Così ci vuole il Maestro… senza chiesa

Non abbiamo i loro sacramenti, le loro prediche, le loro statue, i loro riti ma esistiamo da secoli come Compagnia degli Amici: Non come chiesa … così ci vuole il Maestro
SULLA TEOLOGIA ODIERNA
ALCUNE ANNOTAZIONI PROLETARIE
L’impressione che il proletario marxista riceve dalla teologia attuale, per quanto egli cerchi di comprendere. È molto deprimente. La nostra teologia è simile a una foresta vergine in cui tutte queste opinioni si ammassano caoticamente l’una sull’altra. Come bisogna ritrovarsi in questa foresta vergine e pazza; vecchia di molti secoli, in questa confusione di visioni di fede contraddicentesi l’un l’altra? Quanto diversamente viene concepito di cristianesimo nel suo nocciolo essenziale! Quanti sistemi di dottrine e scuole di teologia si combattono inesorabilmente! Non ci si capisce perché ci si è ipostatizzati formalmente nel “discorso” e nel “pensiero” ed ora si parla invano di diverse lingue e concetti. Tutte le possibilità di pensiero esistenti sembrano esaurite. Non si poteva semplicemente andare avanti, e sembrava che la nostra teologia si fosse ostinata al termine, venne data una efficiente parola d’ordine. Essa diede un determinato indirizzo ai nostri teologi di controversia. Si cercò di orientarsi nuovamente verso Lutero, verso le verità fondamentali dei riformatori. Vennero esaminati ancora una volta vecchi ragionamenti e gli entusiasti credettero di scorgere in essi, come in uno specchio magico, il vicolo cieco nel quale, secondo la loro opinione, errava la nostra teologia da due secoli. Venne maledetta la teologia dell’illuminismo e vengono gettati, come ferro vecchio, i pensieri di uno Schleiermacher, di un Troeltsch e di un Adolph von Harnack. La trascendenza di Dio cresce gigantescamente davanti a noi. Ci si bea di “penitenza” e “giudizio”, “grazia” e “redenzione” e le parole “dogma” e “chiesa” vengono scritte a grandi lettere. In questo modo il proletariato riceve una precisa impressione di questa teologia, propriamente l’impressione: “Si può lottare eccellentemente a parole, preparare un sistema a parole”. E’ causa di spavento per esso l’impressione venuta meno la considerazione per ciò che avviene nel mondo che a questa teologia sia semplicemente al di fuori del campo visivo del campanile della loro chiesa, ciò che lo riguarda così profondamente e penosamente. Ma non ricevono questa impressione solo i nostri proletari coscienti, interessati religiosamente. La condividono anche una grande schiera di membri borghesi. Questo vien fuori chiaramente in molte conferenze di parroci. Si ascolta in verità molto volentieri una conferenza sulla teologia “moderna”. La sua punta ortodossa soddisfa pienamente il parroco medio. Non si vuole apparire non-moderni. Si sa bene che questa teologia domina attualmente nelle nostre università. Ma sul fronte più ampio si fa viva anche l’opposizione. Si rimprovera l’inutilità pratica ai nostri neo-ortodossi, i cosiddetti teologi dialettici, e per il resto resta tutto come prima, vale a dire il parroco che assume l’incarico si prepara la sua propria teologia. Visto dal punto di vista marxista, ciò significa: concepire il mondo della Bibbia a partire dalla propria posizione sociologica. Egli annuncia il cristianesimo dal pulpito , in buona fede, ma socialmente legato alla borghesia. Il benessere borghese è il suo proprio benessere e così avviene che la morale borghese diviene per lui – senza essere conscio – semplicemente morale cristiana. Più o meno combattivamente viene respinto come non cristiano tutto ciò che si oppone alle visioni della classe alla quale egli stesso appartiene socialmente –economicamente.
