Migrazioni e malattie, stereotipi antichi

Preguidizi e emarginazioni nei viaggi della speranza di ieri come in quelli di oggi. Eppure non abbiamo imparato

di Davide Rosso

Migrazioni e malattie. Il tema, in epoca di Covid-19 è apparentemente d’attualità così come le strumentalizzazioni, sempre dietro l’angolo, e le reali condizioni sanitarie delle persone lontane dall’essere conosciute dalla grande massa dei cittadini. Per la verità però il tema è sempre stato problematico. A fine Ottocento e inizio Novecento, durante la Grande migrazione italiana, i migranti erano visti come portatori di malattie, la situazione sanitaria era usata da stati come gli Usa per fermare o “dosare” i flussi, e i progetti migratori delle persone spesso venivano fermati dalle conseguenze dovute alle mancate cure.

Tra i migranti ricoverati nell’ospedale di bordo del piroscafo Conte di Biancamano diretto a New York, nel settembre 1926 per esempio ci sono due donne in stato «grave» per interruzione della gravidanza. «La cartella clinica di una delle ricoverate dice: “Passeggera di terza classe. Età 24 anni. Maritata. Non ha mai avuto gravidanze in passato. A dire del marito ha sofferto di febbri malariche. Aborto già in atto al momento del ricovero. Inutile ogni cura prestata. Deceduta dopo un giorno di ricovero». Questo e altri documenti sono riportati in un bel articolo della storica dell’Università di Genova Augusta Molinari, pubblicato sul numero di gennaio-giugno 2020 della rivista Altreitalie: ricercatrice che sabato 5 settembre a Frossasco, vicino a Torino, ha parlato di “Corpi al lavoro. Un’analisi del rapporto tra malattia ed emigrazione italiana”.

«Parlare di “migrazione e malattia” non è facile – ha spiegato Molinari nel corso dell’incontro che era organizzato dal Museo regionale dell’emigrazione dei piemontesi nel mondo -; non lo è perché è difficile trovare le fonti, ed è difficile leggerle visto che si tendeva a occultare o sottovalutare le malattie». La ricercatrice, una delle massime esperte italiane di storia delle malattie dei migranti, ha scavato però per anni negli archivi consultando documenti, giornali di bordo, diari dei medici, alla fine ne è emerso un mondo poco conosciuto e soprattutto di cui si è parlato pochissimo: quello di chi è morto per malattia a causa della migrazione o quello di chi ha vissuto per anni la marginalizzazione perché il proprio progetto migratorio è fallito a causa della malattia.

Una realtà che la Molinari ha descritto negli anni in vari suoi scritti, e che ha ripercorso nel suo intervento del 5 settembre. Dalle carte lette e studiate emerge tra l’altro la legislazione sull’immigrazione degli Stati Uniti di inizio Novecento che prevedeva provvedimenti di rimpatrio coatto per chi presentava forme di disturbi mentali. «Normativa che divenne ancora più restrittiva nei primi anni Venti con l’emanazione dei “Quota Acts”, il cui obiettivo era ridurre i flussi migratori provenienti dall’Europa meridionale (una manodopera non qualificata, di cui il mercato del lavoro statunitense non aveva più lo stesso bisogno che nel passato)». Ed ecco allora che dal 1903 al 1925 le malattie mentali rappresentano la principale causa di rimpatrio dagli Stati Uniti dopo la tubercolosi. «Nel 1909, su un totale di 80 migranti “respinti” per malattia, 50 sono ammalati di tubercolosi, 30 malati mentali. La percentuale dei respinti per malattia mentale aumenta negli anni Venti: nel 1923 è del 6,83 per mille sul totale dei migranti imbarcati, quella dei malati per tubercolosi del 9, 10».

Il respingimento per insanity poteva avvenire sia al momento dello sbarco sia dopo periodi di permanenza negli Stati uniti non appena il migrante ricadesse sotto il controllo delle sanità statunitense. Sono gli stessi medici di bordo, a volte, a mettere in evidenza quanta fosse la discrezionalità con cui venivano formulate le diagnosi di malattia mentale. «Nella relazione sanitaria del viaggio di ritorno da New York del piroscafo Roma: Dei cento italiani respinti in patria allo sbarco come alienati, 10 erano alienati in patria, 45 avevano dato segni di irritazione durante il viaggio, 4 erano ubriachi, 30 erano sembrati bizzarri ai medici perché gesticolavano, 5 perché avevano dichiarato di avere lontani parenti in manicomio». Cifre e motivazioni inquietanti, così come lo sono le notizie relative a chi dopo essere stato respinto si ritrovava ad essere rinchiuso in manicomio (questa era la sorte che spesso subiva chi rientrava con il marchio di folle) o “semplicemente” subiva l’emarginazione di chi aveva fallito. E poi “il marchio di folle” si incontra spesso con la “paura della follia” e gli effetti per le persone sono devastanti.

Un mondo poco raccontato quello di chi era stato espulso, rifiutato. Una realtà fatta spesso di solitudine, di incomprensione e di violenza. «Spesso a pagarla – dice ancora Molinari – sono state le donne vittime dell’emarginazione, se erano loro ad aver tentato la migrazione, o della violenza dei mariti, se erano questi ad aver provato e subito l’umiliazione del fallimento».

Una storia, quella raccontata da Molinari, in cui i nomi dei luoghi sono quelli ancora oggi famigliari (le navi, i porti, i piccoli paesi da cui si partiva e le grandi città in cui si arrivava), così come i concetti di “altro” portatore di malattie, di disagio, di diversità. Un “altro” utile per l’economia ma su cui è possibile riversare i problemi. Le navi diventano, ieri come oggi, strettoie attraverso cui i migranti devono passare, luoghi dove le malattie si diffondono, dove è difficile difendersi se si parte già debilitati. Le epidemie non si fermano con i confini rappresentati dalle sponde delle navi, anzi queste le trattengono e le ingigantiscono. Malattie come il morbillo e la varicella fanno strage fra i bambini dei migranti come fra gli adulti, non è solo la tubercolosi a colpire in terza classe sui piroscafi affollati e sporchi. L’odore di questi spazi era uno dei ricordi che le persone si portavano dietro per molto tempo. Fu coniato perfino un modo di dire: la «puzza di emigranti». Il medico di bordo del piroscafo Patria dice: «Sebbene prima di imbarcarsi gli emigranti fossero sottoposti a lavature, dopo pochi giorni di viaggio come ci si avvicinava ai dormitori si sentiva puzza di emigranti».

Un odore che arriva fino a noi, o meglio ci arriva il pregiudizio e l’emarginazione che queste persone subirono.

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