Con Trump è finito il novecento

09.11.2016 Giovanni Succhielli
Con Trump è finito il Novecento
(Foto di thefifthwave.wordpress.com)

Molti osservatori hanno, in passato, frettolosamente accostato la figura di Donald Trump a quella di Silvio Berlusconi: le gaffe, gli scandali, entrambi imprenditori di successo.

Eppure l’ex Cavaliere è stato in Italia l’artefice di un pensiero politico non convenzionale, totalmente diverso da quello post-bellico: nei vent’anni al potere ha portato la sinistra a diventare un partito anti-Berlusconi, svuotando il significato di ‘destra’ e ‘sinistra’. Al contrario, Trump è il risultato della polarizzazione dell’elettorato, la personificazione e l’approdo di una crisi a lui preesistente.

Insomma, se il tycoon newyorchese ha potuto cavalcare un’onda, Berlusconi ne ha creato una propria. Si prevedeva che Trump – causa sconfitta alle elezioni presidenziali – rappresentasse una meteora nel panorama politico americano. Che, quindi, non avesse il tempo per coltivare quella rabbia nella pancia del paese che aveva provocato. Ma The Donald ha vinto. Ora il tempo c’è tutto per ampliare la frattura ormai palese negli Stati Uniti: tra giovani e vecchi, laureati e non, bianchi e le minoranze che li stanno surclassando, middle e working class che ha perso il lavoro, città e campagne, establishment e anti-establishment.

Il 9 novembre 2016, a ventisette anni esatti di distanza dal crollo del Muro di Berlino, simbolo del Novecento postbellico, cade l’ultimo baluardo della democrazia partitica del secondo dopoguerra. Con la vittoria di Donald Trump termina lo storico bipolarismo americano che, pur essendo riuscito come da tradizione ad inglobare i candidati più variegati, vede per la prima volta la leadership di un uomo fuori da ogni schema e che aveva persino tentato inizialmente di rigettare. Cade definitivamente ogni quadro ideologico, così come la divisione verticale dell’elettorato tra destra e sinistra. La frattura politica diventa orizzontale: casta e popolo, classe dirigente e working class. Riprendendo uno schema e un linguaggio a tratti marxista. È un fenomeno che non ha più nulla a che fare solamente con l’Europa (Brexit, Movimento 5 Stelle, lepenismo, Podemos) ma che si espande anche oltreoceano.

In un tempo di incertezza sociale ed economica -spesso più evocata che reale- il voto di pancia e rabbia diventa incomprensibile per un osservatore razionale: si veda ad esempio la grande percentuale di donne che hanno scelto Donald Trump. E gli stessi, oliati, ingranaggi delle democrazie rappresentative scricchiolano di fronte alla pressione di masse che desiderano un esercizio diretto del potere – o ciò che più vi si avvicina – magari attraverso lo strumento referendario. Un desiderio che si muove sui social network, su linee quindi che i media tradizionali o i sondaggi fanno fatica ad intercettare e a comprendere.  Infatti, anche nel caso delle elezioni statunitensi sono rimasti inascoltati tutti i maggiori giornali che si erano schierati per Hillary Clinton.

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