Referendum: riduzione o aumento dei costi della politica?

22.11.2016 Rocco Artifoni
Referendum: riduzione o aumento dei costi della politica?
(Foto di governo italiano)

Vuoi tu “il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”? Sì, certamente. Come si fa a dire No? Nel titolo della legge di revisione costituzionale, riportato sulla scheda referendaria, tra i cinque punti indicati si trova anche questa domanda. Ma sarà vero che il progetto di revisione costituzionale comporterà un risparmio dei costi della politica? Vediamo se i conti tornano.

Anzitutto, la Ministra per le riforme istituzionali Maria Elena Boschi, rispondendo ad una specifica interrogazione alla Camera dei deputati  l’8 giugno 2016 ha dichiarato che il risparmio sarebbe di 490 milioni di euro l’anno. In particolare ha specificato: “Avremo una riduzione sostanziosa del numero dei senatori: è la prima riforma democratica che porta una riduzione del 30 per cento delle indennità; avremo un risparmio di circa 80 milioni l’anno, che derivano dalle indennità e dai rimborsi dei senatori, a cui si aggiungono circa 70 milioni l’anno per il funzionamento delle Commissioni, per esempio, d’inchiesta, per la riduzione dei rimborsi ai gruppi al Senato. Dal superamento delle province, solo in termini di risparmio per il personale politico, si sono quantificati circa 320 milioni di euro all’anno. Inoltre, la soppressione del CNEL porta ad un risparmio annuo di circa 20 milioni”.
Prima incongruenza: proprio la Ministra Boschi il 18 novembre 2014 aveva trasmesso alla Camera dei Deputati un documento redatto il 28 ottobre 2014 dalla Ragioneria Generale dello Stato, che fa parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze (cioè del Governo), nel quale sono stati analizzati i possibili risparmi del progetto di revisione costituzionale. Nel documento si calcola che per la riduzione del numero dei componenti del Senato e per l’eliminazione dei compensi previsti per i senatori, si avrà una minore spesa “stimabile in circa 49 milioni di euro annui” (40 milioni per l’indennità e 9 milioni per la diaria).

Seconda incongruenza: la legge n. 56 del 7 aprile 2014 (cosiddetta “legge Delrio”) ha già abolito tutti i compensi previsti per i consiglieri provinciali. Pertanto, è impossibile risparmiare 320 milioni da un’attività politica che da due anni è svolta gratuitamente. Inoltre, che la Ministra delle riforme istituzionali non conosca la riforma proposta e già attuata dall’allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dello stesso Governo, è un fatto preoccupante.

Terza incongruenza: nel sito del Cnel si può leggere il bilancio consuntivo del 2015, nel quale il totale spese ammonta a 11.461.989,84 euro. La Ragioneria dello Stato, nel documento già citato, aveva stimato che la soppressione del Cnel “produrrebbe risparmi pari a 8,7 milioni di euro”. In realtà, la riforma costituzionale prevede “la riallocazione delle risorse umane e strumentali presso la Corte dei conti”. Dato che il costo per il personale del Cnel è di quasi 6 milioni di euro, il risparmio reale per l’eventuale abolizione del Cnel non arriverà a 3 milioni di euro.
Quarta incongruenza: nel nuovo Senato previsto dalla riforma costituzionale sono ancora previste le commissioni anche d’inchiesta e presupposti i gruppi parlamentari. Pertanto la stima di un risparmio di 70 milioni di euro appare assai poco ragionevole.

Tutto ciò riguarda la riduzione delle spese che – fatti i calcoli – non sarebbe di 490 milioni di euro, ma di 52 milioni annui o poco più. Certo, si tratterebbe pur sempre di un “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”. Restano però da valutare gli eventuali costi dovuti proprio all’introduzione delle riforme elettorali e costituzionali.

Primo costo: la legge elettorale “italicum”. Dal 1948 ad oggi per le elezioni politiche si è votato sempre in un unico turno elettorale (con la legge proporzionale, con il “mattarellum” e con il “porcellum”). Nel 2015 è stato approvata la nuova legge per la Camera dei deputati, il cosiddetto “italicum”, che sarà forse “la migliora legge elettorale del mondo” (come la definì Matteo Renzi quando fu approvata ponendo la questione di fiducia), ma che prevede la necessità di ricorrere al ballottaggio nel caso in cui nessun partito raggiunga il 40% dei consensi (il che è quasi certo). È opportuno segnalare che una tornata elettorale nazionale costa circa 300 milioni. Dato che si vota ogni cinque anni (o meno se la legislatura finisce anticipatamente), è facile calcolare che l’intero risparmio previsto dalla riforma costituzionale (52 milioni annui) era già stato ipotecato dall’aumento dei costi della legge elettorale (300 milioni ogni 5 anni, cioè 60 milioni all’anno).

Secondo costo: il referendum costituzionale. Se il progetto di revisione costituzionale fosse stato condiviso da un ampio schieramento, la modifica della Costituzione sarebbe stata automatica e non sarebbe stato possibile chiedere il referendum. In altre parole, chi si è assunto la responsabilità di approvare la legge di revisione con la semplice maggioranza dei parlamentari (anziché la maggioranza qualificata dei 2/3), ha scelto di spendere altri 300 milioni per il referendum, a maggior ragione che a chiedere il pronunciamento referendario sono stati proprio i promotori della riforma.

Terzo costo: la revisione costituzionale prevede la possibilità di svolgere “referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali”. La proposta ha lo scopo “di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche  pubbliche”, ma sarebbe corretto considerare anche i costi di tale proposta innovativa: 300 milioni per ogni consultazione referendaria.
Quarto costo: con la riforma le spese per i gruppi del Senato potrebbero addirittura aumentare. Se, infatti, come è nella logica di un Senato rappresentativo degli enti territoriali, i gruppi si articolassero in base agli enti che dovrebbero rappresentare, potremmo contare (a fronte degli attuali 10 gruppi) un totale di 23 gruppi (19 per ciascuna Regione, 1 per ciascuna Provincia autonoma di Trento e Bolzano, 1 per i Comuni e 1 per i Senatori di nomina Presidenziale). Di per sé 23 strutture costano più di 10, almeno in relazione ai costi fissi (locali per riunioni, staff, etc.). Un costo ulteriore dovrebbe essere rappresentato dalle nuove funzioni attribuite al Senato in tema di verifica dell’impatto delle politiche dell’Unione Europea e della attività della Pubblica Amministrazione, che comporterà un aumento del personale amministrativo del Senato, integrato da tecnici in grado di effettuare un controllo effettivo per consentire ai senatori di assumere le dovute decisioni.

In conclusione appare evidente che i costi sono superiori ai risparmi. Ovviamente, se le riforme portassero ad una maggiore partecipazione dei cittadini e ad una migliore qualità della legislazione, potrebbero anche essere considerati soldi ben spesi. Ma tutto ciò resta da dimostrare. Ciò che è certo, invece, è che la riforma costituzionale viene presentata (persino nel titolo) come una fonte di risparmio, che nei fatti si rivela una falsa promessa. La comunicazione istituzionale trasmessa dalle reti Rai, che indica “la riduzione dei costi per le istituzioni” tra gli elementi per cui votare sì o no al referendum costituzionale, è uno spot di propaganda basato su una pubblicità ingannevole. Quando la classe politica dice bugie persino sulla Costituzione, non è un buon segnale.

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