Di conseguenza il marxista è imponente e scuote la testa di fronte alla nostra teologia. Per lui essa è uno spirito di vuote parole. Manca ad essa il rapporto alla vita reale, al mondo dell’economia e ciò che riguarda profondamente la grandissima maggioranza degli uomini nella professione, nella lotta per l’esistenza e che essi sentono come del tutto essenziale. Che deve farsene il proletario che, disoccupato, abita con i suoi in un freddo, umido buco sotterraneo nel terzo o sesto cortile posteriore, mezzo morto di fame e ammalato, dei ragionamenti di una teologia che è atta a portargli via l’ultimo resto di forza di volontà, di rabbia combattiva, di passione rivoluzionaria e che, del resto, contraddice pienamente a ciò che egli conosce con la ragione e che gli sta chiaro e distinto davanti agli occhi? Egli non trova in essa nessun punto di appoggio, di sostentamento per il suo pensiero poiché tutto ciò che vaga nell’aria e procede “irrazionalmente”. La nostra teologia odierna è ostentatamente “irrazionale”. Essa vive delle forze che sono al di là del razionale nelle profondità dell’inconscio. Il proletario, invece, si pone criticamente. Egli non aderisce ad una teologia che gli si presenta in atto di pretesa, ma con sufficiente chiarezza di termini. Si lasciano piuttosto tirare linee di riferimento tra il mondo spirituale dell’operaio e la teologia dell’anteguerra, precisamente quella teologia che era orientata in senso critico e nel senso della storia delle religioni e che è più o meno legata ai nomi di Troeltsch e Adolph von Harnack. I rappresentanti di questa tendenza si sforzano onestamente di liberare la chiesa della vecchia immagine del mondo, di comprendere il cristianesimo secondo la storia delle religioni e la Bibbia criticamente e di stabilire l’accordo tra fede e scienza, religione e vita, chiesa e mondo. Il proletario che vuole comprendere e conquistare il mondo avrà sempre comprensione per questa teologia. Essa si trova sul suo stesso piano. Può seguire ai suoi ragionamenti e li può anche ampiamente condividere. Al contrario egli si trova in una difficile posizione nei confronti della teologia “moderna”. Essa è per lui un libro magico con sette sigilli. Gli mancano tutti i relativi presupposti teologici per poterla comprendere. Per lui, per esempio, “l’assolutamente Altro”, il Dio pensato trascendentalmente non è l’autorità senz’altro indiscussa che non si può discutere e spiegare. Ma possiamo dilucidare ancora con altre questioni principali di cui si tratta nella teologia moderna le tensioni che sussistono nei confronti della coscienza proletaria. Queste tensioni sono di genere formale e contenutistico.
INDIETRO?
Senza dubbio la teologia moderna è stata suscitata dalle profonde scosse dell’anima connesse con la guerra. Essa incarna una reazione non solo alla chiesa legata alla guerra e allo stato ma anche alla falsa beatitudine culturale che dominava la cristianità prima della guerra. Senza dubbio la situazione della chiesa e della teologia alla fine della guerra mondiale erano sconsolanti. La sua completa inettitudine a trovare una via d’uscita doveva essere superata da un ritorno alla “teologia luterana”, da un ripensamento delle verità fondamentali della riforma. Venne “riscoperto” il luteranesimo che rivisse il suo “riconoscimento”, la sua rinascita. Questo ritorno alla eredità dogmatica della riforma è divenuto indiscutibilmente la caratteristica più spiccata della nostra teologia dal 1918, benché questa teologia non sia in sé qualcosa di unitario e benché si debba anche dire che gli stessi riformatori – se pensiamo, per esempio, a Lutero, Zwingli e Calvino – avevano opinioni fortemente divergenti su punti importanti. Dobbiamo ora comprendere che, considerato dal punto di vista puramente formale o spirituale, questo ritorno all’eredità teologica di un tempo già sepolto da secoli deve suscitare le più forti reazioni nel proletariato orientato verso il futuro, favorevole al progresso. Già il non proletariato potrebbe seriamente domandarsi: questo “indietro” non contiene una rinuncia? Non è paura di fronte ai compiti del presente , una fuga romantica nel passato? Non è simile ad una via d’uscita alla perplessità, della disperazione? Non vi è un “avanti” nella teologia protestante? Dobbiamo arrampicarci alle sorgenti gocciolanti, sempre e solo faticosamente elemosinando, invece di navigare con la nave della vita sull’onda del tempo seguendo la corrente del mare? Questo “indietro” suscita reazioni intime, schiette, del tutto insuperabili alla coscienza proletaria. Questo “indietro” significa per colui che considera la vita spirituale e quindi anche religiosa di un tempo in stretta connessione con la vita sociale-economica di questo tempo, l’attualizzazione della schiavitù, della servitù della gleba, della morale dei signori, dell’ordine corporativo piccolo-borghese, di gerarchie e dispotismo della peggiore specie, Perciò l’operaio marxista non può collaborare a questo “ritorno alla Riforma”. Tutto in lui vi si oppone, s’impenna contro questa passeggiata spirituale nel paese del passato. Aspettiamo ancora una storia della chiesa, scritta secondo il modo di pensare del materialismo storico. Ma proprio l’era delle riforme potrebbe essere, dal punto di vista del materiale, una miniera particolarmente ricca e i suoi risultati giustificherebbero, secondo me, il punto di vista proletario secondo cui è falso misurare e normare in modo decisivo la vita del presente secondo parametri religiosi del passato. Ogni tempo vuole essere compreso a partire da se stesso nel suo nocciolo più intimo, nel suo contenuto immediato ed eterno. Questo contenuto immediato ed eterno, come si rispecchia principalmente nello sviluppo della vita spirituale, non conosce marce indietro, ma solo in avanti. In questo contesto è fondato il diritto interno del proletariato di respingere fondamentalmente quell’”indietro”. Non vuole bearsi, felice, di quei pii pensieri di un tempo passato, ma interroga il battito religioso del presente se e fino a che punto religione e cristianesimo, chiesa e teologia possono ancora essere possibili ed attivi nell’odierno processo di produzione.
