Le donne di Ecumenici scrivono…

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Numero speciale da archiviare

Grazie Maurizio Benazzi della sua pagina di storia sulla violenza alle donne che conservo come prezioso documento.La chiesa cattolica ha sempre considerato la donna creatura immonda, incarnata dal diavolo e i maldestri riferimenti agli interventi del Cristo a suo favore nel Vangelo, sono usati come lusinga alle donne che nella cura di altari, nella pulizia di chiese, nei servizi ”particolari al prete ” sostituiscono i sagrestani sempre meno sgorbi , sempre meno propensi ad essere considerati talmente derelitti da accettare un tetto e una paga miserevole. L’accusa di stregoneria alle donne nei secoli passati era motivata dal loro coraggio di manifestare la propria diversità, violentata nel ruolo imposto dalla chiesa, dal potere maschile., Oggi si é modificata nella forma, non nella sostanza e si esprime nel diritto di proprietà che il maschio sempre meno sicuro di sé, frutto e bisogna riconoscerlo, di una sbagliata educazione materna e di una nuova consapevolezza femminile del sé,
usa, dispone, esige fino a sopprimere la donna che non lo accetta, si rifiuta. Una violenza che nessuna legge può cancellare, punire fino a che non cambi il bisogno del possesso, il diritto del padrone, la tracotanza del capo, il predominio del leader
che attualmente sono riconosciuti valori positivi. Una riflessione devo rivolgermi come donna: la vittima ha esperienza della violenza che il suo uomo le infligge e non ha il sufficiente coraggio per ribellarsi. Quale il significato ha dell’amore, quel sentimento naturale e intenso che lega vicendevolmente un uomo e una donna? Un senso di appartenenza , un bisogno “dell’amore”, una necessità di vita che nell’uomo si cerca senza trovare risposte. Quanta strada deve ancora percorrere la donna, quanta intima libertà potrà, le consentiranno di conquistare, per avere tanta fiducia in se stessa da considerarsi una persona straordinaria, che taglia legami inutili, che sceglie, che vive il dolore delle inevitabili sconfitte fino in fondo per riprendersi la vita, la sua vita. Grazie, Maurizio Benazzi, Che l’estate sia il suo lieto riposo.

Enrica Ferrari Donadoni.

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In genere c’è molta confusione…

(con un gruppo alla gola)

 
 

COME PROGETTARE CON EFFICACIA

AZIONI DI PARI OPPORTUNITA’

Seminario residenziale organizzato per le compagne della XXXX

che svolgono attività sindacale all’interno di XXXXX

un contributo di Grazia Aloi
 

“IL SILENZIO DELLE DONNE”

“Chi non comprende il tuo silenzio probabilmente non capirà nemmeno le tue parole”
(Elbert Hubbard)

Ci chiediamo perché la donna stia in silenzio; forse, però, dovremmo chiederci perché mai  dovrebbe parlare.

Non è forse cresciuta, la donna, nel monito della custodia, nella sua mente e nel grembo? Se parlasse, probabilmente, “partorirebbe”, perdendo la sua verginità e l’ignoranza della non-conoscenza.

Certo, notevoli sarebbero i vantaggi del suo parlare, primo tra tutti quello di condurla all’adultità; adultità che significa autonomia, innanzitutto.

E poi ancora innumerevoli vantaggi. Sì, ma questo “dopo”; prima c’è un “prima” che, evidentemente, convince la donna a stare in silenzio e la trattiene nella non -parola.

In silenzio, dovunque e con chiunque e forse (purtroppo) a volte anche con se stessa.

Occorre che la donna sia in grado di trapassare da quel “prima” di inibizione storico e culturale, a quel dopo, altrettanto storico e culturale. Di mezzo, la coscienza e, appunto, la conoscenza.

Storico e culturale perché  fisiologicamente, la donna, invece, è fatta per non stare in silenzio.

Predominante è in lei l’emisfero destro, quello per eccellenza della comunicazione  e dell’emotività, della fantasia e dell’arte, dell’avvertimento della paura e dell’attacco e fuga, della comprensione delle espressioni  e dell’accoglimento del simbolico e dell’affettivo.

