Camillo Del Piaz fautore di una comunità aperta

Sappiamo per esperienza cosa significa parlare di carcerati ma nello specifico di ergastolani ostativi: ogni volta che lo facciamo arriva puntuale la replica di una persona indignata per le idee o la passione contenuta nell’articolo (come se scrivessimo tanto per riempire degli spazi bianchi !). Non ci ha mai condizionato la cosa sotto il profilo spirituale. La simpatia umana va e viene:  non ci si può mai fare affidamento. Nemmeno nella vita quotidiana. Non è un principio e tanto meno un valore di riferimento.

Chi non è d’accordo può del resto esercitare il diritto di recesso dall’adesione al nostro foglio e cercare i forcaioli di turno sul web.  Avrà solo l’imbarazzo della scelta: a destra o a sinistra. In ogni confessione religiosa. Dalle Assemblee di Dio al Rinnovamento dello Spirito, passando per l’ebraismo e il cristianesimo ortodosso. Una sorta di rassemblement in stile Veltroniano (per i compagni semplicemente alla Wolter).

Un quacchero che conosce la storia della propria gente, sa perfettamente che siamo nati teologicamente nelle carceri per dei reati di opinione ossia a causa del credo religioso.  Il rifiuto della guerra e delle armi ma anche della stessa autorità civile laddove voleva o vuole imporre giuramenti, leggi contro la nostra coscienza o che creano ingiustizie sociali (discriminazioni razziali, sessuali, verso i malati di mente, …). Non siamo proprio nati – per volontà divina – in una sacrestia cattolica come fu per Zwingli, o fra i tormenti del peccato di Lutero nella torre del principe o ancora fra i libri giuridici di Calvino nella terra di Ginevra.

Comprendiamo quindi le prese di distanze in primis degli stessi cattolici di fronte a una persona come Camillo del Piaz che rendeva visita ai carcerati politici e anche ai brigatisti rossi. Evidentemente la sua scelta religiosa non garantiva a sufficienza i loro legami col potere. I loro nodi stretti non sono del resto mai stati sciolti. Nemmeno con Turoldo o del Piaz. Il primo pare già rivalutato in Vaticano.

Ne parliamo comunque perché è un argomento ancora scomodo per i suoi “fratelli e sorelle”  che non accettano il voto di obbedienza con la sua vita rimasta sul confine, fra Fedeltà a Dio e quella terra di nessuno e proprio per questo di tutti.

Nel Regno di Dio non esiste infatti la proprietà privata. Piaccia o non piaccia al sig. Marchionne, alla leader ben cotonata di Confindustria o all’On. Bersani, col suo programma ottocentesco di liberalizzazioni a gogò, in perfetto stile Tremonti. Non abbiamo necessità di totem del passato senza finalità sociali.

Ne siamo testimoni anche qui quando ospitiamo fra di noi migliaia di cattolici critici verso la propria chiesa, valdesi pensanti sulla loro “democrazia” interna , buddisti critici nei confronti di certi gruppi (il forum di Buddismo italiano ad esempio), islamici dialoganti coi sufi, …

Riusciamo a far parlare anche l’ergastolano Musumeci, senza filtri, salvo quella della sua invocazione della pena di morte contro il “fine pena mai”.  Cerchiamo di comprenderlo anche se proprio non possiamo condividere il suo pensiero.

Siamo in ogni caso per aprire le pagine di Vangelo a chiunque e non solo a coloro che ci piacciono o coloro che “vanno a Messa almeno a Natale”. Questo credo sia chiaro a tutti. Anche Camillo lo faceva…

 Distinguiamo bene il nostro ruolo di testimoni da quello di Dio, Giudice supremo.

