La trilogia dei Migranti

( ripresa e rielaborazione di scritti sulle morti nel Mediterraneo )

vai verso un porto caldo
azzurro d’orizzonte africano
scalino estremo dove s’infrange l’odio
a poveri migranti
occhi pensosi
corpi avvolti da nera pelle
ora di plastica obitoriale
buttati per mare
come giacinti odorosi e bianchi
galleggianti cuscini di speranza
per gli oceani e i mari turchesi
muti nel silenzio dei flutti
notturni
e assolati
poi ossa.

II

Corpi di tiepida pelle
oscillano caldi di sole
rappresi in mani di fede
coperti di alghe serene
stridii in alti libecci
in eco d’alici scintille d’argento
volteggiano chiari in crani pelosi
quell’osso tra muscoli rosa
lividi sciolti
il globo dell’occhio assente nel vuoto che guarda
opaco fissare del mare
risucchi tra scogli e bitumi
impasti di sangue ormai bianco di sale
alcune decine di mani
rallentano il calmo ritmare del mare
misurate danze uguali per tutti
riportano corpi supini e rigonfi
in culle scure di acque profonde
la luna stanotte accarezza
furiosa matrigna
gli aliti impressi sui volti

III

sbarcano i migranti
alcuni in tute bianche
cordone sanitario obbligatorio
accolti come nuova peste
su spalle spaziose luoghi dell’abbraccio
e dell’amore tolto
pianure nel ricordo
eppure fertili
coste
e poi il deserto
che ora e’ mare
sfavillante catino
terribile invaso
nascondi geloso
nelle tue profonde
sabbiose fosse
falangi rosa e paguri ricurvi
napoli 31 marzo 2008 ( in ricordo dei migranti morti in mare ieri sera )

pino de stasio
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La presente pubblicazione è autorizzata dall’autore per Ecumenici. Si ringrazia vivamente.

 

Pasqua, un assaggio di futuro di Anna Maffei

 

Affondiamo in questa settimana il nostro pensiero, in verità tutto l’essere nostro nel groviglio degli eventi che portarono Gesù alla morte della croce e troviamo il tempo di restare un po’ in silenzio a considerare come il buio di quel giorno di morte poté aprirsi alla luce della vita il primo giorno della settimana di tanti secoli fa.

 

Ci sono parole scritte ancor prima dei Vangeli, parole contenute nei salmi o nei libri profetici che aiutarono gli evangelisti a scrivere la passione di Gesù. Se leggiamo il salmo 22, per esempio, o il salmo 69 o i canti del servo del Signore nella seconda parte del libro di Isaia, sentiamo tutto il dolore e la sofferenza di uomini e donne di fede, ma anche il loro senso di abbandono, di umiliazione, lo stesso che poi Gesù avrebbe vissuto negli ultimi giorni della sua vita con una intensità e una concentrazione inaudita. La scelta di quelle parole fatta da Marco, Matteo, Luca e Giovanni per descrivere quello che Gesù dovette patire significa qualcosa che ha valenza definitiva: Gesù fu da essi accostato all’esperienza diffusa e universale della sofferenza inflitta agli innocenti. Di più. Egli non vi fu soltanto accostato, egli la visse, come nato di donna la vive, la rappresenta davanti a Dio e, come figlio di Dio, l’assume su di sé.

 

Parole di dolore come quelle contenute in questi testi antichi continuano anche oggi ad esprimere la solitudine degli innocenti, l’abbandono che i perseguitati e gli umiliati avvertono. Abbandono che brucia perché riguarda le persone più care, a volte, che voltano le spalle e fanno finta di non sapere, abbandono che sembra coinvolgere perfino Dio.

 

Ma io sono un verme, non un uomo, l’infamia degli uomini e il disprezzato dal popolo. Chiunque si vede fa beffe di me… Ma tu Signore non allontanarti… (Salmo 22, 6, 7,19)

 

Uomini, donne, bambini che affogano a pochi metri dalle nostre coste o che vengono scacciati come cani dal nostro paese, giovani donne stuprate nelle proprie case, umiliate e violate come trofei di guerra, bambini abbandonati alle malattie per la mancanza di tutto, rom lasciati marcire in discariche piene di topi, persone accusate ingiustamente, torturate e uccise solo perché hanno detto la verità su qualche intoccabile… Quale abbandono!

 

Sono un verme, non un uomo…

 

A volte la nostra stessa devozione religiosa ci porta a separare i patimenti di Cristo dalla realtà che ci circonda. Ebbene, Gesù il Cristo grida a Dio l’ingiustizia subita e chiede giustizia al cielo. E nello stesso istante Egli svela a noi che Dio non è stato mai tanto vicino!

 

Se dopo l’abisso dell’ingiustizia subita c’è una mano che ti rialza e ti solleva, se dopo il buio pesto del trionfo della menzogna la verità viene fuori in una luce nuova, se la morte violenta non è l’ultima cosa che rimane di un giusto assassinato, allora facciamo esperienza di risurrezione.

Sono anticipazioni di grazia, assaggi di quello che verrà.

 

E un’anticipazione di grazia fu il rivedere Gesù vivo il terzo giorno.

Gesù risorto è la giustizia di Dio che si compie contro ogni ingiustizia.

Gesù risorto è la verità gridata sui tetti della storia.

Gesù risorto è la fine della potenza effimera dei violenti e degli indifferenti.

Gesù risorto è la possibilità di perdono offerta a tutti per ricominciare.

 

Ma la fede nel Gesù risorto non è scontata. Non lo era ieri, non lo è oggi.

A volte dubitiamo…

E allora, leggiamo e rileggiamo i testi della fede, facciamo che queste parole siano più forti di tutte le altre parole, chiediamo allo Spirito in preghiera di scolpirle indelebilmente nel nostro cuore.

 

Io lo loderò in mezzo all’Assemblea… perché non ha disprezzato l’afflizione del sofferente, non gli ha nascosto il suo volto, ma quando ha gridato a lui, Egli lo ha esaudito (Salmo 22, 22, 24)

 

Buona Pasqua di resurrezione a tutti!

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