A titolo esemplificativo, valga la seguente suddivisione: 

EMISFERO SINISTRO                             EMISFERO DESTRO

mente cosciente                                     mente subconscia, memoria

ragionamento consecutivo                           intuito immediato

parola, scrittura                                      musica, disegno, creatività

analisi delle parti                                    visione d’insieme, misticismo

conosce spazio e tempo                             non conosce spazio e tempo

io separato                                                                parte del tutto

non ha emozioni                                     ama, odia, ride e piange

causa le malattie                                     può curare le malattia

particolare                                                                 generale          

usa oggetti                                                                crea relazioni                                                 

bada al particolare                                                      bada al generale

precisione                                                                  approssimazione

ordine                                                                         disordine

metonimia                                                                  metafora

A ben vedere, l’emisfero destro può anche essere considerato come una sorta di polo pulsionale (l’Es della suddivisione freudiana delle istanze di personalità) in contrapposizione all’Io cosciente e razionale rappresentato dall’emisfero sinistro.

Se volessimo fare una metafora ”sociologica”, potremmo vedere la donna-emisfero destro come una signora simile ad un  selvaggio straripante di energia pura che sa perfettamente muoversi in una visione generale delle cose (la foresta), contro un razionale signore di città che sta bene a contatto con singoli particolari, da lui considerati e utilizzati di volta in volta.

Eppure, questa donna ha un motivo in più per essere così irrazionale e così istintiva: tiene molto in considerazione il (o è molto più considerata dal) cervello rettiliano, quello primitivo dei rettili, che è soprattutto preoccupato per la buona riuscita quotidiana di quel che esiste, che si occupa del presente e che è così affine e propenso alla cura istintiva primitiva per la sopravvivenza.

Ecco, dunque, la nostra donna presa  dalle emozioni, dagli istinti, dalla gestualità, dalla fantasia, dai sentimenti, dagli affetti, dagli umori, dal caos, dalla comprensione delle cose, dal desiderio di pace e serenità ma che non ha parole, se non quelle per…..

Se non quelle per dire che il suo silenzio parla, anzi – in alcuni casi, urla. Non sentirla e non ascoltarla fa parte di un altro registro.

“Sono le parole più silenziose,
quelle che portano la tempesta.
pensieri che incedono con passi di colomba
guidano il mondo.”

(Friedrich Nietzsche, da “Frammenti Postumi”, 1869-1874)

Ma allora, se la donna è fatta per parlare con le parole, perché non le utilizza?

Potremmo chiederlo alla Mitologia.

Oppure alla Religione.

Oppure alla Letteratura.

Ancor prima di questo, visto l’utilizzo di questo contributo di lavoro, penso che occorra chiedersi se simili richieste di spiegazioni abbiano senso all’interno di una proposta formativa professionale.

La risposta non può essere che positiva, in quanto la donna che lavora non è nient’altro che una donna che esprime se stessa, le sue origini e le sue destinazioni, le sue necessità e le sue ambizioni, le sue vulnerabilità e le sue capacità, le sue esclusioni e le sue partecipazioni.

E del resto, come possibile pensare ancora oggi che un’attività, qualunque essa sia, possa essere portata avanti senza la “cura parentale” tipica, per natura e per definizione, delle donne? Come mai si pensa che fuori dalla porta di casa, nel mondo, gli occhi per vedere e le mani per raccogliere debbano essere solamente (o maggiormente) quelle degli uomini? Perché non chiedersi quanto valore possa avere una “mentalità” femminile all’interno di ogni progetto o proponimento aziendale? Perché continuare a pensare in termini di superiorità/inferiorità invece che in termini di alleanza? Com’è possibile che il taglio di Zeus sia stato seguito da così poche riunioni, almeno in campo lavorativo?

Ma, a ben vedere, superiorità ed inferiorità – traducibili in invidia e gelosia – sono sempre esistiti e sempre esisteranno, nel bene e nel male. Nel bene, se si saprà cogliere l’aspetto promotore di evoluzione; nel male, se ci si soffermerà esclusivamente sul sentimento di perdita.

Comunque, il discorso è più sottile di quanto sembri: non si tratta di quanto fa o saprebbe / potrebbe fare una donna, non solamente – almeno; si tratta della violenza da sempre perpetrata dagli uomini per il timore di perdere il potere. Potere indiscutibilmente perso, nonostante alla

donna fosse stata “tagliata la lingua” (v. oltre) e a maggior ragione perché  ha colto l’occasione della mela, se l’uomo non avesse in sé l’arma del potere che lo rende padrone di ogni cosa, fino a prova contraria.

