Se nemmeno il coronavirus ferma la produzione militare in Italia

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Mentre si sprecano metafore belliche nella lotta al Covid-19, l’emergenza non ha bloccato l’industria degli strumenti di guerra. Che avrebbe potuto riconvertirsi per fabbricare apparecchi medici. Ma il governo anche in questo momento ritiene essenziali le attività di difesa e aerospazio.

30 Marzo 2020
Ultimo aggiornamento: 30 Marzo 2020 alle 08.09

Le industrie che producono armi e sistemi militari continueranno a farlo anche in periodo di lockdown. Neanche il coronavirus, dunque, pare sia in grado di interrompere la vendita di strumenti bellici, a partire dai caccia F-35 fino a pistole e fucili.

 

STATUS PRIVILEGIATO DELLA DIFESA

Come denuncia la Rete italiana per il disarmo, infatti, «oggi scopriamo che il governo concede uno status privilegiato all’industria della Difesa e delle produzioni militari» che avranno la possibilità, proprio mentre vengono rafforzate le decisioni di limitazione agli spostamenti personali e vengono ulteriormente ridotte le categorie economiche e produttive che possono rimanere attive, di decidere autonomamente quali produzioni tenere aperte e quali no.

SUBITO MINACCIATO LO SCIOPERO

Per capire cosa sia successo in questi giorni convulsi, occorre fare un passo indietro. Dopo il decreto del governo Conte della serata di sabato 25 marzo con il quale si stabiliva che a restare aperte sarebbero state solo le attività ritenute «essenziali», grande stupore aveva provocato il fatto che tra queste erano menzionate anche le industrie della difesa e dell’aerospazio, tanto che i lavoratori di questo settore avevano sin da subito minacciato uno sciopero generale. Il rischio, tuttavia, era rientrato dopo un incontro tra sindacati e governo. In quella circostanza, infatti, si faceva sapere che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini «si è impegnato a diminuire la produzione nel settore militare, salvaguardando solo le attività indispensabili».

CHIESTA COLLABORAZIONE E COOPERAZIONE ALLE AZIENDE

Peccato, però, che le cose siano andate in maniera differente. Nel silenzio generale, infatti, il ministro Guerini e il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli hanno inviato una nota all’Aiad (Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la Difesa e la sicurezza), l’organo in pratica che raccoglie tutti i produttori di armi, tramite la quale si invitano le stesse aziende «in uno spirito di collaborazione e leale cooperazione» a considerare «l’opportunità che le società e le aziende federate all’interno di Aiad, nel proseguire la propria attività, possano concentrare l’operatività sulle linee produttive ritenute maggiormente essenziali e strategiche e, di contro, rallentare per quanto possibile l’attività produttiva e commerciale con riferimento a tutto ciò che non sia ritenuto, del pari, analogamente essenziale».

TOTALE ARBITRARIETÀ LASCIATA AI PRODUTTORI

Insomma si rimanda alla completa arbitrarietà dei produttori. Non solo. Il governo, infatti, in ogni caso spiega, in maniera quasi ossequiosa, come «sia stata ancora una volta riconosciuta la strategicità e, più in generale, l’apicale importanza, per il nostro Paese, delle imprese operanti nei suddetti settori industriali, imprese la cui attività produttiva, anche in un momento altamente critico e quello che stiamo affrontando, si è comunque deciso di tutelare appieno».

 

APERTURE NON CONCORDATE CON I SINDACATI

Come sottolinea Francesco Vignarca, portavoce della Rete per il disarmo, «siamo davanti a una decisa e precisa scelta di campo, che ci pare tradisca anche lo spirito dell’accordo sottoscritto con le parti sociali. Senza dimenticare che queste decisioni sull’apertura o meno dei siti produttivi non dovranno essere concordate con i sindacati né a livello nazionale né a quello territoriale». Nella nota, infatti, il governo si limita a esprimere «l’auspicio che su tali decisioni e scelte possano essere debitamente coinvolte anche le diverse rappresentanze sindacali aziendali». Nulla di più.

È NECESSARIO COSTRUIRE ANCORA UN CACCIA?

A pagare il prezzo più alto, ovviamente, potranno essere i lavoratori. «È incomprensibile», continua Vignarca, «che sia considerato “strategico” e necessario continuare a far montare un’ala a un cacciabombardiere o un cingolo a un carro armato, con il rischio di far contagiare i lavoratori addetti a queste attività. Riteniamo inaccettabile chiedere ai lavoratori un sacrificio così alto per una produzione che, oggi, non ha nulla di strategico e impellente e costituisce solamente un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti».

 

IL BISOGNO URGENTE ORA È DI APPARECCHI MEDICI E SANITARI

Sulla stessa linea anche Giorgio Beretta, analista dell’Opal (Osservatorio permanente armi leggere) di Brescia: «Stupisce e rammarica che il governo non abbia invitato le aziende a partecipazione statale del gruppo Leonardo e Fincantieri a convertire immediatamente almeno una parte della propria attività per produrre quegli apparecchi medici e sanitari di cui c’è urgente bisogno e che la Protezione civile sta cercando per mezzo mondo».

 

AGENZIA PER LA RINCONVERSIONE SMANTELLATA DA FORMIGONI

I dati d’altronde, analizzati dallo stesso Beretta, sono più che eloquenti: «In Italia ci sono 231 fabbriche di “armi comuni” e 334 aziende sono annoverate nel registro delle imprese a produzione militare. Ce n’è invece solo una in tutta Italia che produce respiratori polmonari, per l’acquisto dei quali dipendiamo dall’estero». Nessuno, però, ha pensato a riconvertire nulla, come fatto per esempio in altri settori industriali. Il caso più eclatante arriva proprio dalla Lombardia, la regione più colpita dall’emergenza. Qui, infatti, nel 1994 era stata istituita l’Agenzia regionale per la riconversione dell’industria bellica, che poi è stata affossata con l’avvento dell’amministrazione Formigoni. Nel 2006, peraltro, una legge di iniziativa popolare chiedeva di ripristinare l’Agenzia, ma la politica non ha dato seguito a questa richiesta.

LE PRIORITÀ ADESSO SONO ALTRE

E i numeri, non a caso, rivelano quali siano oggi le priorità. «Negli ultimi anni», spiega Beretta, «l’Italia ha prodotto ed esportato sistemi e materiali militari per una media di 2,5 miliardi di euro, mentre ne ha importati per meno di 500 milioni di euro, ma ha dovuto importare “Strumenti per irradiazione, apparecchiature elettromedicali ed elettroterapeutiche” per 1,2 miliardi di euro (esportati per circa 850 milioni di euro) e ha importato “Strumenti e forniture mediche e dentistiche” per circa 6,5 miliardi di euro (esportati per 5,8 miliardi)». Un saldo, dunque, ampiamente positivo per le esportazioni di sistemi militari e deficitario per gli apparecchi medici.

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