Testimonianza storica sui quaccheri

I quaccheri – Eversione e nonviolenza:  raccolta di Giorgio Viola

 

Thomas Ellwood

Dalla Biografia (1714)

 

 

Ciò di cui ora avevo maggiormente bisogno era un lavoro, che a quasi nessun altro mancava, perché il resto della compagnia era formato in genere da artigiani che, dato il tipo di mestiere, potevano rimettersi subito all’opera. Parecchi erano sarti, alcuni padroni, altri garzoni, e con costoro io ero incline a sistemarmi ma, essendo troppo inesperto perché mi potessero affidare un lavoro senza correre il rischio di rovinare un vestito, mi misi ad aiutare un negoziante di Cheapside che confezionava degli indumenti di flanella rossa e gialla per donna e per bambino. Con ciò entrai a far parte del novero dei sarti e, stando seduto a gambe incrociate com’è loro uso, trascorsi quelle ore di ozio, che sarebbe state rese noiose dalla mancanza di lavoro, innocentemente e piacevolmente.

…In quel periodo mentre eravamo prigionieri nella nostra bella stanza, fu portato in carcere e messo con noi un Amico, mandato dal maggiore Brown a battere la canapa. Ecco la vicenda di costui.

Era un povero diavolo che viveva facendo il ciabattino. Un sabato , a notte tarda, un carrettiere, o qualcuno che faceva un lavoro di quel genere, gli aveva portato un paio di scarpe da riparare, pregandolo di aggiustargliele quella notte stessa in modo che potesse riaverle la mattina seguente, non possedendone altre. Il pover’uomo continuò a lavorare fin dopo la mezzanotte ma poi, vedendo che non avrebbe fatto in tempo a finirle, andò a letto con l’intento di proseguire il lavoro la mattina seguente.

Naturalmente si alzò di buonora e, pur lavorando in privato nella propria camera, in modo da non recare offesa a nessuno, non poté evitare che un vicino di cattiva indole se ne accorgesse e lo denunciasse perché lavorava anche di domenica. Per questo era stato condotto davanti a Richard Brown che l’aveva inviato a Bridewell per un certo periodo di tempo, condannandolo ai lavori forzati e precisamente a battere la canapa, lavoro che è alquanto duro.

Capitò che contemporaneamente fossero stati incarcerati, non ricordo più per quale motivo, due robusti giovanotti che si diceva fossero battisti, pure condannati al medesimo lavoro.

L’Amico era un povero omettino di bassa estrazione e di modesto aspetto, mentre i battisti erano di gagliarda corporatura , piuttosto arroganti e gradassi.  Si rifiutarono di battere la canapa e si comportarono sprezzantemente quando vennero portati davanti al palo ove si frustavano i malfattori. Appena però l’ebbero provato, gridarono subito “Peccavi” e si sottomisero docilmente alla punizione.

L’Amico, invece, per una questione di principio, e consapevole di non aver commesso male alcuno che meritasse una punizione, si rifiutò di lavorare. A seguito di ciò fu duramente frustato, cosa che sopportò con meravigliosa fermezza e risoluzione.

… Continuavamo intanto a essere tenuti in carcere in base ad un arbitrato, non essendo stati arrestati dall’autorità civile e senza vedere nemmeno l’ombra di un magistrato dal giorno in cui eravamo stati condotti in carcere dai soldati, il 26 di ottobre, fino al 19 di dicembre.

In quel giorno fummo condotti all’Old Bailey per l’udienza ma, non essendo stati chiamati, fummo riportati a Bridewell e li rimanemmo fino al 29 dello stesso mese, giorno in cui ci condussero in aula.

Mi aspettavo di venire chiamato per primo, perché il mio nome era stato il primo ad essere annotato, ma anmdò diversamente, e fui uno degli ultimi. Ciò mi offrì il destro di udire gli argomenti degli altri prigionieri e di intuire l’illegalità dell’arresto e desideravo conoscere il motivo che li faceva tenere tanto a lungo in carcere. La corte non prendeva in considerazione tali domande, né si curava di rispondere. “Perché – diceva il cancelliere – se ritenete di essere stati imprigionati ingiustamente, potete, se pensate ne valga la pena, fare un ricorso legale. La corte – continuò – può anche convocare il primo che passa per strada e chiedergli il giuramento; per questo non ci interessa come siete giunti qui, ma poiché qui siete, richiediamo il Giuramento di Fedeltà; se rifiutate di prestarlo, di nuovo vi arresteremo e da ultimo vi richiederemo anche di giurare secondo quanto previsto dal “Praemunire”. Poiché , naturalmente, tutti rifiutavano di prestare giuramento, li si metteva da parte e se ne chiamava un altro.

