1a parte su “L’insegnamento di Gramsci oggi”

Si rigranzia il compagno Marco Rizzo per la gentile concessione

L’insegnamento di Gramsci oggi.

Leggere e studiare Gramsci è un’avventura per molti versi difficile ed eccitante. Com’è noto i suoi scritti del carcere sono una serie quasi di appunti sparsi, in cui ci si può addentrare o seguendo l’ordine cronologico, oppure seguendo le chiavi di lettura delle edizioni critiche che propongono degli assemblaggi scelti dagli editori tra prime, seconde e a volte anche terze riscritture dell’Autore. La prima modalità è certamente la più avvincente: la sensazione è quella di essere presi per mano ed essere condotti in una foresta di pensieri di rara profondità, talvolta legati all’attualità che Gramsci viveva nel suo tempo, talvolta con spunti profondamente attinenti all’attualità odierna. La seconda modalità è certamente quella più agevole ed efficiente per il lettore che, come sempre più spesso accade, può dedicare un tempo limitato a questa lettura.

Su Gramsci è stato scritto molto, moltissimo, molto di più di quanto lui stesso abbia scritto. Questo è un bene, perché ha tenuto il suo pensiero al centro dell’attenzione del mondo politico e culturale italiano e, molto di più, non italiano. Ma purtroppo bisogna dire che le cose che sono state scritte sul suo pensiero e sulla sua vita sono state spesso motivate da disegni ideologici e politici che si sono sovrapposte al pensiero originario del grande rivoluzionario e dirigente politico. Pertanto il nostro parere è: se non avete mai letto qualcosa su Gramsci, non cominciate a farlo ora e iniziate a leggere direttamente le sue pagine: vi affascineranno e troverete da soli i vostri spunti di riflessione. Se invece siete già stati sommersi dalle tante polemiche che sono nate dalla prima pubblicazione delle sue opere a oggi, forse sarebbe il caso di ascoltare il nostro punto di vista. C’è tanto da confutare nelle cose che sono state scritte su Gramsci, sulla sua vita e sulle sue opere, e non si può fare che sommariamente nelle poche pagine che ci ritagliamo qui.

Sulla vita. Come mai Gramsci scrive febbrilmente nei primi anni del carcere e poi si dedica quasi esclusivamente a rivedere i testi da lui scritti, sostanzialmente non producendo nulla di nuovo? Come mai nei due anni di vita dopo l’uscita dal carcere non riprende la scrittura, sebbene sottoposto a libertà vigilata, ma certo in condizioni molto più libere di quelle carcerarie? Sono state imbastite delle vere e proprie spy- story su questi fatti, che coinvolgono il rapporto di Gramsci col Partito Comunista d’Italia e in particolare con Togliatti, col Partito Comunista dell’URSS, storie tutte centrate su un unico assunto: Gramsci durante la prigionia cominciò a dissentire dalla politica ufficiale dell’Internazionale Comunista, ma non poteva rivelarlo perché ricattato in Italia a causa della sua condizione e in URSS a causa della presenza in quel paese della moglie. La base documentaria di queste ipotesi sta sostanzialmente in una sola lettera, quella in cui Gramsci auspicava che nel partito bolscevico si ritrovasse l’unità in seguito ai violenti scontri ideologici e politici che coinvolsero la sua dirigenza. Chiunque avesse mai letto le pagine dei Quaderni potrà sempre e solo trovare critiche anche pesanti al pensiero di Trotskij (chiamato nel suo linguaggio crittografico col nome di Leone Davidovi) e apprezzamenti senza riserve per l’opera politica e ideologica di Giuseppe Bessarione (Josif Stalin), definito il più genuino interprete attuale della filosofia della prassi (il materialismo dialettico). Anche la polemica che si è sollevata riguardante la scomparsa dell’ultimo dei suoi quaderni lascia molto perplessi: ammesso che i quaderni siano 30 e non 29, in questo quaderno mancante (o sottratto) cosa mai ci sarebbe stato? Qualcosa che contraddiceva a tal punto i primi da risultare così scomodo per i dirigenti comunisti sovietici e italiani? Insomma illazioni che non hanno alcuna base documentale.

Quanto alle condizioni di salute di Gramsci, negli ultimi anni di detenzione e durante il periodo di libertà vigilata in clinica, erano talmente precarie da giustificare ampiamente la sua impossibilità di dedicarsi a nuovi approfondimenti o anche solo a poter leggere o scrivere, almeno con la profondità dimostrata nei primi anni. Questo è documentato dalla semplice lettura della cronistoria dei suoi quaderni e anche dalla distribuzione temporale dei nuovi scritti e delle riletture. E questo dovrebbe mettere a tacere ogni illazione su dissidi, ricatti e altre assurdità che possono avere cittadinanza su romanzi di fantascienza politica ma non su seri studi di critica politica.