Infatti, fino a prova contraria, in quanto Barbablù è morto come conseguenza della parola-conoscenza della sua centunesima moglie.    

Tanto per ritornare sui nostri passi e “chiedere” alla Mitologia spiegazioni o rendiconto del perché del silenzio delle donne, potremo rifarci ad alcuni racconti arrivati a noi dalla cultura greca.

Il Mito (Mythos), in generale, rende il mondo più comprensibile di quanto non faccia una spiegazione scientifica, in quanto esso è una narrazione, considerata sacra, delle origini del mondo e del modo con cui il mondo e suoi abitanti sono arrivati a noi.

Che la narrazione sia vera o falsa poco importa: ciò che è importante è l’investitura di una verità, grazie alla quale il racconto assume un significato mitico (e forse anche mistico) ed una spiegazione agli interrogativi sul mondo.

Mythos infatti significa “parola”, “racconto” ed è, appunto, il più ricco racconto sulla storia dell’umanità,  della sua trama e dei suoi personaggi.

Infine, i miti, come le parabole e le fiabe, hanno il compito di condurre l’uomo al mondo dei “principi”. Sarà poi il ragionamento razionale a dare senso sia alle contraddizioni evidenti nel mito che alla sua stessa essenza.

Ciò che è importante è, ad ogni modo, non rinnegare le spiegazioni mitiche né, viceversa, aggrapparsi ad esse a tutti i costi, senza – appunto – una riflessione critica che costituisca da “morale”.

Ed è con  l’intento della ricerca della “morale” che intraprendo la ricerca del perché del mutismo delle donne, a partire, appunto, dalla mitologia.

Ma vorrei fare ancora  un’aggiunta ad ulteriore premessa: la vendetta delle donne usurpate nelle loro più profonda intimità; e non intendo solamente la violenza per eccellenza conosciuta, cioè quella sessuale, ma anche ogni altro tipo di violenza, prima fra tutte quella morale ed intellettuale.

La vendetta è molto evidente nella mitologia: non c’è fatto che non conduca con sé una nemesi, intesa come “sdegno” e sopratutto come “vendetta, castigo” (Nemesi stessa è una figura mitologica greca).

Ad ogni azione considerata malvagia corrisponde un periodo di “armonia” compensatore in ugual misura del male subito.

Così la donna sa che può  “vendicarsi” (anche se la legislazione che glielo consente da un punto di vista legale è cosa recente (lo stupro è punito soltanto a partire dal 1981 e per i reati di mobbing e stolking occorre arrivare ai giorni nostri).

Ma dentro di sé c’è la consapevolezza che giustizia può essere fatta e questo, traslato al mondo del lavoro, dovrebbe far riflettere. Anche quando la donna non lo sa “di suo”, lo sa per via del mito che in un modo o nell’altro le è arrivato dentro.

E poi, cosa importante, la donna dovrebbe sapere che al suo silenzio deve per forza seguire un’ “armonia” compensatrice. Se  crede fermamente in questo, le sue azioni saranno dirette a tal fine.

Ecco dunque riprendere il discorso delle violenze subite e delle relative vendette riparatrici.

Il mito di Filomela ben racconta sia del silenzio, sia della violenza con cui questo silenzio è imposto e sia  delle strategie femminili per esprimere il proprio pensiero e trovare vendetta riparatrice (a qualunque costo, verrebbe però da dire).

Il racconto:

Filomela è una bella e ingenua fanciulla quasi in età da marito e vive con il padre, re di Atene. Ha una sorella di nome Progne, la quale, sposa a Tereo, vive a corte in Tracia, annoiandosi. Per questo motivo, invita la sorella Filomela ad andare ad abitare con lei e così Tereo intraprende il  viaggio per condurre Filomela dalla sorella. L’ingenuità non insospettisce la ragazza circa le reali intenzioni del cognato, appassionato di lei, e parte tranquilla e serena. Al termine del viaggio, però, il cognato la conduce in una casa nel bosco, dove la stupra e, di fronte alle sue urla e minacce di raccontare tutto, le taglia la lingua, illudendosi così di essersi assicurato il suo silenzio e l’impunità. A Progne racconta, fingendosi addolorato, che Filomela è morta nel viaggio.

Senza perdersi d’animo, fanciulla ammutolita, ma piena di inventiva, improvvisa un telaio e tesse la storia della violenza subita, poi chiede alla sua serva di portare la tela alla sorella.