MB

Camillo de Piaz fautore di una comunità aperta

Il sociologo Aldo Bonomi ha ricordato a Tirano l’amico frate servita scomparso un anno fa

(Michela Nava – VE) “Camillo sapeva capire il disagio delle persone che non si riconoscevano ormai più nella nuova società e gli stava vicino, perché lo viveva in prima persona. Fino in fondo ha lavorato per ricostruire la comunità locale, che non è una comunità chiusa, ma aperta”. A un anno dalla morte a 91 anni di padre Camillo de Piaz, il frate servita amico di padre David Maria Turoldo, col quale fondò nel Convento di San Carlo a Milano la Corsia dei Servi, il sociologo valtellinese dell’ipermodernità Aldo Bonomi, direttore dell’istituto di ricerca Aaster e consulente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, ospite dell’Unitre di Tirano, lo ha ricordato partendo proprio dal suo essere stato una figura di ponte per tutto il Novecento, interprete straordinario del passaggio epocale dalla “società del non-più”, caratterizzata da obiettivi certi ma mezzi scarsi, alla “società del non-ancora”, con mezzi iperabbondanti ma fini incerti.

Cambio di paradigma
“Nessuno alla metà del ‘900 avrebbe pensato che si sarebbe passati da una “società della scarsità” a una “società dell’abbondanza”, ma dominata dalla paura e dall’incertezza”, ha detto Bonomi nella sua lezione molto apprezzata. “Camillo ha vissuto fino in fondo questo passaggio, rimanendo sempre un interprete di quel cattolicesimo di minoranza che non aveva niente a che vedere col cattolicesimo progressista, di contrapposizione all’altro”.
Per il sociologo e grande amico del frate, che conobbe negli anni ’70 quando era un giovane poco più ventenne e padre Camillo una figura già nota e un punto di riferimento con padre David per un certo tipo di cultura insofferente a qualunque tipo di barriera e molto sensibile al dialogo e al confronto, la grande capacità del religioso è stata quella di capire lo spaesamento e la crisi provocata dai cambiamenti che stavano venendo avanti in maniera rapida e incalzante, assumendo un punto di vista di minoranza partecipe e attiva.
“Quando negli anni ’50 e ’60 la società ha imboccato rapidamente la strada del benessere, Camillo – che aveva ben chiaro di essere figlio di un ferroviere e di appartenere a una Tirano che aveva conosciuto la scarsità e la fame – decise di lasciare la Milano “da bere” per tornare nella sua comunità di origine a fare una vita di sobrietà e di tranquillità, ma senza identificarsi mai totalmente. Per Camillo – che era molto legato al territorio – non ci potevano essere comunità chiuse ma aperte, che andavano costruite”, ha sottolineato Bonomi. Non è un caso che il convento di padre Camillo – e, negli ultimi anni, la sua casa nell’ex casa del fanciullo a Madonna di Tirano – fossero un via vai continuo di amici conosciuti durante gli anni milanesi e che, dall’altra parte, il religioso esortava i valtellinesi – specialmente gli artisti, che amava molto frequentare per quel gusto squisitamente laico del bello – ad andare per il mondo.

Critica del cambiamento
Molto critico rispetto ai grandi cambiamenti, padre Camillo non è mai stato però un antimoderno. “La sua capacità è stata quella di stare tra il “non più” e il “non ancora”, senza mai giudicare o pronunciare parole di condanna”, ha detto Bonomi. “Il suo problema è sempre stato quello di capire”. Anche nei confronti della politica, che padre Camillo ha conosciuto molto bene per avere frequentato molti dei suoi protagonisti, senza però mai concedere nulla a chi voleva appiccicargli addosso un’etichetta.
“L’unica categoria politica di Camillo era quella che dice al prossimo che non è mai solo. A noi giovani “estremisti” degli anni ‘70 ha dato tante lezioni, pur senza essere mai stato un uomo di vertice. Non gli interessa la leadership, si muoveva nell’orizzontalità”. Ma il secolo di Camillo è stato il Novecento.

