritti umani. Una scelta contraria al principio giuridicamente vincolante del non rimpatrio (non-refoulement) che impone ai paesi europei di non trasferire una persona in un paese dove corra il rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani. Rimandare i richiedenti asilo in Afghanistan, dove la violenza è in aumento, è una violazione del diritto internazionale.

“Chiediamo al governo norvegese d’invertire la tendenza europea che vede un crescente numero di afgani rimpatriati in un paese pericoloso. In questo modo, la Norvegia affermerebbe la sua reputazione di paese che sostiene i diritti umani e che sta dalla parte di chi fugge dalla guerra e dalla persecuzione”, ha aggiunto Serrano.

La pressione sul governo norvegese si è rafforzata anche grazie alla campagna promossa da un gruppo di studenti e studentesse norvegesi che vuole impedire che la loro compagna di scuola Taibeh Abbasi venga mandata in Afghanistan. Taibeh, 18 anni, è nata in Iran da genitori afgani. Non ha mai visto l’Afghanistan. La sua famiglia è arrivata in Norvegia dall’Iran nel 2012. Taibeh ha confidato ad Amnesty International di essere terrorizzata da quanto potrebbe accaderle se venisse mandata a Kabul, la più pericolosa delle province afgane, dove le violazioni dei diritti umani sono assai diffuse.

Nelle ultime settimane centinaia di persone sono state uccise o ferite in una serie di attacchi che hanno colpito la capitale afgana. Negli anni scorsi anche l’ambasciata norvegese, nonostante le imponenti misure di sicurezza, era stata attaccata e costretta a chiudere.

“In Norvegia e in altri paesi europei vi sono migliaia di Taibeh che vivono nel terrore che un giorno un funzionario dello stato bussi alla porta di casa per cambiare la loro vita per sempre. Invece di sradicare ragazzi e ragazze da luoghi sicuri per rimandarli in zone di guerra, i paesi europei dovrebbero aiutarli a ricostruire le loro vite in sicurezza e dignità”, ha sottolineato Serrano. “Domani i parlamentari norvegesi avranno la possibilità di stabilire un principio in Europa e di dichiarare che la protezione dei diritti umani dev’essere al centro di ogni politica sull’immigrazione. Chiediamo loro di votare per fermare i rimpatri, che esporrebbero tante persone a gravi pericoli e che costituiscono un’evidente violazione del diritto internazionale”, ha concluso Serrano.

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Enorme manifestazione a Barcellona per la libertà dei prigionieri politici

12.11.2017 – Barcellona Pilar Paricio

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Catalano

Enorme manifestazione a Barcellona per la libertà dei prigionieri politici
(Foto di Pilar Paricio)

Sabato 11 novembre 750.000 persone (secondo la guardia urbana) hanno riempito per oltre 3 kilometri una delle principali arterie di Barcellona (Calle Marina), in quella che è stata una delle manifestazioni più partecipate nella storia della città.

Il corteo è stato convocato dall’Asamblea Nacional Catalana e da Ómnium Cultural per chiedere la liberazione dei prigionieri politici – i presidenti delle due organizzazioni (Jordi Sànchez e Jordi Cuixart) e alcuni membri  del governo della Generalitat (il vicepresidente, Oriol Junqueras e i ministri Jordi Turull, Josep Rull, Raül Romeva, Carles Mundó, Joaquim Forn, Dolors Bassa e Meritxell Borràs).

La manifestazione si apriva con uno striscione per la liberazione dei prigionieri politici. In testa hanno preso posto i familiari dei detenuti e degli ex ministri riparati in Belgio, oltre ai dirigenti di diversi enti e associazioni municipali, seguiti dai rappresentanti politici dei partiti: Esquerra Republicana de Catalunya, Partit Demòcrata Català, Candidatura d’Unitat Popular, Catalunya en Comú, Partido Nacionalista Vasco. Erano presenti anche l’ex segretario generale di Podem Catalunya e la sindaca di Barcellona Ada Colau.

Tra i manifestanti si distingueva anche un gruppo di giuristi con la toga, che scandivano “Non è giusto!” e reggevano uno striscione con la scritta “Giustizia, democrazia e libertà”. Oltre ai cittadini di Barcellona, hanno partecipato persone arrivate da tutta la Catalogna con oltre 900 pullman.

Quando la marcia ha raggiunta l’Avenida Icaria,  sul palco ha preso il via un evento emozionante. I manifestanti hanno ascoltato il “Cant dels ocells “ di Pau Casals e le famiglie hanno letto messaggi dei prigionieri.  Carles Puigdemont e i suoi ex ministri hanno inviato un video dal Belgio e gli organizzatori hanno lanciato un appello per invitare tutti a partecipare alla mobilitazione del 7 dicembre a Bruxelles.

La mobilitazione si è conclusa al calar della sera, con la gente che reclamava la liberazione dei prigionieri politici e cantava l’inno nazionale catalano “els Segadors”.

