Cosa è la “Luce Interiore”?

CHE COSA E’ LA “LUCE INTERIORE”?

Può chiedersi quale sia il senso della espressione “Luce Interiore”, che così spesso ricorre. Credo perciò convenga qui dilucidarne , col linguaggio odierno, quel che mi sembra esserne il genuino significato , poiché , a meno di averlo trovato per esperienza personale il filo conduttore, il linguaggio del secolo XVII è di assai difficile comprensione per noi.

Il soggetto è dei più difficili ed è impossibile renderlo con chiarezza assoluta. Quel che parole umane possono è di suggerirne l’esperienza , poiché è solo nella misura della nostra esperienza che le parole hanno un senso per noi. Lo studio della “Luce Interiore”, ci fa penetrare nelle più intime regioni della personalità umana, là dove il divino e l’umano s’incontrano, e non vi sono carte o diagrammi di tali regioni per renderne chiara e facile la comprensione.

Quando io ero ragazzo ero solito leggere poesie e mi si davano lezioni , a scuola, sulla letteratura inglese; ma non fu che superati i venti anni di età che cominciai a discernere fra una buona ed una cattiva poesia. La percezione della bellezza e dell’eccellenza di una poesia era una specie di “luce interiore”: nessuno infatti me la poteva dare: o la traevo da me o non l’avevo affatto. I miei maestri potevano aiutarmi col dirmi quel che dovevasi scoprirvi o spiegandone le allusioni, e via di seguito; ma tutto ciò fino a che il mio spirito non si aperse alle bellezze della poesia, non era, per così dire, che una impalcatura dietro la quale non vi sia costruzione alcuna. Non può dirsi che qui si tratti di gusto personale. Si tratta invece di un vero grado di bellezza o di eccellenza (sebbene a scuola io non l’abbia raggiunto) su cui concordano tutti i componenti. E neppure può dirsi che il “sentimento” della bellezza è una questione della emotività. L’emozione accompagna ordinariamente il “sentimento” ed è un effetto di questo; la percezione, invece, differisce:

  1. Dalle sensazioni prodotte dalle parole, dai suoni, dalle forme o dai colori:
  2. Dai processi intellettuali per i quali noi possiamo apprendere , o altri possono chiarirci, il significato delle dette sensazioni;
  3. Dall’emozione che il senso della bellezza suscita in noi stessi

Questo è forse uno dei casi i più semplici di una “luce interiore”.

Passiamo ora alla personalità. Come mi è possibile conoscere qual sia il vero carattere di un amico? Dai suoi discorsi , dai suoi atteggiamenti, dalle sue azioni. Si, certamente; ma come potrò sapere quale sia il significato di queste cose? Soltanto a mezzo del filo conduttore delle mie proprie esperienze interne ed in quanto io conosca che cosa sia l’orgoglio, la collera, l’amore, i8l coraggio, ecc. Se la mia esperienza è stata parziale ed unilaterale io posso dare ai fatti una interpretazione del tutto errata; un egoista, ad esempio, s’immagina spesso che gli altri agiscano mossi anch’essi dal loro personale interesse, quand’anche ciò non risponda affatto alla realtà.

Lo stesso è vero dei caratteri nella Storia: noi li interpretiamo per una specie di “luce interiore”. Possiamo giungere, infatti, ad una tale conoscenza di un personaggio storico, che nessun elemento nuovo che venga scoperto nei riguardi di esso e lo illumini di nuova luce, può alterarne, nelle grandi linee, la figura quale noi l’avevamo concepita- Ciò vale, particolarmente , per quanto concerne Gesù Cristo. Cristiano può definirsi colui i cui occhi dello Spirito si sono aperti alla contemplazione della bellezza della Sua personalità, e la cui vita è stata modellata secondo tal visione.

Una tal conoscenza di Gesù è basata sui fatti narrati nell’Evangelo e che noi comprendiamo intellettualmente, e sulla interpretazione dei fatti medesimi alla quale si è giunti attraverso l’esperienza della Chiesa Cristiana. Ordinariamente la conoscenza di Lui giunge a noi a mezzo di coloro i cui occhi ne hanno avuto la visione. Nessuno diviene cristiano per la conoscenza dei fatti o col sottomettersi all’autorità della Chiesa; si è solo cristiani se ed in quanto una Luce ulteriore ci riveli alcunché di Gesù ed in quanto si siano conformati il carattere e la condotta alla detta rivelazione.

Noi non abbiamo che una assai limitata idea di ciò che non sia una personalità “perfetta” fino a che di essa non abbiamo visto un esempio nella vita di un individuo. La esperienza cristiana (della quale tutti possiamo essere partecipi) ci da perenne testimonianza che tale personalità ci è stata offerta in Gesù Cristo. “Gesù è la sola persona – dice l’Hermann- che non abbia dovuto vergognarsi del suo essere, in confronto col suo pensiero e col suo insegnamento. Di tutti gli altri uomini , anche di quelli che ci sembrano i migliori , noi percepiamo la eccellenza , prendendo a termine di paragone le loro deficienze”. Ma è più di una “luce interiore” che noi comprendiamo la perfezione della personalità di Cristo.

Come non abbiamo che una nozione limitatissima di ciò che sia la “perfezione”, così non ne abbiamo naturalmente  che una ancor più limitata di “Dio”. Noi immaginiamo  di conoscere il significato di questa parola, pensando all’onnipotenza , all’onniscienza , all’ubiquità, e via di seguito. E quando ci viene detto che “Cristo era Dio”, noi ci tormentiamo chiedendoci se egli aveva i detti attributi. In realtà , come con efficace espressione scrisse Guglielmo Temple nelle “Foundations”, l’affermazione “Cristo era Dio” non ha per scopo di darci una nozione del Cristo, ma una nozione di Dio. Noi apprendiamo dalle narrazioni del Vangelo, a mezzo della Luce Interiore , ciò che fu Gesù Cristo: ed il “domma” ci dice “Dio somiglia a questo”. La oscura parola Dio viene così irradiata per noi di luce nuova come lo fu per i primitivi cristiani: la personalità di Cristo di mostra che gli attributi dell’amore, della bontà, della umiltà, del sacrificio di se stesso, del patire per il peccato e per la redenzione degli uomini dobbiamo attribuirli a Dio. “Chi ha visto me ha visto il Padre”.

La conclusione che deriva da quanto precede è che la conoscenza di Dio è frutto della “Luce Interiore”.  Tale conoscenza non ci viene infatti né dalla osservazione di quanto ci circonda, come per esempio , la cognizione del mondo naturale, né da ricerche intellettuali, né da testimonianze altrui personificatesi nell’autorità della Chiesa o della Bibbia. Tutto ciò costituisce un inestimabile ausilio ed una preparazione alla vera conoscenza di Dio , ma non può darci tale conoscenza finché non siamo giunti ad essere “veggenti” con i nostri occhi interiori. In altre parole, la conoscenza di Dio è frutto della rivelazione. Abbiamo cercato di stabilire su solida base questa teoria, sapendo che essa non ha un solo obbietto, ma che essa pur vale in rapporto a tutto ciò che rende la vita degna d’esser vissuta, in rapporto, insomma, a tutte le grandi realtà, alla esperienza cioè della bellezza, della bontà, del valore morale e della personalità. Dio si rivelava a noi in tutto ciò che conosciamo, per noi stessi, del Vero, del Bello, del Buono; e soprattutto ci si rivela nell’Unico perfetto esemplare di verità , bellezza, e bontà, che poteva dire di sé “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mio mezzo”.

 

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