Aldo Capitini: alcuni suoi cenni sulla nonviolenza

Aldo Capitini e’ nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato, docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la nonviolenza e la pace. E’ morto a Perugia nel 1968. E’ stato il piu’ grande pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Tra le opere di Aldo Capitini: la miglior antologia degli scritti e’ ancora quella a cura di Giovanni Cacioppo e vari collaboratori, Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche’ integrale – ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell’epoca – bibliografia degli scritti di Capitini); ma notevole ed oggi imprescindibile e’ anche la recente antologia degli scritti a cura di Mario Martini, Le ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004, 2007; delle singole opere capitiniane sono state recentemente ripubblicate: Le tecniche della nonviolenza, Linea d’ombra, Milano 1989, Edizioni dell’asino, Roma 2009; Elementi di un’esperienza religiosa, Cappelli, Bologna 1990; Colloquio corale, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2005; L’atto di educare, Armando Editore, Roma 2010; cfr. inoltre la raccolta di scritti autobiografici Opposizione e liberazione, Linea d’ombra, Milano 1991, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2003; gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996; La religione dell’educazione, La Meridiana, Molfetta 2008; segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri, Edizioni Associate, Roma 1991. Presso la redazione di “Azione nonviolenta” (e-mail: azionenonviolenta@sis.it, sito: http://www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di Capitini non piu’ reperibili in libreria (tra cui Il potere di tutti, 1969). Negli anni ’90 e’ iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Piu’ recente e’ la pubblicazione di alcuni carteggi particolarmente rilevanti: Aldo Capitini, Walter Binni, Lettere 1931-1968, Carocci, Roma 2007; Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lettere 1952-1968, Carocci, Roma 2008; Aldo Capitini, Guido Calogero, Lettere 1936-1968, Carocci, Roma 2009. Tra le opere su Aldo Capitini: a) per la bibliografia: Fondazione Centro studi Aldo Capitini, Bibliografia di scritti su Aldo Capitini, a cura di Laura Zazzerini, Volumnia Editrice, Perugia 2007; Caterina Foppa Pedretti, Bibliografia primaria e secondaria di Aldo Capitini, Vita e Pensiero, Milano 2007; segnaliamo anche che la gia’ citata bibliografia essenziale degli scritti di Aldo Capitini pubblicati dal 1926 al 1973, a cura di Aldo Stella, pubblicata in Il messaggio di Aldo Capitini, cit., abbiamo recentemente ripubblicato in “Coi piedi per terra” n. 298 del 20 luglio 2010; b) per la critica e la documentazione: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione “Centro studi Aldo Capitini”, Elementi dell’esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de “Il ponte”, anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta’ liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Mario Martini (a cura di), Aldo Capitini libero religioso rivoluzionario nonviolento. Atti del Convegno, Comune di Perugia – Fondazione Aldo Capitini, Perugia 1999; Pietro Polito, L’eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Gian Biagio Furiozzi (a cura di), Aldo Capitini tra socialismo e liberalismo, Franco Angeli, Milano 2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell’impossibile. Un profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs – La Nuova Italia, Milano-Firenze 2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze 2005; Maurizio Cavicchi, Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero, Lacaita, Manduria 2005; Marco Catarci, Il pensiero disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino 2007; Alarico Mariani Marini, Eligio Resta, Marciare per la pace. Il mondo nonviolento di Aldo Capitini, Plus, Pisa 2007; Maura Caracciolo, Aldo Capitini e Giorgio La Pira. Profeti di pace sul sentiero di Isaia, Milella, Lecce 2008; Mario Martini, Franca Bolotti (a cura di), Capitini incontra i giovani, Morlacchi, Perugia 2009; Giuseppe Moscati (a cura di), Il pensiero e le opere di Aldo Capitini nella coscienza delle giovani generazioni, Levante, Bari 2010; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d’Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; e Amoreno Martellini, Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell’Italia del Novecento, Donzelli, Roma 2006; c) per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato ed i volumi bibliografici segnalati sopra]

 

