Un resto rimarrà : predica di Ragaz digitalizzata dai quaccheri

Un resto rimarrà

Predica di Leonhard Ragaz – digitalizzazione a cura di Maurizio Benazzi per l’Italia

 

“Come un terebinto e come una quercia quando perdono la chioma, ma conservano il tronco; è un seme santo il suo tronco” (Is 6,13)

E’ un pensiero di consolazione che ritorna insistentemente presso i profeti: “Un resto rimarrà”. Può anche fallire tutto ciò in cui si era impegnati, può venire meno sotto i fulmini del giudizio divino ciò che era alto e rigoglioso: se in esso c’era qualcosa che proveniva da Dio, qualcosa in cui era riposta la speranza, la fede, la sofferenza dei suoi fedeli, qualcosa che era stato bagnato col sangue, allora ciò si rivelerà come “seme santo” da cui, a suo tempo, spunterà nuova vita.

Questo pensiero – che è più di un puro pensiero – è presente in maniera particolarmente insistente e commovente nel potente racconto della vocazione di Isaia. Egli viene chiamato. Tremante, profondamente spaventato per la sua insufficienza e indegnità per questo incarico, alla fine obbedisce: “Eccomi, sono qui, invia me”. Ma che cosa deve annunciare? Qualcosa di molto strano, di contradditorio: “Ascoltate con le vostre orecchie – ma senza capire ! Vedete coi vostri occhi  – ma senza riconoscere! Appesantisci il cuore di questo popolo, rendilo duro d’orecchio, acceca i suoi occhi, di modo che con i suoi occhi non veda e con i suoi orecchi non intenda e il suo cuore non comprenda ed egli si converta e viva”. Questo significa : “Tu nella tua predicazione, non puoi contare sulla comprensione per la volontà di Dio e obbedienza nei suoi riguardi, ma devi aspettarti  totale insensibilità e completo insuccesso. Ogni insegnamento pratico resterà incompreso, le tue parole si perderanno nel vuoto  dell’aria, i cuori  saranno solo induriti dalla tua predicazione di penitenza, ed essi scherniranno la tua promessa. Ci sarà solo scandalo, dispiacere”. Una visione veramente tetra, uno sprone per l’agire profetico! E’ come se un’esperienza fosse penetrata nel ricordo della vocazione ed abbia attribuito un ruolo maggiore a un elemento che inizialmente vi era presente solo a uno stadio germinale. Isaia risponde a Dio: fino a quando? E riceve la risposta: “fino a quando le città saranno devastate di modo che non vi si incontri più  abitante, le case vuote e i campi deserti, finché Jahve non ne avrà cacciato gli uomini e la solitudine sarà diventata grande nel paese. E se vi resta ancora un decimo anche questo sarà ancora votata alla spoliazione. Ma, come un terebinto e come una quercia quando perdono la chioma, ma conservano il tronco; così rimarrà un resto come santo”.

Ed è poi successo così. La quercia di Giuda cadde come il terebinto di Israele era già caduto prima. Il popolo andò in esilio, prima una parte poi un’altra. Il tempio di Gerusalemme divenne un cumulo di rovine e la città santa covo di sciacalli. Tutto sembrò finito e passato. Ma rimase un resto. Restò quel che i profeti avevano creduto, lottato, sofferto, predetto. Eran stati pochissimi coloro che lo avevano accolto in sé – ma cosa erano questo paio di persone senza influsso e rispetto nei confronti della schiera di politici, preti, falsi profeti e la massa cieca del popolo? Ma questi pochi, disprezzati e scherniti , diffamati come traditori della patria divennero il seme santo da cui Israele rivisse nuovamente. Anzi: le parole e l’azione profetica divennero questo seme santo da cui crebbe l’albero che è divenuto la vita dell’umanità. Da Israele è uscito finalmente Cristo e il suo regno; il regno di Dio sarà l’ultima parola della storia.

Questo motto: “Un resto rimarrà” mi è sempre nuovamente ritornato in mente nell’ultimo tempo , in connessione con la riflessione sulla situazione svizzera. Mi sembra anche per questa la nostra ultima e unica consolazione. Poiché per il resto va male. Tutto ciò che in questi tempi decisivi è stato intrapreso sia di singoli che da interi circoli per la salvezza e il rinnovamento della Svizzera, tutte le tendenze nuove che ci sono mostrate, tutte le forme di vita che sono state fondate, ogni fede, ogni speranza, ogni amore che sono stati difesi, ogni annuncio di giudizio e grazia – ammettiamolo francamente: ne è stato poco o niente.

