Periscopio cinematografico

Da qualche settimana è distribuito il film “Milk” nella sale cinematografiche italiane: la newsletter ne consiglia vivamente la visione a tutt*. Si tratta di un’alta testimonianza nel segno della nonviolenza sulle orme di Gandi e M. Luther Kink da parte di Harvey Milk. Preferiamo comunque non antiparvi nulla. Gli amici di Milk da San Francisco hanno accolto oggi con simpatia i segni della nostra stima e condivisione per le lotte di questo politico americano democratico, assassinato per la difesa dei diritti civili .

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(Alain La Goanvic) In piena campagna, un padre, una madre e i loro tre figli trovano la loro dimensione ideale ai bordi di un’autostrada in disuso da anni. Ma all’improvviso la radio annuncia che i lavori riprenderanno e il traffico comincerà a scorrere. E quando arrivano le prime automobili, inizia l’assedio.
Sulle prime la famiglia si illude di poter resistere, di riuscire a continuare a condurre la stessa vita di prima. Ma ben presto il fiume di macchine sconvolge ogni equilibrio.

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Le inquadrature, così come la composizione delle immagini (una veduta da una finestra che disegna un quadro nel quadro, ad esempio) rappresentano l’isolamento dei personaggi. E la fotografia sottolinea la loro discesa agli inferi: i paesaggi luminosi e i colori vivi dell’inizio cederanno il passo a un’insondabile oscurità.
La colonna sonora è molto curata: i rombi dei motori sono l’eco di un mondo esterno nocivo, opposto alla tranquillità che circonda la casa. E la musica ha un ruolo drammatico fondamentale in questo racconto che troverà nella follia una miracolosa (e per certi versi comica) via d’uscita.

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Svizzera/Francia/Belgio 2008
Regia: Ursula Meier
Interpreti: Isabelle Huppert, Olivier Gourmet, Adelaïde Leroux, Madeleine Budd, Kacey Mottet Klein

 

Il cuore di Jenin (The heart of Jenin)

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(D. Olaf Schmalstieg) La storia si svolge nel 2005. La famiglia Khatib vive in Cisgiordania, nel campo profughi di Jenin, distrutto pochi anni prima dall’esercito israeliano. Il dodicenne Ahmed viene ferito gravemente da un soldato israeliano. Ahmed stava correndo con un mitra giocattolo tra le mani. Il ragazzo muore poco dopo il ricovero in una clinica israeliana. Il medico chiede al padre di Ahmed di poter prelevare gli organi del ragazzo. Serviranno per salvare la vita di altri bambini. Dopo breve riflessione, il padre acconsente. Anche il cuore di Ahmed potrà essere prelevato: un’autorità religiosa islamica, interpellata dal padre, ha dichiarato che ciò non contraddice le regole musulmane. Grazie agli organi di Ahmed, cinque altri bambini possono essere salvati. Il film parla di tre di quei bambini, tra cui una ragazzina israeliana.
Il padre di Ahmed, Ismail, e suo fratello, contattano le famiglie dei bambini che sono stati salvati grazie alla donazione di organi. Presto si intuisce che in quei bambini, per la famiglia Khatib, continua a vivere Ahmed. In occasione delle visite, e malgrado le circostanze drammatiche e terribili, nasce un clima di riconciliazione e si fa largo un sentimento di gratitudine. L’incontro con la famiglia israeliana, segnato da qualche difficol-tà iniziale (“Avrei preferito un donatore ebreo. Non lascerò mai che i miei figli abbiano amici arabi: potrebbero subirne la cattiva influenza”, afferma il padre della ragazzina che ha ricevuto un rene di Ahmed), porta infine alla nascita di un legame positivo.
Ciò che colpisce maggiormente, in questo film, è il crescente rifiuto nei confronti di ogni forma di rassegnazione e di uccisione di innocenti e l’ostinata ricerca di rapporti po-sitivi e vitali. Ahmed diventa una figura simbolica della coesistenza pacifica tra palestinesi e israeliani. I difficili passaggi della frontiera, preceduti da lunghe attese e da estenuanti controlli, assurgono a simbolo della ricerca del contatto e dell’incontro.
Analizzando con attenzione il film, ci si può chiedere quale sia in definitiva la figura più significativa della vicenda. L’idea di utilizzare gli organi di Ahmed per salvare delle vite è venuta al medico dell’ospedale israeliano. Senza il suo intervento, la sua insistenza, la sua pazienza e la sua mediazione, il cuore di Ahmed non avrebbe continuato a battere. Ma anche il cuore del padre di Ahmed batte: lo si percepisce dal suo sguardo, nella sua ricerca di stabilire contatti, nel suo impegno a favore del centro giovanile di Jenin (sostenuto da fondi provenienti dall’Italia meridionale).
Alla fine ”Il cuore di Jenin“ è diventato un film della speranza. Ahmed, il padre Ismail e il medico sono le figure principali. E il cuore di Jenin ispira tutti gli altri a battere per la pace. Il film, presentato lo scorso anno al Festival di Locarno (per la regia di Marcus Vetter e Leon Geller, una coproduzione israeliana-tedesca), avrebbe senza dubbio meritato maggiore attenzione da parte della giuria ecumenica. Si tratta di un documentario che offre un’ottima piattaforma di discussione sul tema della pace in Medio Oriente (trad.it.P.Tognina)

Il cuore di Jenin
Germania 2008
Regia: Leon Geller e Marcus Vetter

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