L’altro Natale: Caterina, un testamento di vita reale negato

I testamenti di vita ignorati: quelli che non servono per le campagne pro-contro eutanasia, tanto care al Vaticano e ai valdesi. A Trieste e altrove.

Esprimiamo così la nostra solidarietà e vicinanza di Ecumenici a Caterina e a tutte le persone che proprio non possono farcela coi 260 euro mensili. Nemmeno con gli auguri di Natale… di cardinali e sinodali.

 

Pesa 35 chili, ha 48 anni, sieropositiva da 25 e sopravvive (o, sarebbe meglio dire, si lascia morire) con un sussidio di 260 euro al mese. Si chiama Caterina, Caterina Zorzi, vive a Trieste ma – come si definisce lei – “orgogliosa padovana, fieramente veneta”. Dal luglio scorso ha deciso di smettere di sottoporsi alla terapia antiretrovirale. Una scelta forte, estrema, che molti frequentatori del forum di sieropositivo.it  conoscono già per averne dibattuto a lungo nelle scorse settimane in seguito a una lettera-denuncia “girata” sul nostro portale. Una scelta per nulla condivisibile, ma comprensibile a ben leggere le parole con cui Caterina, ormai allo stremo delle forze dopo essersi rivolta – inutilmente – a varie istituzioni locali (in primis Comune, Provincia e Regione) per avere una mano, spiega le ragioni che l’hanno spinta a lasciarsi andare.
«La mia non è una provocazione», scrive Caterina, «ma una decisione soppesata in mesi e mesi di riflessioni, a confronto con operatori, amici, persone nella mia stessa condizione, con personale sanitario e con i familiari. Molti non condividono la mia scelta, perché vogliono e credono di potersi rapportare a me per quello che ero, una persona sieropositiva ancora con una dignità. Da parte mia ritengo di non avere più alcuna dignità. Mi è stata portata via dopo avermi dichiarato civilmente morta o, per meglio dire, non più in grado di sopravvivere». Quindi, continua: «Ho fatto la mia scelta, in nome della Dignità che non mi viene riconosciuta, rinuncio alla terapia salvavita e scelgo l’eutanasia autoindotta».
Cosa dire? C’è di che far impallidire certe patinate operazioni anti-Hiv/Aids promosse da enti ed istituzionali statali in occasione del 1° dicembre, che danno la misura di quanto sia corta la pubblica memoria sul contagio prima e dopo una giornata che per Caterina e le persone nelle sue stesse condizioni ha più il sapore della beffa.
Malgrado tutto Caterina è vinta ma non sconfitta: battagliera, aggressiva, per piccole frazioni di istanti si lascia prendere dallo sconforto e dal pianto, ma poi caccia una parolaccia e riparte – armi in resta – contro chi ha fatto dell’Hiv/Aids un business e contro chi non tiene conto della dignità delle Persone.

Perché hai preso una decisione così drastica? Cosa ti aspetti di ottenere?
«Per me è un modo come un altro per vivere e per morire. La mia è una denuncia contro questo Stato e le case farmaceutiche che stanno sfruttando anche la nostra morte. Dietro la nostra malattia ci sono business e interessi così grandi che non tengono conto di chi siamo, di cosa abbiamo bisogno. La stessa gente comune ci considera ancora come degli appestati: sono stata alla celebrazione del 1° dicembre alla stazione di Trieste e l’atmosfera già piatta era resa ancora più triste dall’indifferenza dei passanti – anche giovani – che ci guardavano come se volessimo contagiarli».

Quindi, ti sei arresa?
«Un c…o, mi sono arresa! Rimango una combattente e una combattiva! Non mi sono arresa, solo non voglio più farmi sfruttare. Una commissione mi ha dichiarata invalida al 100%, il che mi dà diritto a una pensione di ben 260 euro. Spiegami che vita si può fare con una somma simile in una città che è ai primi posti in Italia per costo della vita».

All’estero è diverso?
«In Grecia la pensione è di 580 euro, in Spagna e Portogallo di 480 euro. In Italia una come me, che ha lavorato per 10 anni come operatrice psichiatrica (seppur in nero), non ha diritto a vivere dignitosamente malgrado la malattia».

Hai chiesto aiuto?
«A chiunque: Comune, Provincia, Regione. La risposta è che non hanno budget per aiutare i malati. Preferiscono sprecare i soldi pubblici in opere faraoniche piuttosto che permettere alle persone in difficoltà di vivere decorosamente».

In passato ti sei battuta anche per gli altri….
«A Trieste mi sono battuta con le unghie e con i denti perché fosse chiusa una struttura fatiscente in cui – in condizioni igieniche e sanitarie di profondo degrado – pretendevano di curare i malati di Hiv/Aids. Ci siamo battuti perché fossero utilizzati i fondi europei e fosse aperta un struttura più adeguata. In passato ho partecipato alle rivolte studentesche, il nostro gruppo si è battuto per ampliare la disponibilità del reparto malattie infettive dello Spallanzani e a Milano abbiamo occupato Farmindustria per fare arrivare anche in Italia i farmaci retrovirali».

Oggi come stai?
«Sto male, ho tutta una serie di malesseri e crisi legati alla malattia. Nella casa dove abito, per varie ragioni, non riesco a dormire. Ieri poi sono andata in ospedale: ho aspettato cinque ore per un semplice prelievo e la dottoressa che mi ha visitata, pur avendo appurato che avevo qualcosa ai polmoni, non mi neanche fatto fare le lastre».

Quanto pensi ti basterebbe per poter acquistare un minimo di dignità?
«Con 600 euro al mese credo di potercela fare. Ma non c’è stato proprio verso di far capire alle istituzioni che con 260 euro si condanna un malato a una lunga – indecorosa – agonia».

Nel 2000 hai perso un figlio in un incidente, aveva 18 anni. E hai fatto in modo che i suoi organi fossero donati a chi ne aveva bisogno. Cosa pensi ti direbbe se sapesse che hai deciso di non curarti più?
«Mio figlio, Alessandro, mi direbbe di continuare a curarmi. Ma io gli spiegherei che questa non è vita. Che non ha alcun senso continuare a vivere in questo modo».

Da http://www.sieropositivo.it/?channel=26&ID=3983

Commenti disabilitati su L’altro Natale: Caterina, un testamento di vita reale negato

Archiviato in Etica

I commenti sono chiusi.