La morte fa mercato

05.02.2017 Luca Cellini

La morte fa mercato
Bambino in un campo profughi (Foto di Unicef)

L’industria bellica delle armi, un settore in costante crescita che non conosce crisi, è del 30 Gennaio scorso la pubblicazione apparsa direttamente sul sito dell’industria Russa Kalashnikov, produttrice del famoso fucile d’assalto AK-47, sulla necessità di assumere 1700 dipendenti solo per far fronte agli ordinativi.

Sul fronte mondiale la Kalashnikov, nel 2015 ha realizzato un fatturato di 8,2 miliardi di euro, attestandosi in buona posizione in questa gara alla vendita della morte, la troviamo in ottima compagnia con altre aziende leader del settore delle armi che godono tutte di ottima salute, ovviamente a discapito della vita e della salute di milioni di persone che continuano a morire nelle decine di conflitti in atto a livello planetario, prima fra tutte la statunitense Lockheed Martin, seguono poi la connazionale  Boeing, la russa BAE Systems, in questa classifica di mercanti di morte, nel 2014 al 9° posto, troviamo anche l’italiana Finmeccanica.

In questo senso oltremodo importante il lavoro di rendicontazione che da anni sta conducendo l’istituto indipendente svedese il SIPRI Stochkolm International Peace Research Institute. L’ultima pubblicazione del 2016 prende in analisi il commercio mondiale di armi dal 2011 al 2015.

1.652 Miliardi il fatturato mondiale delle armi nel 2015, USA e Russia insieme rappresentano il 58% degli affari commerciali dell’industria bellica, seguono la Cina, la Francia e la Germania, e l’Italia, il paese di santi navigatori e poeti  “italiani brava gente” nel quinquennio 2011-2015 l’Italia si piazza all’8° posto nella classifica dei paesi esportatori.

Nel 2014 il Belpaese ha superato anche Francia e Germania nell’export di armi verso Israele, tra i paesi dell’UE, l’Italia è il primo fornitore di sistemi militari dello Stato israeliano, (paese in guerra anche quest’ultimo) con un volume di vendite che è oltre il doppio di quello totalizzato da Parigi o Berlino.  Oltre il 41% degli armamenti regolarmente esportati dall’Europa verso Israele sono italiani. Nel 2013 a pieno conflitto in atto, l’Italia è stata anche una delle principali esportatrici di armi verso la Siria.

Nell’ultimo anno in particolare la vendita di armi italiane all’estero è triplicata e sono aumentate le forniture verso Paesi in guerra, in particolare quelle verso l’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra nel conflitto in Yemen e per la quale il Parlamento europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti. Eppure c’è anche una  precisa legge italiana che proibisce esplicitamente la vendita di armi ai paesi coinvolti in guerra, ma si sa, gli affari sono affari, “pecunia non olet” i soldi non puzzano, anche se è tutto da dimostrare, di certo grondano sangue, perché in generale ogni 490,000€ di fatturato proveniente dalla vendita di armi, una persona muore, poco importa se sia un soldato, un civile, una donna, o anche un bambino, dal momento che dal 2002 ad oggi sono oltre 2 milioni i bambini massacrati in guerra. Cresce anche l’intermediazione finanziaria delle principali banche italiane, Unicredit, Intesa  San Paolo  e tra i piccoli istituti coinvolti, compaiono anche Banca Etruria e persino Poste Italiane.

Nel 2015 la vendita totale di armi in Italia è triplicata passando da 2,8 miliardi a 8,2 miliardi, dietro la metà di questo giro d’affari ci sono le banche che in totale fanno cassa con l’industria bellica per un totale di 4,1 miliardi.

A questi i dati ufficiali si deve anche sommare il crescente mercato nero delle armi, dove è possibile reperire una pistola Glock a poco più di 50€ e un AK-47 a meno di 900€, un mercato questo che trova indisturbata proliferazione sul web e spesso anche sui social network come fb o istangram ad esempio, si arriva così alla contraddizione in cui, chi denuncia il traffico illegale di armi, caldeggiato dal precedente governo negli incontri diplomatici fra Italia e Arabia Saudita (illegale perché l’Arabia è coinvolta in una guerra) riceve per questo minacce di querela e il blocco preventivo del profilo da parte dei gestori di fb, al tempo stesso però, si permettono indisturbate la vendita e lo scambio d’armi leggere in diversi gruppi chiusi su fb.

