Franco Garelli: Piccoli atei crescono

In Italia un terzo dei giovani si dice lontano dalla chiesa cattolica. Intervista al sociologo Franco Garelli

28 novembre 2016 in  cristianesimo , intervista , società

Franco Garelli

Una recente indagine, coordinata dal professor Franco Garelli dell’Università di Torino, evidenzia che la quota di giovani che si dice lontana da ogni esperienza religiosa è ormai prossima al 30%. Eppure si tratta di persone che spesso hanno ricevuto un’educazione religiosa in famiglia. Ma poi se ne sono allontanate.

Professor Garelli, quali sono i dati più significativi che emergono dalla ricerca sociologica che avete condotto?
Il dato più rilevante che emerge da questo studio recentissimo sui giovani italiani, ci dice che c’è una aumento sensibile di coloro che si definiscono atei o agnostici o indifferenti rispetto alla religione. In Italia questo gruppo sta toccando quasi il 30% dei giovani ed è una cifra rilevante: negli ultimi vent’anni è più che raddoppiata. Quindi c’è un sensibile incremento dei giovani che si definiscono senza cittadinanza religiosa, ritengono di non aver bisogno di un Dio per vivere una vita sensata.

Nella ricerca, che include 150 interviste e 1500 giovani interpellati, voi evidenziate alcuni profili. Fra questi c’è il “giovane secolarizzato”: una persona che ha ricevuto una educazione religiosa in famiglia, ma progressivamente se ne è allontanato. Come mai?
Credo che questi giovani si allontanino per tre motivi fondamentali. Innanzitutto perché hanno vissuto delle esperienze negli ambienti religiosi o ecclesiali non particolarmente significative: interessanti, ma che non sono riuscite a graffiare la loro esperienza, non sono riuscite a lasciare un segno. In secondo luogo credo che nel passaggio dalla adolescenza alla giovinezza, soprattutto sui banchi delle scuole superiori, questi giovani si confrontano con una proposta culturale, con materie e con discipline che possono allontanarli da una prospettiva di fede; vedono che non c’è una corrispondenza tra ciò che è stato loro proposto nella visione del mondo negli ambienti ecclesiali quando erano bambini o ragazzi, e ciò che viene proposto invece come visione del mondo sui banchi della scuola. A volte c’è una visione problematica del ruolo della religione nella storia. E, in terzo luogo, per il fatto che man mano che crescono avvertono che c’è una immagine negativa della chiesa o della religione a livello di opinione pubblica e nel dibattito pubblico. Vengono a conoscenza di aspetti critici: la questione della ricchezza della chiesa cattolica, gli scandali, la pedofilia, gli interessi temporali della chiesa, ma anche la difficoltà, soprattutto in Italia, dell’accettazione del principio della laicità. Tutto questo, inevitabilmente, allontana i più giovani.

Ma c’è anche un’immagine positiva della chiesa: preti e suore che si impegnano in luoghi di frontiera

Un altro profilo interessante che voi delineate, è quello che definite “il convinto”: un giovane che ha ricevuto un orientamento religioso in famiglia e che ha deciso di restare nell’ambito del cosiddetto cattolicesimo impegnato. Però si tratta di una minoranza, il 12 per cento. Che cosa caratterizza queste persone?
Sono figli di famiglie, di genitori per i quali la fede rappresenta un principio di riferimento attivo nella vita, non è solo “tappezzeria”, non è solo un filo della memoria ma è un qualcosa che li lega, che rappresenta per loro un principio vitale. Dall’altro lato si tratta di giovani che hanno vissuto delle esperienze religiose in ambienti, in gruppi, in parrocchie, che sono state per loro interessanti e che li hanno coinvolti. Detto questo non sono dei giovani tutti d’un pezzo da un punto di vista religioso, nel senso che vivono comunque il rapporto con la fede dentro la dinamica di oggi, dentro un’idea di percorso di fede, di una fede legata alla vita, quindi anche con tutti i suoi alti e bassi: la fede per loro è un riferimento, in una vita pure densa di opportunità, di esperienze e anche esposta alla precarietà.

Che cosa si salva della chiesa cattolica? La figura di papa Francesco forse potrebbe in questa fase storica riavvicinare dei pezzi del mondo giovanile alla fede cattolica?
C’era una domanda specifica nella parte qualitativa della ricerca, che diceva: “Che cosa salvi e che cosa rifiuti della chiesa e della religione cattolica in Italia?”. Il rifiuto molto diffuso è di una chiesa centralizzata, di una chiesa istituzione, di una chiesa lontana dalla gente, di una chiesa che alcuni giovani definiscono altrimenti affaccendata rispetto alle questioni più spirituali o rispetto anche alle indicazioni e ai valori del Vangelo.
Ma c’è anche una immagine molto positiva, che i giovani intervistati valorizzano, ed è quella della chiesa impegnata sul territorio, di figure religiose come preti, suore ma anche laici credenti che si impegnano nei luoghi di frontiera, che tengono aperti gli oratori, pure in quartieri anonimi, spersonalizzati, quasi degli avamposti della socializzazione giovanile in contesti difficili.

Quali prospettive vede per il cristianesimo in questa società secolarizzata, in cui sembra che ogni scelta non riesca più essere definitiva, ma solo provvisoria ed esposta al cambiamento?
Credo che la prospettiva sia quella delineata da papa Francesco che, tra l’altro, ha un largo consenso tra i giovani Rispetto ai suoi predecessori, questo papa non parla molto di relativismo culturale, non ritiene che la fede debba essere valorizzata per il ruolo che ha a livello culturale. Invece tende a rivalutare la fede perché la ritiene una risorsa a disposizione degli uomini, utile anche nella modernità avanzata. Quindi non vede il fatto che la modernità avanzata sia la tomba della religione. Non vede dei nemici nelle ideologie del tempo presente perché ritiene che la fede possa essere una chance di significato per l’uomo contemporaneo che vive una condizione di grande incertezza e precarietà. Ne deriva certamente una proposta di fede più vitale, più interessante, anche più controversa, più ambivalente che però rispecchia il vissuto tipico della modernità avanzata che è fluida, dove si è continuamente messi in discussione ogni giorno circa le proprie scelte, dove ognuno deve ridefinirsi in un progetto di vita che è dinamico e non statico. (intervista a cura di Luisa Nitti)

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