Festeggiamo le 1.389 visite di ieri di quaccheri.it con 1029 visitatori unici e 1,33 pagine lette: un risultato storico di ogni epoca in Italia con…

Prima parte

Questo è un elenco di persone importanti associate alla Società religiosa degli amici , nota anche come Quaccheri, che hanno un articolo su Wikipedia. La prima parte è costituita da individui noti per essere o essere stati Quaccheri continuamente da un certo punto della loro vita. La seconda parte è costituita da individui i cui genitori erano quaccheri o che erano essi stessi quaccheri una volta nella loro vita, ma poi si sono convertiti a un’altra religione, o che formalmente o informalmente si sono allontanati dalla Società degli amici, o che sono stati rinnegati dal loro incontro di amici . Elenco dei quaccheri – https://it.qaz.wiki/wiki/List_of_Quakers

UN

Elisabeth Abegg (1882–1974), educatrice tedesca che ha salvato gli ebrei durante l’Olocausto

Damon Albarn ( nato nel 1968), musicista, cantautore e produttore discografico inglese

Harry Albright (vivente), ex redattore canadese di origine svizzera di The Friend , consulente per le comunicazioni per FWCC

Thomas Aldham (c. 1616-1660), inglese Quaker strumentale nella creazione del primo incontro nella Doncaster zona Horace Alexander (1889–1989), scrittore inglese sull’India e amico di Gandhi

William Allen (1770–1843), scienziato inglese, filantropo e abolizionista

Edgar Anderson (1897–1969), botanico americano

Charlotte Anley (1796–1893), romanziera e scrittrice inglese

Elizabeth Ashbridge (1713–1755), predicatrice e memoirist inglese quacchera

Ann Austin (XVII secolo), prima missionaria quacchera inglese

Iwao Ayusawa (鮎 沢 巌, 1894–1972), diplomatico giapponese

B

Edmund Backhouse (1824–1906), banchiere inglese e parlamentare per Darlington

James Backhouse (1794–1869), botanico e missionario australiano nato nel Regno Unito

Edmund Bacon (1910-2005), architetto americano Ernest Bader (1890–1982), uomo d’affari e filantropo inglese nato in Svizzera

Joan Baez (nata nel 1941), cantante folk americana e attivista per la pace

Eric Baker (1920–1976), cofondatore inglese di Amnesty International e della Campagna per il disarmo nucleare

Emily Greene Balch (1867-1961), vincitrice del premio Nobel per la pace americano

Chris Barber (1921–2012), uomo d’affari inglese e presidente di Oxfam

Robert Barclay (1648–1690), teologo scozzese

John Henry Barlow (1855-1924), statista quacchero inglese

Geoffrey Barraclough (1908-1984), storico inglese Florence

Mary Barrow (1876–1964), cooperante e attivista per la riforma abitativa

Bernard Barton (1784–1849), poeta inglese

John Barton (1755–1789), abolizionista inglese

John Bartram (1699–1777), botanico americano

William Bates (morto nel 1700), uno dei fondatori della Newton Colony, la terza colonia inglese nel West Jersey

Helen Bayes (nata nel 1944), attivista australiana per i diritti dei bambini nata nel Regno Unito

Joel Bean (1825-1914), ministro quacchero americano

Anthony Benezet (1713–1784), educatore americano, abolizionista Caleb P. Bennett (1758–1836), soldato e politico americano

Douglas C. Bennett (nato nel 1946), accademico americano, presidente dell’Earlham College

Lewis Benson (1906-1986), stampatore americano, esperto di primo quaccherismo, in particolare George Fox Hester Biddle (1629–1697 circa), scrittore di pamphlet e predicatore inglese Albert Bigelow (1906-1993), manifestante americano per le armi nucleari

J. Brent Bill (nato nel 1951), ministro americano e scrittore di religione

George Birkbeck (1776-1841), uno dei fondatori inglesi del London Mechanics Institute, ora Birkbeck, University of London Sarah Blackborow (fl. 1650-1660), tractarian inglese prominente nella discussione del ruolo delle donne nella società e delle questioni sociali

Barbara Blaugdone (c. 1609–1705), autobiografa e ministro inglese

Taylor A. Borradaile (1885–1977), chimico e uno dei quattro fondatori e primo presidente della confraternita Phi Kappa Tau ; due dei principi fondanti di Phi Kappa Tau sono anche due delle testimonianze quacchere : Integrity and Equality

Geoffrey Barraclough (1908-1984), storico inglese Florence Mary Barrow (1876–1964), cooperante e attivista per la riforma abitativa

Bernard Barton (1784–1849), poeta inglese

John Barton (1755–1789), abolizionista inglese

John Bartram (1699–1777), botanico americano

William Bates (morto nel 1700), uno dei fondatori della Newton Colony, la terza colonia inglese nel West Jersey

Helen Bayes (nata nel 1944), attivista australiana per i diritti dei bambini nata nel Regno Unito

Joel Bean (1825-1914), ministro quacchero americano

Anthony Benezet (1713–1784), educatore americano, abolizionista

Segue domani ancora la lettera B

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Il nucleare non è la soluzione al cambiamento climatico

Il nucleare non è la soluzione al cambiamento climatico
Centrale nucleare Diablo Canyon, Unità 1 e 2, USA (Immagine di: NRCgov, CC BY-NC-ND 2.0)

Tutti gli scienziati sono ormai d’accordo sull’asserire che il cambiamento climatico risulta essere una situazione urgente che minaccia la civiltà e la vita sul nostro pianeta. Qualsiasi soluzione deve includere misure per controllare l’effetto serra diminuendo le emissioni, limitando il consumo di carburante e passando a tecnologie alternative che non distruggano l’ambiente umano, conservando l’energia necessaria per sostenere le specie su questo pianeta.

Questa triste realtà ha portato alcuni osservatori di spicco, anche all’interno del movimento ambientalista, ad abbracciare la possibilità dell’energia nucleare. Sappiamo che dai suoi sostenitori è sempre stata proclamata pulita, affidabile, economica e sicura. In realtà, niente di tutto questo corrisponde a realtà.

1) È costoso e rappresenta un rischio enorme per il nostro benessere fisico e mentale. Secondo la U.S. Energy Information Agency, il costo medio della produzione di energia nucleare è di circa 100 dollari per megawatt/ora. Confrontatelo con 50 dollari per megawatt/ora per il solare e 30-40 dollari per megawatt/ora per l’eolico. Il Lazard Financial Group ha recentemente dichiarato che il costo delle rinnovabili è ora uguale o inferiore al costo delle fonti di energia tradizionali, cioè i combustibili fossili, e molto meno del nucleare.

In teoria, questi costi elevati e i lunghi tempi di costruzione si dovrebbero essere ridotti. Ma dopo mezzo secolo in cui l’energia nucleare si è sviluppata, tale teoria si è rivelata falsa. Al contrario di altre tecnologie, il costo dell’energia nucleare è in costante aumento. Gli stessi sostenitori ammettono che non ritornerà mai ad essere competitiva nell’ambito del mercato libero. Sia l’Agenzia per l’energia nucleare che l’Agenzia internazionale per l’energia hanno concluso che, mentre l’energia nucleare è “una comprovata fonte di produzione di elettricità a basso contenuto di carbonio”, la sua industria deve affrontare seri problemi di costo, sicurezza e smaltimento delle scorie se vuole ricoprire un ruolo nella futura produzione di energia a clima controllato.