Principi di nonviolenza

La nonviolenza risulta dall’insoddisfazione verso cio’ che, nella natura, nella societa’, nell’umanita’, si costituisce o si e’ costituito con la violenza; e dall’impegno a stabilire dal nostro intimo, unita’ amore con gli esseri umani e non umani, vicini e lontani. La manifestazione piu’ concreta ed anche piu’ evidente di questa unita’ amore e’ l’atto di non uccidere questi esseri e di non operare su di loro mediante l’oppressione e la tortura. Questo impegno non e’ che un punto di partenza (come nessuno nella poesia, nella musica, puo’ pretendere di esaurirle), e le imperfezioni del nostro atto di unita’ amore non possono essere compensate che dal proposito di essere attivissimi in essa, nel tu che diciamo agli esseri nella loro singola individualita’, mai dicendo che basta. La nonviolenza non e’ l’esecuzione di un ordine, ma e’ una persuasione che pervade mente, cuore ed agire, ed e’ un centro aperto: il che significa che ognuno prende l’iniziativa di unita’ amore senza aspettare che prima tutti si innamorino, e la concreta in modi particolari che egli decide con sincerita’, e con dolore per ogni limite e impedimento che lo stato attuale della realta’-societa’-umanita’ ancora mette a sviluppare pienamente questa unita’ con tutti.

Vi sono, dunque, tanti gradi e tante espressioni della nonviolenza, ma, al punto in cui siamo, esse si concentrano in un modo fondamentale, che e’ di non uccidere esseri umani. Mentre si sta stabilendo, oggi piu’ che mai, anche economicamente politicamente culturalmente, l’unita’ mondiale dell’umanita’, l’atto di affetto all’esistenza di ogni essere umano ci porta al punto di questa unita’ umana. Verso gli altri esseri viventi ma non umani, come gli animali e le piante, tutto cio’ che e’ fatto nell’affetto e rispetto alla loro esistenza, apre l’unita’ amore anche a loro e abitua a sentire, di riflesso, il valore del non uccidere esseri piu’ complessi e piu’ simili a noi, come sono gli uomini. La prassi del vegetarianesimo ha percio’ grande importanza.

La nonviolenza non e’ soltanto contro la violenza del presente, ma anche contro quelle del passato; e percio’ tende a un rinnovamento della realta’ dove il pesce grande mangia il pesce piccolo, della societa’ dove esiste l’oppressione e lo sfruttamento, dell’umanita’ nella sua chiusura egoistica e nelle sue abitudini conformistiche e gusto della potenza. Ma finche’ diamo col pensiero e con l’atto la morte, non possiamo protestare contro la realta’ che da’ la morte. E perche’ la societa’ non torni sempre oppressiva sotto un nome od un altro, deve cambiare l’uomo e il suo modo di sentire il rapporto con gli altri: la nonviolenza e’ impegno alla trasformazione piu’ profonda, dalla quale derivano tutte le altre; e percio’ non si colloca nella realta’ pensando che tutto resti com’e’, ma sentendo che tutto puo’ cambiare, e che com’e’ stata finora la realta’ societa’ umanita’ non era che un tentativo secondo i modi della potenza e della distruzione, e che vien dato un nuovo corso alla vita con i modi dell’unita’ amore e della compresenza di tutti.

La nonviolenza e’ in una continua lotta, con le tendenze dell’animo e del corpo e dell’istinto e la paura e la difesa, con la realta’ dura, insensibile, crudele, con la societa’, con l’umanita’ nelle sue attuali abitudini psichiche: non puo’ fare compromessi con questo mondo cosi com’e’, e percio’ il suo amore e’ profondo, ma severo; ama svegliando alla liberazione e sveglia alla liberazione amando; quindi distingue nettamente tra le persone e gli esseri tutti che unisce nell’amore, tutti avviati alla liberazione, e le loro azioni, delitti, peccati, stoltezze, assumendo il compito di aiutare questi esseri ad accorgersi del male, e, se proprio non e’ possibile altro, contribuendo a liberarli dando, piu’ che e’ possibile, il bene.

