Darfur, tamburi per non dimenticare

La mobilitazione per l’escalation di violenze in Sudan : dal sit-in di Washington
al Drum Circle di Roma. Da gennaio 160 villaggi bruciati e 150 mila nuovi profughi

di Michele Farina

Immaginate gli abitanti di Cagliari costretti a scappare dalle proprie case. O tutta Foggia in fuga per la guerra. Pensate a Rimini completamente deserta, le sue abitazioni bruciate, donne e bambini che scappano a piedi dopo aver perso tutto. Tre città italiane, ciascuna con circa 150 mila abitanti: tanti sono i profughi che nel 2016 hanno dovuto lasciare le loro capanne (quel che ne restava) nei villaggi del Darfur colpiti dai raid del governo sudanese. La Terra dei Fur (questo significa il nome), incastonata tra il Sahel e il Sahara, continua a essere un luogo di guerra. Da cui è pure difficile scappare lontano. Magari in Europa. Un miraggio. Chi fugge dalle violenze in Darfur di solito non fa molta strada. Rimane in zona: a tiro di kalashnikov, o di bombe che piovono dal cielo.

Una città come Cagliari o Rimini

Il 2016 finora ha contato centocinquantamila nuovi profughi nella regione, all’incirca lo stesso numero di migranti che hanno attraversato il Mediterraneo dall’inizio dell’anno. A volta bisogna fare paragoni, per farsi un’idea di qualcosa. Confrontare i profughi del Darfur con gli abitanti di Rimini con il popolo dei barconi che puntano verso Lesbo o Lampedusa: rende l’idea? In questi giorni il mondo (un po’ in sordina, per la strada) ricorda la faccia ferita e dimenticata del Darfur. Una crisi che essendo cronica perde gli onori della cronaca. Dal 15 al 25 aprile la mobilitazione internazionale: un sit-in davanti alla Casa Bianca, un flash-mob in Place de la Concorde a Parigi, un drum circle sabato mattina al Colosseo. Si ricordano i 160 villaggi bruciati, i 3 mila morti, i freschi rifugiati che si aggiungono ai 2 milioni di «vecchi profughi» tra cui un numero sterminato di bambini, quelli che nascono e crescono (se va bene) sotto una tenda con poco o niente cibo.

L’offensiva governativa

La coalizione di organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani che dal 2004 promuove il «Global day for Darfur» (vi fanno parte tra gli altri Amnesty International, Save Darfur Coalition e per il nostro Paese Italians for Darfur) ha indetto una settimana di mobilitazione per riportare l’attenzione del mondo sulle crisi umanitarie e i conflitti in Sudan. «Nei primi tre mesi del 2016 il numero di nuovi sfollati è praticamente triplicato a causa della recrudescenza del conflitto nell’area montuosa del Jebel Marra — ricorda Antonella Napoli, giornalista e presidente di Italians for Darfur —In quella zona si sono stabiliti i guerriglieri del Sudan Liberation Movement. Per stanare i ribelli il governo ha intensificato da gennaio l’azione militare. Gli attacchi hanno determinato in poche settimane il tracollo della situazione umanitaria. L’assistenza ai profughi, per lo più donne e bambini, già carente in tutto il Darfur, è drasticamente peggiorata» dice la fondatrice di «Italians for Darfur», il gruppo che per l’occasione ha realizzato un video che il Corriere pubblica in anteprima.

Chi protegge Bashir

Un rullo di tamburi per il Darfur. Tamburi di memoria. Il regime di Khartoum non presta ascolto. Trova uno scudo protettivo in molti (quasi tutti i) governi africani che condannano la Corte Penale Internazionale dell’Aja, colpevole di aver incriminato il presidente sudanese Bashir per le violenze commesse in Darfur e in altre zone del Paese (come il Sud Kordofan). Mai ricercato è sembrato più rilassato di Bashir. Russia e Cina (ma anche Arabia Saudita) sono tra i suoi più grandi protettori internazionali. Mentre l’Europa sonda il suo governo cercando (a suon di finanziamenti) una sponda per arginare il flusso dei migranti verso il Mediterraneo. A Bashir bisognerebbe chiedere di mettere fine ai bombardamenti che seminano morte e profughi con i caccia Antonov, Sukhoi e Mig vari; di fermare le milizie paramilitari che violentano le donne e bruciano i villaggi nelle zone dove operano i gruppi armati anti-governativi. Il Darfur resta un luogo di guerra cronica. Da cui non si scappa. E che non fa cronaca.

1 Commento

Archiviato in Pace

Una risposta a “Darfur, tamburi per non dimenticare