Italia prima al mondo per numero di casi di demenza?


16 novembre 2016

La prevenzione della malattia permette di garantire una vita migliore per pazienti e familiari

Da poco tempo l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha classificato l’Italia al primo posto tra gli Stati membri per numero di casi di demenza: secondo la previsione sviluppata nel Rapporto 2015, nel 2035 oltre il 30% della popolazione ne sarà affetta. Oggi l’Alzheimer, la forma più comune di demenza degenerativa, colpisce 47 milioni di persone nel mondo.

Commentiamo la notizia con Marcello Galetti, responsabile del Rifugio Re Carlo Alberto, istituto con sede a Luserna San Giovanni specializzato nell’accoglienza di pazienti affetti da Alzheimer e da altre forme di demenza.

Cosa pensa di questa proiezione dell’Ocse?

«Questi dati probabilmente c’entrano con il fatto che siamo uno dei paesi più anziani del mondo dal punto di vista demografico, e le demenze in generale colpiscono in maniera prevalente, sebbene non esclusiva, le persone di una certa età. Un discorso simile vale per il Giappone, che ha un’elevata età media è che infatti è secondo in classifica. I numeri, comunque, sono così grandi da essere lontani dalla nostra realtà quotidiana. Ovunque si dice che questa patologia è in aumento: il problema diventerà talmente vasto dal punto di vista numerico che sarà impossibile non gestirlo».

Ci sono dei parametri di valutazione più precisi in Italia sulla demenza rispetto ad altri Paesi?

«Certo, questo c’entra con la classifica. In particolare si sta evolvendo la diagnosi precoce, che è il primo passo in assoluto per risolvere il problema. Qualche settimana fa, nell’ambito di una collaborazione europea del Rifugio Re Carlo Alberto, discutevamo con alcuni colleghi che lavorano in Bulgaria, del fatto che in quel Paese, per esempio, non si sa neppure quante siano le persone con demenza».

Come valuta il recente piano nazionale sulle demenze?

«È un dato positivo, perché eravamo mancanti da questo punto di vista. Non ci sono risorse dedicate, ma il fatto che ci sia e che la regione Piemonte in questi giorni vi abbia aderito sono elementi migliorativi rispetto alla situazione attuale. Questo risultato è frutto anche di un lavoro fatto dalla Regione con enti e associazioni che lavorano nel campo e che hanno contribuito con i loro suggerimenti alla stesura della delibera. Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo dato un contributo: siamo in rete con altre realtà piemontesi, come Alzheimer Biella, che ci hanno interpellati sul tema. Questa delibera prevede l’ulteriore coinvolgimento dei medici di base, che sono in prima linea e sono l’anello fondamentale di questa catena. Grazie a loro le persone possono essere prese in carico il più presto possibile dai servizi: se vengono seguite fin dalle fasi iniziali, hanno una velocità di evoluzione della patologia minore del 20%. Le persone potrebbero avere una qualità di vita migliore, così come i loro familiari, e sarebbero ritardati gli ingressi nelle strutture con tutto ciò che comporta a livello economico da parte dello Stato. La presa in carico precoce è il futuro. Siamo indietro, ma con questi strumenti siamo ottimisti, perché c’è la possibilità di continuare a costruire reti sul territorio che contattano un grande numero di pazienti».

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