La nonviolenza e’ attivissima, per conoscere gli aspetti della violenza e smascherarli impavidamente; per supplire all’efficacia dei mezzi violenti col moltipllcare i mezzi nonviolenti, facendo percio’ come le bestie piccole che sono piu’ prolifiche delle grandi; per vincere l’accusa e il pericolo intimo che essa sia scelta perche’ meno faticosa e meno rischiosa; per dare effettivamente un contributo alla societa’, che ci da’, in altri modi. altri contributi. Proprio in questo tempo la nonviolenza ha il suo preciso posto nell’indicare una svolta decisiva e nell’inserire il fatto nuovo. Che non si veda un altro impero romano e un altro impero barbarico, e sempre oppressioni e rivolte, nascere e uccidere e morire, e l’uomo dolorante e illusoriamente lieto, perche’ ancora non ha imparato a fondo quanto dinamismo rinnovatore hanno l’interiorita’, la liberta’, l’amore. Proprio appassionandoci per l’esistenza degli esseri viventi, rispettandoli piu’ che si puo’, e dolendoci della loro morte, noi impariamo a sentire immortali i morti e uniti all’intima presenza.

Chi e’ nonviolento e’ portato ad avere simpatia particolare con le vittime della realta’ attuale, i colpiti dalle ingiustizie, dalle malattie, dalla morte, gli umiliati, gli offesi, gli storpiati, i miti e i silenziosi, e percio’ tende a compensare queste persone ed esseri (anche il gatto malato e sfuggito) con maggiore attenzione e affetto, contro la falsa armonia del mondo ottenuta buttando via le vittime.

La nonviolenza e’ impegnata a parlare apertamente su cio’ che e’ male, costi quello che costi, non cedendo mai su questa liberta’, e rivendicandola per tutti; e a non associarsi mai a compiere cio’ che ritiene il male. Contro imperialismo, tirannia, sfruttamento, invasione, il metodo della nonviolenza e’ di non collaborare al male; e di creare difficolta’ all’esplicazione di quei modi, senza sospendere mai l’amore per le singole persone, anche autrici di quei mali, ma non esaurentisi in essi; cosi’ si riconosce di avere un alleato alla solidarieta’ che si stabilisce tra gli oppressi, nell’intimo stesso degli oppressori.

Chi e’ persuaso della nonviolenza tende alla comunita’ aperta, e percio’ a mettere in comune il piu’ largamente le sue iniziative di lavoro, la proprieta’, non sfruttatrice, che egli possiede, la cultura (partecipando e celebrando i valori culturali con altre persone), la liberta’ (favorendola con altri in assemblee nonviolente per il controllo e lo sviluppo amministrativo della vita).

(Principi elaborati per il Centro di Perugia per la Nonviolenza costituito nel 1952)

*

La nonviolenza nella prospettiva individuale e in quella sociale

La nonviolenza e’ lotta

Agli uomini usciti dalle guerre, agli animi che sentono il peso di un’immensa stanchezza e il bisogno di un riposo che talvolta e’ perfino sogno di annullamento e piu’ spesso e’ idoleggiamento di uno stato lento, comodo, col gusto di piaceri che non vengano tolti; prospettare l’idea e le conseguenze della nonviolenza produce un urto doloroso; ed essi domandano tra stizziti e allarmati: “ma e’ cosi difficile ricomporre una vita tranquilla, una casa, un orario giornaliero, e la fruizione dei beni della terra; e bisogna invece affrontare un problema cosi sconcertante e paradossale? Noi vogliamo la pace, l’umanita’ vuole, merita la pace”.

Penso che questa gente abbia una sensazione esatta. E’ un errore credere che la nonviolenza sia pace, ordine, lavoro e sonno tranquillo, matrimoni e figli in grande abbondanza, nulla di spezzato nelle case, nessuna ammaccatura nel proprio corpo.

La nonviolenza non e’ l’antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui tutto infranto, li’ tutto intatto. La nonviolenza e’ guerra anch’essa, o, per dir meglio, lotta, una lotta continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro il proprio animo e il subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata.