Progne capisce la situazione e corre a prendere  la sorella per portarla a palazzo.

Poi la vendetta: per colpire lo sposo in ciò che ha di più caro, uccide il loro figlioletto e ne cucina le carni, servendole come pasto al marito. Solo alla fine  gli rivela la verità.

L’insieme dei delitti vendicativi non può essere costituito come fine della storia, ma esige una continuità che sia esempio di aggressione da non imitare e, infatti, subentra una metamorfosi eterna: Filomela  si trasforma in usignolo, dalla dolce e triste melodia notturna; Progne  in rondine che piange, dalle piume macchiate di sangue e Tereo in upupa predatore.

Un commento:

La mutilazione fisica diventa “mutilazione della parola” (femminile) e il fare diventa dire (la  “voce della spoletta” è stata chiamata) di un sovvertimento dell’ordine precostituito rappresentante del codice maschile e patriarcale, che non contempla né la donna né la sua volontà, anche se solamente l’alleanza tra donne può promuovere la difesa, agita tramite la vendetta.

Ad ogni modo, non solamente il mito “racconta”: anche la storia reale delle condizioni di vita delle donne greche (con le dovute differenze tra Grecia antica e  classica e tra  Sparta e Atene) ci tramanda che esse erano sempre sottoposte alla considerazione o svalutazione sociale attraverso il modello normativo che attribuiva loro gli appellativi di mèter, madre, e oikodèspoina, padrona di casa.

Donna funzionale al soddisfacimento sessuale/erotico e alla continuazione della specie e soggetto “utile”  (come la terra,  gli schiavi ecc). In più, permetteva all’uomo la libertà di pensare e di creare nella “polis”.

Il pensiero femminile non trovava espressione di genere e la donna era “senza voce”.

Per quanto riguarda l’amore, nel Simposio esso viene trasferito dal piano del desiderio erotico a quello del desiderio di sapere. Gli uomini si attraggono sulla base di virtù virili e razionali, e si fecondano spiritualmente. Tra uomini si fanno “figli più belli e più immortali” (le opere del pensiero) dei figli nati dalla donna, destinati alla morte (mentre i figli dell’uomo sono pensieri eterni).

Non è che la storia di oggi sia poi tanto differente! Un “coito aziendale” (le famose riunioni di dirigenti o i vari consigli di amministrazione o simili) a volte è considerato molto più soddisfacente

e proficuo di un “coito familiare”, molto spesso trascurato o tralasciato, in quanto gli uomini sono già paghi, soddisfatti. Probabilmente, occorre riportare le cose al loro giusto posto, senza trasposizioni di sorta, neppure in nome di nuove esigenze socio-economiche.

In altre parole, occorre una grossa sensibilizzazione a non erotizzare e sessualizzare ciò che non dovrebbe avere, di per sé, caratteristiche erotiche e sessuali se non in misura sostenibile (Freud diceva che è “normale” l’uomo che sa lavorare ed amare), ed a investire – invece – questi “tòpoi” di energia vitale, creatrice di risultati sociali ed economici non individuali (e non personalizzati).

Sarebbe opportuno distinguere l’utilizzo di una pulsione vitale (Eros) dall’erotizzazione delle cose.

 
Proseguendo con il discorso  delle vendette mitologiche, ben guardiamoci – purtroppo – dall’aiuto di Atena.
Nata dal cervello di Zeus, è dea dell’intelletto, personificazione della sapienza e della ragione, ma è purtroppo assimilata al maschile (nata da solo padre) non solo per il suo desiderio di restare vergine, ma soprattutto in quanto guerriera e portatrice di un pensiero unico (quello maschile, appunto) il quale la fa sottomettere, nonostante la sua apparente riluttanza all’ordine prestabilito, al volere maschile con il quale si allea per distruggere il femminile. Obbligata ad essere maschile, tutto può fare tranne che avere voce in capitolo come donna, anzi: è soggetta alla seduzione di apparire forte e fiera di se stessa, per poi perire afasica, costretta alla finzione di un falso sé.

Si inchina  alla superiorità maschile e si allea con il padre e non protegge  le sue simili delle quali tesse la sconfitta (a differenza, ad esempio, della dea della caccia Artemide/Diana),  come successe alle povere Aracne e Medusa

Aracne, bellissima e bravissima tessitrice, vittoriosa in una sfida con Atena, fu da questi trasformata in ragno, costretta a tessere in eterno con il filo che le esce dalla bocca, in quanto non poté sopportare di essere sconfitta da una donna.  (Aracne significa “ragno”).

