Dove sono finiti i pacifisti?

01.05.2017 HispanTV

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Dove sono finiti i pacifisti?

Il 15 Febbraio 2003 più di 30 milioni di persone in 800 città di tutto il mondo si mobilitarono contro la minaccia USA di far guerra all’Iraq.
14 anni dopo, dov’è finita la folla pacifista? Perché manifestò contro la guerra in Iraq e oggi non protesta contro la guerra in Libia, Siria, Ucraìna, Yemen?

Era l’inizio del 2003. In politica internazionale predominava il dibattito sul futuro del leader iracheno di Saddam Hussein.
Il leader repubblicano e presidente degli Stati Uniti George W. Bush Jr. (oggi molto criticato, ma non a quel tempo per via dell’attacco del 11 settembre 2001, iniziava il suo impegno per l’unilateralismo sulla scena internazionale. Una strategia che si è concretizzata con l’invasione dell’Afghanistan e con la pretesa di Bush che quell’attacco fosse un diritto all’auto-difesa, ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, e quindi non avesse bisogno dell’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Il dibattito sull’Iraq divise il Consiglio Permanente di Sicurezza dell’Onu in due fronti: da una parte gli USA col loro partner storico, il Regno Unito; dall’altra la Francia, la Russia e la Cina che si opponevano all’intervento militare e puntavano sui rapporti degli ispettori internazionali secondo cui Saddam Hussein non aveva armi di distruzione di massa.
Nonostante ciò, gli USA con la loro strategia unilaterale gettarono discredito sugli ispettori presentando “prove”[1] che Hussein avesse tali armi. La spaccatura fra unilateralismo e multilateralismo fu evidente nella comunità internazionale, e lo stesso Consiglio di Sicurezza e il Segretario Generale Kofi Annan subirono una perdita di legittimazione.

Dal gennaio 2003 fino al 20 marzo dello stesso anno, durante il conflitto diplomatico internazionale sulla proposta USA di intervento militare, milioni di persone scesero in piazza al grido di “NO alla guerra”. E lo fecero sia nei paesi i cui governi sostenevano l’ingerenza militare senza l’approvazione istituzionale da parte di organizzazioni internazionali (come la Spagna dove il presidente José María Aznar si alleò con Blair e Bush nel ‘Trio delle Azzorre’ spaccando l’Unione europea) sia nella zone più remote dell’America Latina, dell’Asia o dell’Africa. La manifestazione del 15 febbraio 2003 a Roma si piazzò nel Guinness dei primati come la protesta contro la guerra più affollata della storia, con 3 milioni di persone. In totale, quel giorno le proteste in 800 città di tutto il mondo mobilitarono più di 30 milioni di persone.

14 anni dopo, dov’è finita la folla pacifista? Dove sono quei 30 milioni di persone? Perché manifestarono contro la guerra in Iraq e oggi non protestano contro la guerra in Libia, Siria, Ucraìna, Yemen o contro le tensioni per l’ingerenza degli Stati Uniti in Corea del Nord? Dov’è finita l’opinione pubblica contro la guerra?

Senza screditare il movimento pacifista del 2003, è necessario analizzare perché era così numeroso in quel momento, così come non è male analizzare i cibi che hanno un buon sapore ma a volte non sono così sani.
I movimenti sociali e l’opinione pubblica sono fenomeni sociali che derivano da alcune esigenze, materiali o ideali, e si concretizzano in un momento specifico, ma la loro diffusione e valorizzazione esige canali di sostentamento. E qui entrano in gioco sfere di potere che mettono in dubbio la piena autonomia di quegli stessi movimenti.

Confrontando l’Iraq del 2003 con la situazione attuale (fra crisi umanitaria in Yemen, rifugiati da Siria o Libia, panico per guerra nucleare con la Corea del Nord) ora viviamo un contesto più allarmante cui fa riscontro una minor presenza del movimento contrario alla guerra. Oggi non vengono alla ribalta musicisti, attori, scrittori, docenti, o autorità della decadente socialdemocrazia europeista (come il PSOE per esempio), con manifestazioni come quelle fatte contro la guerra in Iraq.