La nonviolenza significa esser preparati a vedere il caos intorno, il disordine sociale, la prepotenza dei malvagi, significa prospettarsi una situazione tormentosa. La nonviolenza fa bene a non promettere nulla del mondo, tranne la croce. E quegli uomini che dicevo prima non vogliono la croce: disfatti o disorientati preferirebbero ritagliarsi una parte anonima della vita, con uno stipendio immancabile, e frequenti “bicchierini” per tirare avanti. Gli uomini, la civilta’ infine del “bicchierino” per reggere; e il bicchierino puo’ essere liquore, fumo, vincita di lotteria, vita sensuale, un appoggio insomma che ci sia realmente, un qualche cosa di sensibile, che dica all’uomo attraverso un piacere: tu sei.

Questi uomini furono ingannati perfettamente dal fascismo, il quale di rado era scomodo, ma nell’insieme ordinato e piacevole; e quando divenne pieno di punte problematiche quegli uomini gli si ribellarono contro con una sincerita’ tale come se gli fossero stati avversi dall’inizio.

Per scoprire l’inganno del fascismo sarebbe bisognato non prendere l’ordine per cosa assoluta; e per reagire sarebbe bisognato non prendere per cosa assoluta il comodo proprio e circostante.

I regimi politici che assicurano comunque un ordine trovano sempre moltissimi che li accettano, senza badare se l’ordine esterno non e’ tradito potenzialmente da una mentalita’ sopraffattrice e avventuriera.

Si diceva durante il fascismo: “Nel ’21 c’era il disordine, scioperi, i treni non partivano; il fascismo ha stabilito l’ordine, la concordia tra capitale e lavoro”. E si diceva cosa insulsa; perche’ il fascismo non risolse i problemi del dopoguerra, quelli che generavano il “disordine”; e se delle due fazioni avesse invece trionfato la socialista, avrebbe essa stabilito il suo ordine; e allora e’ da discutere sull’essenza, sulla qualificazione dell’ordine: ordine fascista o ordine socialista? Che cosa fosse l’ordine fascista si poteva intrinsecamente gia’ vedere con l’occhio alla sua sostanza morale; ma si vide nel fatto: partirono, si’, i treni, ma sono partite poi anche le stazioni.

La nonviolenza non e’ appoggio all’ingiustizia

Ma oltre l’equivoco della nonviolenza come pace, io vorrei chiarire e dissipare un altro equivoco, che e’ ancor piu’ insinuante e pericoloso.

Nella lotta politica e sociale, necessaria in una societa’ di ingiustizia e di privilegi, la nonviolenza fa tirare un sospiro di sollievo ai tiranni di ogni specie; e questo sospiro di sollievo e’ per noi oltremodo tormentoso.

Se la nonviolenza dovesse essere interpretata, o comunque risolversi in un’acquiescenza all’ingiustizia, a quella violenza di secoli cristallizzata in potere e in privilegi decorati ora di una apparente legittimita’, non ci sarebbe una piu’ tentatrice sollecitazione a metterla in dubbio ed abbandonarla.

La nonviolenza non e’ soltanto rifiuto della violenza attuale, ma e’ diffidenza contro il risultato ingiusto di una violenza passata. Di quanto piu’ di violenza e’ carico un regime capitalistico o tirannico, tanto piu’ il nonviolento entra in stato di diffidenza verso di esso.

Bisogna aver ben chiaro che la nonviolenza non colloca dalla parte dei conservatori e dei carabinieri, ma proprio dalla parte dei propagatori di una societa’ migliore, portando qui il suo metodo e la sua realta’. Il nonviolento che si fa cortigiano e’ disgustoso: migliore e’ allora il tirannicida, Armodio, Aristogitone, Bruto. Due grandi nonviolenti come Gesu’ Cristo e San Francesco si collocarono dalla parte degli umiliati e degli offesi. La nonviolenza e’ il punto della tensione piu’ profonda del sovvertimento di una societa’ inadeguata.

La nonviolenza e’ attiva e modesta

Percio’, e cosi chiariamo il terzo equivoco, la nonviolenza e’ attivissima.

La nonviolenza e’ prova di sovrabbondanza interiore, per cui all’uso della violenza che sarebbe ovvio, naturale, possibilissimo, viene sostituita, per ulteriore ricerca e sforzo, la nonviolenza.