Anche Medusa (il cui nome significa “colei che domina”, “sovrana”) era una bellissima ragazza, tanto che Poseidone se ne innamorò e la violò nel tempio di Atena, la quale si infuriò per la violazione, ma non della ragazza, bensì del suo tempio e soprattutto, come nel caso di Aracne, perché perse un confronto: quello dei capelli, splendidi in Medusa, più di quanto non fosse la chioma di Atena. Così trasformò Medusa in una figura orribile con serpenti al posto dei capelli e con occhi pietrificanti chiunque li guardasse. Non contenta, Atena volle la sua testa e, per tal fine, aiutò  Perseo ad ucciderla. Gli fornì uno scudo-specchio in modo da poter portare a termine il delitto senza guardare in faccia la gorgonie.

Atena volle per sé la testa che la mise sul suo scudo.

Nel lavoro: ecco, purtroppo, il silenzio della donna a volte si trasforma in  violenza e rabbia verso le sue stesse simili e invece dell’aiuto e della solidarietà nascono cattiverie per la supremazia. Anche questo elemento va considerato, a mio avviso, all’interno di una nuova modalità di fare Formazione, affinché ci sia una pedagogia in favore dell’abolizione dell’autorità indistinta dal potere.

Così anche il silenzio, molto spesso, è alleato di un segreto; di un qualcosa che non può essere detto, altrimenti la “favola” svanisce, il bello conquistato ritorna ad essere quel precedente che non permette la relazione.

Ce lo insegna, fra i tanti, l’esempio di Melusine.

Melusine è il personaggio della mitologia francese la cui leggenda risale al XII secolo.

In breve la storia:

Elinas, re d’Albania,  per dimenticare il suo dolore dovuto alla perdita della moglie, si consolava facendo battute di caccia.

Un giorno incontra una fata acquatica, particolarmente bella, di nome Pressine e la chiede in sposa. Pressine accetta alla condizione però che il re non abbia mai la curiosità di assistere alla nascita e all’accudimento dei suoi figli.

Nascono tre gemelle, Melusine, Melior e Palatine; il re dimentica la sua promessa ed entra nella camera della fata, mentre questa accudisce le neonate. Il tabù è cosi rotto, e Pressine fugge, portando con se le tre bambine, nonostante i pianti del re Elinas.

Divenute grandi, le tre fanciulle decidono di vendicare la madre.

Melusine organizza tutto e le tre sorelle rapiscono il vecchio padre Elinas.

Credendo di aver compiuto un’opera di giustizia, raccontano tutto alla madre. Ma questa, ancora innamorata del marito, le maledice, condannando in particolare Melusine ad assumere ogni sabato l’aspetto di serpente dalla cintura in basso.

L’unico modo per scampare al castigo materno è  quello di trovare uno sposo che prometta, e mantenga la promessa, di non volerla mai vedere di sabato, giorno in cui il suo aspetto ibrido si manifesta.

Melusine, in Francia,  incontra il cavaliere Raimondino, discendente da una famiglia bretone. La storia di Elinas si ripete, anche nei particolari, ancora una volta. I due si innamorano e si sposano, a condizione che Raimondino non voglia mai vedere Melusine di sabato, né sia curioso di sapere il perché di tale proibizione.

Melusine fonda la città di Lusignan e ne costruisce il castello, che sarà la loro dimora; e, col tempo, dà a Raimondino dieci figli.

Ma un personaggio invidioso della prosperità di cui godeva la nuova casata, insinua a Ramondino dei sospetti sulla  proibizione di sapere cosa faccia Melusine di sabato; preso dal sospetto egli va a spiare la sua sposa e la vede, in una vasca, nel suo aspetto donna-serpente.

Il tabù è così infranto, e Melusine deve fuggire via, condannata ormai per l’eternità alla sua punizione.

Ecco un altro esempio di vendetta che porta altra vendetta (una sorta di coazione a ripetere), in quanto il silenzio obbligato non permette alle donne di dire apertamente la verità sulle circostanze contingenti della loro vita.

Riferito al lavoro, questo silenzio obbligato / segreto potrebbe essere una piccola spiegazione di tutti quei segreti che la donna tiene per sé davanti alle colleghe e soprattutto ai capi, quali le sue aspettative, aspirazioni, motivazioni ma anche frustrazioni, seduzioni subite, invidie, compromessi e infrazioni di speranze. 

