La lezione di democrazia islandese

Alla fine, i Piratar islandesi sono risultati la terza forza politica in Islanda, con 27.449 voti (pari al 14,5%).    Hanno triplicato i voti.

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Un risultato forse un po’ al di sotto delle aspettative, ma che in ogni caso resta il migliore da quando il movimento politico esiste globalmente (cioè dal 2006).
E comunque, risultato a parte, ciò che è avvenuto nella piccola Islanda rappresenta una lezione per molti altri Paesi, e segnatamente per il nostro.

La prima cosa che salta all’occhio, guardando i risultati, è quella che molti commentatori nostrani chiamerebbero -con tanto d’espressione spaurita dipinta sul volto- “frammentazione” del voto. Sette partiti oltre il 10%, e il primo classificato che non arriva al 30%. “Addirittura” -orribile visu- l’eventualità che il suddetto primo partito possa ritrovarsi all’opposizione, nel caso in cui non riesca a trovare abbastanza alleati o che le altre forze ci riescano.

Pare, insomma, che a quelle latitudini valga una regola piuttosto semplice da spiegare: se vuoi governare da solo, devi prendere abbastanza voti per farlo (cioè almeno il 51%); altrimenti, devi accordarti con altre forze politiche.

Un ragionamento piuttosto lineare, ma che ripetuto in terra nostrana scatenerebbe lo sdegno e l’ira dei Soloni della “governabilità”, ottenuta a forza di premi di maggioranza abnormi regalati a chiunque arrivi primo, fosse anche per un soffio.
(Che poi, a un esame un po’ più approfondito, ci sarebbero molti elementi per dubitarne, di questo assioma per cui con i premi di maggioranza il Paese è più governabile. L’ultimo governo Berlusconi godeva di 101 -centouno- deputati di vantaggio alla Camera e 41 al Senato, rivelatisi poi perfettamente inutili visto lo “split” con l’allora alleato Fini e i suoi seguaci).

Uno scenario, quello islandese, che da noi sarebbe stato accolto con toni apocalittici. Del resto, è questo ciò che i vari Renzi, Boschi & Co hanno sempre paventato, in caso di vittoria del “No” al Referendum: un Paese ingovernabile. Il che -se la logica fosse di casa nei salotti televisivi o sui giornali mainstream– porterebbe a chiedersi se l’Italia non sia già oggi ingovernabile, visto che una vittoria del “No” manterrebbe semplicemente la situazione attuale; e, in caso di risposta affermativa, si potrebbe chiedere ai suddetti Renzi & Co. com’è possibile, allora, che siano riusciti a varare tutte le leggi -secondo loro belle e salvifiche- di cui si vantano quotidianamente, in questi tre anni.

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