Dolore e vita

SULLA TEOLOGIA ODIERNA
ALCUNE ANNOTAZIONI PROLETARIE

DOLORE E VITA
E’ una legge della vita che ogni realtà veramente grande, buona e nuova nasce dal solo più profondo dolore. Ma dove sono, si domanda il proletario, i rappresentanti della nostra moderna teologia che lottano e soffrono, in ogni senso, nella più profonda ed ultima indigenza terrena? Ma senza lottare e soffrire ogni teologia resta una teologia della lettera che sta sulla carta e non vale un fico secco. Ciò non di meno la teologia del presente si gonfia di pretese enormi. Essa si pone propriamente contro tutto il mondo moderno nel quale non vi è posto per un cristianesimo dogmatico. Noi sottoscriviamo in questo contesto la costatazione dell’”annale ecclesiastico” del 1931 “che tutta la vita spirituale degli ultimi secoli si è sviluppata dalla protesta contro il vecchio dogma”. Noi assumiamo questa protesta e la proseguiamo contro la teologia del presente in quanto tutrice del “vecchio dogma”. Salvo alcuni incitamenti, questa teologia, vista generalmente , pratica un pericoloso gioco d’azzardo : o si afferma e questo significherebbe praticamente la fine della cultura autonoma e l’erezione dello stato della chiesa. Oppure, invece, non si afferma e questo significa praticamente l’espulsione della chiesa dalla corrente di vita della cultura, significa la dichiarazione di bancarotta della religione, come una forza penetrante e decisamente determinante il mondo degli uomini. Allora non resta altro che un mucchio di grosse parole al quale non corrisponde la realtà e al quale mancano soprattutto gli uomini combattenti nell’estrema necessità terrena. Non è nostro compito indicare gli effetti della moderna teologia all’interno del mondo borghese. Per quanto riguarda il mondo proletario bisogna espressamente sottolineare che tutte le sue porte debbono restare chiuse a questa teologia, comunque vada quel gioco d’azzardo. Essa non dispone delle chiavi che gli aprano l’accesso al mondo operaio marxista. Essa misconosce le forze che hanno propriamente permesso l’ascesa del proletariato: ragione, volontà di vita e solidarietà. Essa precida “Chiesa” in senso dogmatico (Dio fonda la chiesa), mentre il proletario conosce e riconosce solo una chiesa come istituzione umana nel senso sociologico letterale (finché non perde fiducia in questa chiesa). Essa annuncia un cristianesimo della fede e della rinuncia, mentre il proletario religioso esige un cristianesimo pieno di chiarezza di comprensione e di qui un cristianesimo dell’azione e della penetrazione del mondo. E se Holl ha formulato una volta una delle leggi del movimento della storia della chiesa in questi termini: “La storia del cristianesimo non scorre in una linea sempre continua, ma piuttosto una rottura sempre ripetentisi con l’immediato passato”, allora dobbiamo noi riempire questa rottura per avere via libera per l’annuncio del Cristianesimo al proletariato marxista.

TEOLOGIA E PREDICA AL PROLETARIATO
Le cognizioni e i risultati della nostra presente teologia non ci possono tendere una mano per la stesura di una predica indirizzata particolarmente al proletariato. Una predica al proletariato, la cui ossatura fosse costituita da questa teologia, non incontrerebbe i proletari. Essa sarebbe al massimo una predica borghese, ma c’è da dubitare che la “parola di Dio” susciti un’eco molto estesa nella borghesia dalla bocca dei nostri teologi dialettici, fin quando stanno sul pulpito. Poiché anche parti molto estese della borghesia vengono determinate nella loro condotta di vita, nella loro direzione di spirito delle forze che ci han portato la nuova concezione del mondo, l’illuminismo, la filosofia idealista e la ricerca critica. Tuttavia non può essere trascurata una differenza per noi più importante. L’uomo medio legato alla borghesia si sorbisce in silenzio i ragionamenti ortodossi, benché egli personalmente li ritenga pazzi. Egli li ingoia quasi come una pillola inevitabile e si dice: appartiene certamente alla maniera dei teologi pensare e discorrere in questo modo e non diversamente; debbono , inoltre, muoversi in tali rappresentazioni (!) “caratteristiche” per amore del popolo. Egli non protesta e resta nella chiesa. Il proletario, invece, che rappresenta la testa del popolo, non ingoia questa pillola. La sputa piuttosto via con un energico gesto di rifiuto e traccia una chiara linea di demarcazione tra sé e questa teologia ecclesiastica alla quale egli appiccica il vecchio rimprovero che i suoi ragionamenti vetero-dogmatici annuvolano le menti dei proletari, che vogliono istupidire il popolo. Egli non tace ed esce dalla chiesa.
In ogni caso l’apporto della teologia dialettica per il problema divenuto scottante di un annuncio ecclesiastico adeguato ai tempi nei punti focali dell’industria è estremamente ridotto. Da che dipende? Leggo a proposito questa frase presso Sasse: “Dobbiamo imparare nuovamente la fede di Lutero nell’onnipotenza della parola di Dio che quando viene predicata schiettamente e puramente , anche nel ventunesimo secolo, nelle masse scontente del proletariato, come nella borghesia contenta di se stessa, è capace di agire – ubi et quando Deo visum est – nell’assemblea della comunità di Gesù, come –à non lo si può negare – nella divisione degli spiriti”. Se si tiene presente l’abbondanza di prediche ortodosse che sono state tenute di domenica in domenica dai nostri pulpiti ”schiettamente e puramente”. Secondo la salda convinzione dei predicatori, allora bisogna costatare con ricrescimento che gli effetti di queste prediche sono stati estremamente poveri, che qui è stato raccolto poco, ma disperso molto nel senso che oggi la fiaccola dell’odio contro il cristianesimo arde in milioni di uomini e l’ateismo ha sollevato la testa nei nostri giorni minacciando mortalmente tutta la cultura cristiana. Ma propria questa frase di Sasse ha dimostrato che i nostri teologi si muovono continuamente in un cerchio e che discuteranno invano l’un l’altro poiché non vi è nessun accordo su che cosa sia “parola di Dio” e quali siano i parametri riferendosi ai quali, si possa dire che sia stato predicato “schiettamente e puramente”. Ogni speculazione teologica termina, completamente senza speranza, in uno sterile relativismo.

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