Un medico in Palestina: la mia vita quotidiana

01.11.2016 – Jericho Antonietta Chiodo
Un medico in Palestina:  la mia vita quotidiana
Medici all’opera all’ospedale di Jericho (Foto di Antonietta Chiodo)

Palestina, Cisgiordania, la mia permanenza in questi territori mi ha portata ad affrontare la realtà non solo del mancato equilibrio della sanità tra ceti sociali differenti ma a confrontarmi con numerose testimonianze di uomini e donne legati alla professione medica. Il controllo militare nei territori tra Ramallah, Hebron, e Jenin porta spesso incursioni all’ interno degli stessi plessi ospedalieri, costringendo così medici ed infermieri a non poter adempiere liberamente alle mansioni normalmente erogate alla popolazione.

Racconterò attraverso questa intervista concessami da Mohammad, medico ginecologo presso l’ospedale di Jericho, la sua esperienza e le sue perplessità legate alla professione ed all’assedio militare.

Mohammad nasce a Ramallah nel 1967 da una famiglia di profughi strappati alla loro terra durante la Nakba nel 1948. Come accadde in questi territori molti nuclei familiari vennero dispersi per poi ricostruirsi una nuova esistenza tra oppressione e povertà perdendo così le poche ricchezze acquisite, sopravvivendo grazie all’attaccamento alle proprie radici. Mohammad cresce in una famiglia numerosa composta da madre, padre e dodici figli; si laurea, che come la maggior parte dei palestinesi, in Arabia Saudita.

Cosa ti ha portato a scegliere la professione medica?

Scelsi questa facoltà per i numerosi sbocchi che offriva attraverso le scuole europee; erano altri anni, per uno studente palestinese riuscire ad entrare in Italia o in Francia era molto più semplice di oggi. In Palestina l’ università ha un accesso ben preciso dettato dal liceo che ti porti alle spalle, solo chi si diploma allo scientifico ha possibilità di iscriversi alle facoltà di medicina. Questo comporta una scelta meno ampia per il tuo futuro, avevo quindi pochi numeri da giocarmi e decisi di percorrere questo cammino.

Essendoti laureato in Italia, alla facoltà di Perugia, cosa ti ha portato a tornare in Palestina?

Sin da bambini portiamo il nostro passato dentro, la lotta e la voglia di giustizia. Arrivai così in Italia cosciente dal primo istante che in un futuro non lontano sarei tornato per aiutare la mia gente, pensai di restare ma qualcosa mi trascinava qua, come un richiamo della mia terra. Senza di essa per me non sarebbe stata una vita felice. Rimasi in Italia per 5 anni, i più lunghi della mia vita, non sono mai potuto rientrare perché non sai mai se ti revocano il visto una volta varcati i confini, e così non finisci gli studi. Appena mi laureai capì che non avevo più nulla da perdere, presi il mio visto, il passaporto e le mie borse sapendo che sarei tornato in Palestina e vi sarei rimasto per sempre.

Vi sono delle differenze fondamentali nell’essere medico in Palestina o in Europa?

Assolutamente si, senza partire dai diritti fondamentali dell’ uomo possiamo accennare alle tecniche ospedaliere ed ai macchinari a noi accessibili quotidianamente, come esempio posso dirti che la laparoscopia da noi viene eseguita solo da cinque anni. Mancano strutture, attrezzature e farmaci, anche generici. Spesso la nostra difficoltà maggiore è nella cura del cancro, non abbiamo accesso libero alle chemioterapie. Non solo questo, in Palestina i blocchi militari sono ovunque, se ricevo una chiamata urgente da un mio paziente  a volte non posso rispondere, perché se solo avvicino la mano alla tasca rischio di essere ucciso, mi trovo così a ritardare anche per molte ore le visite. Quando vieni trattenuto lungo la strada non sai mai dopo quanto tempo verrai rilasciato. Sono un medico che opera per la vita nel paese del terrore, ma io nella vita ci credo e continuerò a far nascere bambini, perché questa è la mia missione.

Quali sono le difficoltà maggiori che riscontrate nel procurare i farmaci?

Difficoltà spesso insormontabili le riscontriamo nelle scorte dei magazzini dei farmaci chemioterapici. Ci troviamo costretti ad attingere alle scorte di altri ospedali, dovendo così lasciare anche per periodi i malati scoperti.

Cosa accade quando da paesi come l’Italia vengono raccolti farmaci e mandati nei territori del terzo mondo?

Ti racconto la mia esperienza e l’esperienza dei medici palestinesi su questo tema, grazie per avere affrontato l’argomento. Si i farmaci che voi raccogliete vicini alla scadenza vengono spediti realmente in questi territori, purtroppo, quando un farmaco arriva alla frontiera a sei mesi dalla scadenza, viene trattenuto in dogana per molto tempo. Quando giungono nei reparti spesso sono inutilizzabili perché scaduti a causa della lunga giacenza decisa dal governo israeliano. Ci troviamo quindi in una situazione senza controllo da parte nostra.

Il personale medico ha mai subito vessazioni da parte del governo israeliano?

Sì, veniamo minacciati di continuo, spesso quando un ferito si reca nel nostro ospedale, ci troviamo i mitra dei militari puntati addosso, impedendoci così di potere intervenire, se lo facciamo ci sparano. Vengono a volte divisi medici e infermieri ed allontanati dai corridoi obbligandoci così ad osservare da lontano morire dissanguati sul pavimento i feriti, questo che ti racconto purtroppo non è un avvenimento raro. Come medici ci troviamo scoperti, a livello legale non abbiamo protezione, anche per un minimo errore veniamo incarcerati senza un equo processo; abbiamo scelto questo mestiere per salvare delle vite ma spesso ci troviamo a salvare noi stessi.

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