Sarebbe anche qui falsificazione intendere il nonviolento come un pedante occupato esclusivamente a torcere il volto davanti ad ogni menomo atto violento, senza addentrarsi nella vita e nei suoi motivi. Tra il nonviolento inerte e il soldato che si esercita faticosamente ed arrischia, la possibilita’ di un valore morale e’ piu’ nel secondo che nel primo.

Il nonviolento deve essere attivissimo sia per conoscere le ragioni della violenza, per individuare la violenza implicita che si ammanta di legalita’ e smascherarla impavidamente; sia per supplire all’efficacia dei mezzi violenti con il moltipllcarsi dei mezzi nonviolenti, facendo come le bestie piccole che sono piu’ prolifiche (e anche sopravvivono alle specie delle bestie grandi); sia per vincere l’accusa e il pericolo intimo che la nonviolenza venga scelta perche’ meno faticosa e meno rischiosa: il nonviolento deve portarsi alla punta di ogni azione, di ogni causa giusta, appunto per curare il proprio sentimento che potrebbe stagnare e per farsi perdonare dalla societa’ la propria singolarita’. E’ noto che gli obbiettori di coscienza (cioe’ coloro che non hanno voluto collaborare alla coscrizione) sono stati uccisi a migliaia dai governi totalitari; e dove sono stati tollerati, hanno chiesto spesso servizi rischiosi e dolorosi, per esempio di sottoporsi agli esperimenti medici o di raccogliere i feriti nelle prime linee.

E infine sara’ opportuno chiarire anche un quarto equivoco, che cioe’ il nonviolento pretenda essere superiore per il suo atto di nonviolenza.

Non e’ l’atto di nonviolenza per se stesso, ma tutto cio’ che sta con esso e all’origine di esso, che puo’ costituire un valore.

L’animo, l’intenzione, l’amore, gli sforzi fatti, quanto di proprio sacrificio ci sia stato messo: qui e’ il valore sia dell’atto di violenza che dell’atto di nonviolenza. E’ evidentissimo che tra colui che per evitare l’uccisione di un bambino si slanciasse con l’arma in mano a difenderlo a rischio di essere ucciso egli stesso, e il nonviolento che se ne stesse ben lontano e inerte, avrebbe maggior valore il primo, quando il secondo non si fosse gettato tra l’uccisore e il bambino a persuadere ed anche a offrire il suo corpo, avanti a quello del bambino, al colpo mortale.

Concetti e modi della nonviolenza

Chiariti e dissolti questi equivoci, sara’ bene ora prender contatto con il concetto stesso della nonviolenza.

Violenza e’ un concetto relativo all’oggetto sul quale si esercita una certa azione. Quanto meno io considero quell’oggetto in cio’ che esso e’ per se stesso, tanto piu’ mi avvio alla violenza contro di esso.

La nonviolenza e’ una presa di contatto col mondo circostante nella sua varieta’ di cose, di esseri subumani, e di esseri umani, e’ un destarsi di attenzione alle singole individualita’ di tutti questi oggetti circostanti per porsi un problema: “che cosa e’ questo singolo oggetto? qual e’ la sua caratteristica, la sua vita, la sua liberta’, il suo formarsi dal di dentro?”.

E’ la sospensione dell’attivismo che consideri tutto, senza eccezione, come mezzo, fino a quei casi tipici che sono come il lusso e il gioco di questo attivismo, come l’incendio di Roma da parte di Nerone per vederne la bellezza, o il letto su cui il brigante greco Procuste stendeva i suoi prigionieri stirandoli o stroncandoli secondo che fossero piu’ corti o piu’ lunghi. Sospensione di attivismo che e’ attivissima moltiplicazione d’attenzione, d’interesse, di affetto, potenziamento della vita interiore proprio mediante questo collegamento in atto di tutto il reale nelle sue innumerevoli individuazioni con l’intimo nostro.

Ma questo non e’ che un punto di partenza, perche’ di qui comincia un movimento, una tensione.