Come tutti ben sappiamo, esistono almeno due significati ed interpretazioni possibili per ciascun fatto di vita.

Io, volutamente, non entro nella “seconda faccia” di ogni storia qui descritta  come esempio, in quanto  troppo lungo il farlo e troppo fuorviante rispetto all’argomento. Vero è che, però, non ci si può sottrarre del tutto dall’accogliere almeno un minimo accenno sul “doppio” dei comportamenti delle donne, che qui non si vuole né discolpare né impoverire.

D’altronde, anche in un sintomo esiste un “vantaggio secondario” e questo è valido, a maggior ragione,  anche per ogni altra manifestazione umana. Quindi, solo un accenno.

In Filomela il “vantaggio secondario” potrebbe essere rappresentato dalla non-fatica di diventare grande e di osservare le cose (i pericoli) del mondo grazie alla protezione della sua ingenuità; in

Atena, potrebbe essere il potere comunque posseduto e garantito dalla sua mascolinità, al costo del sacrificio della femminilità e della lealtà; in Aracne, potrebbe essere non certo il coraggio della sfida, ma il non accoglimento del monito che a volte è meglio stare nel proprio territorio per evitare rappresaglie mortifere; in Medusa, nella sfida all’oggettività dell’ordine delle cose, in quanto in ogni cultura e civiltà esiste qualcuno al di sopra di noi che solamente un aspetto narcisistico troppo deforme impedisce di accettare; in Melusine, potrebbe essere la seduzione del segreto parzialmente svelato ma totalmente interdetto, in quanto il tabù di per sé comporta l’istinto alla sua conquista.

Riportato al mondo del lavoro, questo “vantaggio secondario” potrebbe trovare espressione nella non esposizione in prima persona  e nella protezione che, purtroppo, il silenzio stesso offre. Parlare significa anche “compromettersi”, dichiararsi e dichiarare e, una volta detta, la parola non può più tornare indietro.

Ecco perché si ribadisce il concetto dell’utilità di una “pedagogia del dire”.     

L’apostolo Paolo ci porta verso altre importanti riflessioni:  (il riferimento è alla Lettera ai Corinzi).

Nelle assemblee di preghiera e di profezia, le donne dovevano coprirsi la testa  usando il “velo” della loro chioma, (che doveva essere lunga, come segno d’onore, mentre il capo rasato era, al contrario, un disonore e una vergogna), e lo dovevano usare in quanto donne “gloria dell’uomo”;  l’uomo, al contrario, non aveva bisogno di coprire la testa perché “icona e gloria di Dio” e tutto questo perché “non l’uomo fu creato attraverso la donna, ma viceversa”, cioè: l’uomo viene direttamente da Dio e la donna, invece, viene dalla costola dell’uomo.

Si ravvede, però, il buon Paolo e aggiunge che in fondo lo svantaggio della donna (di venire dalla creazione dell’uomo) è ripagato dal vantaggio proveniente dal fatto che l’uomo viene sì da Dio ma “attraverso” la donna (con il parto).

Inoltre: “La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia”.

Ad ogni modo, la dignità della donna è salva, in quanto Paolo si affretta a precisare che non di superiorità ed inferiorità si tratta, bensì di diversità.

Paolo richiama ulteriormente il valore basilare della differenziazione sessuale contrastando un gruppo di donne corinzie che propugnavano l’emancipazione e prende posizione circa ogni processo femminista.

E a proposito del matrimonio: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le donne ai loro mariti come al Signore,  perché è l’uomo il capo della donna, come anche Cristo è il capo della Chiesa, egli il salvatore del suo corpo. Dunque, come la Chiesa è soggetta a Cristo, così devono esserlo le mogli ai loro mariti in tutto”.

Vero è che con il matrimonio si diventa “coniugi” e che questo termine significa “lo stesso gioco” (della reciprocità, si può intendere) e che, con le debite proporzioni, Cristo potrebbe diventare il Capo (dell’Azienda, ad esempio), però  è altrettanto vero che nuove riflessioni andrebbero fatte su questi antichi insegnamenti affinché lo stesso gioco dei “coniugi” fosse veramente “lo stesso” gioco, senza speculazioni di sorta. 

Forse, Simone de Beauvoir, ascoltando Paolo l’Apostolo, semmai lo avrà ascoltato,  si sarà rivoltata e magari ancora  si rivolta nella tomba!