Ma ci sono problemi più profondi e seri. Questi riguardano la paura e la realtà delle conseguenze della radioattività. Parliamo tutti di inquinamento invisibile, nel senso che è un veleno che penetra nel corpo e può colpire in qualsiasi momento, anche coloro che inizialmente si pensava non fossero colpiti da un disastro nucleare. Questa non è una paura irrazionale, poiché la medicina dice che gli effetti ritardati delle radiazioni sono reali.

Inoltre, gli incidenti nucleari catastrofici, anche se rari, possono causare queste conseguenze fisiche e psicologiche su vasta scala. Nessun sistema tecnologico è perfetto, ma la vulnerabilità del nucleare è troppo grande. I miglioramenti nella progettazione non possono eliminare la possibilità di fusioni fatali. Queste possibilità sono il risultato di condizioni meteorologiche estreme, eventi geofisici come terremoti, vulcani e tsunami (come quello che ha causato il disastro di Fukushima), problemi tecnici e inevitabile errore umano.

Il cambiamento climatico stesso sta lavorando contro le centrali nucleari, poiché le gravi siccità causano lo spegnimento dei reattori quando l’acqua circostante diventa troppo calda per raffreddare il nucleo.

2) I sostenitori dell’energia nucleare generalmente minimizzano le conseguenze catastrofiche di Fukushima e Chernobyl. Fanno notare che ci sono stati relativamente pochi morti per mano di questi due disastri. Ma non considerano le ripercussioni mediche.

Il caos di entrambi i disastri e l’estrema cattiva gestione della crisi da parte delle autorità hanno portato a una vasta gamma di stime. Ma i calcoli scientifici documentati per Chernobyl prevedono morti future dovute al cancro da decine di migliaia a mezzo milione.

Gli studi su Chernobyl e Fukushima rivelano anche un handicap psicologico dovuto alla paura della contaminazione invisibile. Questa paura ha travolto Hiroshima e Nagasaki, e gli abitanti di Fukushima paragonano dolorosamente la loro esperienza a quella delle città bombardate. La situazione a Fukushima non è ancora sicura. Questa paura pervase anche Chernobyl, dove ci fu un enorme movimento di spostamento forzato della popolazione e intere aree furono avvelenate dalle radiazioni restando così disabitate.

La combinazione di effetti reali e previsti delle radiazioni, la paura di una contaminazione invisibile, è evidente ovunque sia stata usata la tecnologia nucleare, non solo nelle città che sono state bombardate con armi nucleari e nei grandi incidenti, ma anche a Hanford, in relazione ai rifiuti di plutonio della costruzione della bomba di Nagasaki, il Rocky Flats, dopo decine di siti di costruzione nucleare, i siti di test nucleari in Nevada e ovunque i soldati siano stati esposti alle radiazioni dei test nucleari, e le Isole Marshall, sito dei test della bomba H, dove recenti misurazioni hanno dimostrato che ad oggi rimane il luogo più radioattivo sulla terra.

3) I reattori nucleari pongono anche il problema delle scorie nucleari, per le quali non è stata trovata una soluzione adeguata nonostante mezzo secolo di sforzi scientifici e tecnologici. Anche quando una centrale nucleare è ritenuta inaffidabile e chiusa, come nel caso del reattore Pilgrim a Plymouth, o chiusa per motivi economici, come nel caso di Vermont Yankee, le scorie radioattive accumulate rimangono pericolosamente e virtualmente immortali.

Con il Nuclear Waste Policy Act del 1982, gli Stati Uniti hanno tentato di costruire un sito permanente di smaltimento delle scorie nucleari; 40 anni dopo, non è stato fatto nonostante i tentativi falliti di seppellimento profondo a Yuka, Nevada. Si noti che l’amministrazione Trump quest’anno ha tagliato l’importo annuale per la manutenzione del sito, in un momento in cui, con il terremoto nella regione vicina, la possibilità di perdite di acqua freatica è diventata maggiore.

Poiché non c’è soluzione, le scorie nucleari europee vengono segretamente trasportate in treno nei porti italiani per essere spedite in Africa, ma il più delle volte vengono deliberatamente scaricate nel Mar Mediterraneo, soprattutto nella regione ionica.

Una soluzione che fu tentata fu quella di usarlo per fare armi all’uranio impoverito, che, nonostante la dose relativamente bassa di radioattività, causarono problemi di salute ai soldati americani (Sindrome della Guerra del Golfo) e contaminarono l’ambiente dove furono usate a tal punto che alla fine furono vietate e abbandonate.

4) In definitiva, c’è il pericolo più grande. Il plutonio e l’uranio arricchito ottenuti dai reattori nucleari sono la base per fare armi nucleari. La tecnologia di arricchimento dell’uranio per l’analista commerciale può essere facilmente trasformata in uranio per una bomba nucleare. Quando il reattore commerciale sta fissionando il combustibile, produce plutonio, che si traduce in rifiuti altamente radioattivi. Ovunque venga lanciato un grande programma di energia nucleare, c’è la possibilità di costruire armi nucleari. Naturalmente, questa possibilità rende i reattori nucleari un obiettivo interessante per i terroristi.

5) A luglio 2019, ci sono 416 reattori nucleari in funzione nel mondo.

Se il nucleare viene adottato come soluzione tecnologica, questo numero si moltiplicherà e creerà una zona di pericolo nucleare mortale; un sistema planetario di possibile autodistruzione umana. Il pericolo di questo sviluppo è evidente. È assurdo liquidare questa preoccupazione e insistere, dopo più di mezzo secolo di esperienza, che una “quarta generazione” di centrali nucleari farà la differenza.

6) I sostenitori dell’energia nucleare la paragonano spesso alle fonti di energia basate sul carbone. Ma il carbone non è il problema. Si sta già ritirando dalla scena mondiale.

Il confronto corretto è tra il nucleare e le fonti di energia rinnovabili. Le energie rinnovabili fanno parte di una soluzione economica ed energetica. Sono già disponibili molto più velocemente, più ampiamente e meno costose di quanto gli esperti avessero previsto e il consenso del pubblico è notevole. L’uso delle energie rinnovabili inizialmente sarà seguito da miglioramenti nell’immagazzinamento dell’energia, nell’integrazione della rete, nei piccoli elettrodomestici e nei veicoli elettrici. Possiamo fare uno sforzo globale, come la seconda guerra mondiale o, ironicamente, la bomba atomica, che riuscirà a rendere le energie rinnovabili uno stile di vita per tutti.

Il gas naturale e l’energia nucleare avranno solo un ruolo transitorio, ma è sciocco scommettere il pianeta su una tecnologia che non ha mai funzionato correttamente e che pone profonde minacce ai nostri corpi e alle nostre anime.

L’energia nucleare non è la soluzione di nessun problema umano in guerra o in pace. Prima ce ne liberiamo, meglio è se vogliamo che ci sia un futuro per l’umanità.

Fonte: ippnwgr.blogspot.com

Traduzione dal francese di Maria Rosaria leggieri. Revisione: Silvia Nocera

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Firenze: manifestazione di denuncia della violenza in Colombia

08.05.2021 – Cesare Dagliana

Firenze: manifestazione di denuncia della violenza in Colombia
(Foto di Cesare Dagliana)

Un nutrita partecipazione della comunità Colombiana, dei rappresentanti delle altre comunità sudamericane e dell’ l’associazionismo internazionalista  in piazza Santa Maria Novella  a Firenze  ha denunciato, sabato 7 maggio,  il clima di violenza della polizia e dell’esercito colombiano che spara sulla folla.Lo sciopero generale iniziato il 28 aprile è  diventata un a vera e propria rivolta dell’opposizione contro le politiche del governo Duque.Foto di Cesare Dagliana

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Non solo per la pandemia in corso

Verso un Welfare più universalistico? Ci vuole un Reddito di base incondizionato!