Ad una parte degli oggetti assegno un compito di collaborazione, prendendo interamente su di me la definizione del fine del lavoro con cui essi collaborano; e questi oggetti chiamo cose.

Nei riguardi delle “cose” io non mi pongo altro dovere che di adoperarle bene, di chiamarle a collaborare ad atti di cui assumo la responsabilita’; e la malvagita’ sta non nell’usare l’acqua per un bagno, ma se nel bagno affogo il bambino, invece di lavarlo semplicemente, buttando l’acqua ad altro destino. Per il carbone fossile stare nell’interno della terra o muovere una locomotiva puo’ essere indifferente, come per la pietra che sta nel monte, in un monumento o come polvere sulle strade.

Puo’ darsi che un giorno il nostro occhio scopra altro e diventi possibile ridurre il campo delle cose, stabilendo con alcune di esse un rapporto di collaborazione meno imperioso e meno antropocentrico: e’ un problema questo non vano, e di un orizzonte vastissimo, schiuso proprio dal principio della nonviolenza, che e’ inquietudine continua, passione mai saziata di interesse per le individualita’.

Vi e’ poi il gruppo di esseri subumani. E c’e’ come un gruppo di passaggio in tutti quegli esseri di minima vita, microrganismi e microbi, rispetto ai quali non possiamo fare che una valutazione di “cose” sempre pero’ con quella speranza e quel problema, che nuove indagini e nuove intuizioni permettano una collaborazione migliore: chissa’, per esempio, che non si riesca a trovare il modo di volgere a benefica l’azione malefica di molti microbi.

Ma quando incontriamo vite piu’ sviluppate, individualita’ con cui e’ possibile stabilire un rapporto complesso, qui sentiamo la gioia di salvarci con piu’ ragione dalla considerazione di “cose”. Cio’ non toglie che ci si possa interessare a cose minime, rispettarle nel loro essere; che io possa appassionarmi all’individualita’ di quella farfalla che ho visto nel boschetto e che vivra’ oramai una settimana, di quel filo d’erba, di quel sasso. Questo prova che la nonviolenza, essendo unita’-amore e’ espressione nostra, e’ collocazione e scelta volontaria, non un dogma; e ognuno puo’ a sua ispirazione (Spiritus ubi vult spirat) dirigerla. San Francesco voleva che l’ortolano non lavorasse tutto l’orto, ma ne lasciasse una parte dove le cosi’ dette erbacce potessero crescere liberamente, perche’ per lui la spontaneita’ di quel crescere, la bellezza di quelle erbe, e che esse attestassero e lodassero Dio, era la stessa cosa. E cosi egli preferiva che l’albero si tagliasse lasciandogli la radice e la possibilita’ di crescere nuovamente.

Noi possiamo su tutta la scala degli esseri non umani istituire a noi stessi delle direttive, che anche se non sempre attuate, provano che in noi vive un problema, una passione, una direzione.

Preferire, per esempio, di regalare piante intere piuttosto che fiori, rinunciare alla caccia, adoperarsi per addomesticare bestie selvagge.

Il vegetarianesimo, per esempio, e’ una cospicua scelta che viene fatta nel campo degli esseri subumani. Si decide di rinunciare al cibo che comporti uccisione di animali; e con cio’ stesso muta il nostro modo di avvicinarsi ad essi, il nostro modo di considerarli; si accetta sorridendo ma con fermezza l’apparente stranezza che galline e pecore, dopo averci dato uova e lana, “muoiano di vecchiaia”: si amplia, al posto della violenza spietata alle sofferenze e all’uccisione, quel piano di collaborazione in cui consiste l’incremento della civilta’.

Questa “sospensione” introdotta nella leggerezza sterminatrice e nella freddezza utilitaria si riflette in accrescimento di valore interiore. Ma c’e’ di piu’ e forse di meglio. Io debbo confessare che, pur avendo un notevole interesse all’esistenza degli animali, mi decisi al vegetarianesimo nel 1932, quando, nell’opposizione al fascismo, mi convinsi che l’esitazione ad uccidere animali, avrebbe fatto risaltare ancor meglio l’importanza del rispetto dell’esistenza umana.