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Vittorie democratiche a un anno dall’elezione di Trump

 

11.11.2017 Democracy Now!

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Vittorie democratiche a un anno dall’elezione di Trump
Bill de Blasio, appena rieletto sindaco di New York (Foto di https://www.flickr.com/photos/kevdia/10632385465)

Martedì scorso i democratici hanno ottenuto rilevanti vittorie elettorali in tutti gli Stati Uniti un anno dopo l’elezione a presidente di Donald Trump. Nel New Jersey, il democratico Phil Murphy ha sconfitto Kim Guadagno nella competizione volta a sostituire l’impopolare governatore repubblicano Chris Christie.

In Virginia, il democratico Ralph Northam ha battuto il repubblicano Ed Gillespie in una corsa a governatore considerata da molti un referendum sulle politiche del Presidente Trump. Trump ha risposto con un tweet: “Ed Gillespie ha lavorato sodo, ma non ha sostenuto né me né quello in cui credo.” Il discorso di accettazione di Northam è stato brevemente interrotto da un gruppo di attivisti per i diritti degli immigrati, che protestavano contro l’impegno di firmare un bando nei confronti delle “città rifugio” se eletto governatore. In seguito alla protesta un agente della sicurezza ha allontanato Northam dal palco.

In Maine, è stata approvato un ampliamento del programma di assistenza sanitaria Medicaid per gli adulti a basso reddito, sconfiggendo il governatore repubblicano Paul LePage e sostenendo l’Obamacare.

In Ohio, è stata respinta una misura che avrebbe costretto le case farmaceutiche a ridurre il prezzo dei farmaci soggetti a prescrizione, dopo che queste avevano speso il triplo dei loro avversari per finanziare la campagna contraria alla proposta.

Nello Stato di Washington i democratici hanno capovolto la situazione al  Senato e assunto il controllo di tutto il governo statale.

Nello Stato di New York è stata respinta una proposta di riscrivere la Costituzione dello Stato, mentre a  New York City il sindaco in carica Bill de Blasio è stato rieletto con una vittoria schiacciante.

A Filadelfia, in Pennsylvania, l’avvocato per i diritti umani Larry Krasner è stato eletto procuratore distrettuale. Krasner è un oppositore storico della pena di morte e delle misure di fermo e perquisizione attuate dalla polizia. Ha rappresentato gli attivisti di Black Lives Matter, ACT UP, Occupy Philadelphia e di altri gruppi progressisti.

 

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L’Italia è responsabile dell’azione libica nel Mar Mediterraneo

11.11.2017 ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

L’Italia è responsabile dell’azione libica nel Mar Mediterraneo
(Foto di Medici senza Frontiere)

Quanto accaduto il 6 novembre nel Mediterraneo centrale conferma l’idea già sostenuta dall’Asgi in tante altre occasioni: la Guardia Costiera libica e le autorità libiche non sono interlocutori affidabili, né tanto meno hanno la possibilità o la volontà di effettuare operazioni di ricerca e salvataggio con le attrezzature fornite dall’Italia. Essi costituiscono, invece, lo strumento cui Italia e Ue hanno appaltato le politiche di respingimento dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa.

E’ importante sottolineare che l’episodio si inserisce all’interno del coordinamento da parte del Comando Generale di Guardia Costiera italiano di una operazione di ricerca e salvataggio, evidentemente gestita senza il rispetto e le precauzioni della Convenzione di Amburgo del 1979.

Inoltre, tutti sanno che i migranti che si imbarcano in condizioni così precarie lo fanno per necessità, cercano di trovare rifugio da violenze e condizioni degradanti che subiscono in Libia e prima ancora nei loro paesi: tale circostanza è stata anche accertata recentemente dalla Corte di Assise di Milano. Ciononostante è proprio in Libia che essi sono respinti per essere nuovamente sottoposti a detenzione ed a torture, nonostante le autorità italiane abbiano positiva e diretta conoscenza delle torture e delle violazioni dei diritti delle persone ai quali sono sottoposti i migranti nei centri di detenzione in Libia.

E’ importante sottolineare, peraltro, che ciò avviene esclusivamente grazie ed in esecuzione del finanziamento e dei mezzi, anche navali, forniti dall’Italia alla Libia in esecuzione dell’accordo stipulato lo scorso 2 febbraio dal governo Gentiloni con Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj; dunque per attuare uno dei tanti accordi e partenariati stipulati dall’Italia, spesso senza alcun controllo parlamentare ed in spregio all’art. 80 Cost., con governi dittatoriali o istituzioni fantoccio (tra i quali anche il Sudan, il Niger, l’Afghanistan, la Turchia), totalmente incapaci di garantire l’incolumità e i diritti delle persone.

Lo stesso Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha chiesto al governo italiano, con nota del 28 settembre scorso, chiarimenti in merito a tali respingimenti e alla natura dell’accordo con la Libia: la risposta del Ministro dell’interno italiano, On.le Minniti (per il quale non è l’Italia a respingere le persone, ma la Libia) risulta essere sostanzialmente vuota e certamente irrispettosa a fronte della conoscenza delle reali politiche di delega, aiuto e supporto dell’Italia alla Libia e al contemporaneo ostacolo posto alle attività di ricerca e salvataggio in mare da parte delle ONG operanti nel Mediterraneo centrale.

