Il nemico e la domanda di Dio

La domanda di Dio (Giona 4,1-4.11)
Prof. Daniele Campoli

La vicenda del profeta Giona è singolare. Egli riceve una chiamata da Dio, che lo vuole mandare a predicare a Ninive, ma lui non vuole obbedire. Non solo, fugge, imbarcandosi su di una nave, e cerca di far perdere le sue tracce. Alla fine il profeta deve tuttavia arrendersi alle insistenze di Dio, obbedisce e va a predicare a Ninive.
In quella città deve annunciare il giudizio di Dio, che è un giudizio di condanna dei peccati dei suoi abitanti. Contro ogni aspettativa, i niniviti accolgono il messaggio di Giona, si pentono e promettono di ravvedersi. Di fronte a quella reazione, Dio decide di ritirare la sua condanna, di perdonare i niniviti e di non punirli. Giona ci rimane molto male. Ecco come viene descritta la sua reazione, nel libro di Giona, al capitolo 4:

Giona ne rimase molto contrariato e, preso da sdegno, pregò: “Signore, già prima di partire da casa, lo dicevo che sarebbe andata a finire così. Ecco perché ho cercato di fuggire verso Tarsis! Lo sapevo che sei un Dio misericordioso e buono, molto paziente e benevolo, pronto a tornare sulle tue decisioni e a non punire. Quand’è così, Signore, tanto vale farmi morire. Per me è meglio morire che vivere”. Il Signore gli rispose: “Ti sembra giusto prendertela così?” (Giona 4,1-4)

Quando cominciamo a comprendere il messaggio del libro di Giona, diventa chiaro che la disubbidienza e la fuga del profeta non erano altro che i sintomi di un problema più profondo. Di fatto Giona era un uomo molto religioso, ma restio ad accettare l’idea che il suo Dio potesse estendere la sua bontà a persone diverse da lui, appartenenti a un’altra religione, a un’altra cultura, a un popolo che non fosse quello di Israele.
Ecco perché Giona aveva disobbedito: perché sapeva che la Parola di Dio era capace di suscitare ravvedimento e vita nuova, perché sapeva che Dio avrebbe probabilmente deciso di non punire gli abitanti di Ninive se questi si fossero pentiti. Per questo aveva deciso di fuggire da Dio. Non perché avesse paura di lui, non perché avesse paura di andare a Ninive, ma perché non sopportava l’idea che Dio, alla fine, avrebbe potuto decidere di perdonare e di non castigare e distruggere quei peccatori.
Il messaggio del libro di Giona, in definitiva, è che Dio è il Dio di tutti, che può perdonare tutti, e che neanche Israele, neanche il cristianesimo, può avere l’esclusiva del suo favore.
Da sempre, il testo del libro di Giona viene letto dalle comunità ebraiche, in tutto il mondo, in occasione della festa di Yom Kippur, il giorno in cui si confessano a Dio le proprie colpe. Nelle sinagoghe ebraiche riformate il culto termina con questa preghiera:
“Signore, tu ti sei rivelato nella storia di Giona: Ninive è il mondo che si pente e noi siamo Israele, il tuo riluttante profeta. Tu ci hai scelto per conoscerti e per amarti, e questa conoscenza è la nostra gloria e questo amore è il nostro carico […] Una conoscenza del genere è troppo straordinaria per noi. Per mezzo di essa tu riveli la nostra parentela con amici e avversari, la nostra responsabilità nei confronti di chi ci ama e di chi ci odia; il nostro compito in un mondo i cui tutto e tutti sono opera tua […] È compito nostro piantare il seme della fraternità nel suolo dell’ostilità, riconciliare i nemici e portare redenzione ai nostri oppressori.”
Il libro di Giona è l’unico libro della Bibbia che termina con una domanda di Dio. E la domanda è questa:

E io non dovrei preoccuparmi di Ninive, la grande città, in cui vivono più di centoventimila persone che non sanno quello che è bene per loro, e molti animali? (Giona 4,11)

E così ora non siamo più semplici spettatori della storia di Giona, me ne diventiamo partecipi. Ciascuno di noi è chiamato a rispondere alla sfida della Parola di Dio.
Certo, le nostre menti e i nostri cuori assomigliano a quelli di Giona più di quanto non siamo disposti ad ammettere. E anche noi, come Giona, abbiamo bisogno di essere scossi e liberati da certi modi di pensare, di sentire e di credere. Con Giona e contro Giona, abbiamo bisogno di cominciare a riconoscere la presenza di Dio in luoghi in cui mai, probabilmente, avremmo sospettato che egli potesse essere, non solo nella città o là dove sono i nostri “nemici”, ma anche nelle molteplici circostanze apparentemente banali e bizzarre delle nostre vite.

(VE)

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