In ricordo di Pier Cesare Bori — quaccheri e hutteriti in Italia

“Il filo interiore che lega tutte le cose”

Ricordando Pier Cesare Bori

(pubblicato in Testimonianze, n. 486-487 (novembre 2012-febbraio 2013), “Immagini della Resurrezione per gli uomini e le donne degli anni duemila”, pp. 103-106

 

Pier Cesare Bori, riformatore radicale, studioso universalista

Non so, per limite mio, se Pier Cesare Bori ha scritto specificamente sulla resurrezione. Ho letto molto di lui, ma certo non tutto. Egli è stato un riformatore radicale, nel senso che è andato alla radice comune della “pluralità delle vie” religiose e sapienziali, che ha studiato profondamente, in modo non sincretistico, ma seriamente ecumenico, universalista. Oltrepassando le parole (pur necessarie) nel silenzio intenso dei quaccheri (ai quali aveva aderito senza rinnegare il cattolicesimo), ha superato religiosamente le religioni, rispettandone i differenti valori: come auspicava Bonhoeffer, è entrato in un “cristianesimo non religioso”. Per Pier Cesare il riferimento più grande era «la luce che illumina ogni uomo» e «l’adorare Dio in spirito e verità» (vangelo di Giovanni 1,9; 4,24).

L’ho conosciuto in una amicizia durata oltre cinquant’anni, dal 1958, in un rapporto intenso dal quale credo di avere ricevuto molto e imparato qualcosa. Per sei anni, dal ’94 al ’99, ci siamo scambiati il diario. Sono uno dei molti amici ai quali egli ha comunicato la sua intensa esperienza della malattia, della preparazione consapevole e limpida alla morte, anche inviando in anticipo il libro CV, (curriculum vitae), scritto negli ultimi mesi, che uscirà prossimamente da Il Mulino. Malattia e funerale

Il grande senso dell’amicizia

Ha vissuto la malattia in spirito umile e alto, sereno. Il suo funerale, il 7 novembre 2012 nell’Archiginnasio di Bologna, che aveva voluto senza alcun segno religioso «per non escludere nessuno», è stato altamente religioso (io intendo religione non sempre in opposizione a fede, ma come universale collegamento di tutte le realtà: «religiosus esse nefas, religentes oportet», diceva Aulo Gellio). Tra i desideri di Pier Cesare per il suo commiato c’è anche che i suoi amici cattolici, se vogliono, possono ricordarlo in un’eucaristia, in una preghiera. L’amicizia, al suo funerale, è stata la preghiera che ha unito tutti, chi prega e chi non prega, chi prega in un modo e chi in un altro. In un altro recente funerale cattolico, visto che oggi sempre più sono presenti non cristiani e non credenti, mi chiedevo: Quale parola per loro? Forse il segno grande dell’amicizia. Siamo lì come amici di chi è morto. L’amicizia – pur con tutti i nostri limiti – è un essere gli uni per gli altri, è un volere il bene altrui, superando il proprio interesse. È qualcosa che ci porta oltre noi stessi, ci trascende. C’è nella vita qualcosa che è dono, creatività, che oltrepassa i limiti delle cose, delle posizioni, degli interessi e bisogni. Già in questa vita mortale viviamo cose superiori al limite chiuso, anche se in piccola misura. La morte è nella vita, ma la vita abbraccia la morte, l’avvolge, è invisibilmente più grande. Quando non ci è data una fede chiara, davanti alla morte ci aiuta l’esperienza dell’amicizia. Essa si rinsalda nel dolore come nella gioia. Non è solo un cercare per sé, ma un desiderio di donare. Il morto ci ha dato del bene, noi lo diamo a lui, come ai suoi cari. C’è un bene che resiste alla morte. La morte non vince tutto. Non si tratta solo di una memoria mentale, ma di una dimensione reale di vita. L’amicizia si affaccia sul mistero vivo. Pier Cesare Bori ha scritto agli amici il 24 ottobre, dieci giorni prima di morire, l’ultima lettera che terminava così: «Non mi mancano le risorse spirituali per affrontare queste difficoltà: la semplice preghiera di invocazione, la meditazione che ti aiuta a sorridere delle cose che passano. Ma ci sono e ci saranno momenti di angoscia e o di paura o di dolore fisico in cui è difficile attingere a quelle risorse, mentre vorrei vivere al meglio anche quei momenti. Forse qualcuno di voi ha dei suggerimenti da darmi… Comunque, forza a noi tutti!  Un saluto caro a tutti, Pier Cesare».

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