Marcia per l’Amnistia, 12mila detenuti digiunano: il servizio pubblico se ne disinterassa

 

 


Insieme ai dati, molto significativi, di adesione alla “Marcia per l’Amnistia” del prossimo 6 novembre nel giorno del giubileo dei carcerati e che vedono a cinque giorni dalla sua effettuazione la partecipazione di regioni come Piemonte, Basilicata, Calabria oltre che numerosi Comuni e sindaci e l’iniziativa dello sciopero della fame di compagne e compagni del partito radicale, un evento emerge come uno dei più clamorosi e quindi indigesto per il sistema politico-istituzionale: sono circa dodicimila (e numerose sono le lettere ancora da aprire per dare un dato definitivo) i detenuti che hanno deciso, come segno di adesione alla marcia a cui non possono partecipare, di realizzare per il 5 e 6 un’azione nonviolenta  di sciopero della fame.

 

Qualcosa di “inaccettabile” per una classe dirigente che è figlia dello stato-nazione italiana formatasi sul “rito del sangue”. La disobbedienza civile, la politica dei diritti civili che si muove sulla coscienza e sulla responsabilità della persona è garantismo e libertarismo combinato, come ha sempre ripetuto Marco Pannella. Questo Stato non può permetterselo.

 

La nonviolenza è rivoluzionaria. Il nostro tempo non vuole recuperare in termini laici la componente “religiosa” dell’odierna possibilità di fare politica in forma alternativa alla pulsione di sangue e di morte che è nello Stato contemporaneo. La classe di potere non può accettare che la “subburra” della nostra società, il carcere, i carcerati, ladri, assassini e quanto di peggio ci possa essere divenga, nella sua nuova e possibile consapevolezza un avamposto di speranza nonviolenta.

 

È per questo che il servizio pubblico, ma anche l’informazione cosiddetta privata, non dà la notizia che un quinto (ma solo quelli che sono riusciti a sapere) dei carcerati hanno dato vita ad una azione nonviolenta in occasione della marcia. C’è bisogno di violenza e lo Stato vuole essere egemone… Quindi paura, emergenza, per inculcare domanda di necessità di difesa con aggressione …. L’informazione di regime fa il suo mestiere. Non ha altri strumenti culturali e pensare alla deontologia professionale è un eufemismo.

 

Come si può pensare che una notizia come quella che vede la “feccia” (secondo la loro rappresentazione) dell’umanità diventare attore positivo e nonviolento possa essere divulgata?

 

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