Il giuramento di Obama

Una cerimonia laica, ma al cospetto di Dio. Frattura netta con la cultura, la politica e la religiosità di Bush 21 gennaio 2009 –

(Paolo Naso) La cerimonia di giuramento di Barack Obama si è svolta all’indomani del Martin Luther King Day, nel quale milioni di afro americani hanno ricordato quel lungo “cammino nel deserto” che li ha portati dalla schiavitù all’entusiasmo per l’elezione del primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti. La cerimonia di giuramento svoltasi sui gradini di marmo bianco sul Capitol Hill questa volta ha quindi un significato eccezionale e rappresenta una frattura netta con la cultura, la politica e la religiosità di George W. Bush. Più che gli inni patriottici come “God Bless America” – l’inno che celebra le particolari benedizioni di Dio sul popolo americano – la colonna sonora di questi giorni è un canto popolare di Woody Guthrie: “Questa terra è la mia terra, questa terra è la tua terra”. È stato questo altro canto americano, proprio di quell’America popolare, inclusiva, accogliente nei confronti degli immigrati e delle minoranze, a chiudere l’eccezionale concerto svoltosi al Lincoln Memorial a due giorni dal giuramento. Quando Barack Obama ha giurato sulla Bibbia di Abramo Lincoln, questa America – spesso minoritaria e comunque da tempo ai margini dell’establishment politico di Washington – ha sentito l’eccezionalità di questo momento storico e la responsabilità che ne deriva. Per il presidente, certo, ma anche per quei milioni di americani ai quali egli si è rivolto, per chiederne il sostegno, l’aiuto e la preghiera. La cerimonia di giuramento e tutti i momenti ad essa collegati sono tipiche espressioni della religione civile americana, celebrano cioè la storia, le tradizioni e il destino di un popolo che ritrova le sue profonde ragioni di unità a fronte della straordinaria diversità di etnie, culture, religioni e visioni del mondo che convivono sotto la bandiera a stelle e strisce. Nel concetto di religione civile, ben diversamente da quel che se ne pensa in Italia, l’accento è sull’aggettivo qualificativo e non sul sostantivo. Certo, nei giorni delle celebrazioni dell’inizio del nuovo mandato presidenziale, il nome di Dio è risuonato molte volte: nelle cerimonie religiose a cui Barack Obama ha partecipato, nelle preghiere di pastori, preti, rabbini, imam e ministri di ogni culto che si sono levate per lui, nelle stesse parole di Barack Obama. Ma non è una contraddizione. Questa cerimonia, e le altre che l’hanno preceduta, avevano il carattere laico di celebrare un patto civile contratto tra uomini e donne liberi che confidano che l’amministrazione Obama possa svolgere un ruolo positivo per il paese e per la comunità internazionale. Il grande paradosso, tipicamente americano, è che questa laicità della religione civile si fonde naturalmente con uno spirito di sottomissione a Dio da una parte, e con un’attenzione al pluralismo e all’inclusione di tutte le religioni e le visioni del mondo dall’altra. Il nuovo presidente americano, da credente confessante, da protestante, mostra di voler essere garante della libertà di tutti di poter esprimere la propria fede e la propria visone del mondo. Non è una contraddizione. È il frutto di quel separatismo tra lo stato e le confessioni religiose che ha fatto degli Stati Uniti un paese unico nel suo pluralismo culturale e religioso (Paolo Naso, giornalista e docente di scienza politica, VE)

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