Colmare l’abisso…

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A cura di Pasquale Iannamorelli
Pensieri e Parole di Don Milani
 
A cura di Pasquale Iannamorelli, Edizioni Paoline, pp. 112. euro 3,50
 

Il “MAGNIFICAT” di don Lorenzo

Da quel che abbiamo detto sul dislivello culturale tra classe e classe discende la necessità di ordinare le nostre scuole parrocchiali con criteri rigidamente classisti.
A noi non interessa tanto di colmare l’abisso di ignoranza, quanto l’abisso di differenza. Se aprissimo le nostre scuole, conferenze, biblioteche anche ai borghesi verrebbe dunque a cadere lo scopo stesso del nostro lavoro. Si accettano forse i ricchi alle nostre distribuzioni gratuite di minestra? Il classismo in questo senso non è dunque una novità per la Chiesa.
All’apparenza questa azione classista del prete acuirà il muro di diffidenza e l’odio di classe. Ma nella sostanza e per le le generazioni future tutt’altro. Se un giorno con la nostra scuola classista riusciremo a colmare il dislivello avremo tolto all’odio di classe gran parte della sua ragion d’essere.
Sono poi fermamente convinto che quest’ideale di colmare il dislivello culturale tra classe e classe non rappresenta un’utopia.
La prova è questa: oggi un avvocato o un ingegnere godono di un livello culturale e quindi umano dal quale il povero è totalmente tagliato fuori e umiliato.
Ma tra loro due si parlano da pari a pari quantunque l’avvocato non sappia una parola di ingegneria e viceversa. La parità umana è dunque ben compossibile con un totale dislivello in cultura professionale ed è data dal patrimonio comune di cultura generale.
In questa cultura generale il fattore determinante è a nostro avviso la padronanza della lingua e del lessico. […]
A una parità culturale così intesa si può ben portare i poveri senza che per questo si avveri la catastrofe prevista nell’infame apologo di Menenio Agrippa. Non si tratta infatti di fare di ogni operaio un ingegnere e ogni ingegnere un operaio. Ma solo di far sì che l’essere ingegnere non implichi automaticamente anche l’essere più uomo.
Ma il classismo della scuola del prete non deve limitarsi al contrasto delle due classi tradizionali.
Entro la classe dei poveri c’è ancora modo di far dell’altro classismo ancora: per esempio innalzare i montanari a scapito dei campagnoli, i campagnoli a scapito dei cittadini, i contadini a scapito degli operai. E di nuovo in ognuna di queste sottoclassi. innalzare i meno dotati intellettualmente a scapito dei «geni».
Un’anziana nobildonna fiorentina, che venne a sapere che a S. Donato i ragazzi avevano studiato a lungo l’Apologia di Socrate e che ne erano rimasti enormemente compresi, domandava: «Ma come? Dei giovani contadini possono intendere l’Apologia?».
Quando lo raccontai ai ragazzi scoppiarono in una risata cordiale: «Come? Una marchesa può intendere l’Apologia?».
Un’ispettrice scolastica che aveva potuto constatare e ammirare il modo e i frutti della nostra scuola, mi fece poi in disparte con convinta serietà questa domanda: «Ma lei non teme di farne poi degli spostati?».
È una donna d’altovalore. Tra quelli che ho conosciuto in quella carica era l’unica persona di valore. Eppure la sua educazione le impediva come una cappa d’ovatta di accorgersi che gli «spostati» non son quelli che scodella la scuola, ma quelli che scodella questo mondo spostato davvero che manda a votare cittadini sovrani che non intendono un giornale e che per l’80% ignorano quali partiti siano al governo.
Queste due donne sono rappresentanti di una società che ha fatto sempre della cultura un privilegio di casta e che solo ora va allargando le proprie anguste prospettive fino a proporre di farne in futuro un privilegio da estendere anche a elementi di classi inferiori, ma personalmente dotati. […]
Si cerca l’efficacia prima che la giustizia. Il progresso della scienza e il benessere di tutti prima di aver assicurato a ogni singolo la dignità d’uomo.
E domani, quando avranno strappato dalla classe dei poveri alcune decine di migliaia di individui scelti tra i migliori e li avranno trapiantati nell’orto chiuso del privilegio per arricchirlo ancora di nuovi fiori, impoverendo ulteriormente con quest’atto stesso la classe dei tagliati fuori, cioè scavando ancora più fondo e più largo il fossato del dislivello culturale, quel giorno diranno che la D.C. ha fatto un’opera d’alto significato sociale.
Ma noi preti non possiamo ragionare così (e neanche lo dovrebbe fare un partito che si fregia del nome di cristiano).
Queste son cose da lasciarsi fare ai nazisti, ai sovietici, agli americani, a tutti quelli che vivono per l’efficacia e che nell’efficacia dei loro atti pongono l’unica ragione di vita.
Non noi che abbiamo per unica ragione di vita quella di contentare il Signore e di mostrargli d’aver capito che ogni  anima è un universo di dignità infinita.
«Borse di studio ai deficienti e un branco di pecore da badare ai più dotati! » ecco uno slogan che sarebbe degno di un partito cristiano e mostrerebbe che tra i cristiani e il mondo c’è poche parentele.
Ma se un partito che tenesse per statuto il «Magnificat» è irrealizzabile, resta al prete la possibilità di far lui scuola con questo classismo ferreo. Un «classismo» da far paura al più ortodosso dei comunisti.
Da “Esperienze pastorali”, pp. 220-223, Libreria Editrice Fiorentina 1967)

