Aborto: la parola alle teologhe femministe

ABORTO
P. 36 DEL Dizionario di teologie femministe – ed. Claudiana
Per aborto si intende l’interruzione della gestazione prima che il feto sia vitale, ovvero capace di vita extrauterina indipendente. Nel linguaggio comune, il temine è usato di solito in senso stretto, per indicare l’atto di interrompere volontariamente una gravidanza.
La pratica dell’aborto è quasi ovunque soggetta al controllo sociale. Le politiche che governano la disponibilità dell’aborto chirurgico farmacologico e l’accesso ad esse vertono generalmente intorno ad uno o più di questi “tre centri di gravità”: 1) protezione della vita del feto; 2) salute della madre; 3) privacy in ambito riproduttivo. La preoccupazione per la vita del feto trova comunemente espressione nella proibizione dell’aborto volontario e nelle limitazioni relative alla pratica dell’aborto quando il feto si approssima a diventare vitale. Le norme volte a proteggere la vita del feto si basano sul presupposto che i feti godano di tutti i diritti individuali o a partire dal concepimento dal momento in cui raggiungono la vitalità statistica. Le preoccupazioni per la salute delle donne vengono espresse per sostenere la necessità che l’aborto sia eseguito da personale medico professionista o all’interno di strutture sanitarie specifiche. Analogamente, dove l’interruzione volontaria della gravidanza è altrimenti vietata, sono spesso giustificate alcune eccezioni (per esempio, in caso di stupro o incesto o nei casi in cui la gravidanza – costituisce un rischio fisico o psicologico ) sulla base dell’esigenza di tutelare la salute della madre. Le politiche fondate sulla privacy in ambito riproduttivo si oppongono eccessive limitazioni della capacità della donna di stabilire se continuare o meno la gravidanza. Queste politiche partono dal presupposto che il diritto di una donna all’integrità fisica superi i diritti o gli interessi che potrebbero essere attribuiti al feto prima del raggiungimento della vitalità.
L’accesso a pratiche abortive sicure e legali è stato un elemento chiave del programma politico delle femministe contemporanee; anzi, per la maggior parte delle femministe , la libertà riproduttiva è un principio fondamentale del femminismo. Negli Stati Uniti, la richiesta del diritto all’aborto emerse come questione femminista insieme a un mutamento della consapevolezza delle donne della propria capacità di decisione e di azione e delle loro possibilità di impegno sociale e professionale (Luker 1984, pp 113 -121). Quando il movimento femminista degli anni Sessanta e Settanta del Novecento mise in discussione gli assunti tradizionali circa il ruolo domestico delle donne cominciò a considerare la maternità come una delle tante scelte di vita possibili, molte giunsero sempre più a vedere nel controllo della fertilità e della riproduzione un prerequisito fondamentale per l’autodeterminazione . Di conseguenza, nel lungo e aspro dibattito generato dalla legalizzazione dell’”aborto a richiesta” negli Stati Uniti del 1973, per le femministe favorevoli alla scelta era in gioco ben più che il diritto alla vita del feto non ancora nato o il diritto individuale ai mezzi per interrompere una gravidanza indesiderata. La lotta per i diritti riproduttivi (compreso il diritto all’aborto) è stata, né più né meno , la richiesta di un nuovo ordine sociale in cui fossero le donne a definire il proprio contributo alla riproduzione anziché esserne definite.
Oltre a identificare principi etici o valori utili ai fini di un’analisi dell’interruzione volontaria della gravidanza, le teologhe femministe si sono preoccupate di smascherare i pregiudizi di genere ( cioè dipendenti dal genere sessuale delle persone) insiti negli insegnamenti religiosi riguardanti la riproduzione. Tra i temi ricorrenti nella riflessione teologica femminista sull’aborto ci sono: 1) l’impegno in favore dell’integrità corporea come caratteristica fondamentale di rispetto per il benessere, la pienezza di vita e la dignità delle donne; 2) la visione della gravidanza dome “azione morale creativa da intraprendere con libertà, buon senso e dopo attenta riflessione “ e non semplicemente come “un processo naturale” (Harrison , 1983 p. 228); 3) l’insistenza su una descrizione adeguata dell’aborto, che è da considerare un autentico dilemma morale a cui si va incontro in specifiche condizioni socioeconomiche, storiche e culturali; 4) la critica dei presupposti che stanno alla base della “naturale” divisione dei ruoli secondo il genere sessuale.
Le teologhe femministe hanno posizioni diverse sulla legittimità dell’aborto. Tuttavia, su un punto vige un generale consenso: Un’analisi adeguata dell’aborto deve attingere da tutte le fonti disponibili di saggezza morale, e soprattutto dall’esperienza vissuta di chi porta (e ha sempre portato) il fardello della riproduzione.
 
Gudorf 1994: Harrison 1983; Luker 1984; Sheerwin 1992.
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