Ha vinto la Costituzione

05.12.2016 Giovanni Succhielli
Ha vinto la Costituzione
(Foto di flickr.com)

“Arrivo, arrivo” twitta a mezzanotte passata Matteo Renzi, a Palazzo Chigi per commentare il risultato – mai in dubbio – del referendum. Cita il messaggio che lanciò sullo stesso social network il 21 febbraio 2014, quando si presentò – ugualmente in ritardo – alla stampa fresco di investitura da premier. Chi legge capisce che il cerchio così si chiude.

Ha vinto lei, la Costituzione. Quella del 1948, anche se rimaneggiata più volte in questi sessantanove anni. Non Grillo, non Salvini o Berlusconi. E nemmeno Bersani che – insieme ad un pezzo della sinistra – ha evitato di lasciare il NO alle destre o al M5S.

Ha vinto la Costituzione: quella antifascista, la “più bella del mondo”. Vetusta, forse, in tempi in cui velocità e modernità sono le parole all’ordine del giorno; ma organica, semplice – senza risultare semplicistica – coerente, priva di pasticci.  Ha vinto la Costituzione, riconquistata da tanti italiani che hanno approfittato di questa campagna elettorale, lunga ed estenuante, per informarsi e conoscerla.

Perde, quasi paradossalmente, il partito anti-Renzi, incapace di entrare nel merito della discussione sulla Carta per guadagnare una cittadinanza più consapevole. Non si andrà peraltro ad elezioni anticipate – come desiderato da questa variegata fazione – e i rapporti di forza rimarranno invariati.

Ha perso il premier, vittima della personalizzazione di una riforma alla quale, sino a quel momento, erano favorevoli sette italiani su dieci – secondo i sondaggi. Ha perso l’arroganza di chi aveva creato tante aspettative nel paese, forse troppe,  ormai mille giorni fa. Lo stesso che aveva cavalcato le Europee del 2014, quando si proponeva come riformatore agli elettori di sinistra (“una riforma al mese”), rottamatore ai simpatizzanti Cinque Stelle, moderato a quelli di centrodestra e come boyscout ai cattolici. Nei mesi successivi i suoi sostenitori lo hanno progressivamente abbandonato: dopo le unioni civili, il Jobs Act, l’Italicum, l’affaire Banca Etruria, le simpatie dei mercati e dell’establishment in genere.

Con le orgogliose dimissioni del premier, però, perde un po’ anche l’Italia europea che si presenta all’Unione non più legittimata a sbattere i pugni sul tavolo. Perde l’Europa che vede cadere, una dopo l’altra, le teste dei suoi più illustri governi: Cameron, Hollande, Renzi. Priva ora anche del sostegno di Barack Obama, si appresta ad affrontare un po’ più incerta l’ondata antieuropea lepenista, trumpiana, ungherese e polacca. Un po’ più debole di fronte alle richieste dell’uscente Regno Unito.

Matteo Renzi lascia dietro di sé molte aspettative per la futura carica di Presidente del Consiglio a cittadini non abituati a tale dinamismo ed energia. Persino dignità ed eleganza nella sconfitta – da sempre rifiutata nella Penisola. Per questo, oggi l’Italia è un po’ più povera. Ciò che però c’è da rimproverare a Renzi non sono tanto le cose fatte, quanto quelle mai attuate. Ad esempio, l’unione di tutto il centrosinistra con il rifiuto del berlusconismo. Un vero rilancio dell’economia non dipendente solo dalla ripresa internazionale. Il porsi come punto di riferimento per una riforma dell’UE di cui sempre e solo si parla — dopo la Brexit in particolar modo. Una lotta senza quartiere a corruzione, criminalità organizzata, mafie e tangenti. Un investimento totale e non pubblicitario in Scuola, Università e istruzione. Un piano di equità sociale non basato sui bonus. Ma il premier ha scelto il compromesso con chiunque: tutto questo non lo ha fatto. E, ormai, non lo farà più.

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