07.05.2021 – Redazione Italia

Verso un Welfare più universalistico? Ci vuole un Reddito di base incondizionato!

Con un breve estratto dell’introduzione di Guido Cavalca, curatore del volume “Reddito di cittadinanza: verso un Welfare più universalistico?”, pubblicato con licenza Creative Commons nella collana Sociologia delle edizioni Franco Angeli, segnaliamo che  il volume collettaneo è liberamente scaricabile

Le politiche di sostegno al reddito e le politiche del lavoro non hanno vita facile nel nostro paese. Strano, si potrebbe pensare, per l’Italia: un paese che prima della crisi generata dalla pandemia Covid-19 contava 4,6 milioni di poveri assoluti e quasi nove milioni di poveri relativi (dati ISTAT riferiti al 2019), un paese tradizionalmente diviso tra aree territoriali prospere e zone meno sviluppate (non necessariamente secondo la frattura Nord-Sud), un paese con una disoccupazione strutturale e di difficile soluzione. Un paese che avrebbe bisogno di fornire aiuto alle persone con redditi bassi e a quelle senza lavoro. Eppure, di fronte a nuove misure di contrasto alla povertà le reazioni più diffuse nel dibattito pubblico (web, giornali cartacei, televisione e radio) convergono nel denunciare l’assistenzialismo non risolutivo dei problemi sociali, l’abuso e l’illecito da parte di cittadini disonesti, gli effetti sul comportamento di disoccupati, più o meno poveri, che finalmente possono coronare i loro sogni di ozio e, naturalmente, l’aumento del debito pubblico. La metafora del divano è senza dubbio la più usata e da diverso tempo ; tipico strumento utilizzato da coloro i quali coltivano una sfiducia atavica nell’essere umano, peraltro indimostrata dal punto di vista scientifico. L’immagine di una massa di disoccupati che trascorrono le loro giornate sul divano di casa a godersi il bottino sottratto alle casse dello stato è non solo ridicola, se vista attraverso le lenti delle scienze sociali, ma è anche tanto popolare (perché ripetuta continuamente) quanto pericolosa, in particolare proprio per i beneficiari effettivi e potenziali di politiche pubbliche necessarie a contrastare gli effetti delle disuguaglianze sociali. Il Reddito di cittadinanza rappresenta per il nostro paese una novità davvero rilevante perché introduce per la prima volta in modo strutturale un intervento di carattere universalistico su base nazionale contro la povertà. E da questo nasce il primo impulso per la scrittura di questo volume. È vero che già il Reddito di Inclusione (ReI), entrato in vigore a inizio 2018 costituiva una misura universalistica nel suo impianto, ma era talmente poco generosa (187 euro mensili in media al soggetto povero che vive da solo) da inficiarne l’efficacia di contrasto alla povertà. Si è trattato di un’innovazione del welfare nostrano importante ma poco coraggiosa , che ha iniziato a rompere l’inerzia del sistema italiano di cui questo volume parla ampiamente. La parte più critica della nuova misura viene spesso individuata nell’attivazione di quella parte di beneficiari in grado di lavorare (si tratta di circa la metà dei soggetti coinvolti e tra questi il 90 per cento ha sottoscritto il Patto per il lavoro). Da questo punto di vista, come hanno sottolineato tanti esperti della materia, l’impianto del ReI, che prevedeva il coinvolgimento dei servizi per l’impiego privati per il (re)inserimento dei disoccupati nel mercato del lavoro, appare più convincente e di immediata attuazione rispetto a quello proposto dal RdC che è centrato sui Centri per l’Impiego pubblici e, per questo, presuppone un lungo e complesso investimento, non solo finanziario, sulla loro riqualificazione. Anche la parte di reinserimento sociale di questo provvedimento viene molto criticata sulla base del confronto con il ReI, che prevedeva il protagonismo del terzo settore oltre a quello delle amministrazioni comunali. Il RdC, anche in questo caso, riserva un ruolo centrale all’amministrazione pubblica e proprio per questo viene giudicato inefficace. Questi tre aspetti – l’idiosincrasia per forme universalistiche di sostegno al reddito, la novità nel welfare italiano e le difficoltà di applicazione (nel breve periodo e di alcuni aspetti) della misura – sono all’origine del volume che leggete.

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“Il futuro siamo noi”, documentario sui bambini in lotta per migliorare il mondo

07.05.2021 – Bruna Alasia

“Il futuro siamo noi”, documentario sui bambini in lotta per migliorare il mondo

José Adolfo andava a scuola nella città di Arequipa, in Perù, quando osservando come alcuni compagni di classe non avessero né materiale didattico, né colazione, ma il cestino della spazzatura traboccasse di carta e bottigliette di plastica, a sette anni ha avuto l’idea di fondare una banca ecologica attraverso la raccolta dei rifiuti, in modo da difendere l’ambiente e mettere insieme qualche soldo. Portando cinque chili di rifiuti riciclabili i bambini possono aprire un conto e per mantenerlo aperto continuare con almeno un chilo al mese. Come ricompensa ricevono una moneta per acquistare prodotti direttamente dalla banca o cambiarla con dei soldi veri. A distanza di sei anni, i bambini dagli 8 ai 10 anni coinvolti in questo progetto sono circa 3.000.

In India, a Nuova Delhi, Balaknama, in italiano “La voce dei bambini”, è un giornale mensile scritto dai piccoli che vivono e lavorano per strada, che tocca i loro numerosi problemi. Heena, 11 anni, è una di questi reporter, oltre a fare lezione ad alcuni analfabeti.  In Guinea, Aissatou di 12 anni, è impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne, in particolare contro i matrimoni combinati e le spose bambine. In Francia, a Cambrai, Arthur, dieci anni, vende i suoi dipinti per poter acquistare cibo e vestiti per i senza tetto. Negli Stati Uniti, a Los Angeles, Khloe ha creato un’associazione che prepara borse contenenti prodotti per l’igiene e generi di prima necessità, che distribuisce a chi vive per strada. In Bolivia un gruppo di bambini lavoratori, occupati principalmente nelle miniere e nelle fabbriche di mattoni, ha organizzato un sindacato per tutelarsi dai datori di lavoro abusivi

ll 13 maggio esce nelle sale “Il futuro siamo noi”, documentario di Gilles de Maistre che segue le vicende di alcuni eccezionali giovanissimi in lotta per i propri diritti e per quelli delle persone in difficoltà. La telecamera inquadra José, Arthur, Aissatou, Heena, Peter, Kevin e Jocelyn nella loro giornata volta a costruire un domani per i loro coetanei, ma non solo. Gilles de Maistre mette in luce lo sforzo di una generazione che spinge il mondo verso l’istruzione, l’ecologia, la solidarietà. Dà voce a quei piccoli che non hanno mai pensato di essere troppo giovani, deboli o soli per opporsi all’ingiustizia o alla violenza. Come dice José: “Siamo il futuro, ma anche il presente”.

“Il futuro siamo noi”, distribuito da Officine UBU, si avvale del patrocinio del Comitato Italiano per UNICEF Italia e della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO.

IL FUTURO SIAMO NOI

Titolo originale: Demain Est À Nous / Forward

Un film di: GILLES DE MAISTRE

Documentario Francia – 2019 – 85 min.

