Abiti della Bibbia e abiti di oggi

Un articolo diffuso da un’agenzia di stampa confessionale svizzera francese ci interroga sui vestiti ai tempi della Bibbia. Volentieri accetto la sfida di un confronto di idee attualizzandola all’oggi e rendendo il tutto attraverso delle foto degli abiti interessanti proposti nell’ultima sfilata di Gianfranco Ferrè, nella sua Maison storica di Brera.  E’ anche un sostegno, in tema di crisi industriale, al mondo strategico per l’Italia della moda, ai lavoratori e alle lavoratrici del marchio delle architetture dei tessuti, oggi reinterpretati dai successori dello stilista legnanese per eccellenza. Alle sue sarte, vestiariste, modelle, ai designers Stefano Citron e Federico Piaggi, a tutt* gli altri insomma.
Pleonastico precisare che lungo il corso dei secoli in cui si formò la Bibbia, il mondo della sartoria non era ancora assolutamente al livello della creatività dei tempi moderni. Non è solo una questione di strumenti informatici. Può sembrare banale l’affermazione ma non lo è fra i topi teologici delle biblioteche o ancora fra i sacerdoti delle liturgie ripetitive, dove il tempo si è fermato inesorabilmente al passato. Queste persone non immaginano nemmeno la cura dei particolari degli abiti che furono destinati nell’era precedente alle tuniche maoiste alla Mujaheddin, ad una regina della Persia e nemmeno si aspettano forse le file di stiratrici e di sarte con ago e filo pronto, da mostrare alla stampa, ai buyers internazionali senza alcun genere di imbarazzo. Il mondo dello sforzo intellettuale è assai oggi poco valorizzato. C’è anche da constatare con amarezza che in molte sale degli stilisti si mostrano ai nostri occhi, prima della sfilata, solo buffets infiniti in cui voraci giornalisti gozzovigliano a sbafo. Sarà anche il tempo di Monti della penuria di denaro ma sono proprio stomachevoli certe immagini di accaparramento del cibo, in questi contesti.
L’occasione dell’articolo e di questa discussione è offerta da una mostra visibile fino al 31 luglio al Museo della Bibbia e dell’Oriente, presso l’Università della Misericordia a Friburgo, in Svizzera. Pare che sia una delle poche città che non risenta della secolarizzazione. Almeno non in modo eclatante e provvisoriamente.  Mi ricordo, in effetti, dei giovani pentecostali radunati in una piazza centrale che mi consegnarono tempo fa, a sera inoltrata, un foglietto sorpresa con un versetto casuale della Bibbia che riproduceva una frase dal libro del profeta Isaia precisamente sull’olio della letizia al posto degli abiti da lutto. Immaginate i frequentatori di un culto valdese, con tanto di capelli bianchi, apparecchi acustici e bastoni di sostegno invadere pacificamente piazza Duomo a Milano… E’ tutta un’altra situazione di quella vivibile in Italia.
L’articolo in francese segnala che nella mostra vi sarà anche un atelier delle confezioni dei vestiti d’epoca, almeno come storie da raccontare, per sabato 16 giugno nella sala 301 dalle ore 9 alle ore 17.
Sarebbe molto interessante in quella circostanza che il teologo riformato invitato discutesse di abiti anche con dei cultori non biblici o biblicisti dell’abbigliamento. Non solo sarti. Anche per comprendere i limiti di orizzonte contenuti al riguardo nella Bibbia stessa. Molti “dimenticano” infatti che è un testo del suo tempo: non immaginate lo spasso nell’aver sentito prediche fantasiose, da pastori dilettanti allo sbaraglio, sul telo strappatosi nel Tempio, nel momento della morte di Gesù. Un pentecostale di Castellanza (VA) riuscì a farci una predica di 40 minuti ai suo uditori, rigorosamente meridionali. Le chiese etniche non sono  – a ben vedere – solo quella alpina o delle comunità africane con riferimento la Confessione di fede di Accra.
La firma di Anne-Sylvie Mariéthoz esprime – on line – la domanda che la nostra scelta degli abiti non è comunque cambiata come funzione: l’abito ci protegge come una seconda pelle ma ci posiziona anche socialmente. 
Si parte nel ragionamento ecclesiastico classico che Adamo e Eva (personaggi della mitologia religiosa ossia non reali!) si coprirono dalla loro nudità con delle foglie. Essi si proteggevano così ma si nascondevano anche allo stesso tempo.  Sono stati dunque Adamo e Eva, per la Anne-Sylvie, che ci hanno accompagnano nei primi passi nel nostro cammino umano della civilizzazione. Si evidenziano così, con tutta la perversa carica ideologica della tradizione, i sensi della vergogna e della perdita dell’innocenza; il mangiare la mela non è visto, come indica la teologia femminista da almeno 50 anni (!), come un elemento della consapevolezza e della conoscenza femminile, ossia dell’emancipazione della donna. Ma, proprio come indicano nei loro sermoni molti degli evangelici, il primo peccato umano. Appoggiandosi di fatto a teorie patriarcali del potere di genere. Nulla di nuovo insomma come assenza di serietà e scientificità argomentativa. L’ermeneutica è nata in Svizzera e lì è morta.
Le foto qui riportate testimoniano, sotto il profilo dei modelli culturali, che anche la moda può essere tutt’altro che effimera: ci si  ispira per le forme a un noto fotografo ebraico del nudismo. L’idea che traspare è infatti una donna liberata, come afferma la più prestigiosa rivista mondiale del settore.
Il vestire è visto nell’articolo, al di la dell’aspetto morale non proprio aperto dei protestanti, come un diritto fondamentale: “Perfino ai più poveri è riconosciuto la naturalità del possesso di un mantello”.  Nella Bibbia la giornalista legge nei vestiti lo stato sociale, l’appartenenza, la prosperità, …
Si fa riferimento ad esempio al mantello di Giuseppe gettato sui fratelli.  A lui, l’ultimo nato della sua Casa, il destino ha riservato un futuro diverso, da quello dei suoi cari. Un destino lontano dall’invidia e dall’odio. Ma non solo questo, a ben vedere.
Non penso comunque che vi sia il bisogno di scomodare un cd testo sacro per aver un supporto a delle tesi propriamente antropologiche, psicologiche e sociologiche. I nostri strumenti di comprensione nel 2012  sono molto ampi rispetto a quelli che ci si avvale normalmente nelle atemporali aule del catechismo o dello studio biblico classico. Esso non è assolutamente esaustivo per capire il mondo di oggi, le Fedi contemporanee ma anche i nuovi sentieri della creazione che continua tramite le mani dei designers dei tessuti e dei tessuti non tessuti.
La Mariéthoz ci rammenta che i tessuti hanno raramente attraversato i secoli per giungere fino a noi, con la loro fragilità. E’ sia stato più semplice per gli organizzatori dell’evento raccogliere ceramiche, amuleti e gioielli antichi; questi potevano riportare scene immaginate in cui venivano ben descritti i personaggi situati nei loro contesti e dal quale emergono i codici vestiari in vigore. 
Certe forme dei vestiti e delle tecniche di produzioni sono rimaste poi per lungo tempo invariate nel vicino Medio Oriente, potremmo dire nonostante la preziosa rivoluzione industriale occidentale, e hanno consentito delle piste di ricerca per la ricostruzione dello scenario dell’abbigliamento dei tempi della Bibbia. Il pezzo forte della mostra friburghese risulterebbe essere dei rilievi (molti dei quali originali), sulla base dei quali sono stati poi ricreati nel rispetto dei colori e dei materiali impiegati  le vesti di artigiani, di contadini, di notabili e dei principi di Canaan.
 