“Donna non si nasce, lo si diventa”

(S. de Beauvoir, da “Il secondo sesso”, 1949)

Le cronache raccontano che il 19 aprile del 1986, giorno del funerale di Simone De Beauvoir, durante il corteo funebre,   qualcuno gridò: “Donne, voi le dovete tutto”.

Probabilmente, la donna che gridò la frase si riferiva al contenuto del saggio “Il secondo sesso”. Si tratta di saggio epocale contro la schiavitù e la sottomissione femminile, contro la riluttanza maschile a riconoscere la donna come pari essere umano (si noti che la donna in Francia vota per la prima  nel 1947, ma anche in Italia non si è messi  meglio da lungo tempo: 1946).

Prendo spunto a partire dal saggio, anche se non solo, per aggiungere che, in fondo, occorre che la donna ascolti anche il monito e l’invito a “diventare donna”, togliendosi di dosso la condanna del sesso e delle abitudine ad essere ciò che l’uomo ha voluto che lei fosse.

La donna, un certo tipo di donna, forse è troppo presa dall’immanenza della sua vita quotidiana e dalla tradizione che la vuole chiusa ad aspettare nel suo mondo tranquillo; invece, così come ha fatto e continua a fare l’uomo, deve uscire dall’abitudine delle cose per immettersi di prepotenza nel mondo della produzione, scavalcando di forza quello che, di natura, è già suo: la riproduzione. 

Cercare, per ottenere, un lavoro di produzione significa non stare più in silenzio ma guadagnare il diritto alla libertà; innanzitutto libertà di essere riconosciute e libertà di assumersi la responsabilità di esistere.

Una proficua formazione contro il silenzio delle donne dovrebbe prendere in considerazione la capacità di diventare assertive, ossia in grado di difendere i propri interessi, le proprie idee e le proprie esigenze, nel pieno rispetto della reciprocità.

La donna non è l’Altro rispetto all’uomo, una  sottocategoria dell’umanità (l’Uomo) e non dovrebbe pensarsi in tali termini: forse la voce arriverebbe laddove oggi c’è silenzio.

Un ultimo riferimento ed un’ultima considerazione:

“(…) Ho tre cani: Tienilo, Prendilo e Maipiù. Tienilo e Prendilo sono comuni piccoli Pinscher e nessuno li noterebbe se fossero soli. Ma c’è anche Maipiù. Maipiù è un Dogo bastardo, e un allevamento di secoli non sarebbe riuscito a dargli il suo attuale aspetto.

Maipiù è uno zingaro.

Tutte le mie ore libere – e, in sé, sarebbero moltissime, ma devo passarne troppe a dormire per scacciare la fame – io le passo con Maipiù.

Su un divano Rècamier. Non so come questo mobile sia capitato nella mia mansarda, forse voleva andare in qualche ripostiglio, ma poi, sfinito, si è fermato in camera mia.

Maipiù è del parere che così non si può andare avanti e che perciò bisogna trovare una via d’uscita. Anch’io, in fondo, sono della stessa opinione ma di fronte a lui fingo di pensarla altrimenti.

Lui corre avanti e indietro per la camera, ogni tanto balza sulla sedia, stiracchia coi denti il pezzo di salame che ho messo lì per lui, poi lo spinge verso di me con la zampa e ricomincia a correre in tondo”.

(da: Franz Kafka, “Gli otto quaderni in ottavo” in “Confessioni e  Diari”, 1910)

Bene: la donna, con il suo silenzio e la sua “diversità” può essere considerata come una Maipiù, una outsider, nel senso di “escluso” ma anche e soprattutto di “sorpresa”.

E allora:

“Date alle donne occasioni adeguate ed esse possono fare tutto”

(Oscar Wilde)

E dopo tanto dire, concludo il mio contributo, invitando all’ironia, da un lato, e alla seria e attenta riflessione dall’altro.

E quale miglior conclusione se non la commedia?

E quale miglior commedia se non quella di Aristofane?

“Le donne al Parlamento”:

“La commedia narra di un gruppo di donne, con a capo Prassagora, che decidono di tentare di convincere gli uomini a dar loro il controllo di Atene, perché in grado di governare meglio di loro, che stanno invece portando la città alla rovina. Le donne, camuffate da uomini, si insinuano nell’assemblea e votano il provvedimento, convincendo alcuni uomini a votare a favore, poiché era l’unica cosa che non fosse ancora stata provata.

