Palestina: intervista al sarto di Jenin

20.10.2016 – Jenin Antonietta Chiodo
Palestina: intervista al sarto di Jenin
(Foto di Antonietta Chiodo)

Jenin, Ottobre 2016.

Ci spostiamo nella città di Jenin, attraversando insediamenti di coloni presidiati dai militari e  costellati di check point, la situazione politica palestinese è estremamente complessa e la popolazione attende oramai da un mese un nuovo governo che permetta loro di comprendere cosa possa accadere in futuro. Al contrario delle città i campi profughi in Palestina sembrano spesso far parte di una dimensione politica parallela, dove, come lamenta la popolazione, non vi è una tutela reale da parte dell’ ANP, Autorità Nazionale Palestinese. Nell’ ultimo mese le incursioni militari con dinamiche sempre più precise avvengono nel cuore della notte tra le 3 e le 6 del mattino arrestando le persone nelle ore del sonno o sparando alle ginocchia soprattutto di minori o ai genitali degli uomini adulti. Il campo profughi di Jenin è tra i più attaccati a livello militare oramai da anni, nel 2002 fu assediato per 2 intere settimane mietendo molte vittime; fu raso al suolo e poi  ricostruito e  liberato dopo sanguinose guerriglie interne in cui era coinvolta anche la jihad islamica.

Ci inoltriamo nelle strade ampie di cemento di questo campo, decidiamo di entrare in un negozio per comprendere cosa stia accadendo realmente attraverso le testimonianze della gente comune. Nel laboratorio di sartoria di Hashem, vi sono molte stoffe poggiate a terra, lui è un giovane uomo alto, con occhiali sottili, decide di raccontare cosa si nasconde dietro l’apparente normalità del suo attivo negozio di abiti.

Quando ha deciso di aprire questa sartoria?

Fino a qualche tempo fa lavoravo in Israele come operaio, all’improvviso mi vidi ritirato il permesso di lavoro, allora ho accettato la proposta di cucire e creare abiti per Israele. Loro mandano al laboratorio modelli e stoffe e io mi occupo di crearli seguendo le loro istruzioni, rispedendoli poi a Tel Aviv.

Come si comporta nei suoi confronti come salario e pagamenti lo stato d’Israele?

Non posso lamentarmi, pagano regolarmente e noi stiamo bene da quando abbiamo aperto il laboratorio, sicuramente meglio di altra gente qui nel campo. L’idea di aprirlo è stata mia, dovevo tirare avanti in qualche modo.

Jenin è famosa per essere continuamente sotto attacco militare, lei lavorando per Israele è tutelato più degli altri suoi concittadini?

Assolutamente no, vi sono incursioni giornaliere di militari armati e spesso arrestano qualcuno, anche minori. Mio fratello era un generale ed è stato ucciso nel 2012, i militari israeliani sia prima che dopo la sua morte sono entrati nella nostra casa distruggendola completamente e nel laboratorio sono entrati rovinando tutto e portando via anche i macchinari per il confezionamento dei vestiti, l’accusa è sempre la stessa, terrorismo.

Mi faccia capire, Tel Aviv le procura il lavoro, le chiede di confezionare i vestiti e a scadenze alterne distruggono il laboratorio e le ritirano i macchinari?

Esatto, non cerchi un senso a tutto questo, io ho smesso di cercarlo molto tempo fa.

Hanno mai ferito qualcuno durante un incursione?

L’ultima volta hanno arrestato mio fratello, che grazie all’avvocato ha scontato solo 10 mesi ed un ammenda di 12.000 shekel. Dichiararono che cercavano armi che o,vviamente, non sono state trovate. Spesso questi arresti si tramutano in detenzioni amministrative, quindi senza una reale accusa, in Palestina oramai  è all’ordine del giorno.

Le associazioni per i diritti umani o le Ong che si trovano nei territori intervengono in queste occasioni?

Solitamente passano per vedere cosa è accaduto e poi tutto cade nel silenzio più assoluto, l’ultima volta Red Cross Crescent ha cercato di intervenire cercando di intraprendere una mediazione con il giudice ma non c’è stato nulla da fare.

 

Entriamo nella stanza adiacente la stireria, dove le donne si occupano della manifattura degli abiti, ognuna su una propria scrivania, in fila indiana. Le donne restano a testa bassa notando la nostra presenza e noi ne approfittiamo per fare alcune domande alla responsabile delle operaie. Ci è stato vietato di fotografarle o porre domande dirette alle lavoratrici, questo laboratorio è a conduzione familiare, la donna ci dedica gentilmente qualche minuto per una breve intervista:

Quante sono le donne a lavorare in questa sartoria?

Ad oggi sono tredici, l’età è di circa trent’anni arrivando a 50.

Per queste lavoratrici vi sono delle associazioni che tutelano i loro diritti?

No, sono accordi tra di noi, ma se una donna si fa male sul lavoro mio fratello si occupa di portarla in ospedale, pagandole anche le cure.

Se una donna è incinta come funziona?

Non abbiamo donne incinte; è una nostra scelta personale, non lavoriamo con donne sposate.

Quante ore lavora ognuna di queste donne giornalmente e a quanto ammonta lo stipendio?

Lavorano dalla mattina alle 9 sino alle 15, poi il laboratorio chiude, vengono pagate 50,60 shekel al giorno.

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