Fuori dal guscio e dalle parrocchie confessionali

Riceviamo dal nostro lettore Andrea Ambrogetti questo contributo per il Congresso di Perugia dell’Arcigay. Ecumenici nell’augurare un buon lavoro a quell’Assise. invita la Segreteria entrante a riconsiderare l’appello degli anni passati sul tema dell’otto per mille. Chiediamo espressamente, come semplici Amici, di supportare la destinazione in favore dello Stato. Un piccolo passo laico per un’associazione che non può e non deve avere cappelli confessionali. Perché è un’associazione di tutti.

Andrea Ambrogetti

Lettera aperta all’Arcigay e al movimento glbtq

per il Congresso di Perugia

 

 

RIPARTIRE DAGLI ALTRI

 

 SALVARE L’ITALIA

 

– 31 gennaio 2010 –

 

 

 

 

Vista l’importanza dell’appuntamento, con questa Lettera aperta metto a disposizione di tutte e tutti un contributo al dibattito precongressuale, ovviamente a titolo del tutto personale.

 

 

Fuori dal guscio

Non si può andare al terzo congresso dell’Arcigay in quattro anni basando l’analisi preliminare su di noi !

Con tutto quello che è avvenuto in Italia (dalla truffa dei Dico alla più lunga estate omofoba della nostra storia) e nel mondo bisogna sapersi guardarsi intorno.

Il contesto non siamo noi !

Il contesto è Barak Obama che ha già incontrato due volte la famiglia di Matthew Shepard e sta per firmare (o ha già firmato) una legge antimofobia, le ragazze italiane ridotte a veline convocate a Palazzo Grazioli per un seminario per future deputate europee e l’unica persona che se ne accorge è la moglie del primo ministro, il neorazzismo oramai stampato in Gazzetta Ufficiale (e praticato apertamente da molti sindaci del Nord), l’impoverimento economico-finanziario crescente e il vuoto di futuro delle nuove generazioni, come pure dei quarantenni (a 40 anni ci si sposa, si compra la casa e si sottoscrive un mutuo in banca di … 30 anni), l’alternativa democratica flebile e latitante, la pratica degli avvertimenti mafiosi neanche tanto velati contro chiunque potrebbe scardinare il patto d’acciaio tra il populismo di Palazzo Chigi e il neo-fondamentalismo d’oltretevere.

Il contesto è la prima, grande crisi culturale che gli italiani vivono dalla fine della seconda guerra mondiale, con alcuni grandi principi dati per scontati che ora vacillano. Il contesto sono tutti gli italiani che hanno visto tutti i film di Pedro Almodovar e di Ozptek e poi non è successo nulla. Il contesto è Wladimir Luxuria in Parlamento e all’Isola dei Famosi un giorno e le persone trans vilipese e uccise il giorno dopo. Il contesto è una puntata di Report domenica sera che scoperchia la cloaca massima e il lunedi mattina in cui non succede assolutamente nulla.

Il contesto è l’Italia di questi primi anni dieci, di questa Europa in cui le grandi famiglie politiche protagoniste dell’unico grande capolavoro prodotto dal vecchio continente nel secolo scorso – l’integrazione europea – sono incapaci di rispondere ai neonazisti che spuntano in Ungheria come in Gran Bretagna, alla più grave crisi economica e finanzaria degli ultimi decenni, alla crisi del modello sociale europeo, di cui non si parla quasi più.

Il contesto è la politica ridotta a rissa telesiva, con il combattimento tra galli del martedi sera, del giovedi sera e della domenica pomeriggio, tanto i conduttori fanno riferimento a partiti diversi e la par condicio è rispettata.

Il contesto è uno dei nostri, Nichi Vendola, il quale ha dimostrato che la gente, e non la politica, non è disposta a sacrificare nulla per l’alleanza con chi, da quando in Parlamento è ago della bilancia, ha sentenziato che l’omofobia non è reato.

Il contesto è la classe politica del mondo occidentale più incapace di affrontare le sfide del nuovo millennio. Possiamo farci noi classe dirigente ? Siamo noi in grado di essere un soggetto generale ?

Di fronte a tutto questo evitiamo almeno l’errore di incartarci in un tranquillo associativismo. Viviamo l’associazione per salvare l’Italia. Solo così salvaremo anche i nostri diritti !

 

Il secondo ventennio

 

Per la seconda volta in meno di un secolo gli italiani si ritrovano prigionieri di una lunga stagione dominata dal populismo autoritario e reazionario. Questo “secondo ventennio” possiede ovviamente molto differenze con il primo ma presenta anche alcune analogie.