Per capire questo paradosso occorre decifrare la mancanza di indipendenza di molti, non tutti, i movimenti sociali di massa. Una delle differenze essenziali fra la guerra in Iraq e i conflitti in corso è la posizione di molti governi. Mentre in Francia, Germania e altri paesi dell’Unione Europea i governi dissero No alla guerra in Iraq -in fondo non per propositi umanitari, ma per i loro interessi economici, dato che le compagnie petrolifere nazionali avevano contratti con Hussein per sfruttare il suo petrolio con le sanzioni delle Nazioni Unite- oggi quegli stessi governi sono coinvolti, direttamente o indirettamente, in conflitti armati come quello contro la Siria o lo Yemen.
Gli interessi economici che perseguivano in Iraq le multinazionali francesi e tedesche, tra le altre, erano mascherati da valori come la pace, la democrazia, la libertà, e per quello era necessario rafforzare la mobilitazione sociale e impattare sull’opinione pubblica per cercare di evitare l’unilateralismo degli Stati Uniti.
Non è stato per evitare la morte di bambini e bambine in Iraq, non diversi da quelli che ora muoiono in Siria, ma per non perdere i loro contratti petroliferi[2].

Una parte della popolazione europea, pacifisti, progressisti, umanisti, anti-imperialisti, scesero in strada come attivisti dei diritti umani, ma la chiamata di milioni di persone a dimostrare ci fu grazie alle istituzioni che creano l’opinione pubblica, i mezzi di comunicazione di massa.
La maggior parte dei media sono privati ​​e molte volte quelli pubblici sono più del governo che della nazione. La copertura che i media accordarono alle dimostrazioni contro la guerra in Iraq fu molto più alta che contro la guerra in Siria o Yemen. Gli interessi privati ​​delle imprese in Iraq, in combutta con la classe politica mascherata da umanitaria, fecero sì che i media dessero voce ai movimenti sociali contrari alla guerra.

14 anni dopo, possiamo vedere in confronto come l’élite economica e politica con i suoi media può alimentare o soffocare un movimento sociale.
L’impatto dei media sul movimento pacifista fu già analizzato durante la guerra del Vietnam, quando una comunicazione più trasparente e democratica, che trasmetteva senza censure dallo stesso campo di battaglia immagini dure ma veritiere, diede vita negli Stati Uniti a un movimento di massa contro la guerra.

Oggi non solo si censura e si manipola questa realtà, ma si decide quando un movimento sociale deve avere la pubblicità necessaria per raccogliere nuovi attivisti.

Oggi l’élite dell’Unione Europea è sempre più sottomessa agli Stati Uniti sulle questioni internazionali e non sostiene più il multilateralismo come fanno altri membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come la Cina o la Russia, e ciò avvantaggia solo gli Stati Uniti. Inoltre, sostenere oggi Donald Trump per l’unilateralismo tanto criticato in George W. Bush nel 2003, fa subire ai dirigenti europei una perdita di autorevolezza sovranazionale in difesa dei loro interessi particolari.
Così, la popolazione europea soffre oggi di passività di fronte a tutto lo scenario violento.

Se fu un interesse economico oscuro a far schierare l’Europa per il NO alla guerra in Iraq, oggi c’è più interesse per il SI alla guerra in Yemen, Ucraìna, Siria, Libia, Somalia, Corea del Nord, con la differenza che nel secondo contesto si provocano migliaia di morti.
Oggi più che mai v’è la necessità di discutere e rafforzare la grande importanza dell’indipendenza del Movimento Sociale Contro le Guerre, dato che esso subisce il giogo ideologico imposto dai poteri economici e dai media mainstream.
Indipendenza per affrontare la crescita dell’industria bellica e il suo impatto a livello internazionale, da parte degli Stati Uniti e dei paesi della NATO.

Anibal Garzón

Traduzione dallo spagnolo di Leopoldo Salmaso

 

[1] NDT: 12 anni dopo, di fronte ad evidenze schiaccianti, Tony Blair confessò che quelle ‘prove’ erano state fabbricate ad arte.

[2] NDT: La vera posta in gioco non era il petrolio ma l’euro. Dopo la prima guerra degli USA contro l’Iraq, nel 2000 con l’accordo “OIL FOR FOOD” Saddam Hussein aveva ottenuto dall’ONU il permesso di vendere il suo petrolio in euro, anzi addirittura che fosse tenuto in euro il suo ‘conto’ presso l’ONU. L’Iraq stabilì un precedente presto seguito da Iran, Cina e altri paesi, e rivelò al mondo che “il re dollaro era nudo”… Così Saddam Hussein firmò la propria condanna definitiva, e così l’unilateralismo divenne per gli USA la scelta definitiva per mantenere il predominio globale, a spese di tutti Europa compresa. Si veda “L’invasione dell’Iraq: Dollaro versus Euro” di Sohan Sharma, Sue Tracy, & Surinder Kumar, tradotto su resistenze.org.

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