Il secolo di Camillo
Con la crisi del vecchio sistema politico e l’entrata nel nuovo millennio, anche il frate tiranese ha fatto fatica a leggere i mutamenti. “Camillo, che aveva vissuto in empatia con tutto il ‘900, non si riconosceva più nel nuovo secolo e credo che negli ultimi anni abbia vissuto una forma di disagio e di estraneità, che però lo ha fatto congedare dal mondo avendo chiaro di avere fatto tutto ciò che poteva per attraversarlo”, ha affermato Bonomi. “D’altra parte Camillo era un uomo ancorato alle due culture del ‘900 (quella cattolica e quella comunista e socialista) e al rapporto con la forma partitica. E dopo la crisi politica degli anni ’90 si è sentito a disagio con i populismi del nuovo secolo: quello del territorio, dell’individualismo proprietario, giustizialista e tecnocratico”. Soprattutto padre Camillo era molto angosciato dal venire avanti di una concezione chiusa della comunità. “Era preoccupato di vedere avanzare il rifiuto dello straniero”, figura emblematica e interrogante, al quale Camillo opponeva la filosofia del riconoscersi altro da sè. “L’identità – diceva, citando Levi-Strauss – sta nella relazione non nel soggetto”.
Alla fine del suo ragionamento, il sociologo valtellinese – legato a padre Camillo da un’amicizia “a priori”, nel senso di un legame che si accompagna alla sensazione di essersi sempre conosciuti o che fosse destino incontrarsi – ha spiegato quale è il compito che la memoria di padre Camillo consegna a chiunque l’abbia conosciuto. “Per non essere divorati dalla dimensione del presente in cui i mezzi sono sovrabbondanti ma i fini incerti dobbiamo cominciare tutti a ragionare sugli obiettivi e su quello che vogliamo” (da La Provincia di Sondrio, 2 febbraio 2011).
Camillo de Piaz – Biografia
Camillo de Piaz nacque a Madonna di Tirano nel 1918,penultimo di quattro figli. Entrò giovanissimo nello studentato dei Servi di Maria a Monte Berico, in provincia di Vicenza, dove conobbe Giuseppe Turoldo, il futuro padre David.Ordinato sacerdote, nel ’41, fu destinato al convento di Milano di San Carlo al Corso. Con padre David partecipò alla Resistenza, offrendo assistenza alle famiglie dei perseguitati politici su incarico del Cln e partecipando ai gruppi animatori del foglio clandestino “L’Uomo”e del “Fronte della gioventù”, movimento unitario antifascista fondato da Eugenio Curiel.
Nel dopoguerra,con un gruppo di amici intellettuali, padre David e padre Camillo fondarono nel convento di San Carlo la Corsia dei Servi, che divenne con la libreria un punto di riferimento del mondo culturale cattolico e laico, soprattutto durante il Concilio Vaticano II. La frequentarono Elio Vittorini e Luigi Santucci, Giovanni Testori e Corrado Stajano, Rossana Rossanda e Giuseppe Lazzati, Camilla Cederna e Grazia Cherchi; don Primo Mazzolari e Felice Balbo, Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira, Danilo Dolci ed Ernesto Balducci.
Nel ‘57, per ordine del Sant’Uffizio, i due frati furono allontanati da Milano. Padre Camillo tornò a Madonna, dove fu tra i fondatori del Centro di iniziativa giovanile,che univa giovani di diverso pensiero politico e religioso, e nel ’73 contribuì alla nascita del Museo etnografico tiranese.
Nel ‘75,i Servi di Maria dovettero lasciare il Santuario, che ressero per 75 anni. Padre Camillo rimase nel convento di Madonna.
Negli anni ’80 con padre David entrò nelle carceri per visitare molti prigionieri politici, tra cui brigatisti.
Nel ’95, dopo la morte di padre David, è uscita la prima raccolta di scritti,“Il crocevia,la memoria”, alla quale sono seguite altre raccolte di omelie e di scritti d’arte.

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