Da Esodo 28 si sono raccolte tutte le informazioni utili per ricostruire ad esempio il pettorale portato sopra la tunica, come elemento ornamentale raffigurante le 12 tribù di Israele attraverso differenti pietre semipreziose, i bordi frangiati del credente per annunciarsi davanti al Creatore, ecc. Molto interessanti i particolari dei fiocchi che bordavano gli abiti di Mosé come nel mondo egiziano, ove simboleggiavano invece le divinità dell’Egitto, il nemico! Si sono tramandati fino a oggi nei talit dei rabbini, lo scialle di preghiera ebraico.
I legami fra gli abiti della Mesopotania, dell’Egitto e di Israele sono comunque molti: sono stati possibili grazie alle vie commerciali dei popoli. La cultura di essi è stata infatti influenzata dai commerci e ha costituito un ponte culturale fra mondi confinanti.
I 15.000 pezzi esposti della regione asiatica delle Scritture, esposte alla mostra dimostrano essenzialmente questo. Le religioni monoteiste si incontrano nel dialogo fra le religioni che è molto più complesso e variegato delle Fedi viventi ieri e oggi. La curatrice ha l’intelligenza in questo di non contrapporre i soliti stereotipi sul Dio dei cristiani, degli ebrei e degli islamici ma anche dei politeisti.
Mi pare che al di là della questione generale della moda italiana in mano finanziaria straniera, il messaggio dell’alta moda prodotta in Italia, possa essere portatrice di stimoli culturali di fusion con le altre culture e mondi religiosi per indicare nuove vie commerciali ma anche nuove fecondità creative, che non si sono fermati ai tempi del Nazareno, nella migliore delle ipotesi di dibattito con protestanti o cattolici che siano.
Maurizio Benazzi, trafficante di idee e di stimoli intellettuali ma anche di coscienze religiose formatesi a compartimenti stagni

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