PECCATO ORIGINALE?
A questi ostacoli di genere se ne aggiungono altri di genere più contenutistico. Essi riguardano il contenuto di questa teologia “riscoperta”, neoortodossa, antico-luterana. Essa stabilisce il contrasto tra Dio e l’uomo, chiesa e mondo, bibbia e realtà. Ma il marxista chiede con quale diritto ciò avviene e con quale diritto deve essere valido oggi ciò che si rivelò necessario al tempo di Lutero in rapporti sociali e politica economica completamente diversa. Il marxista nega la validità generale di idee religiose rivelatesi un tempo. Piuttosto queste acquistano continuamente nuova forma, proprio come la società umana è sottoposta ad un continuo processo di trasformazione con il continuo mutamento delle forze produttive. Tutto è sempre in divenire, anche la formazione della teologia, e la corrente che ci porta non conosce marcia indietro, ma solo in avanti. Il ripensamento della teologia della riforma ha per il proletario solo un valore mediato, prevalentemente storico.Ma egli non può essere influenzato da essa decisivamente nella sua coscienza religioso odierna, per niente, poi, quando quel ripensamento avviene in maniera tale che la cultura vitale, materiale, contemporanea viene trascurata nel suo significato centrale anche per la formazione delle realtà ecclesiastiche. Inoltre il marxista è mille miglia lontano dal condividere il giudizio pessimista sul mondo è sull’uomo, proprio del luteranesimo. Questo può inizialmente sembrare strano. Se mai qualcuno aveva motivo di divenire pessimista, questo doveva essere il proletario. Esperienze amare gli gridavano e gli gridano letteralmente in faccia che l’uomo è un lupo e la terra una valle di lacrime per lui. Ciò non di meno, egli ha lottato per una visione diversa con una ardente brama esistenziale. Il mondo in se stesso non è né buono né cattivo. Solo l’amministrazione di questa terra ad opera dell’uomo è malvagia e cattiva. Ma egli vede in lontananza un altro stato di cose. Sente che le forze che lo spingono avanti devono essere completamente opposte alle forze che egli vede ora attive nel mondo e nell’umanità. Perciò la sua confessione di fede è, come l’ha formulata Leonhard Frank , nel titolo di uno scritto: L’uomo è buono! Non vi è dunque posto nella coscienza proletaria per la dottrina del peccato originale e della creazione caduta. Il suo riconoscimento significherebbe per lui la rinuncia ad una nuova organizzazione della società umana e della divisione dei beni terreni. No, egli sente legato a questa terra, aggrappato a questa vita, si sente sempre più come uomo dall’al di qua e rinuncia perciò con gioia ad un pareggio di tutte le stupidità ed ingiustizie esistenti in un nebuloso al di là. Il proletario marxista cadrebbe subito al suolo, perderebbe il suo equilibrio se volesse pensare diversamente, se volesse dire un sì ed un Amen al dogma luterano della caduta e del peccato originale che è nato da un senso di colpa individuale (Lutero: “come aver un >Dio pietoso”) né permette un senso gioioso del mondo e la fede nell’uomo. Tanto meno può egli accettare amichevolmente questo dogma per il fatto che sta sotto il sospetto che è divenuto comune tra il proletariato marxista. Esso fiuta in quel dogma un inganno di cui si serve la classe dominante per poter meglio e più facilmente sostenere le sue pretese di signoria. La teologia attuale proclamando nuovamente, in un ritorno alla riforma e senza tener presente il legame naturale, sociologico al tempo contemporaneo, la contraddizione tra spirito del modo moderno e spirito del vangelo (compreso letteralmente), tra fede nella ragione “autonoma” e l’antica fede nella rivelazione, tra la libertà della volontà dell’uomo e l’immeritata grazia di Dio e formulando questa contraddizione in parole d’ordine e di lotta della vecchia teologia, completamente estranee al proletario, spranga la porta della comprensione ed offende solamente l’operaio marxista. Questi accetta lo spirito del mondo moderno. Accetta la fede nella ragione autonoma. Accetta – almeno fondamentalmente – la libertà di volontà dell’uomo. Ma accetta lo spirito del mondo moderno. Ma accetta anche il legame sociologico di chiesa e religione e non può perciò seguire una teologia che vive dell’opposto di questa accettazione. Ma l’apertura al mondo del proletariato marxista non è senz’altro da confondere con la fede nel progresso e la beatitudine culturale del liberalismo borghese. Dietro la sua accettazione del mondo rumoreggiano forze escatologiche ed egli sa che la vittoria della rivoluzione proletaria significa la fine della cultura esistente, della cultura borghese. La lotta gigantesca portata avanti dal proletariato non è solo segno di una forza molto profonda che vive in esso ma, considerata dal punto di vista spirituale, anche il tentativo di riuscire a dare un senso nuovo all’esistenza. Questo dare un senso nuovo all’esistenza non consiste nel sottrarsi all’azione in questo mondo e nello spiare il “totalmente altro” che è al di là di tutte le possibilità di percezione, ma tenta di riorganizzare questo mondo secondo ciò che egli esperimenta come “divino” ed è “santo” per lui.
