Mondiali 2022 in Qatar. Un intreccio tra capitalismo, sport e diritti umani

Mondiali 2022 in Qatar. Un intreccio tra capitalismo, sport e diritti umani
(Foto di Dario Ruggieri)

In occasione della giornata mondiale dello Sport, pubblichiamo un articolo di @Dario Ruggieri sulle violazioni dei diritti umani in Qatar per i mondiali di calcio del 2022.

Quando, nel 2010, la piccola nazione affacciata sul Golfo Persico vinse la candidatura per i Mondiali 2022, fu grande lo stupore tra gli addetti ai lavori e tra i semplici appassionati di calcio.
Dopo 11 anni, allo stupore si sono aggiunte tante ombre. Quella più grande è legata alle molte morti di lavoratori sui cantieri, nati per prepararsi all’evento internazionale del 2022. La maggioranza delle costruzioni sorge attorno a Doha, la capitale qatariota. Un complesso di infrastrutture per un totale di 7 nuovi stadi, un nuovo aeroporto, nuove strade, tantissimi  alberghi e addirittura una nuova città, Lusail, che dovrebbe ospitare circa 250.000 abitanti.

Secondo i dati provenienti da fonti governative e rivelati in esclusiva dal The Guardian, più di 6.500 lavoratori stranieri sono morti durante questo decennio di lavori. “Anche se i dati dei decessi non specificano il tipo di occupazione o il luogo di lavoro, è probabile che molti immigrati morti negli ultimi dieci anni lavorassero in questi progetti”- dice Nick McGeehan, uno dei responsabili di FairSquare Projects, un’organizzazione non governativa che si occupa dei diritti dei lavoratori nei paesi del golfo Persico.
Tuttavia, il comitato organizzatore dell’evento annovera “solo” 37 decessi di lavoratori direttamente impegnati nella costruzione degli stadi, di cui 34 classificati come “non legati al lavoro”, ovvero morti di lavoratori colpiti da malori e deceduti nei cantieri degli stadi. Il triste bilancio delle morti in Qatar è rivelato nei lunghi fogli di calcolo di dati ufficiali che elencano le cause di morte, come lesioni multiple contundenti dovute a cadute dall’alto e asfissia da impiccagione. In alcuni casi le cause di morte sono state impossibili da determinare per via della decomposizione del corpo. Purtroppo, Il Qatar continua a “fare finta di niente su una questione importante e urgente, in apparente disprezzo per le vite dei lavoratori”- ha dichiarato Hiba Zayadin, ricercatrice della regione del golfo Persico per Human Rights Watch. “Abbiamo chiesto al governo di modificare le sue leggi sulle autopsie per poter svolgere indagini forensi per tutte le morti improvvise o inspiegabili, e di approvare norme che impongano di indicare nei certificati di morte una causa rilevante dal punto di vista medico”. Nel 2014 un rapporto dell’International Trade Union Confederation, la più grande federazione sindacale al mondo, stimò che prima del 2022 sarebbero morti almeno 4000 operai. Purtroppo la realtà ha superato le previsioni.

Alle tante denunce di  organizzazioni internazionali- Amnesty International e Human Rights Watch ma anche organismi istituzionali come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro alle Nazioni Unite- ha risposto dicendo «Stiamo lavorando per migliorare il nostro sistema sanitario e previdenziale a vantaggio dei lavoratori, anche stranieri, ma se si guarda ai numeri, le morti bianche non sono superiori a quelle di qualsiasi altro grande cantiere allestito nel mondo in questi anni». Una risposta senza evidenza statistica, che, purtroppo, era stata in passato fatta propria anche dalla Fifa.

Il Qatar ha un’estensione territoriale poco maggiore a quella dell’Abruzzo, ha 2,8 milioni di abitanti ed è il Paese con il reddito pro-capite più alto al mondo. Ha un flusso immigratorio costante e la sua forza lavoro è fondata sullo sfruttamento di manodopera a basso costo. Emblematico il fatto che solo nell’Agosto 2020 è stato abolito il sistema del Kafala, che consentiva al lavoratore di iniziare un’altra occupazione solamente dopo aver ottenuto un certificato di non-obiezione da parte del precedente datore di lavoro. May Romanos, una ricercatrice di Amnesty International nel Golfo afferma  che “è necessario che il Qatar rafforzi i suoi standard di salute e sicurezza sul lavoro”.

E lo sport? Come ha reagito di fronte all’evidenza e al susseguirsi di queste notizie? E quali i provvedimenti? In occasione dell’esordio alle Qualificazioni Mondiali 2022, alcune squadre nazionali hanno espresso il disappunto, anche con gesti simbolici e visibili. Su tutte  la Norvegia e la Germania, che ha sfoggiato la scritta “Human Rights” prima dell’inizio della partita. Toni Kross, centrocampista della nazionale tedesca e del Real Madrid, ha rilasciato delle dichiarazioni molto nette riguardo il mondiale in Qatar: “Non condivido l’organizzazione del Mondiale al Qatar, anche se è una scelta di ormai dieci anni fa. Questo per numerosi motivi che vanno dalle condizioni di lavoro in cui operano le persone in quel paese, al fatto che l’omosessualità è un reato perseguito, la mancanza di cibo e acqua per i migranti e tanti altri. Operai, immigrati, che lavorano senza pause, anche a 50°. Senza cibo, né acqua, qualcosa di assurdo soprattutto a certe temperature. La sicurezza sul lavoro non è tutelata in alcun modo. Non c’è alcuna assistenza medica e spesso i lavoratori sono stati anche oggetto di violenze. Tutte cose francamente inaccettabili. In generale, ci sono condizioni di lavoro pessime per gli operai, indipendentemente dal fatto che si tratti di costruire stadi di calcio o altro“.

Vi è anche chi ha iniziato a parlare di boicottare la manifestazione sportiva, per garantire un roboante calcio a queste discriminazioni ed ingiustizie. Ipotesi tagliata sul nascere, come spiega in maniera chiara il presidente della Federcalcio svizzera Dominique Blanc: “Vogliamo usare il nostro dialogo con Amnesty International e la FIFA per fare una campagna attiva per il rispetto dei diritti umani e il miglioramento dei diritti dei lavoratori, sfruttando così al massimo la nostra influenza”. Anche Amnesty non è a favore del boicottaggio:” Siamo convinti che il calcio sia un potente strumento per promuovere valori fondamentali come la tolleranza, il rispetto o l’uguaglianza. Ma sempre usando il dialogo e non coi mezzi del boicottaggio, che secondo noi è meno efficace”. E allora manteniamo la speranza che lo sport, quello elitario, con le soggettività da cui è composto si elevi a parte integrante di una società migliore e che, per una volta, non si volti dall’altra parte. Non pretendiamo la rivoluzione da multimilionari ma almeno, come afferma il collettivo Minuto Settantotto, consapevoli che “il Mondiale in Qatar ci sarà, lascerà capitoli di vergogna tanto quanto ogni edizione disputata a oggi, e passerà. Diamogli almeno il modo d’essere utile.”

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