Il cambio di guardia a Riforma.it: si riscoprono gli anabattisti… Era ora!

La sapienza sconfitta e le conquiste dei riformatori violate

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Condividere i saperi con gli ultimi
Oggi la libera circolazione dei saperi è in pericolo e sempre più aspetti della vita sono mercificati a scopro di lucro. La Riforma, che «semper riformanda est», deve ricominciare
Herbert Anders

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La riflessione di questa pagina nasce da un manifesto, che no so più dove l’abbia letto o come sia venuto nelle mie mani per la prima volta. A metà pagina c’era scritto: «Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Müntzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: “Tutte le cose sono comuni! ” dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici Articoli fecero tremare i potenti d’Europa». Il volantino era dell’epoca contemporanea, non c’era dubbio, anche se datato: «Genova. Penisola italica. 19, 20 e 21 luglio di un anno che non è più di alcun Signore».

Che cosa aveva in comune il pastore anabattista Thomas Müntzer con Genova? Il linguaggio del volantino indicava che chi scriveva era ben informato, conosceva la storia della Riforma Protestante e non citava a vanvera. E perché un manifesto voleva reclamare un’eredità di Thomas Müntzer, sopratutto un’eredità spirituale? Gli anabattisti erano spesso conosciuti come pazzi visionari, sanguinari rivoltosi o semplicemente come gente illusa e quindi sconfitta. Anche molti professori di teologia puntavano il dito contro di loro per indicare le aberrazioni di una cosa cominciata bene. Io, invece, avevo spesso provato una certa simpatia per gli anabattisti. Simpatia come la si sente per un Francesco d’Assisi o Robin Hood; come insomma è simpatica la gente che ha un sogno, un sogno di un mondo più giusto, e fa qualcosa per realizzarlo.

L’«esercito» di Müntzer

Loro avevano decisamente fatto qualcosa. A Frankenhausen, in Turingia, a metà strada tra la Wartburg e Wittenberg, nell 1525, 50. 000 contadini avevano portato al culmine la loro rabbia contro i privilegi di proprietà della nobiltà e del clero. I principi avevano infatti il monopolio finanziario, estorcevano tasse e prestiti. I crescenti costi per la struttura militare richiedevano sempre più soldi che, essendo nobiltà e clero esentasse, finivano per pesare quasi esclusivamente sui plebei e contadini. Inoltre l’introduzione della legge civile romana privava i contadini di alcuni dei già pochi diritti rimasti sulle terre attestate ormai, senza eccezione, come proprietà dei principi. Il clero, dal canto suo, temendo la perdita di importanti privilegi, introdusse il commercio delle indulgenze, dei miracoli e delle preghiere, minacciando di rendere ancora più saldo ed esclusivo il monopolio sul sapere. L’istruzione e la ricerca, infatti, per tutto il medioevo si erano trovate nelle mani dei monaci e del magistero, o sotto il ferreo controllo dell’Inquisizione.

Ecco perché i contadini erano arrabbiati e predisposero 12 rivendicazioni: cedere alcuni boschi al comune per permettere ai poveri di raccogliere la legna, rendere di nuovo pubblico l’utilizzo di prati e campi per poterne usufruire comunemente. Ma la prima fra tutte era il diritto di nominare il proprio pastore e quindi decidere sull’istruzione che veniva impartita dal pulpito.

Come non essere solidali con loro! Ancora di più perché le loro pretese furono frutto di lettura e istruzione biblica, guidata e impartita dai predicatori della Riforma. Non era stato lo stesso Lutero ad aver tradotto la Bibbia nella lingua comune e proclamato il sacerdozio universale? Così aveva spinto la gente comune a istruirsi ed aveva tolto l’esclusiva del sapere al clero. E quando Lutero, di fronte al grande sollevamento popolare che l’effervescente discussione evangelica aveva prodotto, si era tirato indietro, la passione per il mondo più giusto annunciato da Dio aveva già trovato molti altri portavoce. «Guarda, i signori e i principi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra (Isaia 5, 8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea, 3, 2-4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca». Questo, appunto, scrisse Thomas Müntzer nella sua Confutazione ben fondata (1524). Un leader che accese speranze e animi. Tanti. Tanti da formare una sollevazione popolare, dei più poveri, che, così l’annuncio anabattista, non dovevano più essere diavoli ma figli di Dio, con un regno tutto per loro. Purtroppo l’«esercito» dei contadini, armato di forche e bastoni, rimase sul campo davanti al Frankenhausen difesa dai lanzichenecchi; armati anche loro, ma di archibugi, comprati, ironia della sorte, dai principi con le tasse dei contadini sui quali furono puntati.

I manifestanti al G8 di Genova

Che cos’era questa storia, che qualcuno voleva riesumare? Perché gli autori del volantino avevano interesse a identificarsi con un movimento sconfitto?