Con la partecipazione di

JOSÉ ADOLFO 13 ANNI – AREQUIPA, PERÙ

ARTHUR 10 ANNI – CAMBRAI, FRANCIA

AÏSSATOU 12 ANNI – CONAKRY, GUINEA

HEENA 11 ANNI – NUOVA DELHI, INDIA

KEVIN, JOCELYN E PETER 10, 12 E 13 ANNI – POTOSÍ, BOLIVIA

Cast tecnico

Regia GILLES DE MAISTRE

Montaggio MICHELE HOLLANDER

Musiche originali MARC DE MAIS

Missaggio sonoro VINCENT COSSON

Prodotto da: GILLES DE MAISTRE; CATHERINE CAMBORDE; JEAN – FRANÇOIS CAMILLERI, PHILIPPE DE BOURBON; YVES DARONDEAU; SERGE HAYAT; EMMANUEL PRIOU

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In memoria della Rosa Bianca

SOPHIE
A cento anni dalla nascita di Sophie Scholl (9 maggio, 1921 – 2021) la ricordiamo come una stella nel firmamento della nonviolenza.
Sophie è una delle madri della nonviolenza moderna europea. La sua storia dovrebbe essere studiata nelle scuole, per far capire ai ragazzi di oggi quanta potenzialità c’è nelle loro vite. Il suo esempio è un antidoto al qualunquismo, al fascismo, al menefreghismo che sta dilagando: “Le minacce non ci spaventano, nemmeno la chiusura delle nostre scuole. Tocca ad ognuno di noi lottare per il nostro futuro, per la nostra libertà e il nostro onore rispondendo alla nostra responsabilità morale”.
Sophie è morta a 22 anni, uccisa dai nazisti per le sue attività nel gruppo resistente Weiße Rose, la Rosa Bianca.
Il gruppo era composto da cinque ragazzi: Hans Scholl, Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. Ad essi si unì il loro professore, Kurt Huber. Insieme diffusero opuscoli e volantini che chiamavano i tedeschi ad ingaggiare la resistenza passiva, la nonviolenza e la non-collaborazione contro il regime nazista. La Rosa Bianca fu attiva dal giugno 1942 al febbraio 1943, quando i componenti del gruppo vennero arrestati, processati e condannati a morte mediante decapitazione. Sophie amava la danza, mentre andava al patibolo, il 22 febbraio del 1943, disse: “È una giornata di sole così bella, e devo andare…”.
La rosa bianca è simbolo di amore, purezza, innocenza, luce: il bianco è un colore spirituale. Nella sua breve esistenza terrena Sophie ha davvero coltivato una rosa bianca, che sboccia ancora ogni volta che facciamo rivivere la nonviolenza attiva.

Mao Valpiana

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La cacciata medioevale degli ebrei di Sicilia

Sul sito http://www.ecumenici.it che in questi giorni ha una impennata di visualizzazioni, esistono anche file.doc difficili da trovare come questo:

Nasce “Har Sinai”, comunità ebraica a Bergamo - BergamoNews

http://www.corrieredaristofane.it

Una tragedia medievale:

l’espulsione degli ebrei di Sicilia.

  E’ il 18 giugno 1492, un editto di Ferdinando il cattolico impone senza condizioni che gli ebrei devono abbandonare per sempre la Sicilia entro tre mesi, pena la morte.

  Gli ebrei erano vissuti in Sicilia dai tempi biblici e in ogni modo la trinacria era stata una delle terre più importanti dove si erano fermati, partiti dalla Palestina all’inizio della diaspora nel 70 d.c.

  La Sicilia è stata abitata, fino all’anno 1492, da un numero d’ebrei, in percentuale alla popolazione residente, superiore a quelli presenti in qualsiasi altra regione o stato europeo o del bacino del mediterraneo. Le percentuali di presenza nel territorio siciliano purtroppo non sono certe, ma esse oscillavano da un minimo del cinque percento per città ad un massimo del cinquanta percento, che si raggiunse nella città di Marsala.

  La cifra approssimata più esatta dovrebbe uscire da nuovi studi, controversa è la stima che fanno diversi storici.

  Ferdinando il cattolico e Isabella di Castiglia presero una decisione grave e così importante che in seguito ebbe sviluppi tragici nell’economia del regno spagnolo e in Sicilia allora già vicereame.

  Nel 1492 Ferdinando il cattolico era entrato vincitore nella città di Granada aveva vinto la guerra di reconquista contro i musulmani. La Spagna era stata liberata definitivamente dall’infedele popolo arabo.

  Gli ebrei avevano finanziato la guerra di Ferdinando il cattolico contro i mussulmani di Spagna, ma avevano anche segretamente aiutato economicamente il governo islamico contro lo stesso Ferdinando.

  Non potevano sottrarsi alle richieste dell’imperatore in quanto, gli ebrei da sempre piccoli e grandi banchieri, erano in ogni caso un popolo sottomesso. Avevano finanziato segretamente il governo musulmano in Spagna perché riconoscevano ai musulmani una disponibilità ed una tolleranza nei loro confronti certamente più favorevole dei governanti cattolici.

I fatti storici successivi confermeranno che la preoccupazione non sarà infondata.

  Bisogna aggiungere che gli ebrei erano sempre gli eredi di quel sinedrio

che aveva condannato Gesù alla morte. Un pregiudizio che agli ebrei è costato una persecuzione ingiusta e fino ad oggi, viva nell’immaginario collettivo.

   Perseguitati durante la lunga occupazione della Palestina nel periodo della dominazione romana, perseguitati o mal tollerati dai cristiani dopo che l’imperatore romano Costantino decise, nell’anno 313 d.c. con l’editto di Milano, di considerare per legge la religione cristiana religione di stato, gli ebrei di Spagna e di Sicilia erano sempre in contrasto con i cristiani, gli scontri più sanguinosi avvenivano durante la settimana santa.

   Le prediche di monaci domenicani e francescani riscaldavano i fedeli che spesso uscivano dalla chiesa e invece di predicare il vangelo iniziavano vere cacce all’ebreo che finivano con violenze e omicidi.

  Esempio eclatante di strage avvenne nella città di Modica nel 1478, dove gli abitanti di Modica uccisero numerosi ebrei, numero controverso che alcuni storici fecero arrivare fino a 400.   Un antichissimo proverbio raccolto dal Pitrè ricorda ancora che:

pri la Bammina (8 settembre)

lu sangu a lavina (Modica)

(Giuseppe Pitrè seconda raccolta dei proverbi siciliani ed. brancato

2002 pag.151 al capitolo: meteorologia, stagioni, tempi dell’anno).

  Quando andava bene i cristiani e gli stessi ebrei si limitavano a sassaiole che qualche storico ha definito “sante”.

  Gli ebrei erano inoltre particolarmente odiati in quanto praticavano il prestito di denaro su pegno, e segretamente il prestito usuraio con interesse oltre il 10%, che  era il limite ammesso in quel tempo dalle autorità spagnole.

  Una ragione che preoccupava molto i governanti spagnoli, fu che gli ebrei stavano facendo sempre più proseliti fra i cristiani, forse attirati dalle migliori possibilità economiche e dalle attività che gestivano con successo.

C’erano argomenti a sufficienza.

  Di fronte all’editto di espulsione, se si decideva di rimanere, bisognava chiedere il battesimo e convertirsi definitivamente cristianesimo.

Si doveva accettare il Cristianesimo o abbandonare la Sicilia e la Spagna, vendere i beni mobili ed immobili entro tre mesi, oppure rimanere e rinnegare l’antica fede.