Consideriamo, dunque, la nonviolenza in questi gradi anteriori come un addestramento che ha due atteggiamenti, quello di considerare cio’ che e’ altro da noi come “cosa” ma con l’impegno a servirsene per un fine degno e alto; e l’atteggiamento di considerarlo come “esistente”, rispettato e amato percio’ come tale.

Due atteggiamenti, come ho detto, non rigidi, ma in dialettica, in travaglio, e appunto percio’ prova della vitalita’ interiore di un appassionamento. Ma sia come un prologo al mondo umano. Noi sappiamo che tutte le volte che in pedagogia ci si e’ posti il problema del piu’ basso, di cio’ che e’ infimo, si e’ fatto un grande passo: quando si e’ cercata l’educazione dei deficienti, o dei molto piccoli o dei molto poveri, si sono scoperti sempre metodi che hanno dato risultati prodigiosi applicati agli altri.

E cosi in questo prologo ci siamo posti dei temi: portiamoli ora nel mondo umano, e sentiremo una risonanza grandiosa.

Riguardo ad esseri umani la nonviolenza e’ l’appello continuo e intenso alla comprensione, alla spontaneita’, alla capacita’ che ha l’altro essere umano di giungere ad una decisione razionale.

Nel campo umano la dedizione a questo appello ha un fondamento piu’ saldo che per ogni altro essere: basta che io pensi che colui che incontro, potrebbe essere mio figlio: nulla di eccezionale in questo sentimento di genitura, per la somiglianza umana che c’e’ tra noi.

Del resto, io penso che sempre nei riguardi di un essere umano debbo richiamarmi a un punto interno in cui io mi senta madre di lui; che debbo abituarmi a costituire costantemente questo atteggiamento nel mio intimo; che, insomma, almeno per una volta, esaurite e sfogate se si vuole, tutte le altre possibilita’, io debbo domandarmi: “ma mi sono anche considerato pur per un istante madre di costui? come agirei se fossi sua madre, certo una madre non stolta, ma pronta a vedere che cosa c’e’ a favore di lui, a sperare per lui?”.

La nonviolenza, porgendo l’appello alla razionalita’ altrui, e’ anche un potenziamento del tu, e dell’interesse a che l’altro viva, si svolga, e come un generarlo dall’intimo nostro, una gioia perche’ l’altro esiste, un appassionamento alla radice. Come noi potremmo avvicinarci all’infinita miseria degli esseri umani, alle loro limitazioni, curare le loro infermita’, sopportarli, se non portassimo un infinito compiacimento che l’altro esiste e proprio come essere umano? In questo atto si va oltre lo stato di felicita’ e infelicita’, e si vive il sacro per cui ogni essere che viene alla luce entra in qualche cosa di positivo, di la’ dalla sua miseria e dalla sua grandezza. Lo spirito lo tocca, e io posso raggiungerlo col mio atto: qui siamo nella presenza religiosa, che e’ piu’ di ogni limitatezza, deformita’, malattia, bruttezza. La nonviolenza mi fa risaltare l’importanza dell’atto col quale mi avvicino ad uno, atto di presenza aperta, superiore alla felicita’ o infelicita’, a cio’ che puo’ accadermi o accadergli.

E se io voglio che l’altro sia in un certo modo, il ripudio dei mezzi violenti mi induce ad una tensione interiore perche’ io anzitutto viva quello che voglio dall’altro, perche’ io prenda su di me il compito di attuare quel meglio, di portarmi a quel grado, di purificarmi, di sacrificarmi, fino al sacrificio supremo di dare l’atto di nonviolenza al posto dell’atto di violenza, e di trasferire con atto d’amore nell’intimo dell’altro il punto a cui ero giunto. In questa nonviolenza si attua la fede nell’unita’ di tutti, e nell’efficacia che cio’ a cui mi tendo io (o cio’ per cui io prego, per dirla nei termini tradizionali) influisce su di un altro, pur lontano, quanto piu’ di sacrificio e di purezza interiore io vi metto.

Sarebbe piu’ agevole che con un mezzo esteriore e violento io agissi sull’altro, ma quanto perderei di interiorita’, di qualita’!

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...