Non certo la mancanza di libertà dei mezzi di informazione, che c’è. Quella che non c’è è una legge seria e vincolante che regoli il conflitto di interesse tra titolari di concessioni pubbliche e incarichi istituzionali.

L’analogia più impressionante è la disponibilità di una larga parte del popolo italiano a premiare una persona che non li governi, ma li rappresenti. Berlusconi incarna e amplifica i peggiori difetti degli italiani. E gli italiani tra la rappresentanza e la rappresentazione hanno scelto la seconda. Preferire il successo ottenuto da una élite di vip alla soluzione dei miei/nostri problemi: capita quando l’alternativa democratica latita.

La gente – a quanto pare – è contenta così. Cosa pensiamo di questi milioni di nostri connazionali e concittadini ? Abbiamo mai provato a parlare con loro ? Siamo in grado di aprire un dialogo con queste persone e non solo con i giornalisti e gli esponenti politici ?

La gente, gli italiani, non tutti, ma molti, non rinuncia ai vantaggi pratici del clientelismo e dell’affarismo se non in presenza di un’alternativa civile e democratica molto forte, in grado di mobilitare quel civismo sano e onesto che permane nel nostro popolo. Se la trasparenza, il merito e i risultati fossero pratica costante da decenni, come avviene negli altri paesi europei, la gente si fiderebbe di se stessa e non del boss del quartiere. Quanto accaduto nelle regioni meridionali governate dal centrosinistra dovrebbe insegnare qualcosa al riguardo.

La conclusione è che stiamo percorrendo una nuova lunga marcia, di cui non conosciamo né il percorso, né i tempi, né l’approdo.

La capacità dell’Italia progressista e civile di parlare al paese è scarsa. Nostro malgrado siamo costretti almeno a tematizzare questa situazione. Anche perché le forze politiche tradizionali non lo fanno. Il movimento glbtq italiano è in grado di rivolgersi agli italiani, al di là delle nostre sacrosante rivendicazione legislative, ma anche per proporre un contributo di crescita civile e culturale ? Qual è il nostro messaggio ? Quali i nostri potenziali alleati ?

Ci sono, per fortuna, segnali contradditori, contrastanti e incoraggianti.

A iniziare a “europeizzarsi” sembra sia finalmente un pezzo importante del centrodestra, quello che fa riferimento a Gianfranco Fini. Molte persone appartenenti per lunga tradizione a questo schieramento si stanno accorgendo che il populismo reazionario e autoritario significherebbe prima il declino e poi la rovina dell’Italia.

Ma a tutt’oggi il centrosinistra non è accreditato agli occhi degli italiani come un’alternativa seria e immediata.

Il Pd è assimilabile agli altri grandi partiti riformisti europei ? Intanto non fa parte del Pse, ma solo del (quasi) corrispondente gruppo parlamentare (e questo significa non siedersi ai tavoli dove si prendono alcune decisioni importanti, come si è visto in tempi recenti). Tali partiti si misurano oggi con i loro problemi, ma hanno almeno un’identità comune, in cui la questione delle differenze e dei diritti è irrinunciabile già da molti anni!

Ma l’ignoranza degli italiani su cosa sia il Pse è impressionante. Il Pse non è la casa comune degli ultimi rivoluzionari marxisti-leninisti-maoisti ! Il Pse è la casa comune di forze che sono riformiste, “democrat” e socialdemocratiche da svariati decenni. Possibile che l’esercito di politici e giornalisti nostrani non riesca a comunicare un concetto così semplice ? E anche chi, nei vari paesi europei occidentali, da cristiano è impegnato in politica in senso progressista sta con queste forze da decenni e decenni.

Questi partiti sono rimasti al centro della scena politica anche perché mano a mano si sono misurati con le istanze denunciate da movimenti diversi da quello operaio e fatti propri obiettivi e leader provenienti dal movimento studentesco, femminista, ecologista e delle differenze. Per fortuna ! Proprio per questo sono grandi partiti, in cui la laicità è cemento unificante e motore di politiche di promozione dei diritti !

Abbiamo qualcosa da dire o da fare al riguardo ?

La crisi dell’egemonia della cultura di sinistra

Per gran parte del secondo dopoguerra l’Italia è stato un paese a egemonia della cultura di sinistra.