  La quantità d’ebrei che uscita dalla Sicilia non è stata mai accertata neanche con una credibile approssimazione.

  Si può solo affermare che probabilmente i poveri preferirono cercare nuove terre, molti ricchi ebrei si convertirono apparentemente al cristianesimo.

  La vendita probabilmente veniva fatta con premura e con premura non si fanno mai buoni affari specialmente se i compratori sanno la grave situazione in cui si trovano i legittimi proprietari diffidati ad andarsene.

  Molti andarono a Napoli, altri certamente in nord-africa, nella città di Salonicco, nelle isole del dodecanneso, altri sparsi per il mondo come vuole una tradizione antica e modernissima che vede questo popolo perseguitato ed errante in tutte le direzioni.

  Il sultano ottomano inviò in Spagna e Sicilia, a più riprese, un’intera flotta per accogliere come profughi in Turchia i giudei cacciati, questa terra ed in particolare Istanbul sono ancora abitate dagli eredi di Spagnoli e Siciliani emigrati.

  Non fu solo un atto d’umanità, ma le autorità turche si resero conto della grand’utilità economica che gli ebrei avrebbero significato.

  Chi rimase in Sicilia finse d’essere cristiano, ma segretamente cercava di mantenere gli usi, le tradizioni, ma soprattutto di rispettare la religione ebraica e le cerimonie ad essa connesse.

  Gli ebrei erano un popolo destabilizzante per il potere spagnolo, non si poteva tollerare che la finta conversione passasse inosservata e impunita ,le autorità spagnole temevano veramente il potere economico degli ebrei e la capacità di far adepti per la loro religione per questo erano sottoposti sempre ad imposizioni fiscali a volte addirittura umilianti e le richieste di pagamento dei “balzelli” mettevano a dura prova le loro capacità finanziarie.

  I governanti spagnoli e non, in tutti i tempi, avevano preso a piene mani

dalle tasche degli ebrei.

  Ricorderemo l’imposta della gezia o jizia creata contro di loro dagliarabi ma mantenuta anche dopo da governanti Normanni.

  Fino ad oggi a Catania esiste una Via Gisira che non è altro che la strada o il luogo che ricorda dove era riscossa la tassa ad esclusivo carico della comunità ebraica.

  Nonostante queste risorse economiche sempre disponibili, le autorità spagnole preferirono l’espulsione dai loro territori. Un gesto di fondamentalismo cattolico.

  Dopo alcuni anni esattamente nel 1506 fu rinvigorita la santa (?) inquisizione, mai abolita, che da quel momento assunse le caratteristiche d’inquisizione spagnola e che fino ad oggi c’è ricordata come un’istituzione particolarmente severa e spietata nei confronti dei cosiddetti marrani.

  Il grande inquisitore Torquemada fu strumento in mano al potere politico, fu il “cattivo” che si scagliava con livore irresponsabile fomentando la crociata antigiudaica. Le crudeltà vere furono condivise dal re Ferdinando che amministrava il potere temporale ultimo, in altre parole applicava la “sanzione”

cioè il rogo o pene minori come il carcere, le frustate, la confisca dei beni.

  I papi e le autorità dello stato pontificio non condivisero la severità dell’inquisizione spagnola, la prova fu che accolsero una quantità notevole di fuggiaschi dalla Spagna e dalla Sicilia.

  In seguito anche i Papi vennero “alle mani” con gli ebrei di Roma e decideranno la loro espulsione. Espulsioni che si finiranno dopo pochi anni col ritorno degli ebrei.

  Nell’altalena fra amore e odio, gli ebrei rimasero definitivamente nella città eterna, e, fino ad oggi il ghetto ebraico è un quartiere di Roma con una grande sinagoga.

  I siciliani, e i catalani fondarono scole o sinagoghe con riti diversi, esistenti in Roma fino all’inizio del 1900.

  Esistevano in Roma cinque sinagoghe, e una di queste era di rito siciliano.

  Un incendio, probabilmente non doloso, distrusse dette scole romane nel 1906.

  Nel regno di Spagna e nel viceregno di Sicilia, gli ebrei falsamente convertiti scatenarono la reazione dei custodi della fede cattolica.

  Marrani erano definiti i neofiti ex ebrei che in realtà non avevano mai abiurato veramente, lo scopo degli inquisitori spagnoli e siciliani, era quindi quello di scoprirli.

  Certamente l’inquisizione spagnola in Sicilia prendeva ad esaminare anche casi diversi come: magia, stregoneria, eresia protestante, blasfemia.

 Nello studio di Francesco Renda: I marrani in Sicilia (Storia degli ebrei in Italia, ed.Einaudi 1996-vol.1° pag.686) sono evidenziati i dati che sotto indichiamo

E che si riferiscono all’attività dell’inquisizione di Spagna in Sicilia

dal 1500 al 1782.

 Vi furono in Sicilia 6211 condannati, i giudeizzanti 2098, i luterani 395, i mori e i rinnegati 608, gli eretici vari 100, negromanti e streghe 852.

  Nello stesso periodo e in altre parole dal 1500 al 1782 i bruciati sul rogo furono 584, quali:

473 giudei, 74 protestanti, 17 mori e rinnegati, 11 eretici vari, 4 obiettori del sant’officio.

  Per quanto tempo segretamente fu professata la religione ebraica in Sicilia dopo il 1492, non è facile a determinarsi.

  Possiamo certificare l’antica presenza ebraica da molti cognomi rimasti in uso fra i siciliani e nomi di strade e toponimi ancora esistenti che certificano la numerosissima presenza di questo popolo.

  Molti storici si sono interessati alla storia della cacciata degli ebrei di Sicilia

cercando di scoprire perché questa tragedia accadde e quanti furono gli ebrei che abbandonarono realmente la Sicilia, le loro case, le attività ben avviate e soprattutto i luoghi dove nacquero e avevano vissuto.

  Il monaco inquisitore Giovanni di Giovanni nel 1748 e i monaci fratelli Lagumina nel 1885, scriveranno sui giudei di Sicilia con documentata penetrazione. I loro libri diventeranno gli studi da cui partire per le successive ricerche e in ogni modo due libri che sono fondamentali per affrontare quest’argomento.

  Com’è facile considerare, Giovanni Di Giovanni e Giuseppe e Bartolomeo Lagumina appartenevano al clero cattolico; non misero in buona luce la civiltà ebraica di Sicilia.

  Le ricerche storiche fino ad oggi continuano ad appassionare e l’argomento non è chiuso, sebbene molti storici, sulle cose e vicende di Sicilia, hanno abbiano approfondito quest’avvenimento.

  Tutti riconoscono che la perdita dei giudei di Sicilia fu un fatto grave per l’economia dell’isola. ( Denis Mack Smith, Lodovico Bianchini), perché gestivano attività importanti in alcuni casi faticose, ma sempre a buon reddito.

  Avevano in loro mano buona parte dell’economia commerciale e soprattutto quella bancaria e finanziaria del regno e del viceregno di Sicilia, anche se questo privilegio non era esteso a tutta la comunità giudaica di Sicilia.

  Oltre all’attività di prestito di denaro e alle attività commerciali,  avevano aziende nell’attività della concia delle pelli (cunziria di Vizzini), lavorazione del ferro, lavorazione della seta, coltivazione della canna da zucchero (Savoca), produzione di maioliche (Naso).