Da quanto avevo visto, era inutile che insistessi sulla carcerazione illegale o che chiedessi il motivo dell’arresto . Mi ero in precedenza fornito di fonti e sentenze sull’argomento, da far valere se ne avessi avuto l’opportunità; tenevo  il testo da cui le avevo estratte sul petto poiché , facendo molto freddo , indossavo un vestito dotato di ampia cintura sotto cui lo tenevo nascosto. Decisi poi di lasciar perdere tutto ciò e di insistere su un’altra linea di difesa che in quel momento mi era venuta in mente.

Appena quindi fui chiamato, mi avvicinai rapidamente alla sbarra, rimasi in piedi sul gradino in modo da udire e da essere udito meglio e, posando le mani sulla sbarra , mi disposi ad ascoltare ciò che volevo dirmi.

Suppongo che mi prendessero per un giovanotto sicuro di sé, poiché mi guardarono con molta attenzione; ci fissammo reciprocamente per un po’ senza pronunciare parola. Infine il cancelliere (che era Sir John Howell) mi chiese se volevo prestare il Giuramento di Fedeltà.

Alche risposi: “credo che questa corte non abbia il potere di richiedermi questo giuramento nella situazione in cui mi trovo”.

Tale inaspettata presa di posizione parve stupirli , tanto che si guardarono l’un l’altro. “Come ? Costui presenta un’eccezione sulla giurisdizione della corte?” .  Allora il cancelliere mi domandò se era questo che intendevo fare. “Non in senso assoluto – risposi – ma solo in riferimento alla mia attuale condizione e alle circostanze in cui mi trovo”. “Perché , qual è la vostra attuale condizione?” chiese il cancelliere. “Queòla di un prigioniero” replicai.

…”Ma – disse il cancelliere – prestereste il giuramento se foste messo in libertà?”.

Discutemmo un po’, finché da un lato cominciai a sentirmi stanco di questa schermaglia, e dall’altro mi venne anche il dubbio che i presenti sospettassero che io non avrei veramente prestato il giuramento una volta messo in libertà. Ragion per cui, quando il cancelliere mi ripeté la domanda, gli dissi semplicemente di no; pensavo solo che non avrebbero dovuto chiedermelo finché non fossi rimesso in libertà. Certo, se lo fossi stato, non avrei potuto prestare quel giuramento , né alcuno altro, perché il mio signore , Gesù Cristo, aveva espressamente ordinato ai suoi discepoli “Di non giurare, per nessuno motivo”. Il suo ordine era sufficiente per me, e così questa mia ammissione fu sufficiente per loto. “Portatelo via” dissero. Fui condotto via e messo dietro il banco degli accusati assieme agli Amici che erano stati chiamati prima di me. Appena gli altri furono chiamati ed ebbero rifiutato di giurare, fummo tutti condotti a Newgate e messi nella prigione comune.

Quando vi entrammo, vedemmo che quella parte del carcere era stracolma di Amici che già vi erano tenuti prigionieri (in queste condizioni a quell’epoca erano tutte le altri parti di quella prigione e di moltissime altre dei dintorni ); il nostro arrivo provocò una vera e propria calca in quel settore del carcere. Nonostant e ciò, fummo bene accolti dagli Amici colà e da loro fummo intrattenuti nei limiti delle circostanze, finché non ci fu concesso di tornare nella parte a noi destinata e di badare a noi stessi.

Ci avevano permesso di stare nell’ingresso e in alcune stanze sopra di esso, ove potevano passeggiare e camminare durante la giornata. Di notte però, eravamo tutti sistemati in un’unica stanza, vasta e circolare, che aveva al centro un grande pilastro di legno di quercia che sosteneva la cappella sovrastante.

… Sebbene la stanza fosse ampia e bene areata, pure il fiato e le esalazioni provenienti da tante persone di età, condizioni e costituzione diverse collocate così vicine le une alle altre, furono sufficienti a provocare fra di noi delle malattie, come credo avvenne. Molti si ammalarono e si indebolirono, sebbene non rimanessero a lungo in quel luogo , e in quel periodo morì uno dei nostri compagni di prigionia, disteso su uno di quei giacigli.

(…)

 

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