Mentre al potere andava la Democrazia cristiana (partito peraltro profondamente autonomo dal Vaticano e in cui vigeva questo compromesso: atlantismo, anticomunismo e capitalismo, da una parte, versione “democratica” dei rapporti tra religione e politica, quindi discreta lontananza da ogni clericalismo, fondamentalismo e integralismo, dall’altra), mentre il paese si lanciava nello sviluppo capitalista, mentre si affermava il principio che il Pci non poteva essere associato al governo del paese, nello stesso tempo era la cultura di sinistra a esercitare una egemonia pressoché totale.

Non solo le donne e gli uomini che, con grandi e piccoli tormenti, si ispiravano alle varie correnti della sinistra mondiale guidavano i giornali, le radio, le televisioni, l’editoria, il cinema e il teatro. Ma anche risultava di fatto molto difficile alle culture conservatrici, reazionarie e integraliste imporre o semplicemente diffondere le proprie idee.

Dal neorealismo della fine degli anni Quaranta alla vittoria al referendum del divorzio del 1981, l’Italia è un paese in cui tutti vogliono – o devono – credere nell’ideale di uguaglianza sociale.

In Italia è così possibile che un Parlamento dove la sinistra – dal 1945 al 1996 – non è MAI maggioranza vengano adottate una serie di riforme, votate ANCHE dal Pci (come quelle sullo statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, l’equo canone, il nuovo diritto di famiglia, la scuola media, la smilitarizzazione della polizia, il divorzio, la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza, la chiusura dei manicomi, il cambio di genere e tante altre) che oggi possiamo solo sognare.

Nell’Italia governata dalla Dc, il movimento operaio è sacro, quello delle donne è sacrilego ma copiatissimo, nei licei e nelle università i giovani abbattono l’autoritarismo. Con gli anni Ottanta e Novanta sappiamo che le cose cambiano rapidamente in peggio.

Di quella deriva è figlio questo secondo ventennio.

Per esempio, ci ritroviamo Povia a Sanremo, un fatto terribile per un paese dove i De Gregori, i De Andrè, i Bennato hanno forgiato il campo di percezione di intere generazioni, hanno praticamente dettato legge.

Come affrontiamo questa situazione ? Quale politica culturale proponiamo ?

Da avanguardia a “supplenza”

Mentre per alcuni decenni i movimenti hanno interagito e hanno accompagnato il lavoro dei partiti e delle istituzioni oggi la situazione è tale per cui il lavoro che siamo chiamati a svolgere è, in un certo senso, quello di supplenza.

La parola può essere fraintesa. Non si tratta di qualcosa di meno nobile. I procuratori che negli anni Settanta sequestravano le fabbriche inquinanti, anche in assenza di una legislazione speficica in materia, ma appellandosi a norme vicine, potrebbero essere un buon esempio. Ma si possono fare gli esempi dei grandi giornalisti che denunciavano lo scempio edilizio o l’aborto clandestino e dei pochi magistrati che hanno dichiarato guerra alle mafie con decenni di anticipo rispetto a tanti altri pezzi dello stato.

Negli anni Settanta e Ottanta i movimenti gay hanno svolto nel mondo occidentale un ruolo fortissimo di avanguardia: rottura, denuncia, guerra allo stigma, agli stereotipi, denuncia dell’omofobia religiosa, aggregazione festosa di milioni di persone costrette fino ad allora a vivere di nascosto. Anche la storia dell’Arcigay (e delle altre esperienze simili) in Italia è la storia di un successo.

L’Arcigay ha fatto fino in fondo il suo lavoro di organizzare politicamente gli omosessuali. Una inevitabile vicinanza con il Pci/Pds e con gli altri partiti della sinistra ha prodotto per un certo periodo una collaborazione decente (“collateralismo minimo”). Oltre i risultati ottenuti in alcune città (in primis Bologna), ci sono da ricordare che i deputati e senatori provenienti dal movimento glbtq sono stati e sono un numero considerevole: Vendola, Grillini, De Simone, Silvestri, Luxuria, Concia e volendo anche Vattimo, eletto dagli allora Ds a Strasburgo dieci anni fa e l’anno scorso con l’Idv.

Oggi è senz’altro giusto abbandonare ogni collateralismo per il semplice fatto che dall’altra parte non ci sono gli interlocutori.

In Italia non ha fallito l’Arcigay. In Italia ha fallito la politica, la grande politica che a un certo punto ha smesso di fare il suo dovere.

