Il referendum costituzionale visto dall’estero

16.09.2016 Giovanni Succhielli
Il referendum costituzionale visto dall’estero
(Foto di cirodiscepolo.blogspot.it/)

Perché tutti i governi esteri – ma anche i giornali – fanno il tifo per il SÌ al referendum costituzionale? Perché, ultimamente, si sono accodati Confindustria, Marchionne, agenzie di rating e persino in modo esplicito l’ambasciatore americano in Italia?

Tutti i soggetti ora citati desiderano stabilità politica ed economica. La seconda dipende dalla prima. A luglio, il Centro Studi di Confindustria ha affermato che una vittoria del NO porterebbe a “quattro punti di Pil in meno nel triennio 2017-2019, -600 mila occupati e 430 mila persone in condizione di povertà”. Un’ipotesi azzardata, della quale non si conoscono le basi.

Allineati sulla necessità di “stabilità del sistema” per favorire il settore bancario, l’ad di FCA Marchionne e Edward Parker, responsabile rating sovrani per Europa e Medio Oriente di Fitch. In questo senso, i sessantatré governi in settanta anni di storia repubblicana dicono che è ora di porre fine a quelle turbolenze politiche che frenerebbero gli investimenti stranieri in Italia. Anzi, l’ambasciatore americano Phillips ha recentemente paventato l’ipotesi che questi diminuiscano nel caso la nuova Costituzione venga respinta.

Ma è proprio così? Per blandire le critiche, Matteo Renzi ha più volte sottolineato come i poteri di governo e premier non vengano toccati dalla riforma. Cosa garantirebbe, allora, maggiore stabilità politica? Se si guarda alla storia degli ultimi vent’anni, si noterà che le cause di caduta dell’esecutivo sono da imputare alla mancanza di un accordo all’interno della maggiore coalizione e, dopo il 2006, dall’assenza di maggioranza al Senato a causa del Porcellum. Il governo Letta, durato appena dieci mesi, fu sfiduciato dal neo segretario del suo stesso partito che chiedeva un “cambio di passo”. Il precedente governo Berlusconi cadde dopo tre anni e mezzo, nonostante la salda maggioranza in Parlamento, a causa del peso della crisi e per le pressioni di Merkel, Sarkozy e Napolitano. A ritroso si può ancora ricordare il governo Prodi II: durato appena due anni dopo il passaggio dell’UDEUR da maggioranza a opposizione per la mancanza di solidarietà del governo verso il proprio segretario Mastella, indagato della Procura. Simile la situazione nel 1998, quando il Prodi I cadeva a causa della spaccatura in seno a Rifondazione Comunista e alla richiesta di un altro esecutivo: D’Alema quindi lo sostituì, con due governi parzialmente diversi, per poi dimettersi in seguito alla debacle alle regionali. Subentrò poi Giuliano Amato, sostenuto dalla stessa maggioranza.

Questo breve excursus storico aiuta a capire come il bicameralismo perfetto non fu mai motivo di instabilità. Al contrario, ciò che può determinarla è la legge elettorale, qualora impedisca la governabilità in una delle due Camere. Legge elettorale che, però, nulla c’entra con il referendum di novembre-dicembre.

La posizione della politica e della stampa straniera, oltre a quella del comparto economico, è dunque da imputare a più cause: una narrazione governativa che trapela al di fuori dei confini italiani; il fisiologico appoggio di paesi occidentali a un esecutivo alleato; il tentativo di mantenere la linea politico-economica del premier Renzi, favorevole al settore privato e bancario.

La preoccupazione è che tale sistema possa cadere dal momento in cui, nel caso di una sconfitta, il premier si dimetta. Ma tale minaccia è partita in primis da Matteo Renzi. Quindi, il più grande pericolo – una immediata instabilità politica – deriva da un errore commesso da lui stesso in tempi non sospetti. Basterebbe un deciso dietrofront da parte del Presidente del Consiglio per cambiare le cose, riportando l’attenzione sulle effettive conseguenze istituzionali del referendum.

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