Lo chiamavano maggioritario: vincere prendendo meno voti

Lo chiamavano maggioritario: vincere prendendo meno voti

La vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti ha fatto tornare “di tendenza” un dibattito non certo nuovo: quello sul sistema elettorale statunitense, un maggioritario che consente -ed è accaduto più di una volta- di vincere anche a chi prende meno voti popolari.

La questione è nota: il Presidente non è eletto direttamente dal popolo, bensì dai Grandi Elettori, a loro volta eletti nei singoli Stati. Più uno Stato è popoloso, e più alto è il numero di Grandi Elettori assegnati. Il che, di primo acchito, potrebbe anche sembrare ragionevole; ciò che rende il tutto perverso e anti-democratico è la regola del “winner-takes-it-all”, ossia il meccanismo per cui chi vince in uno Stato si prende tutti i Grandi elettori dello stesso, indipendentemente da quanto è il vantaggio con cui ha vinto.

Il maggioritario in termini semplici

Consideriamo questo esempio teorico. In una comunità di 1000 persone bisogna scegliere tra due candidati, X e Y. La cosa più semplice da fare sarebbe di votare e far vincere chi prende più voti.

Supponiamo però che l’intero corpo elettorale (1000 votanti) venga diviso in 10 urne, ciascuna contenente 100 voti, e si stabilisca che la vittoria andrà a chi conquista la maggioranza delle urne, anziché dei voti.

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L’immagine riporta un caso-limite: nelle prime 4 urne il candidato X ottiene un trionfo totale (100 voti su 100), ma nelle altre sei perde sempre per un soffio (49 a 51). Alla fine dei giochi X avrà racimolato 694 voti e Y 306, ma poiché quelli di quest’ultimo sono “meglio distribuiti” vincerà.

Il maggioritario negli Stati Uniti

Come si diceva sopra, lungi dall’essere una situazione puramente teorica, questo scenario si è presentato, e più d’una volta, negli Stati Uniti. Si veda ad esempio questo Storico delle elezioni negli USA tra il 2000 e il 2016.  Già nel 2000 Bush divenne Presidente nonostante avesse preso meno voti di Gore; quanto accaduto tra Trump e la Clinton, insomma, è solo l’ultimo episodio.

L’Italia dopo la riforma renziana (se passa)

Nel nostro Paese il dibattito su proporzionale e maggioritario va avanti ormai da lustri, ma vale qui la pena riesumare il tema per le sue implicazioni sulla riforma Costituzionale, sulla quale saremo chiamati ad esprimerci il 4 dicembre.
Il nuovo Senato, com’è noto, sarà composto da 100 individui, scelti tra 21 sindaci, 74 consiglieri regionali e 5 individui nominati direttamente dal Presidente della Repubblica. Come verranno ripartiti? Ogni regione assegna un numero di consiglieri, a seconda della popolazione.

Come ha spiegato La Stampa, in uno scenario del genere il Senato offrirebbe una visione completamente distorta del consenso dei Partiti nel Paese. Il PD (che attualmente viene dato dai sondaggi attorno al 30%) avrebbe a disposizione oltre la metà dei senatori; il M5S, seconda forza politica del Paese a poca distanza dal PD, avrebbe pochissimi rappresentanti, senz’altro molti meno della Lega -che pure gode di un consenso assai inferiore nel Paese.

Il famoso “premio di maggioranza” dell’Italicum, insomma, è ben poca cosa in confronto a questo.

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