Politici, preti, intellettuali hanno gli orecchi chiusi e i cuori induriti, mentre la massa, come se non avesse mai sentito parlare della parola di Dio, del tempo del giudizio e della salvezza, obbedisce al suo ritmo di vita sordo e selvaggio si lascia smuovere solo dalle parole della demagogia. Fiori e foglie sono caduti dall’albero della nostra speranza e chissà che un giorno un colpo di fulmine non causi una grave catastrofe anche al tronco? Il nostro popolo ha meritato ampiamente questo giorno di giudizio.

E che? Dobbiamo ritirare le mani dall’aratro? Dobbiamo disperare?

No! Poiché “un resto rimarrà”. Di questo possiamo esser certi. Fiori e foglie possono passare, molti, molti dei nostri sforzi potranno rivelarsi secondari e passeggeri, sì , può cadere il tronco, la catastrofe storica che, per così dire, viene tirata con la corda (un’altra immagine profetica!) da politici, giornalisti, preti e falsi profeti, industriali, letterati. Intellettuali ed anche dalla maggioranza accecata, può colpire il nostro paese devastandolo: ma resterà il ceppo santo, resterà ciò che il nostro cuore fertilizza con il suo sangue; crescerà a tuo tempo più bello, più glorioso di quanto noi l’abbiamo pensato. Resterà la Svizzera per quel che un piccolo gruppo di uomini disperso nel paese, proveniente da ogni genere di strato sociale e di partiti, ha creduto, sperato, amato. Sofferto per essa. Questa è la forza della resurrezione per la quale essa si solleverà dalla catastrofe. Continuiamo perciò a lavorare con fiducia in mezzo a tutte le delusioni, a tutti gli insuccessi, a tutte le miserie, lavoriamo sempre con maggiore fedeltà, maggiore sincerità e decisione purificati sempre dal fuoco del giudizio divino: niente, proprio niente sarà vano. “Un resto rimarrà”, e in mezzo a questo “Resto” vi sarà certamente conservato tutto, tutto quello che avremo fatto da Dio, sì, tutto quello che avremo fatto solo con il nostro debole cuore e turbidamente, ma in fedeltà, apparentemente ridotto, ma purificato, benedetto, santificato.

Sotto lo stesso punto di vista dobbiamo porre, credo, tutto il nostro agire nell’era attuale. Non neghiamo affatto che noi, a fianco dell’attesa della venuta dei giudizi e delle catastrofi, che ci hanno accompagnato attraverso la vita, abbiamo custodito generose speranze e abbiamo visto davanti a noi nobili fini per cui lavorare e lottare. La guerra ha incrementato tutti e due: l’atmosfera da giudizio come pure la speranza (I teologi la chiamano attesa escatologica- apocalittica)). La speranza era allora – ed è – non solo l’eccelsa, l’ultima speranza, lo stesso regno di Dio, essa aveva ed ha anche forme umane, temporanee , come sono democrazia, socialismo, superamento della guerra, nuova cultura. Quel periodo può durare a lungo, può anzi sopravvivere a coloro che ora sono ancora giovani. Quel che viene immediatamente è la progressiva desolazione della vita spirituale, il progressivo appianamento della cultura, la progressiva meccanizzazione, il progressivo imbruttimento e progressiva demonizzazione. Diverrà sempre più assurdo parlare ancora di cultura. Noi affondiamo ogni giorno più nella inciviltà di ogni specie. Democrazia? Socialismo? Nuova cultura? C’è da ridere! Dittatura del mammone e della violenza, pane et circensia, l’apparire del più selvaggio egoismo e brutalità atea  – questo si profila all’orizzonte immediato. Sì , questo quadro può divenire ancora più tetro. Allora, il mondo attuale, in blocco, avrà un futuro? Non è stato già suggellato il tramonto dell’Occidente ? Non lo indicano tutti i segni a colui che può vedere? E’ concessa ancora una delazione al mondo? Non si avvicina il grande cambiamento di cui testimonia la promessa del ritorno di Cristo? Non assisteremo in misura maggiore al sorgere e all’ascesa di tutte le potenze avverse a Dio, demoniache, sataniche? L’Anticristo non installerà sempre più chiaramente la sua signoria? E al contrario: non dobbiamo tendere con ogni sforzo ed ansia all’unico fine: la venuta di Dio con il suo regno per giudicare, ma soprattutto per giustificare? Perché in tempi simili, alla vista di tali segni, dovremmo ancora occuparci di cose umane e transitorie? Tutto è vano? Che cosa bisogna rispondere?