Una volta al potere, le donne deliberano che tutti i possedimenti e il denaro vengano messi in comune per essere amministrati saggiamente dalle donne. Questo vale anche per i rapporti sessuali: le donne potranno andare a letto e fare figli con chiunque le voglia. Tuttavia, siccome questo potrebbe favorire le persone fisicamente belle, si decide anche che ogni uomo, prima di andare con una donna bella, sia tenuto ad andare con quelle brutte, e viceversa.

Queste delibere però creano una situazione assurda e paradossale: verso la fine della commedia, un giovane confuso e spaventato si ritrova conteso fra tre ripugnanti megere che litigano per assicurarsi i suoi favori. La commedia si chiude infine con un grande banchetto cui partecipa tutta la cittadinanza”.

“Lisistrata”:

“Guidata da Lisistrata, personaggio principale della vicenda, la storia si sviluppa in un luogo pubblico, nella cittadina di Atene, dove le donne chiedono ai propri mariti di far cessare la guerra del Peloponneso, consapevoli di ottenere una pace sicura. Per prima cosa, ingaggia il supporto delle donne di Sparta, Beozia e Corinto, anch’esse stanche della guerra. Le donne delle tre città sono prima contrarie alle decisioni di Lisistrata, ma alla fine accettano il patto di alleanza, giurando di fronte a una botte di vino, e bevendone. In un primo momento, l’azione è ironica e poi comica, perché gli uomini greci credevano che le donne non sarebbero mai riuscite nel loro intento. Gli uomini provano a combattere con le donne, che rifiutano le proposte, e, arrabbiate, dicono agli uomini che per molto tempo loro sono state costrette a rimanere zitte e ad accettare le stupide decisioni degli uomini. Gli uomini spiegano che toglieranno gli affari finanziari della città e spiegano che le stesse ingiustizie della guerra sono causate dalle donne. Inoltre, dicono che l’uomo non avrà problemi a cercare moglie, e che le donne non avranno più mariti perché troppo vecchie. Dopo queste spiegazioni, le donne perdono forza e iniziano a sentire la mancanza del sesso e di conseguenza la mancanza degli uomini, e tornano striscianti ai loro piedi. Lisistrata dà alle donne la forza per andare avanti senza sesso e senza uomini. Dopo giorni duri, gli uomini iniziano ad avere dolori fisici per mancanza di sesso, e di conseguenza fanno pace velocemente, negoziando con i

vari paesi. Lisistrata dopo ciò dichiara che lo sciopero del sesso è finito, e dopo molto tempo le donne tornano finalmente a casa dai loro mariti”.

“Le donne alle Tesmoforie”:  (feste religiose in onore della dea Demetra Tesmofora)

“Euripide, temendo che le donne, riunite in occasione della festa, stiano tramando una vendetta contro di lui, colpevole di averle messe in cattiva luce nelle sue tragedie, pensa di correre ai ripari. Chiederà al poeta Agatone di prendere le sue difese presenziando, travestito da donna, all’assemblea delle Tesmoforie. Insieme a un parente, Mnesiloco, si reca allora presso l’abitazione di Agatone, che li accoglie in vesti femminili declamando propri versi e causando l’ironia salace del parente. I due tentano di convincere l’effeminato poeta ma Agatone, temendo di essere smascherato e condannato, rifiuta l’incarico.

Giunge in soccorso la disponibilità di Mnesiloco che prenderà parte alla vivace assemblea delle donne.

Inizia così una lunga sequenza di situazioni buffe tutte giocate sulla contrapposizione dei ruoli, e sulla identità tra maschi e femmine.

Alla fine, Euripide sarà costretto, suo malgrado, a promettere alle donne di mettere da parte la propria misoginia, risparmiando loro ogni futuro strale e al contempo tacendo ai mariti, di ritorno dalla guerra, sui fatti di sua conoscenza che le riguardano”.

La diffusione deve indicare chiaramente la fonte: www.ecumenici.it e i nomi delle autrici. 

Recentemente è avvenuta una disputa con la fondazione dei Liberali: non gradiamo la loro presenza nella nostra Mailing List. La partecipazione di singoli liberali a questa maliling list e’ a titolo strettamente personale e mai associativo. Andate da altre parti…. Grazie. Non facciamo i missionari e non ci interessano né il liberalismo, né il riformismo.

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