 

BIOGRAFIA DI DON LORENZO MILANI

1923: Lorenzo Milani nasce da una colta famiglia borghese.
1941: A Milano, dopo aver terminato gli studi liceali, si dedica alla pittura frequentando come allievo lo studio del maestro tedesco Hans Johannes Stuade; si iscriverà poi all’Accademia di Belle Arti di Brera.

1943: Nel novembre entra al Seminario del Cestello a Firenze.

1947: Nel mese di luglio riceve l’ordinazione sacerdotale.
Nell’autunno viene mandato a San Donato di Calenzano, in aiuto al vecchio parroco Pugi.
Per le suo spirito innovatore, per il suo senso di giustizia (misurato con il senso del Vangelo), per la sua sferzante critica al potere, viene definito prete classista e scomodo.

1954: Viene trasferito a Barbiana.
Dopo pochi giorni comprerà la tomba nel piccolo cimitero, segno che da quel luogo non si sarebbe più mosso, quella stessa tomba ove oggi  riposa.
Fonda la Scuola di Barbiana, quella scuola che farà conoscere Barbiana al mondo.

1958: Pubblica il libro Esperienze pastoralí, un diario parrocchiale scritto per i giovani preti che intraprendono l’opera sacerdotale.
Di tale opera, il 20 dicembre, verrà ordinato dal Santo Uffizio il ritiro dal commercio, perché considerato inopportuno e troppo rumoroso; ma è già troppo tardi e il libro è ampiamente conosciuto.
Il fatto suscita clamore e porta il Priore Lorenzo alle cronache di tutti i giornali non solo nazionali.

1960: Si manifestano i primi sintomi del male che lo porterà alla morte a soli  44 anni.

1965: Nella ricorrenza del Concordato, l’11 febbraio, un gruppo di Cappellani Militari in congedo emette un comunicato contro l’obiezione alle armi, nel quale definiscono vili gli obiettori di coscienza.
Don Milani, con i suoi ragazzi, scrive una lettera in risposta. La lettera verrà incriminata per apologia di reato  e Don Lorenzo verrà processato.
La grave malattia non gli  consente di  presentarsi in Tribunale, a sua difesa invia una lunga lettera ai giudici che sarà presto pubblicata.

1966: Don Lorenzo viene assolto ma i suoi oppositori lo portano alla Suprema Corte.

La lettera ai giudici diventa un libro, e diverrà famosa, col titolo L’obbedienza non è più una virtù.

1967: Appare in libreria Lettera a una professoressa, scritta dai ragazzi di Barbiana sotto la regia del Maestro.
Don Milani fa appena in tempo a vederla.
Morirà un mese dopo, il 26 giugno, in casa della madre che lo ha assistito negli ultimi giorni, e senza assaporare la gioia di aver fatto conoscere Barbiana al mondo.
È sepolto nel Cimitero di Barbiana.
Da allora numerosi visitatori, il cui numero cresce ogni anno, si recano a rendere omaggio all’indimenticabile Maestro di vita, provenendo da ogni parte del mondo. La Lettera verrà tradotta in decine e decine di lingue.

1968: Sarà condannato post-mortem. per apologia di reato.
Il fatto divide l’Italia tra favorevoli e contrari alle armi. Nasce il movimento della Nonviolenza.
Barbiana resta la sua umile sperduta dimora.

2007: È indimenticato e indimenticabile, come dimostrano le tante dediche lasciate dai visitatori sui quademi a testimonianza; chi ringrazia, chi chiede una preghiera, chi pone solo la firma (migliaia e migliaia all’anno).

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