C’è anche un altro scenario orribile di cui non si parla tanto, il numero di feriti e mutilati, devastati fisicamente e psicologicamente, per ogni morto infine ci sono decine di persone che hanno patito un dolore atroce, per la perdita di un caro, un fratello, una moglie, una figlia, oppure un caro amico.

L’ultimo scenario direttamente correlato alla vendita di armi sono i milioni di persone che ogni anno lasciano le proprie case, secondo un rapporto Unicef del 2016 nel mondo ci sono 93 milioni di sfollati costretti a fuggire a causa delle guerre, delle persecuzioni o semplicemente perché l’area geografica da cui provengono è stata per anni spogliata dalle multinazionali, delle proprie risorse e dei mezzi di sostentamento che avevano. Di questi profughi, secondo il rapporto Unicef, oltre 50 Milioni sono bambini, un piccolo profugo ogni 45 bambini nel mondo. L’asticella del barometro dei conflitti, come riportato da questa pubblicazione del 2015 è in continuo aumento. Contando le sole guerre di Afghanistan 600mila sfollati, Iraq 4,2 milioni, Siria oltre 12 milioni, Libia mezzo milione, Nigeria 2,5 milioni e Yemen 150.000 si contano 19,5 milioni di profughi,  ebbene queste persone le vediamo tutti i giorni arrivare sulle nostre coste in veri e propri viaggi della disperazione, spesso in mano ai mercanti di persone veri e propri schiavisti del XXI secolo, oppure che li vede attraversare regioni gelate, in lunghe marce forzate come fossero deportati di guerra, come successo di recente in Serbia e in Ungheria con i poveri profughi afghani.

Sempre secondo i dati del SIPRI, nel solo 2015, siamo arrivati a 4.000 morti nel solo mar mediterraneo, durante la traversata, come si vede bene dalla tabella sotto, è un dato in costante crescita.

Eppure a fronte di tutti questi numeri,  i mercanti d’armi, disperazione e morte, (come chiamarli diversamente) continuano indisturbati nella corsa al loro dannato profitto, banche finanziatrici e governi  inclusi.

Adesso bisogna porsi alcune domande: agli effetti pratici, produrre un’arma che poi viene esportata e usata nei paesi coinvolti in un conflitto non è forse configurabile come un  atroce crimine di guerra? E ancora, che differenza c’è fra chi produce e vende un’arma destinata alla guerra e chi poi tira il grilletto? Moralmente ed eticamente di certo nessuno.  Infine, quale può essere la differenza fra chi usa un fucile mitragliatore sulla popolazione civile e chi ne ha finanziato  la  produzione?  (vedi banche) od esortato e agevolato  l’esportazione verso gli stati coinvolti in guerra?  (Vedi governi).

Attenzione inoltre a dove vengano messi i nostri soldi, forse un tempo ciò era fatto a nostra insaputa, oggi non più, si parla di denaro che magari è “appoggiato” su qualche “fondo d’investimento sicuro” con una “buona redditività”.  A seconda della banca proponente il fondo, una percentuale di questi fondi, potrebbero tranquillamente finire in qualche proiettile o in qualche mina antiuomo, destinati a qualche bambino che nemmeno sa che noi esistiamo, salvo poi ritrovarsi steso in terra in una pozza di sangue.  D’altro canto sono in molti a protestare di tutti questi sbarchi, dicendo “che stiano a casa loro” oppure nella migliore ipotesi, accompagnare lo sdegno peloso, con affermazioni del tipo “sì poverini ma aiutiamoli a casa loro” senza mai sforzarsi di capire che quelli che si salvano, li si vede ormai  a centinaia di migliaia sbarcare sulle nostre coste, sono in fuga da anni dalle guerre, gli stessi conflitti che i nostri governi, spesso conniventi, hanno caldeggiato e appoggiato.

La contraddizione assume poi tinte grottesche, se solo si pensa che, con alcuni paesi in guerra, governi e aziende, prima mercanteggiano la morte vendendo loro armi e poi applicano sanzioni che vanno solo ad incrementare le atroci sofferenze delle popolazioni civili già devastate dalla guerra.

Vogliamo per davvero fermare le guerre, i morti e il flusso in aumento dei profughi che fuggono dalla disperazione? L’equazione è dannatamente semplice, non collaboriamo, denunciamo e fermiamo produzione e vendita delle armi e saremo ben oltre la metà dell’opera.

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