Come esercitare oggi un ruolo di supplenza creativa alla mancanza di  alternativa politica ? Come sopperire al riformismo mancato ? Come essere fino in fondo cittadini attivi che si fanno carico in prima persona di produrre quei beni pubblici che lo stato italiano non è in grado di garantire ? Possiamo svolgere noi il ruolo di agenti di cittadinanza europea ? Possiamo, per esempio, proporre noi direttamente agli insegnanti percorsi formativi di educazione sessuale ? Possiamo portare in tribunale il più alto numero possibile di coppie formate da un/a italiano/a e da una persona dello stesso sesso cittadino/a di un paese dell’Unione europea dove i matrimoni gay e/o le unioni civili sono già previste ? L’Unione europea non può modificare il diritto di famiglia dei singoli stati membri ma non può non vedere che il principio della libera circolazione dei suoi 500 milioni di cittadini crea alcuni paradossi che non possono non essere governati, quanto meno stabilendo un obbligo di riconoscimento (“portabilità dei diritti”).

Salvare l’Italia, salvare i nostri diritti

Una delle conseguenze della crisi della cultura di sinistra e della mancanza di riformismo è l’attacco – esplicito, spietato – alla collocazione in un’area democratica europea e occidentale in cui – bene o male – la cultura dei diritti umani e del principio di non discriminazione è acquisita sia dai “centrodestra” sia dai “centrosinistra”. Dalle impronte ai bambini rom alla legge sulla fecondazione assistita, dalle leggi ad personam (unico caso nel mondo occidentale) al continuo vilipendio alla dignità (e quindi alla parità) delle donne l’Italia sembra – pericolosamente – voler uscire da un perimetro di certezze.

E’ in questo contesto che è stato possibile consumare la vendetta sul World Pride tenutosi a Roma nel 2000: il Family Day, la farsa dei “Dico”, la Binetti sulla malattia, il card Bagnasco sulla pedofilia, in Parlamento il non equiparare l’omofobia al razzismo e l’equiparare l’omosessualità alla zoofilia.

Tutto l’intreccio “differenze e diritti” che la gran parte del mondo occidentale negli ultimi due decenni ha imparato a declinare in modo costruttivo in Italia resta fuori della porta.

 

1.Denunciare

 

Dalle grandi istituzioni della democrazia rappresentativa e dai partiti non dobbiamo aspettarci nulla ! Facciamo un esempio. Le manifestazioni da noi organizzate negli ultimi anni a piazza Farnese sul tema dei diritti per le coppie dello stesso sesso sono state un successo sotto tutti i punti di vista. Per esempio dal punto di vista del coinvolgimento del ceto politico: a un certo punto avevamo in piazza un numero impressionante di deputati, senatori e ministri, per non dire dei consiglieri comunali, provinciali e regionali. Il giorno dopo abbiamo avuto intere pagine sui più grandi giornali del paese. Ma una settimana dopo, un mese dopo, un anno dopo non è successo nulla.

Abbiamo avuto un’indubbia capacità di inserirci nell’agenda politica, ma, purtroppo, le decisioni attese non sono arrivate.

Non perdiamo più tempo con questa gente ! Se vogliono inviare un gruppo di funzionari a un corso di formazione (a pagamento) che possiamo organizzare per loro sulle differenze e i diritti (come fanno tutti i partiti, compresi quelli di destra, a Londra e Parigi) saremo ben lieti di accoglierli. Magari in futuro combineranno qualcosa di buono ! Ma per il resto non perdiamo più tempo con questa gente !

Denunciare la politica senza risultati ! Denunciare mille persone che non producono nessuna buona legge, nessuna riforma. Neanche quelle del loro programma elettorale ! Seppure in tre legislature diverse e tramite 4 governi differenti, Silvio Berlusconi ha governato l’Italia in totale quasi 8 anni, e sta ancora governando, ma non ha mai realizzato né il presidenzialismo, né il federalismo, né la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, né la modernizzazione della pubblica amministrazione, né ha tagliato le tasse e alla, fin fine, non ha fatto nulla di buono per sostenere le imprese.

 

 

2.Anticipare

 

Il mutamento sociale e culturale va avanti (per fortuna). Mentre la politica dormiva siamo passati da essere un paese arretrato a uno moderno e poi da moderno a postmoderno. Ad esempio, l’omogenitorialità è realtà. Facciamoci carico noi di diradare le nebbie, senza aspettare la Gazzetta ufficiale. Curiamo noi che se ne parli nei termini appropriati nei media, nel mondo culturale, nei territori. Rendiamo pubblico e visibile quello che è già realtà.

