Rivelazione?

SULLATEOLOGIA ODIERNA

ALCUNE ANNOTAZIONI PROLETARIE

RIVELAZIONE?

Corrispondentemente il proletario non sa neppure che cosa farsene del concetto di rivelazione della nostra odierna teologia. Si parla volentieri oggi di una riscoperta comprensione della rivelazione, dove, però, non si tratta d’altro che del recupero del concetto di rivelazione dei riformatori. Bisogna, però, riflettere che il concetto di rivelazione dei riformatori era ed è opposto , nel modo più drastico, alle cognizioni del nuovo sistema mondiale che si affermò vittoriosamente nel pensiero occidentale, libero da ogni dommatica luterana. L’uomo moderno si trova sul campo di queste cognizioni, specialmente il proletario che si lascia facilmente e volentieri entusiasmare dalle scienze naturali. Così avvenne che le intuizioni teologiche si mutarono da sé stesse sotto la spinta del movimento di vita ed accettazione della cultura verificatasi negli ultimi secoli. La teoria dell’ispirazione secondo cui la “Sacra Scrittura” era stata “ispirata” parola per parola dall’azione dello Spirito Santo venne gettata come ferro vecchio e la concezione che Dio aveva operato una rivelazione unica e definitiva si rivelò come completamente insostenibile. La rivelazione divenne allora la manifestazione continua, irrompente di tempo in tempo, della volontà divina. Tutti i grandi nell’ambito religioso, tutte le figure di profeti, tutti i classici religiosi divennero contemporaneamente portatori della rivelazione. In essi risplendette la divina verità, nel modo più chiaro naturalmente in Gesù Cristo come il primo e precipuo portatore della rivelazione. Faceva parte dell’indirizzo di questo pensiero considerare tutti i grandi dell’umanità, non solo gli eroi della religione, come “graziati”, come spirito e figure ai quali era stato affidato un incarico speciale da Dio. Infine non solo la vita e la storia umana, ma specialmente la natura divenne il grande luogo di rivelazione dello spirito divino. Si disse che bisognava andare per il mondo con occhi religiosamente aperti. Dio è immanente e può entrare dappertutto nella coscienza umana. Bisogna ammettere ora che questo concetto di rivelazione che è stato proprio della nostra teologia d’anteguerra, almeno di quella orientata liberalmente e secondo la storia della religione, ha della forza persuasiva anche il proletario. Questi è profondamente convinto che un senso speciale è insito nel movimento proletario e che nelle guide del movimento, in Marx ed Egels, in Lenin ed altri, risplende per lui, finché è orientato religiosamente, la luce divina, la ragione e la coscienza del mondo. Pensieri di questo genere, anche nel rivestimento velante della teologia, troveranno eco e guadagneranno terreno nel proletariato. Ma la teologia del presente si trova in nettissima opposizione a questi ragionamenti. Essa, come abbiamo già sentito, è orientata secondo la volontà, troppo tedescamente bisognerebbe dire, contro la ragione, oppure come ritiene Dadbruch “irrazionalmente “. Essa giura sulla trascendenza di Dio. Lo stare in piedi dell’uomo con proprie forze, concessogli da Dio, è per essa peccato e infine essa proclama l’azione unica, redentrice di Dio in Gesù Cristo, una rivelazione di Dio, quindi, che nel quadro della visione moderna del mondo è una presentazione completamente irreale. Tutto ciò che egli non comprende è per l’operaio marxista magia, mistero ed enigma. Ci si può ancora richiamare a numerosi detti della Bibbia in cui si parla di Cristo come unico mediatore, tali affermazioni possono essere certamente gradite alla concezione protestante , alla dommatica luterana, possono essere anche di stimolo alla riflessione per teologi particolarmente interessati, ma per la vita interna degli operai marzisti sono completamente inutili, Sarebbe diverso se quelle affermazioni stessero in una connessione in qualche modo reperibili con la necessità vitale, sociale ed economica che oggi grava sul proletariato, Ma non è così.

Così succede che quel restringimento del concetto di rivelazione intrapreso dalla moderna teologia rende solo più difficile il lavoro di coloro che  lottano già con sufficiente difficoltà nel proletariato marxista per una comprensione del cristianesimo e il riconoscimento di valori vitali religiosi. Il proletariato orientato razionalmente pretende una dimostrazione razionale della verità, come per tutte le asserzioni, così anche, in modo particolare, per le asserzioni per lui estremamente sorprendenti della teologia presente. Ma non può fornire questa prova una teologia che non può affatto essere compresa razionalmente. Ciò che essa sostiene è frutto di convinzione personale di fede, per cui si dilegua nel nulla la sua pretesa ad una validità generale. Essa si sottrae al campo della scienza. Non è più scienza, ma solo la domenica. Vuole essere autorità e si richiama al peso della testimonianza personale. Il proletario marxista, invece, pone la domanda della verità e prende sul serio solo ciò che resiste al fuoco di questa domanda, Così la teologia si elimina da se stessa dalla sua coscienza. Essa si muove su un altro piano in cui sono determinati fede ed autorità, mentre egli si sforza quanto più possibile di strappare i suoi compagni di classe da quel campo. Essi non debbono “credere ed obbedire”, ma riflettere e contraddire. Se la nostra odierna teologia adduce citazioni neotestamentarie per giustificare delle sue vedute, ciò non prova la loro verità universalmente valida, ma solo che allora, in una determinata situazione di tempo sono state necessarie, temporaneamente necessarie, determinate intuizioni religiose. La loro validità per il presente sarebbe solo allora provata se la rendessero necessarie la situazione di tempo in cui ci troviamo, i rapporti in cui viviamo, gli uomini coi quali venivamo a contatto. Fintanto che manca questa prova, quelle citazioni sono storicamente interessanti, ma in nessun modo necessarie alla vita, in nessun modo obbligatoriamente necessarie “per la salvezza della nostra anima”. Vista più da vicino la spiegazione teologica dei nostri giorni è afflitta da due mali. Uno è che nessuno sa propriamente che cosa sia in modo specifico “Vangelo” oppure “cristianesimo” (Essenza del cristianesimo ). In questa tendenza non vi è alcuna determinazione univoca del concetto e noi disponiamo di tutta una serie di “cristianesimi”. Questo male è antichissimo e i nostri moderni teologi non ne sono in alcun modo colpevoli. Sono però certamente colpevoli e inostri moderni teologi non ne sono in alcun modo colpevoli. Sono però certamente colpevoli dell’altro male. Esso consiste nel fatto che si procede con un concetto generale “uomo” e si trascura il legame sociologico dell’uomo. Il mondo vitale, religioso di un anticapitalista è, difatti , diverso da quello di un socialista . I bisogni spirituali di un borghese sono di genere diverso da quelli di un proletario. I rapporti economici e sociali al tempo di Gesù eran diversi da quelli dei nostri giorni. La teologia che facciamo noi teologi esamina nel modo più preciso tutti questi contrasti e sarà, perciò, sempre protetta contro il rimprovero di alienazione dal mondo, lontananza dalla terra, mancanza di connessione con l’infuocata corrente vitale del presente.

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