Giulio Regeni e la violazione dei diritti umani in Egitto; la piaga non solo contro i gay

30.08.2016 Riccardo Noury
Giulio Regeni e la violazione dei diritti umani in Egitto
(Foto di Flavio Lo Scalzo)

L’ampia parte della puntata di “Presa diretta” di lunedì 29 agosto dedicata a Giulio Regeni ha avuto una serie di importanti meriti. In primo luogo, ha consentito a milioni di persone di conoscere, purtroppo solo indirettamente, la bellezza della persona di Giulio attraverso due persone straordinariamente belle, i suoi genitori.

Ha poi lasciato la parola a lungo, oltre che a loro, a persone che si occupano di diritti umani in un paese, l’Egitto, nel quale farlo comporta grandi rischi: lo sa bene Ahmed Abdallah, direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, che è in carcere dal 25 aprile con pretestuose accuse di terrorismo.

Quanto stridore, rispetto a quelle parole e a quegli sguardi di coraggio, dignità e fierezza (così come alla disperazione dei familiari di una delle cinque vittime sacrificali dell’ennesimo depistaggio) hanno fatto le frasi apologetiche del Primo Ministro italiano nei confronti del Presidente egiziano al-Sisi, così come quelle del Ministro degli Esteri del Cairo, che ha spiegato in modo semplice come il suo governo intende trattare la vicenda: secondo la legge egiziana, che è la legge dell’impunità.

L’inchiesta di “Presa diretta” ha ricollocato la quadruplice violazione dei diritti di Giulio (un arresto illegale, la sparizione, le efferate torture e l’omicidio) esattamente lì dove deve stare: all’interno di un contesto di sistematica negazione dei diritti umani fondamentali con la quale, in nome della lotta al terrorismo, le autorità egiziane intendono ridurre al silenzio (col carcere, con la sparizione, con la morte) il dissenso legittimo e pacifico e le attività di ricerca e denuncia.

Tra una decina di giorni è previsto l’arrivo in Italia di una delegazione della procura egiziana. Se anche da quell’incontro non dovesse sortire alcuna collaborazione effettiva ed efficace alle indagini, sarà il caso di riprendere in considerazione quelle “misure graduali e proporzionate” che il Ministro degli Esteri Gentiloni aveva annunciato ad aprile, se le cose non fossero cambiate e che finora non abbiamo visto. Una tra tutte: la fine delle autorizzazioni all’esportazione di armi e di software per la sicurezza.

 

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