  Numerosi gli ebrei di Sicilia nella professione medica con una presenza sorprendente anche di donne, come l’ebrea Verdimura di Catania e Bella di Paja di Mineo (vedasi a pag 39 del libro: “Medici e medicina a Catania dal quattrocento ai primi del novecento” a cura di Mario Alberghina, ed. Maimone 2001). Le donne non erano solo specializzate in ginecologia.

  Ben 52 erano le giudecche esistenti con 60 sinagoghe ben localizzate (Studi e ricerche della facoltà d’architettura di Palermo, pag 323 del primo tomo in “Storia degli ebrei d’Italia” ed. Einaudi 2001) e oggi si possono ancora vedere i luoghi che testimoniano la loro presenza se proviamo a fare una passeggiata in Sicilia e cercare di scoprire ciò che è rimasto di questa civiltà, ci sorprenderà la presenza di e le numerose testimonianze ancora visibili.

  Un resoconto affascinante ed attendibile lo troviamo nel libro di Nicolò Bucaria: “Sicilia judaica”, ed.Flaccovio 1996, un libro d’archeologia medioevale e non di storia.

  A queste segnalazioni elenco di seguito testimonianze possibili per considerazioni intuitive o tracce d’attività e nomi di luoghi che fanno sospettare detta presenza.

  Palermo la città con il numero di giudei residenti più numerosi. Una sinagoga tra le più belle e più grandi della Sicilia. Ci rimane un chiaro disegno pubblicato

di recente nel libro edito da Einaudi negli annali della storia d’Italia (op.cit. pag 326-327).

  La sinagoga di Palermo si trovava in Piazza Meschita e il ghetto era compreso tra le vie San Cristoforo, Calderai, Maqueda, Giardinaccio.

  Gli ebrei nel medioevo siciliano chiamavano “meskita” le sinagoghe, termine utilizzato per rispetto nei confronti dei musulmani che chiamavano e chiamano “moschee” i loro luoghi di culto.

  Siracusa città dove era presente un’altra importante comunità, anch’essa limitata e controllata nel ghetto dell’isola di Ortigia, dove fino ad oggi si leggono toponimi che testimoniano la loro presenza. La giudecca si trovava fra strette viuzze medievali vicino l’ex via mastra Rua e via delle maestranze, dove fino ad oggi esistono resti della sinagoga e della vasca dove facevano i bagni rituali le donne ebree. I residui archeologici medioevali sono ancora visibili all’interno di un antico palazzo di proprietà privata.

 Si conservano a Siracusa pure lapidi di tombe ebraiche nelle catacombe di vigna cassia e nel museo di Palazzo Bellomo.

  Messina fu città importantissima nel medioevo e tanti sono le prove documentali archivistiche che si conservano. Per Messina i riferimenti topografici sono più difficili da localizzare per i noti disastri causati da diversi terremoti. La maggiore concentrazione d’ebrei si trovava nel quartiere Paraporto tra il Duomo e il torrente Portalegni e oggi dovrebbe essere lungo Via T.Cannizzaro. La sinagoga di Messina era grande come quella di Palermo aveva forma ad esedra e si trovava dove poi fu costruita la chiesa di San Filippo Neri.

  Fonti ebraiche parlano di diverse sinagoghe in questa città che non sono facilmente localizzabili. Dopo la cacciata, molti ebrei messinesi si trasferirono ad Istanbul.

  Catania è stata città un tempo occupata ampiamente dalla presenza giudea. Dall’attuale Piazza Dante fino a piazza Duomo trovavasi case e sinagoghe ebraiche numerose. Alcuni storici come il Policastro e Gaudioso hanno individuato due ghetti e in altre parole la giudecca di Susu e quella di Jusu con sinagoghe esistenti nell’attuale Via Recupero vicino la chiesa di San Cosmo e Damiano

e in Via Sant’Anna. Probabilmente vi erano altre sinagoghe di cui non è certa l’ubicazione. A Catania è accertata una notevole attività legata all’esercizio della professione medica ed anche donne ebraiche esercitavano detta professione, come indicato sopra.

   Il fiume Amenano, che sotterraneo attraversa ancora oggi Catania, nel medioevo si chiamava Judicello, proprio perché attraversava una parte del grande ghetto di Susu e di Jusu.

  Vizzini, aveva il ghetto nell’attuale cunziria che non fu solamente il luogo che vide il duello rusticano fra cumpari Turiddu e cumpari Alfio ma era sede attiva di una conceria ben avviata. Le concerie erano gestite quasi esclusivamente dagli ebrei proprio perché il mestiere era pesante e anche pericoloso in quanto si utilizzavano, nella concia delle pelli, sostanze velenose come il tannino.

Vicino la cunziria fino ad oggi trovasi un macello a testimoniare che gli ebrei

macellavano alla giudea, in altre parole kasher secondo la prescrizione talmudica, cioè sgozzando l’animale evitando la minor presenza di sangue nelle carni.

  Mineo aveva insediamenti sotto la chiesa dedicata a Santa Agrippina,

Caltagirone vicino all’attuale galleria Don Sturzo, Piazza Armerina

Nel quartiere Piano Canali.

  Naso in provincia di Messina, aveva una buona presenza in contrada Batia o Bazia, dove fino ad oggi si leggono nomi di strade che testimoniano quell’insediamento. Nello stesso quartiere di Badia trovasi una chiesa dedicata a Santa Maria della Catena che prima del 1492 era la sinagoga.

  Taormina aveva la giudecca vicino porta Catania e la sinagoga quasi accanto al monastero di San Domenico. Dalle cronache del tempo si racconta che la vicinanza della sinagoga creava fastidio ai monaci cristiani, in quanto gli ebrei cantavano forte e disturbavano le liturgie.

  Savoca aveva anch’essa una sinagoga i cui resti sono ancora visibili

In quella che è chiamata oggi chiesa di San Michele.

(San Fratello, prov.Messina, festa dei Giudei)

  San Fratello ha una contrada che fino ad oggi si chiama

Catena e che era la giudecca. Ricordiamo che tutti i toponimi che in Sicilia indicano catena e le chiese di Santa Maria della Catena sono rispettivamente contrade abitate in quel tempo da giudei e sedi d’antiche sinagoghe. Questa affermazione si rileva dal libro dei fratelli Lagumina, codice diplomatico degli ebrei, vol III pag 276, 283, 485, 509, 560.

  Pertanto Acicatena è il ghetto di Acireale e diverse contrade siciliane ancora così si chiamano e attestano quest’antica realtà. A San Fratello fino ad oggi, durante la settimana santa si festeggia la festa dei giudei. I giudei di San Fratello organizzano un carnevale durante la settimana santa e sembra che prendano in giro Gesù e la passione. In realtà la festa non è altro che il residuo delle sassaiole e manifestazioni di violenza che i cristiani perpetuavano contro i giudei.

   E’ sbagliato pensare che i giudei che si mascherano con costumi tradizionali, proprio della tradizione gallo-italica e provenzale, vogliono prendere in giro le manifestazioni sacre, trattasi invece, non di giudei, ma di fanatici cristiani che minacciano gli ebrei, sebbene questi non esistono più a San Fratello e quindi la manifestazione assume un aspetto strano e anomalo.

  Agira: trovasi una parte di un altare della sinagoga in altre parole un aron in stile gotico-catalano, oggi visibile e ricostruito nella chiesa del SS.Salvatore. Fu trasportato nel 1987 dall’oratorio di S.Croce che era l’antica sinagoga d’Agira.

  La sinagoga ancora è visibile con i muri in parte diroccati, necessita di un buon restauro.