Occorre, dunque, certamente ricordare le responsabilità della Libia in quanto occorso. Al contempo, tuttavia, occorre sottolineare la responsabilità dell’Italia e dell’Unione Europea per quanto avvenuto il 6 novembre o in occasioni similari, perché tali eventi si generano solo grazie alla delega delle attività di respingimento da loro fornita alla Libia, al loro coordinamento pratico, alle loro politiche, alla fornitura di mezzi finanziari e risorse strumentali, dunque grazie all’aiuto e al sostegno alla commissione di crimini da parte della Libia o di altri regimi non democratici.

La responsabilità dell’Italia per la violazione (tra gli altri) degli artt. 3, 5, 8 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, del principio di non refoulement e di numerose norme di diritto internazionale anche a tutela dei rifugiati non è solo morale e politica, ma altresì giuridica, derivando dalla violazione della Costituzione italiana e dalla normativa internazionale sulla responsabilità degli Stati nella violazione del diritto internazionale (cfr. art. 16 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati).

L’Italia, invero, altro non fa che delegare i respingimenti, le torture ed i trattamenti inumani alla Libia con prassi già condannata dalla Cedu con la nota sentenza Hirsi contro Italia.

Diviene dunque improcrastinabile e necessario attuare una seria revisione della politica in materia di immigrazione che ponga quale prioritaria l’esigenza di tutelare la vita e la dignità delle persone.

Per fare questo l’Unione Europea e l’Italia devono, quantomeno:

  1. Rivedere le politiche di chiusura delle frontiere dell’Unione, perché ciò costringe le persone nelle mani di trafficanti senza scrupoli, eassicurare il principio di libertà di circolazione delle persone, consentendo l’ingresso delle persone straniere in Italia in condizioni di sicurezza e garantendo un idoneo titolo di soggiorno temporaneo in vista della possibile integrazione sociale e lavorativa e, solo a seguito di un ragionevole periodo di tempo, prevedere la possibilità di revocarlo o non rinnovarlo dando luogo alle politiche di rimpatrio;
  2. Disdettare accordi e partenariati con Stati(o loro presunti rappresentanti) che non garantiscano i diritti umani e non siano firmatari delle principali convenzioni internazionali in materia. Italia ed Ue non devono delegare l’uso della forza e di trattamenti inumani a tali Stati o a compagini straniere al fine di limitare o impedire il diritto di una persona o un richiedente asilo di lasciare un certo paese per accedere agli ordinamenti democratici europei;
  3. Abbandonare l’utilizzo di forze marittime o militari armate straniereper limitare o impedire il diritto di lasciare un certo paese da parte di migranti e richiedenti asilo. Non fornire assistenza a paesi africani o di altre regioni che impediscono alle persone di lasciare i loro paesi di nazionalità o di residenza abituale o, comunque, a paesi i cui regimi non siano democratici;
  4. Abbandonare definitivamente l’ideadi potere definire alcun paese come “sicuro” a meno che tale paese:
  5.   a) preveda nella sua legislazione e nella prassi la possibilità di riconoscere lo status di rifugiato o uno status ad esso equivalente secondo quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e dal Protocollo del 1967;
  6.   b) garantisca un regime giuridico e procedurale tale da escludersi la possibilità che un migrante non sia rimpatriato in un paese che sia o sia stato recentemente scenario di conflitti armati e violenza indiscriminata nei confronti dei civili, nonché ove vi siano seri rischi di violazione dei diritti umani fondamentali, o la loro vita o la loro libertà potrebbero essere posti in pericolo, anche a seguito di persecuzioni, torture o trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti;
  7.   c) riconosca, assicuri e protegga il diritto al lavoro dei rifugiati e delle persone a esse assimilate, sia pur con permessi temporanei;
  8.   d) riconosca, assicuri e protegga il diritto alla salute e all’istruzione e fornisca l’accesso ai servizi sociali delle stesse persone, in condizioni di parità con i propri cittadini;
  9.   e) riconosca, assicuri e protegga le libertà fondamentali e la sicurezza delle stesse persone.
  10. Contribuire alla riforma del Regolamento Dublino, perfezionando il testo approvato dalla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento Europeo, che riforma profondamente il Regolamento n. 604/2013.

In ogni caso al fine di contrastare l’attuale politica italiana ed europea che arma e sostiene le autorità libiche e liberticide, l’ASGI ha articolato una serie di iniziative anche giudiziarie tra cui la notifica di un ricorso al Tribunale Amministrativo del Lazio contro il Ministero degli Affari Esteri e del Ministero dell’Interno, di cui si darà completa notizia la prossima settimana, quando il ricorso sarà depositato presso l’autorità giudiziaria.

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