Di nuovo: in qualsiasi modo possano svilupparsi questi tempi: “un resto rimarrà”. Quel che noi oggi facciamo per questi scopi e speranze nobili ed umane, per democrazia, socialismo, pace, nuova cultura, può sembrare che sia come sperso nella sabbia e nel fango, può temporaneamente sembrare completamente senza senso – ma non sarà vano. E’ un seme santo per un futuro che è vicino, ma può essere anche lontano, che importa? Quel che oggi facciamo – lo sottolineo fortemente  – perché dobbiamo farlo , perché è oggi necessario , organico, richiesto, non solo sognato, questo è anche necessario per il futuro, lo prepara, ne conserva le radici. E questo rivivrà quando da queste radici, da questo santo ceppo crescerà il nuovo. Non vi è mai nella storia solo interruzione e rottura, vi è dappertutto connessione e continuazione. Quel che fecero i profeti in Israele apparentemente senza speranza – davanti alla rottura e alla interruzione  – era il futuro. Ad esso si rifecero i profeti della nuova era. Su Isaia edifico il Deuteroisaia e su Geremia i Salmisti finché dalla quasi avvizzita “radice di Isaia” spunto il pallone che divenne la salvezza del mondo. Quando tutto il mondo antico tramontava con il suo splendore; Agostino sentendo, per così dire, il rumore dei Vandali che assalivano la sua sede episcopale in Africa, scrisse il suo libro La città di Dio che, forse, un uomo poteva scrivere solo allora e che al di là di quel tramonto del mondo, indicò la nuova era.

Dunque continuiamo a lavorare con fiducia. Lavoriamo tranquillamente anche per democrazia, socialismo, pace mondiale, nuova cultura. Se non lo praticheremo come uno sport, ma come incarico, aderendo organicamente allo sviluppo di questi tempi voluto da Dio, allora lavoriamo nel modo migliore anche per il futuro e per tutti i tempi. E quand’anche i fini immediati del nostro lavoro fossero senza valore   un successo immediato un lavoro a così lunga scadenza, un lavoro nell’invisibile, dovrebbe essere privo di gioia senza la quale non si dà un operare proficuo; sarebbe troppo fortemente gravato dalla rassegnazione. Certo, questa considerazione non è del tutto falsa. La rassegnazione, sotto certi punti di vista, è sicuramente la sorte della nostra generazione. E la rassegnazione può paralizzare. Sì, ma essa può anche rafforzare, vivificare. Liberando da illusioni, essa può suscitare la speranza, sprangando false strade, può condurla a quelle più profondi sorgenti dell’agire che vengono dall’eternità, in cui ha vita e successo, e immediato, ogni azione che da essa proviene. Chi può comprendere comprenda! Ma io aggiungo che un nuovo mondo cresce proprio sulle rovine del nostro tempo, che sulle vette si affaccia l’aurora di un nuovo giorno e qua e là, nelle profondità , già splende un alcune delle più grandi esperienze sono unite con l’immagine di questa epoca, così la speranza nella raggio del nuovo sole. Proprio alcune delle più grandi speranze sono unite con l’immagine di questa epoca, così la speranza nella pace, la visione di una nuova unità dei popoli, anzi la promessa di un nuovo  tempo di Dio. Non dovrebbe essere questa una fonte di entusiasmo, sufficientemente profonda e potente? E se certi scopi, nelle forme attuali, dovessero essere veramente superati, non potrebbero rinascere rinnovati? Invece della democrazia non potrebbe affermarsi una nuova conoscenza di Dio, una nuova vita in Dio? Gli scopi per cui oggi noi lottiamo , non potrebbero essere delle figure mummificate che, gettando la loro maschera, sarebbero più splendenti di quanto noi le avessimo pensate? Proprio l’enorme indigenza di questo tempo – intendo adesso soprattutto indigenza spirituale – non potrebbe essere uno stadio preparatorio ed anche precondizione di un nuovo mutamento totale, un mutamento verso Dio e verso l’uomo? E non potrebbe essere che noi, a volte, proprio tramite il lavoro per fini superati giungiamo a quelli viventi ed oggi validi, mentre senza questo lavoro saremmo semplicemente affondati nella sabbia e nel fango?

