I timori del grande capitale per il “referenzum” d’autunno

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Se il referendum controcostituzionale in Italia è più importante della Brexit e se a sostenerlo è il Wall Street Journal è proprio il caso di dire che nel nostro paese il gioco si va facendo duro e sarà bene che i coerenti democratici si adeguino allo stile della partita e della posta in gioco.

Un ampio servizio de La Repubblica è andato a sbirciare come viene vista la prossima scadenza referendaria italiana dai giornali anglosassoni che in qualche modo esprimono gli umori del grande capitale internazionale. Il quadro che ne emerge non è sorprendente – basti rammentare le esortazioni della banca JP Morgan contro le costituzioni “troppo socialiste” dei paesi euromediterranei  o gli articoli terroristici prima del referendum britannico sulla Brexit – ma è decisamente inquietante.

Dopo una serie di articoli preoccupati della situazione economica italiana usciti su l’Economist e il New York Times (ovviamente con attenzione totale dedicata alle difficoltà delle banche e non certo al disagio sociale), adesso al centro del mirino  c’è la stabilità politica del governo Renzi e le possibili ripercussioni sugli equilibri dentro l’Unione Europea.

Il Wall Street Journal  del 15 agosto ha infatti sottolineato le incognite della politica: “È questo scenario che rende il referendum vitale, probabilmente più importante di Brexit”. Il giornale americano riferisce che “i mercati sono concentrati sulla posta in gioco politica del referendum”, cioè il rischio che una bocciatura degli elettori travolga Renzi, “ma il vero costo per l’Italia sarebbe che l’economia resterebbe inchiodata nella sua stagnazione di lungo termine”, rendendo più difficile la soluzione di tanti problemi: dal debito pubblico alle sofferenze bancarie.

Il New York Times, sempre a Ferragosto ha ripreso l’analisi dettagliata dell’agenzia Reuters sulla “stabilità a rischio in Italia”. Su quattro scenari relativi all’esito del referendum d’autunno, ben tre sono negativi. Primo: “Il referendum viene bocciato. Renzi si dimette e il Senato sopravvive. Il sistema elettorale si converte in un proporzionale che rende ancora più difficile capire chi comanda. Nuove elezioni, con Camera e Senato potenzialmente in mano a maggioranze diverse”. Risultato: ingovernabilità a perdita d’occhio.

Il secondo scenario New York Times-Reuters vede Renzi sconfitto ma capace di sopravvivere alleandosi con Forza Italia “per guadagnare tempo e riformare la legge elettorale prima di un’elezione parlamentare nel 2018”. Un governo simile “trascurerà l’economia, mentre crescerà il consenso per i 5 stelle che vogliono un referendum sull’appartenenza all’euro”.

Terzo scenario, l’unico positivo: “Renzi vince e riesce a far passare la riforma della giustizia, della pubblica amministrazione, delle sofferenze bancarie”. Ma c’è posto per un ultimo scenario in cui la vittoria dei sì al referendum non è affatto positiva: “Se Renzi non riesce a risanare l’economia, il M5S vince nel 2018, e non ha più limitazioni vista la debolezza del nuovo Senato”.

Infine anche il Financial Times ritiene “un errore di Renzi l’aver personalizzato il referendum” e prevede che “molti italiani coglieranno l’occasione per votare contro un governo sempre più impopolare”. Ma lo sbaglio è stato fatto, e a questo punto Renzi “deve ottenere libertà di manovra dall’Unione europea”, suggerisce ilFinancial Times, esortando Bruxelles a concedere briglia sciolta a Renzi. Solo così si eviterebbe una Caporetto politica sul referendum proprio da lui fortemente voluto, come gesto di arroganza verso gli avversari politici e di sudditanza verso il grande capitale, che intende seppellire le Costituzioni approvate nel dopoguerra  e ancora caratterizzata dal senso di uguaglianza e giustizia sociale verso i propri cittadini.

Avrà effetto questa campagna di pressione e allarmismo dei giornali legati alle corporations sul referendum di autunno? Alla luce di come è andata con la Brexit potrebbe non funzionare. Ma gli inglesi, prima di arrivare al compromesso con la monarchia, almeno la testa di un re l’avevano tagliata. Altrettanto è accaduto in Francia. Si tratta di paesi dove la forza dell’identità di citoyen che ha diritto di decidere sulle sorti del proprio Stato è ancora molto consistente.

In Italia ci si è limitati ad un referendum, appunto. Facciamo in modo che vada come nel 1946 e che anche questo monarca, peraltro del tutto privo di “investiture divine” o popolari, si tolga dai coglioni.

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