 

 

3.Europeizzare

L’Italia ha un bisogno immediato di riscoprire la normalità europea. Se la classe politica italiana non è capace di dire che razzismo e omofobia sono la stessa cosa dovremo farci carico noi di questa fatica, ma mettendo bene in chiaro che è l’Italia che fa eccezione (come la Svizzera con i minareti).

 

4.Formare e informare

I meccanismi di trasmissione della memoria storica non sono lineari. Le nuove generazioni meritano occasioni di studio e di approfondimento. L’alternativa è Noemi. Si potrebbero organizzare viaggi di studio nelle altre capitali europee per conoscere da vicino la “normalità” del ruolo che i movimenti gay svolgono verso le istituzioni e la politica.

Bisogna chiedere alle scuole, alle università, al mondo dello sport, ai comuni, alle province e alle regioni di lavorare LORO ogni giorno sull’informazione e l’educazione sessuale, sulla non discriminazione, sulla parità, sulle differenze, sui diritti.

Si può aprire un tavolo con la Conferenza dei rettori delle università italiane per capire perché in tutto il mondo vi sono migliaria di corsi universitari dedicati ai gay studies e in Italia si contano sulle dita di una mano ?

5.Comunicare

Abbiamo capito che è inutile aspettare che anche in Italia le campagne di informazione e sensibilizzazione contro gli stereotipi e i pregiudizi diventino una prassi costante e crescente per le pubbliche amministrazioni e il settore privato. Perché non mettere noi online un sito con le migliori 10/15 campagne degli ultimi 10/15 anni e lanciare la provocazione ai pubblicitari, alle regioni e alle grandi aziende a investire in questo tipo di attività ?

Bisogna urgentemente reclamare spazi di visibilità sui grandi media nazionali per la realtà già presente delle coppie formate da due persone dello stesso sesso, comprese quelle che convivono da decenni, e per quella dei genitori omosessuale. Bisogna sbattere la nostra realtà in faccia ai benpensanti, ai moralisti, agli ipocriti, agli integralisti, ai fondamentalisti, ai teodem.

6.Riorganizzare

La società postmoderna è facile da vivere anche per un individuo non pienamente libero di esprimere la propria identità e privo di alcuni diritti fondamentali: internet, social network, voli low cost, centinaia di locali e decine di località turistiche gay o gayfriendly.

Ma è vero che in Italia non si è raggiunta quella massa critica che in altre realtà consente di parlare di “comunità” prima e di “lobby” poi.  Non ci si può fare carico che questo avvenga tramite una sorta di ingegneria politica.

Bisogna allora saltare una fase e proporre una prassi gayfriendly a milioni di nostri concittadini che già oggi sono nostri potenziali amici e alleati.

Lavorare meno per noi e più per tutti. Noi non abbiamo più bisogno della psicologia, della psicoterapia, della psicodinamica ! Se non c’è nessuna patologia nella nostra condizione, allora basta con l’eternizzare il ricorso alla psicologia. Basta con le statistiche che trovano che le lesbiche fumano e si drogano di più !

I nostri circoli e i nostri locali possono diventare punti di aggregazione per tutte le cittadine e tutti i cittadini che non si trovano più nelle sedi dei partiti un luogo dove parlare di differenze e diritti ?

 

7. Essere catalizzatore

Possiamo lavorare noi con la Confindustria per capire perché in moltri altri paesi occidentali il diversity management è attuato da molte aziende e in Italia ciò non avviene ?

Si possono mettere intorno allo stesso tavolo gli esponenti della Ready e la Conferenza dei presidenti di regione, il presidente dell’Anci e quello delle province e stabilire un piano di lavoro ? Perché non invitare gli enti locali che hanno già aderito alla Ready al nostro Congresso e dedicare loro una sessione speciale ?  

La differenza Arcigay

C’è una specificità, una “differenza” Arcigay, e consiste nel fatto che il centro nazionale dovrebbe far valere il valore aggiunto derivante dall’essere l’unica associazione presente in tutto il paese. Nello stesso momento i comitati locali dovrebbero valorizzare in ogni occasione il far parte dell’unica associazione per i diritti civili delle persone glbtq di respiro davvero nazionale.

Questo valore aggiunto dovrebbe essere tematizzato e valorizzato.

E’ a partire da questo valore aggiunto che possiamo e dobbiamo essere un soggetto generale (come nella migliore tradizione della Cgil) il quale nel momento in cui tutela i diritti di milioni di persone e cittadini glbtq opera per la crescita civile, politica e culturale dell’intero paese !

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