Io metto tutto insieme! Se Dio vive e noi lavoriamo per lui, “facciamo opere” con lui, allora possiamo lavorare con gioia anche in questo tempo. Poiché dio è gioia in ogni tempo, ,e precisamente l’unica gioia. In ogni tempo egli ha per noi un lavoro che ha la sua gioia. Chi serve a Lui non lavora mai senza speranza, mai senza “successo”.

Tutto questo vale anche per il caso estremo, se così possiamo dire. Anche se la fine dei tempi fosse vicina, dovremmo lavorare e non lo faremo invano. Il Signore ci deve trovare lavorando quando viene. Poiché solo colui che lavora è sveglio. Chi non lavora, s’addormenta e sogna, come si addormentano le vergini  stolte. Ma possiamo lavorare solo per compiti umani, concreti, temporanei. In questi ci viene incontro Dio. Egli non reputa vile il far ciò  – questo lo credono solo i teologi e la gente pia, mentre la Bibbia insegna dappertutto il contrario – è , per dire così, la sua incarnazione generale che ci viene incontro in questo modo . Se , dunque, facciamo il lavoro che noi sentiamo necessario, se combattiamo per fini umanamente nobili ed elevati, siano anch’essi solo transitori, prepariamo così nel migliore dei modi il ritorno di Cristo, prepariamo noi stessi  ad esso nel modo migliore. Sì possiamo e dobbiamo dire : non nell’ambito privo d’aria della sola teologia e devozione, ma nella lotta con compiti affidati da Dio a questo tempo sentiamo l’alito che precede la venuta di Dio e il nostro cuore sarà pieno della più grande gioia che è appunto Dio steso . E in ciò possiamo anche avere la consapevolezza: Dio ha bisogno di noi! Poiché egli non può venire da oziosi, non può venire da addormentati, può venire solo da persone preparate, sveglie, aspettanti  e queste sono i lavoratori. Perciò, proprio in tempi simili, la nostra azione è necessaria e perciò , lo ripeto, più gioiosa che mai, se noi comprendiamo tutto giustamente.

Finalmente possiamo applicare questo punto di vista consolante anche alla nostra vita personale. Anche qui è lo stesso: molto, molto, forse la maggior parte di ciò a cui noi singolarmente tendiamo, avvizzisce. Fiori e foglie cadono. Quel che noi desideriamo non si realizza. Anche qui son possibili delle catastrofi. Fallimenti sia nel particolare che nel generale. Spesso questo si verifica in modo particolarmente tragico nella vita di coloro che definiamo grandi. Quale delle grandi speranze di Lutero, Zwingli, Pestalozzi, Wilson (oso nominare anche lui!) si è realizzata immediatamente? Tanto , andò storto. Zwingli cadde a Kappel sotto i colpi di un coltivatore di riso. Carlo V con l’arciduca Alba giungeva sulla tomba di Lutero, un anno dopo la sua morte, Pestalozzi, vecchio, abbandonato meditava in Neuhof sul tramonto della sua opera, Wilson morì dimenticato.

E tuttavia anche qui: “un resto rimarrà”. Dal ceppo dell’albero colpito dal fulmine è cresciuta nuovamente la riforma di Zwingli e Lutero e forse vedremo i giorni in cui opererà un nuovo sviluppo del bene e del fine ultimo che essi intendevano; dal canto del cigno del vecchio Pestalozzi è sorto il potente coro di un nuovo amore al popolo che diviene sempre più  forte; la società delle nazioni di Wilson vive. E così avverrà anche per noi, piccoli, piccolissimi . Può anche svanire tanto della nostra opera, fiori e foglie possono cascare, sì , si possono rompere anche interi rami , può anche succedere la catastrofe, l’insuccesso totale può essere la fine , la prima fine: “Un resto rimarrà”. Crescerà dal nocciolo più interno di ciò che noi abbiamo creduto e voluto, dalla sua radice santa, piantata da Dio, anche diversamente, forse, da come noi l’avevamo pensato, ma insospettabilmente bello e splendente. Crescerà proprio dalle più dure sconfitte , dalle peggiori delusioni, dal più amaro dolore. L’estremo insuccesso temporaneo diverrà forse condizione della riuscita finale. Consoliamoci e siamo sempre più fedeli, più perfetti, decisi, puri, soprattutto seminiamo di buona volontà il seme santo del dolore; la semina quando noi la vedremo più con gli occhi terreni, crescerà meravigliosamente sul campo di Dio. E’ bene , forse, che noi ora non la vediamo.

Ancora una volta per tutto e nel senso più forte e santo: “Un resto rimarrà”

 

 

 

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