Il male svizzero da curare anche in Italia

L’intervista è rilasciata a un cd addetto ai lavori su un tema scottante: la costruzione delle moschee in Europa. Ci pare però che l’antitalianismo di maniera di questi “esperti” non paghi sempre. Innanzitutto perché si sottovaluta la capacità organizzativa islamica in Italia che gode di una microrete di moschee che possiamo definire domestiche ma in secondo luogo anche la forte determinazione del popolo monoteista per eccellenza (molto più di noi cristiani e anche per taluni aspetti perfino degli aderenti alla religione ebraica e ai suoi sofismi linguistici del Pentateuco).

Islamici in preghiera si inchinano infatti verso la città santa anche di fronte a un tempio protestante o cattolico, in pieno traffico pedonale, a Roma o a Milano, e non si pongono minimamente alcun problema nel manifestare apertamente la loro Fede nell’atto più intimo di comunione con l’Eterno. Un ottimo esempio donatoci da questi fratelli in un epoca contrassegnata dalla paura di dichiararsi credenti. Per inseguire forse la moda dei valdesi, tormentati dalla malattia del laicismo radicale.

Noi – in ogni caso – non ci stiamo nella sterile contrapposizione cattolici da una parte ed evangelici dall’altra. Il non credere nei simboli esteriori come il crocefisso, statue e similari non ci esonera dal dichiararci sul chi siamo in realtà. E a comportarci secondo gli insegnamenti del rabbi Jesus. Nessun altro. Fosse anche un Papa, un sinodo protestante o un pope di campagna. O su Facebook il gruppo settario “Gesù ti ama”. 

Dio ce ne scampi da questi abominevoli idolatrie religiose. Un caso insomma da Officina della psiche da analizzare con rigore scientifico e senza genuflessioni religiose. Perché di religioso non ha nulla se non l’apparenza.

Di questo ne parliamo il 15 a Milano in Via Carducci 8 alle ore 20. Potete contarci!

MB

01 dicembre 2009

Intervista al sociologo delle religioni Stefano Allievi

Il sociologo italiano Stefano Allievi, docente di sociologia delle religioni a Padova, ha supervisionato un’inchiesta, ancora inedita, sulle costruzioni di moschee in Europa e sull’opposizione che questo provoca (Conflicts over Mosques in Europe: Policy issues and Trends, finanziato dal Network of European Foundations).

La votazione di questa domenica, in Svizzera, mirante a proibire i minareti, è un caso unico in Europa?
No, è un’idea che viene dall’Austria, dove la proibizione è entrata in vigore in due regioni (Carinzia e Vorarlberg). In questo paese, come per i promotori del referendum svizzero, la proibizione di minareti si basa su argomenti di tipo urbanistico. Questo permette, sul piano legislativo, di non attaccare direttamente le libertà pubbliche. Ma in realtà, l’argomento urbanistico nasconde la vera posta in gioco, di natura culturale o religiosa: non ci si scontra con le stesse riserve rispetto ad un grattacielo di un centro commerciale o ad una multisala di cinema! La proibizione dei minareti va effettivamente, a mio avviso, contro il rispetto della libertà religiosa.

Lei ha appena terminato uno studio europeo sulla costruzione di moschee in Europa. Come si comporta il nostro continente?
Il primo risultato interessante, e che a dire il vero non mi aspettavo, è che, da un punto di vista statistico, non ci sono problemi di libertà religiosa in Europa per i musulmani. Infatti, abbiamo censito tutte le sale di preghiera e le moschee. Su una popolazione di 18 milioni di musulmani in tutta l’Europa, il numero di luoghi di preghiera è soddisfacente, con una sala ogni 2000 musulmani. Ma qualitativamente molte sale di preghiera restano non soddisfacenti.

La vicenda svizzera rivela che ci sono ancora molti ostacoli per questi luoghi di culto. Questa ostilità è generale in Europa?
Le costruzioni di moschee continuano a suscitare molti conflitti. Bisogna notare che nessun altro luogo di culto, tempio sikh, luoghi di culto pentecostali, provoca queste opposizioni. Negli ultimi trent’anni, solo l’islam incontra questo problema. Abbiamo esaminato gli argomenti contrari alle costruzioni, raramente si tratta di punti precisi riguardanti le modalità del luogo, il vicinato (problemi di parcheggi, di affluenza), ma piuttosto di argomenti generali, cioè ideologici.

Ci sono delle differenze tra paesi?
No, le cose variano da regione a regione. In Francia, per esempio, coesistono tutte le situazioni: talvolta il progetto di moschea beneficia di un certo grado di coinvolgimento dei poteri pubblici (nazionali o locali) inimmaginabile negli altri paesi, e comunque meno basato sulla laicità. Ma si possono incontrare anche delle situazioni conflittuali dure. Ugualmente, nei Paesi Bassi, è difficile che un progetto di moschea abbia successo a Utrecht, cosa invece possibile a Rotterdam. Tuttavia, più in generale, i conflitti sono meno importanti nei paesi in cui i musulmani sono rappresentati in certe istituzioni, come la Gran Bretagna e la Francia.

Come nascono i conflitti sulle moschee?
Sul piano locale, per un progetto urbanistico, il conflitto permette di esprimere interessi divergenti. Ma se si esaminano le situazioni più da vicino, ci si accorge che tali conflitti hanno delle derive quando si intromettono degli “imprenditori politici dell’islamofobia”, perché non hanno nessun interesse a risolvere il conflitto, che incontra allora un’evoluzione patologica. Tanto più che sono rapidamente recepiti dai media che se ne impossessano – l’islam si vende bene! – e li diffondono a livello nazionale.

Qual è il paese più recalcitrante?
È l’Italia, il paese in cui si trovano meno moschee. Senza dubbio perché, nella penisola, quegli “imprenditori politici dell’islamofobia” controllano il ministero dell’interno: la Lega Nord ha sempre considerato l’islam pericoloso, e nelle regioni dove è in maggioranza – Veneto, Lombardia – le costruzioni di moschee sono praticamente impossibili.

Chi finanza le moschee europee?
Per lo più sono gli immigrati stessi con i loro contributi. I grandi centri islamici sono finanziati dall’Arabia Saudita, attraverso la Lega islamica internazionale. Questo solleva il problema della reciprocità, perché in quel paese è impossibile costruire delle chiese.

(intervista a cura di Isabelle de Gaulmyn, in “La Croix” del 30 novembre 2009; trad. it. www.finesettimana.org)

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