  Nel libro di Nicolò Bucarla: “Sicilia judaica”, sono indicati reperti e oggetti di tradizione ebraica in parte ancora rintracciabili e che si riferiscono ai seguenti comuni siciliani:

Acireale, Agira, Agrigento, Akrai, Alcamo, Bivona, Caccamo, Calascibetta,

Caltabellotta, Caltanissetta, Cammarata, Castelbuono, Castiglione, Castronovo, Castroreale, Catania, Caucana(Rg), Cittadella Maccari(Sr), Comiso, Enna, Erice, Gela, Lentini, Lipari, Marsala, Mazara del vallo, Messina, Monreale, Mozia, Noto, Palermo, Polizzi Generosa, Ragusa, Randazzo, Rosolini, Salemi, San Fratello, San Marco d’alunzio, Santa Croce Camerina, Sciacca, Scicli, Siculiana,

Siracusa, Sofiana(Cl), Taormina; Termini Imerese, Trapani.

Santo Catarame

Bibliografia essenziale:

1) Giovanni Di Giovanni, “L’ebraismo della Sicilia ricercato ed esposto”, Palermo 1784;

2) Giuseppe e Bartolomeo Lagumina, “Codice diplomatico dei giudei di Sicilia”, Palermo 1885;

3) Isidoro La Lumia, “Gli ebrei siciliani”, ed. Sellerio. Palermo, 1992;

4) Nicolò Bucaria, “Sicilia Judaica”, ed. Flaccovio 1996;

5) Annali Storia d’Italia Einaudi, “Gli ebrei in Italia”, due tomi, 2004;

6) Attilio Milano, “Storia degli ebrei in Italia”, ed.Einaudi, 1963;

7) Matteo Gaudioso, “La comunità ebraica di Catania nei secoli XIV e XV”;

8) Henri Bresc, “Arabi per lingua ebrei per religione”, ed.mesogea, Messina 2001.

La presente e mail è inviata senza scopo di lucro e può essere rimossa facilmente. Se non volete ricevere ulteriori scritti inviate una e mail di ritorno con scritto “cancella”. http://www.corrieredaristofane.it è un sito realizzato per il rilancio della lingua e cultura siciliana.

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Myanmar, 200 Ong chiedono all’Onu l’embargo sulle armi alla giunta militare

06.05.2021 – Brando Ricci – Agenzia DIRE

Myanmar, 200 Ong chiedono all’Onu l’embargo sulle armi alla giunta militare
(Foto di Agenzia Dire)

Le associazioni denunciano la morte di 769 persone e 4.750 arresti durante le proteste contro il regime militare che ha preso il potere con un colpo di Stato, arrestando il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “imponga immediatamente un embargo complessivo globale sulle armi” alla giunta militare al potere in Myanmar per “prevenire ulteriori violazioni dei diritti umani sui manifestanti pacifici“. A lanciare l’appello sono oltre 200 Ong locali e internazionali, tra le quali l’Asean Parliamentarians for Human Rights, Fortify Rights e Amnesty International. Già lo scorso febbraio ben 137 organizzazioni per i diritti avevano inviato un appello simile all’Onu.

LEGGI ANCHE: VIDEO | Myanmar, il ministro Soe: “Il piano dell’Asean è deludente”

QUASI 800 MORTI E 5000 ARRESTI NELLE PROTESTE

Stando ai dati diffusi in un bollettino quotidiano dall’associazione di esuli birmani in Thailandia, Assistance Association for Political Prisoners (Aapp), ad oggi 769 persone sono state uccise e oltre 4.750 arrestate durante le proteste contro il colpo di stato militare dello scorso primo febbraio, che ha rovesciato il governo eletto a guida National League of Democracy (Nld), il partito della Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Quest’ultima è in stato di arresto, così come altri vertici del partito Nld.

L’OPPOSIZIONE DI RUSSIA E CINA ALL’EMBARGO

“In questo contesto”, scrivono ancora le Ong firmatarie dell’appello, “nessun governo dovrebbe vendere una singola munizione alla giunta“. Secondo le promotrici dell’iniziativa “imporre un embargo sulle armi è il passo minimo necessario che il Consiglio può prendere per rispondere all’escalation di violenze” in corso nel Paese asiatico. Le Ong si rivolgono quindi all’organismo dell’Onu e alla Gran Bretagna, Paese ‘titolare’ della questione birmana presso l’organismo, e li esortano ad “avviare al più presto una negoziazione per giungere a una risoluzione sull’embargo”. A oggi il Consiglio di Sicurezza ha condannato la repressione dei militari e ha richiesto la liberazione della ex consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e di altri detenuti politici, ma non è riuscito a produrre un documento condiviso sull’embargo. A ostacolare una risoluzione sul tema, stando a fonti diplomatiche rilanciate dalla stampa, l’opposizione di Russia e Cina.

 Qui l’articolo originale sul sito del nostro partner

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A free press up to the times

06.05.2021 – Olivier Turquet

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A free press up to the times

May 3 is International Press Freedom Day. On this day we are used to recalling the fact that, in many places around the world, freedom of the press is violated, journalists are murdered or intimidated and the critical press sidelined or strongly contested.

This occasion is absolutely necessary and worthy. What’s more, we would also ask ourselves how it is possible to take place today, in 2021. How could it be that the media cannot carry out its job of information and criticism that addressed them as the “fourth power”?

But, on this day, I would like to highlight another aspect that makes the fight for press freedom more meaningful and urgent.

I’ll just steer clear: since in the modern world we have begun to talk about journalism, the access to information has progressively increased to the point of undergoing an exponential surge in recent years, due to telematics and the internet, particularly the web.

This liberalization of news and information is a phenomenon that we have probably not yet fully understood.

What has certainly radically changed is the reliability of the news: technology allows us to spread news at an amazing speed and to a large audience but it cannot ensure the reliability and truthfulness of the news itself.

It is a very much debated topic academically, but above all, it is a topic that concerns everyone: those who work in the field of information and those who use it, as well as media editors, associations, parties or bodies that use or make information.

We usually talk about “fake news”, but this phrase is absolutely misleading and more and more misused, especially to discredit other people’s work.

Before giving any political, ideological, professional or whatsoever meanings to some news, a careful journalist should verify that news. Well, this task is failing.

The question is: is it failing due to bad will, bad working conditions or to other reasons? And, secondly, how much of this lack has to do with the growth of propaganda?

We all, as Pressenza’s team, have on several occasions given incorrect, inaccurate or incomplete information and our readers pointed it out to us, sometimes kindly and sometimes a little bit enraged. We thanked them for that and rolled up our sleeves. It can happen to trust too much a certain source, to sympathize with a certain situation, to be in a tremendous hurry, to want to be the first to talk about something.

All these motivations can mislead us, causing us to make mistakes in good faith, even if mistakes should teach us to be more careful, to check the “friendly” sources as well as the others, to learn that haste is often a bad adviser as regards competence and truth.

But, alas, what we are witnessing are not mistakes about dance, but a way of interpreting the dance which is far from being real information, in fact, it is increasingly resembling propaganda.

I mean: say you’re watching the TV news; the edition ends and a little bit of advertising starts. You will notice the difference between information and propaganda. There is nothing wrong with the propaganda itself: someone wants to sell a product, to vote for a party, to take you to a concert. There is nothing wrong as long as the propaganda takes place in a proper propaganda space: no one blindly believes in advertising, nor what politicians say during the electoral platforms.

