Paesi poveri ospitano il 95% dei 65 milioni di rifugiati

 
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Nei paesi occidentali – Unione Europea, Canada, Stati Uniti, Australia non fa differenza – spregiudicate forze politiche e cordati di media senza scrupoli alimentano da anni una ossessiva campagna allarmistica al grido di ‘ci stanno invadendo’: fare appello ai timori di una popolazione sempre più impoverita dai provvedimenti dei governi, alle prese con disoccupazione e precarietà, rende bene dal punta di vista elettorale e permette a sconosciuti leader di formazioni di estrema destra o scioviniste di guidare amministrazioni locali o addirittura scalare le posizioni di potere nei propri paesi al grido di ‘basta immigrazione’. 

Ma la verità è che sono i Paesi poveri quelli che ospitano la gran parte dei circa 65 milioni di rifugiati esistenti attualmente al mondo.

E’ quanto emerge da un rapporto della Banca Mondiale. Una sfida titanica per i Paesi in via di sviluppo che devono fare i conti con una fuga in massa da una dozzina di conflitti scoppiati negli ultimi 25 anni – per la maggior parte provocati direttamente o indirettamente dalle potenze imperialiste – come rivela il rapporto pubblicato nei giorni scorsi che ovviamente, vista la fonte, non indica responsabilità ma fotografa solo il fenomeno.

La presenza di questi poveri “colpisce le prospettive di sviluppo delle comunità che li accolgono” oltre ad alimentare “reazioni xenofobe anche nei paesi ricchi”, come scrive l’autore del documento, Xavier Devictor.

Una situazione che ha suggerito all’istituzione di chiedere alla comunità internazionale uno sforzo ulteriore per aiutare i Paesi ospitanti attraverso prestiti e sovvenzioni, che però rischiano di aumentare oltremodo la subalternità dei paesi ‘in via di sviluppo’ nei confronti delle potenze occidentali.

Sono circa 65 milioni le persone in tutto il mondo che sono state costrette a “movimenti forzati”; si tratta di quasi l’1% dell’intera popolazione mondiale. Tra questi, ci sono 24 milioni di rifugiati e richiedenti asilo che hanno attraversato i confini e 41 milioni di sfollati all’interno dei loro stessi Paesi.

Nel corso degli ultimi 25 anni, sono quasi sempre gli stessi conflitti a causare la maggior parte di questo spostamento di popolazioni: l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, il Burundi, la Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Sudan, Colombia, il Caucaso e l’ex-Jugoslavia.

La Siria è il Paese con il numero più alto, in termini percentuali, con oltre il 25% della popolazione costretta a lasciare la propria città da anni di combattimenti e bombardamenti.

Solo un quarto degli sfollati (il 27%), fa ritorno alla zona che ha lasciato. Molte persone cercano rifugio in aree urbane affollate come Kabul, Juba, (Repubblica del Sud Sudan) Luanda in Angola o Monrovia in Liberia.

Tra i 15 Stati che ospitano il maggior numero di rifugiati figurano: Turchia, Libano, Giordania, Paesi confinanti con la Siria che da sola detiene il triste record di avere il 27% dell’intero numero dei rifugiati nel mondo. Pakistan e Iran, vicini dell’Afghanistan, accolgono invece il 16% dei 65 milioni di rifugiati. Infine Etiopia e Kenya, vicini alla Somalia ed al Sud Sudan, ospitano il 7%.

A questi dati bisogna aggiungere i Paese che soffrono di spostamento di popolazione all’interno dei loro confini come Colombia, Iraq, Nigeria, Ucraina, Repubblica Democratica del Congo.

Alcuni ricchi Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), “si sono aperti ma la maggior parte sono riluttanti ad assumersi responsabilità internazionali su scala significativa”, scrive sempre l’autore del rapporto.

Nei Paesi ricchi, i programmi di integrazione risultano, secondo il rapporto, “lenti e deboli”: per esempio, negli Stati Uniti, ci vogliono 10 anni perchè un rifugiato trovi un posto di lavoro; mentre nell’Unione Europea il periodo d’attesa sale a 15 anni. 

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