Quella sterile trascendenza del luteranesimo, che porta solo all’auto-beatitudine si muta in immanenza nel pensiero proletario e vien posta con una forte finalizzazione etico-sociale nella comunità e al servizio della comunità
GIUSTIFICAZIONE?
Tanto meno il proletario può accordare un senso alla dottrina della giustificazione, benché, secondo la visione dei riformatori, si tratta qui di un articolo con il quale sussiste oppure viene meno (articulus stantis et cadentis ecclesiae). Bisogna dire, molto generalmente, una volta per tutte , che il proletario non è impegnato confessionalmente. Non gli interessa la riflessione confessionale, in questo caso sulla riforma, ma nell’ipotesi migliore, la riflessione sul valore e l’essenza del cristianesimo in genere. Inoltre le potenze dell’illuminismo e le correnti da esso causate (filosofia idealistica) hanno semplicemente distrutto ogni possibilità di una fede nella giustificazione nel senso del luteranesimo all’interno della cristianità protestante occidentale. Se tuta questa questione è stata nuovamente posta sul tappeto con Holl e se anche la guerra è stata certamente capace di scuotere la fede nella bontà dell’uomo, nutrita dall’illuminismo, non ne segue ancora lontanamente che il protestante dovrebbe ritornare alla dottrina della giustificazione come ad un Evangelium aeternum, come credeva Holl, e far irrompere vittoriosamente nella coscienza del tempo l’asserzione di Lutero sull’ ”uomo perduto e maledetto”. Non è mai penetrato del tutto nel pensiero proletario perché, secondo lo schema della teologia della chiesa, l’innocente uomo Gesù dovrebbe soffrire per i peccati altrui secondo quell’antica formula di fede: “Il castigo è su di lui perché avessimo la pace e noi siamo salvati dalle sue ferite”. Il proletario religioso, libero da ogni pensiero autoritario non può ritrovarsi nel labirinto dei ragionamenti teologici che trattano di colpa e giustificazione e che lì dove vien meno la forza della dimostrazione, richiedono “obbedienza di fede”. Orientato razionalmente respinge lontano da sé in una percezione naturale e sana la credenza che su un di un altro, Gesù, venne caricata una colpa di cui, secondo la sua comprensione, l’uomo stesso, l’umanità stessa porta la responsabilità. L’ingenua pia ideologia: Gesù è morto per te perché tu sia beato! E’ per lui un enigma incomprensibile psicologicamente e contenutisticamente. Egli non vorrebbe che si comprendesse la salvezza personale “della sua anima” come una salvezza che gli si apre al di là dei confini della tomba e della morte, ma una salvezza che consista nel libero sviluppo della vita della sua anima in connessione con un tenore di vita esterno migliore, più degno dell’uomo. Questa salvezza della sua anima, da marxista, non la può separare dal destino della classe alla quale egli appartiene. Ma egli vede minacciata la salvezza dell’anima della sua classe molto concretamente da potenze che per lui si incarnano in determinati uomini e gruppi e che sono divenuti veramente colpevoli in misura stragrande per il fatto che tentano di opprimere costantemente il mondo operaio e di continuarlo a tenere in una miseria perpetua. Egli non può attribuire la responsabilità di questa miseria a nessun dio. La colpa è dell’uomo stesso e nessun dio lo libera da quella indigenza e miseria, ma egli solo : con ragione e volontà, con fede e bontà, con lotta e nuova organizzazione della vita. L’intervento di un dio è superfluo perché l’intervento di gruppi di uomini orientati in senso marxista è sufficiente a dare un senso a contesti attualmente senza senso. Noi lo vediamo, la coscienza proletaria nel suo modo sano e anturale incarna allo stesso tempo la rivoluzione religiosa e rappresenta ciò che i nostri teologi ecclesiastici chiamano Hybris, sacrilegio e peccato. Perciò non vi è posto in essa per ragionamenti che riguardano la questione della giustificazione e che sono desunti dalla nostra vecchia teologia protestante, ora divenuta nuovamente moderna.

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