The problem we are experiencing at the moment is that propaganda has been taking part in information programs mostly stealthily.

We know that the media have their own point of view, they have an editorial line with people and companies that support them in different ways. This should be clear when I read an editor’s publication or an in-depth editorial. It’s also obvious that you can’t talk about everything. But when news coverage somehow occurs, I think we can no longer speak of information, but of propaganda.

We are witnessing that entire continents are missing from the news reports, that a certain type of news is deliberately cut out, for example, multiculturalism, solidarity, human rights and the status of the outcasts.

And it’s not due to the irrelevance of the news. Here is an example which is dear to me above all: do you know how many people on average are starving every day, according to FAO and to the main international associations fighting this terrible problem? It’s fifteen thousand. We have correctly
referred to the pandemic from covid-19 as an emergency, but in the last year, covid deaths have hardly exceeded fifteen thousand units. So what is the most “relevant” news?

In spite of this, hunger, which would be an easier topic to cope with, does not get the same attention as the pandemic; and journalists who write about it are very few. We declare hunger the first emergency and we’ll readjust our agenda on it. In a mediatic and political way. And if someone says that poor
people do not matter, do not move money and do not vote, then hypocrisy will be definitely revealed.

In this regard, let’s think about the informative and educational value of media activity and its usefulness for social progress. That is another reason why we will take part in the event of the  National Day of Constructive Information.

Let’s leave the propaganda to the advertisers and let’s keep on dealing with information, criticism, instruction and creation of a better future. Not just on Press Freedom Day but every day of the year.

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Biden ha annunciato l’aumento del tetto di ammissioni dei rifugiati

Durante il 2021 si passerà dal minimo storico di 15.000 a un obiettivo di 62.500 di rifugiati ammessi negli Usa. Elogio di quattro organizzazioni cristiane impegnate nell’accoglienza dei rifugiati

Il presidente Joe Biden ha annunciato lunedì scorso di aumentare il tetto massimo di ammissioni di reinsediamento dei rifugiati negli Stati Uniti in netto contrasto con le politiche di immigrazione dell’amministrazione Trump. La decisione è stata elogiata dalle organizzazioni cristiane impegnate nell’accoglienza e nella difesa dei diritti dei rifugiati.

Nell’annuncio pubblicato dalla Casa Bianca, Biden ha affermato che il tetto di ammissioni di rifugiati reinsediati negli Stati Uniti aumenterà durante l’anno 2021dal minimo storico di 15.000 a un obiettivo di 62.500 di rifugiati.

Biden ha affermato che il tetto di ammissioni ridotto dall’ex presidente Donald Trump per l’anno in corso e gli anni precedenti «non riflettesse i valori dell’America come nazione che accoglie e sostiene i rifugiati».

«È importante intraprendere questa azione (aumento del numero di ammissioni, ndr.) oggi per rimuovere ogni dubbio persistente nella mente dei rifugiati di tutto il mondo che hanno sofferto così tanto e che stanno aspettando con ansia l’inizio della loro nuova vita».

L’annuncio di Biden è stato accolto con grande soddisfazione da parte di quattro organizzazioni cristiane, in prima linea nell’azione di sostegno e aiuto ad immigrati e rifugiati.

World Relief, il braccio umanitario della National Association of Evangelicals e una delle nove agenzie autorizzate dal Dipartimento di Stato a reinsediare i rifugiati negli Stati Uniti, ha dichiarato attraverso la vicepresidente senior per l’advocacy and policy, Jenny Yang, che «la necessità per gli Stati Uniti di accogliere e prendersi cura dei rifugiati non è mai stata più urgente. La vita di molti rifugiati cambierà a seguito delle azioni del presidente di oggi».

«C’è ancora molto lavoro da fare per ricostruire l’infrastruttura di reinsediamento dei rifugiati, ma non vediamo l’ora di collaborare con l’amministrazione Biden-Harris su questo importante lavoro». ha affermato Yang.

In conseguenza dei tagli al programma per i rifugiati effettuati durante gli anni della presidenza Trump, World Relief ha tagliato il personale e chiuso alcuni uffici a causa della diminuzione dei finanziamenti per i rifugiati. All’inizio di quest’anno, responsabili di World Relief hanno avvertito che potrebbero volerci anni per ripristinare le infrastrutture necessarie per reinsediare fino a 125.000 rifugiati in un anno.

Ha espresso il suo sostegno alla decisione di aumentare il tetto dei rifugiati anche Church World Service, ministero cooperativo umanitario che comprende 37 denominazioni cristiane.

La direttora della policy e dell’advocacy di CWS, Meredith Owen, ha dichiarato: «Gli ultimi quattro anni hanno decimato il programma di reinsediamento e siamo lieti che l’amministrazione abbia finalmente mantenuto la sua promessa di aumentare l’obiettivo di ammissione dei rifugiati. Questo aumento salverà molte vite, rivitalizzerà le comunità e preparerà il terreno per la ricostruzione e il rafforzamento della protezione e del reinsediamento dei rifugiati».

Anche il Servizio luterano per l’immigrazione e i rifugiati (Lirs) ha elogiato la mossa di Biden.

La presidente di LIRS, Krish O’Mara Vignarajah, ha affermato che le azioni dell’amministrazione Biden dimostrano che «i rifugiati sono i benvenuti qui e sono una benedizione per le nostre comunità.

Il nuovo tetto di ammissioni riflette i nostri valori fondamentali come nazione accogliente e, infine, allinea la politica pubblica con il bisogno globale senza precedenti di milioni di persone costrette a lasciare la propria casa a causa della violenza, della guerra e della persecuzione», ha affermato.

Infine, il pastore John Dorhauer, presidente della Chiesa Unita di Cristo, la principale denominazione protestante liberale, ha dichiarato: «Sono molto grato a tutti coloro che si sono attivati e hanno lottato perché questa decisione arrivasse. Se  essa non è ancora giustizia, tuttavia è un grande passo avanti nella giusta direzione», ha affermato.

La Chiesa Unita di Cristo ha a lungo sostenuto una riforma del sistema di immigrazione degli Stati Uniti. La denominazione è una delle 37 comunità di fede che hanno aderito alla «Dichiarazione ecumenica 2021: estendere l’accoglienza», un appello alla compassione e all’accoglienza di tutte le persone “indipendentemente da dove vengono, come pregano o che lingua parlano»”.

Marta D’Auria

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Meeting Minutes

Quaccheri e cristiani non evangelici senza chiesa

Meeting Minutes

Noi ci gingilliamo e perdiamo tempo in inutili sottigliezze, che possono farci più dotti, non migliori. La saggezza è cosa più chiara e, soprattutto, più semplice. Basta poco studio per il perfezionamento morale; a noi, invece, anche la filosofia serve per perderci in inutili questioni. Come in tutto il resto, anche negli studi pecchiamo d’intemperanza: c’interessano le dispute scolastiche, non i problemi della vita.

Seneca, Lettere a Lucilio

Buon compleanno, Cyrus Pringle (6 maggio 1838-25 maggio, 1911). Quacchero. Pacifista. Botanico. Obiettore di coscienza durante la guerra civile.Dopo che Cyrus è stato redatto, gli amici lo hanno esortato a pagare solo i ′′ soldi della commutazione ′′ per non dover andare all’esercito. Ma si rifiutò, dicendo che era ′′ un mezzo più peccatore di quello di servire noi stessi, come rifornimento di denaro per assumere un sostituto.”Cyrus e due compagni quaccheri sono stati inviati in Virginia dove si sono…

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