Genova… Io non c’ero il 19, 20 e 21 luglio a Genova. C’erano loro, gli autori, insieme a migliaia di manifestanti, contro il G8. C’era la polizia. E sono successe le cose che abbiamo appreso. Si poteva quasi pensare che insieme allo spirito dei contadini il manifesto avesse attirato loro anche la sconfitta. Basti pensare all’organizzata brutalità repressiva delle forze dell’ordine nella scuola Diaz, subito dopo la conclusione delle manifestazioni. Ragazzi che dormivano picchiati a sangue, donne violentate, mobili spaccati, queste sono le testimonianze. Forze del (dis) ordine come era impensabile che in Italia potessero esistere.

Ma, sconfitta a parte, ci doveva anche essere un patrimonio positivo che volevano fare rivivere?

Doveva ancora passare qualche anno prima che il puzzle cominciasse a formare un quadro. Esattamente fino a quando una sorella di chiesa non mi disse di leggere «Q», il libro pubblicato sotto lo pseudonimo di Luther Blisset. E allora ho appreso che gli autori del libro erano gli stessi del manifesto e quindi ho compreso anche la sorprendente analogia della storia. I contadini e gli anabattisti avevano rivendicato una loro partecipazione ai beni che erano del Signore, non dei principi, così come avevano appreso dalla Bibbia. Giusto. Come i manifestanti di Genova rivendicavano una partecipazione nella suddivisione dei beni del mondo che fosse più ampia di soltanto 8, leggasi otto cervelli con rispettivi staff.

La libera circolazione dei saperi

E come per i contadini così anche oggi, il primo di questi beni è la proprietà intellettuale. La libera circolazione e condivisione dei saperi è in pericolo. Troppe sono le forze del non-più-libero-mercato che cercano di appropriarsene. Le semenze, per esempio, fondamentali per nutrire quasi 7 miliardi di persone, sono sempre più di proprietà delle grandi transnazionali del settore. Con la Monsanto in testa, non esitano a manipolare riso e grano, pomodori e patate in modo che non producono più i semi in modo autonomo, per costringere il contadino a diventare cliente. Un quinto dei geni che programmano il corpo e la personalità umana è diventata di proprietà privata. In futuro, per accedere a cure, si dovrà pagare ad una ditta privata il tributo per la proprietà intellettuale sul nostro corpo. La base del sapere informatico della stragrande maggioranza dei computer in uso è proprietà privata e anziché sottostare alle logiche del miglior servizio al pubblico, sottosta alle direttive dello sviluppo per fini di guadagno. Così si potrebbe continuare elencando l’antico sapere dei rimedi alle malattie, nominando ancora una volta l’acqua, mettendo in lista persino la difesa della nazione: tutti gli aspetti della vita sono mercificati sempre di più per permettere il lucro. La libera circolazione dei saperi è di nuovo in pericolo. E la Riforma, che semper riformanda est, deve riprendere da capo.

Ma se è per questo, non solo lei. Luther Blisset alias Wu Ming lo evidenzia: dalla difesa dei «commons» del XIII secolo che la storia ha impresso nel nome leggendario di Robin Hood e dei contadini di Sherwood Forest alla rivolta dei contadini della Jacquerie (1358), dai ciompi di Firenze (1378) agli hussiti boemi (1419), da Hans il pifferaio (1476) ai salariati e contadini d’Alsazia (1493), dal Povero Konrad e i contadini della Svezia (1514) al popolo odierno, che non sappiamo ancora con quale nome entrerà nella storia, è scaturita sempre la stessa recriminazione per un mondo che renda partecipe non solo il più fortunato 20% della popolazione, ma condivida i saperi anche con gli ultimi.

Perché dal sapere dipende la vita. Così afferma l’inno alla sapienza in Proverbi 8, 22-31. L’inno canta la sapienza come una forza della creazione, addirittura precedente alla creazione. Lei è lì, accanto a Dio ed assiste alla creazione. Sorgenti d’acqua, mari e monti, colline e polveri, niente fu fatto senza di lei. Ogni cosa ha origine nel sapere. Ogni bene, anche materiale, proviene da lei. Non meraviglia, dunque che la sapienza si diverta in maniera particolare quando Dio crea l’essere umano: con loro «trovavo la mia gioia», acclama. Perché l’homo dell’aggettivo sapiens è costituito di sapienza. Negare all’essere umano l’accesso alla sapienza equivale a togliergli la linfa delle sue vene. «Beato chi mi ascolta», declama ancora la sapienza – e io aggiungerei: a chi è permesso di ascoltarla –, perché «chi mi trova, infatti, trova la vita».

www.riforma.it

In risposta abbiamo ricevuto: 

Parte dei manifestanti del G8 (le “tute bianche” o “invisibili”)  prendeva spunto dal romanzo storico (assai documentato) “Q”, opera del collettivo di scrittori bolognesi che allepoca si celava dietro il nome di “Luther Blisset” e che oggi prosegue a lavorare come “Wu Ming”. Recentemente è uscito “Altai”. è bello ma non al livello di “Q”.

ciao

paolo

p.s.: nel loro (bellissimo) sito web i Wu Ming (già Luther Blissett) spiegano il perchè e il per come delle loro passioni e produzioni letterarie e mettono a disposizione molto materiale interessante

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