Sulla ideologia. È stato, ed è tutt’oggi, molto in voga classificare Gramsci come pensatore, come filosofo. E in particolare associarlo al filone idealista italiano, che vede in Benedetto Croce il suo massimo esponente. È vero che Gramsci non può che partire dalla lettura del massimo e più influente filosofo italiano vivente all’epoca, ma qual è il suo rapporto con lui? Questo rapporto è stato paragonato a quello che Marx ha avuto con Hegel, ossia – si dice – del più fedele discepolo che ha continuato la sua opera. Ora ciò si afferma in barba a tutti gli scritti che Marx e Engels, dal loro lato, e Gramsci, dal suo, hanno prodotto. Ma forse non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Come tutti i lettori di Marx ed Engels sanno, il materialismo dialettico è il ribaltamento della dialettica idealista, è la restituzione del meccanismo dialettico dal mondo delle idee a quello della materia, ma soprattutto è un ribaltamento che riporta il pensiero, la filosofia, dalla sterile speculazione alla prassi, all’azione: è benzina per l’azione politica del proletariato. Marx ed Engels non sono filosofi, sono dirigenti politici della classe operaia, non lo sono per loro espressa dichiarazione, ma soprattutto per la loro storia politica. Lo stesso va detto con forza di Gramsci, con le sue stesse parole: «Si potrebbe scrivere un nuovo Anti-Dühring che potrebbe essere un “Anti-Croce” da questo punto di vista, riassumendo non solo la polemica contro la filosofia speculativa, ma anche quella contro il positivismo e il meccanicismo e le forme deteriori della filosofia della prassi.» (Quaderno 8). Non bastano le ripetute affermazioni del Gramsci del carcere, in cui esplicitamente dice che la sua filosofia della prassi è il materialismo dialettico, quello fondato da Marx e che vedeva allora in Stalin il più fedele interprete? Non bastano le pagine di vere lezioni di materialismo storico che Gramsci ci impartisce sul Risorgimento italiano e la sua impareggiabile analisi di classe, sul rapporti tra intellettuali e classi, sul fordismo e le origini e le ricadute che esso ha sulla base materiale americana e sulla sua sovrastruttura? Purtroppo, una volta che si è andata affermando questa falsità, molti filosofi e politici italiani e non, che – invece di partire dalla lettura critica di Gramsci – si sono adagiati su questa lettura fatta da altri, hanno finito per regalare Gramsci all’idealismo, anziché difenderlo come grande dirigente del movimento comunista internazionale che ha nel materialismo storico e dialettico il suo strumento di lotta più affilato.

Sulla politica. Qui le cose si fanno ancora più complicate, perché si intersecano con tutta la storia del PCI dall’immediato dopoguerra, fino al suo scioglimento.

Gramsci è l’antesignano delle “vie nazionali al socialismo”? La sua concezione della conquista dell'”egemonia” e della guerra di posizione che conquista una “casamatta” dietro l’altra, sottraendola al nemico, è l’antesignana politica della “lunga marcia nelle istituzioni” che il PCI iniziò al momento della famosa “svolta di Salerno”? La sua concezione della “società civile”, dell'”Occidente” contrapposto all'”Oriente”, è una concezione interclassista che rigetta la dittatura del proletariato e prefigura una alleanza tra “produttori” che contrasta le forze reazionarie intese solo come quelle “parassitarie”? Noi crediamo fermamente di no. Questa lettura è profondamente sbagliata.

Basta leggere le pagine di Gramsci nell’originale per rendersi conto di quanto profondamente marxista-leninista fosse il suo pensiero, di quanto tutta la sua analisi fosse volta a scoprire le crepe di un sistema capitalistico-imperialista, che in Europa era riuscito a frenare l’impeto rivoluzionario e passava al contrattacco, di quanto la sua concezione del Partito e dello Stato fosse indirizzata sempre e solo alla conquista del potere politico da parte dell’avanguardia rivoluzionaria.

Chi aveva interesse a piegare, a torcere il suo pensiero per scopi legati all’attualità e per giustificare e trovare “padri nobili” alle proprie scelte politiche, fece un’operazione – prima di tutto culturale – che segnò pesantemente l’influenza che Gramsci ebbe in Italia e che invece avrebbe potuto avere tutt’altro segno. Anche la scelta di inserire Gramsci nell’empireo dei “pensatori” italiani, persino dei grandi “scrittori”, fu una scelta tesa ad accreditare il PCI come grande partito “nazionale” e i suoi dirigenti come fondatori della nuova società italiana che usciva dal fascismo. La scelta di quella politica imposta a tutto il Partito comunista italiano, l’idea che si potessero “spostare gli equilibri” su un terreno più “avanzato” fa parte della revisione politico-ideologica che abbiamo analizzato nelle pagine precedenti.

La lettura di Gramsci, del Gramsci vero, del grande dirigente del proletariato italiano e internazionale, del grande teorico del marxismo-leninismo, è quello che noi oggi sottoponiamo all’attenzione del proletariato internazionale, dei popoli antimperialisti e anticapitalisti, che vedono nel socialismo la prospettiva rivoluzionaria che può e deve cambiare il mondo.

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