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Una pagina sulla riforma radicale sul sito dei quaccheri .it

Il sito www.quaccheri.it dopo un anno di attività tocca le 500 visite mensili pur non avendo alcun alimento da facebook ma solo via Twitter: come mondo spirituale diverso dal calvinismo, ossia i valdesi in Italia, apriremo nei prossimi mesi una pagina sulla riforma radicale con particolare riguardo ai fratelli mennoniti, che come noi condividono la nonviolenza come scelta suprema. Non ha importanza il fatto che non siamo anabattisti come loro ma vuole essere un contributo alla tolleranza, al razionalismo, alla dignità dell’uomo al di fuori del credo religioso, al rispetto per l’ateismo anche… Tutti i giorni sul sito dei mennoniti marginali americani in Facebook sono elencate le stragi del passato di cattolici e protestanti. Noi possiamo dare a loro spazio nella libertà e desideriamo ricordare contro i calvinisti il messaggio di Sebastiano Castellione sulla condanna di Serveto, una delle migliaia….
« Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. Quando i ginevrini hanno ucciso Serveto non hanno difeso una dottrina, hanno ucciso un uomo. Non spetta al magistrato difendere una dottrina. Che ha in comune la spada con la dottrina? Se Serveto avesse voluto uccidere Calvino, il magistrato avrebbe fatto bene a difendere Calvino. Ma poiché Serveto aveva combattuto con scritti e con ragioni, con ragioni e con scritti bisognava refutarlo. Non si dimostra la propria fede bruciando un uomo, ma facendosi bruciare per essa »
(Sebastian Castellion,Contro il libello di Calvino, Torino 1964)

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Perché dobbiamo aver cura degli animali? Abbiamo una responsabilità di loro custodi della Creazione

Perché dobbiamo aver cura degli animali? Abbiamo una responsabilità di loro custodi della Creazione

Animali / Uomini

Sì, l’uomo è un animale, ma non è solo questo. Abbiamo moltissime cose in comune con gli animali, tanto che dal punto di vista scientifico non è facile definire ciò che ci distingue da loro. Saremmo quindi nel torto se cercassimo di fare i furbi o di considerare gli animali come degli oggetti o vite senza valore. È importante ciò che si legge nelle prime pagine della Bibbia: gli animali e gli esseri umani sono stati creati lo stesso giorno, il sesto. Questo ci invita a riflettere sul posto importante che tutti gli esseri viventi hanno nell’universo.
La Bibbia aggiunge che l’essere umano ha qualche cosa in più degli animali:
Dio benedice l’essere umano (Genesi 1,28). Ecco ciò che fa di noi degli esseri umani: Dio ci riconosce come tali. Questo titolo non occorre meritarselo essendo intelligenti o saggi: Dio ci riconosce come essere umani e dunque siamo tali, ci adotta come suoi figli e dunque lo siamo (Romani 8,17).
Inoltre, Dio dona all’essere umano il suo Spirito (Genesi 2,7). L’essere umano è quindi una creatura, come qualsiasi animale, ma è anche qualcosa di più, perché Dio gli dà qualcosa che fa di lui un essere a immagine di Dio. Siamo quindi una creatura, ma allo stesso tempo, a nostro modo, siamo anche creatori, un po’ come Dio. Siamo benedetti da Dio, ma possiamo essere a nostra volta fonte di benedizione.
In breve, riceviamo uno straordinario riconoscimento, senza condizioni. Ma questo ci obbliga a una responsabilità particolare nei confronti della creazione. Dopo avere creato e benedetto l’uomo, Dio lo pone nella sua creazione “per coltivarla e custodirla” (Genesi 2,15), dandoci la responsabilità di curare il nostro pianeta e di perfezionare ciò che non va nella natura (con la medicina, l’irrigazione, le costruzioni… intelligenti e buone). Dio propone infine all’uomo di dare un nome agli animali (Genesi 2,20), così che possa riconoscerne l’importanza e il posto nell’ordine della natura.

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Sdegno quacchero per la legge veneta contro i luoghi di culto

 

Definita anti moschee, penalizza in realtà tutte le confessioni in espansione

Questa volta nemmeno gli appelli delle gerarchie cattoliche, che pur in quelle terre godono di indubbia considerazione, hanno scalfito la ferrea volontà dei legislatori veneti, coriacei nel condurre in porto una norma volta a limitare l’edificazione di nuovi luoghi di culto sul territorio che fu della Serenissima. Domenica scorsa dalle colonne del giornale diocesano “Gente veneta” il patriarca di Venezia Francesco Margaglia aveva  forzato il tradizionale riserbo pubblicando un articolo che con toni chiari bocciava senza appello la legge perché «L’esercizio, anche pubblico, della fede è valore civile ed ecclesiale che permette a tutti di esprimersi rispettando le altrui convinzioni». Margaglia, che poco più di un anno fa è stato il primo patriarca di Venezia a predicare nella chiesa valdese e metodista della città dei due leoni, non nasconde le difficoltà insite in una società che si trasforma in fretta, ma sono altri e ben più alti i fini ultimi:  «il contesto attuale è complesso e frammentato e, per questo, richiede molte attenzioni. Si esigano pure le giuste forme di tutela e di garanzia, si richieda un forte senso di responsabilità e di rispetto da parte di tutti, anche un senso più vivo della legalità – chiarisce – ma non si retroceda dal principio irrinunciabile della libertà religiosa. La libertà religiosa, rispettosa della coscienza altrui e amante delle buone regole del vivere civile, deve oggi più che mai essere potenziata. Non restringiamone i confini». Nulla, vox clamantis in deserto.

Figuriamoci se potevano godere di maggior fortuna gli appelli e i pareri di altre confessioni, che pure sono state ascoltate il 12 gennaio scorso nel corso di un audizione in consiglio regionale cui hanno partecipato rappresentanti del mondo protestante, musulmano e sikh.

Martedì 5 aprile l’assemblea regionale ha quindi varato ad ampia maggioranza la legge, che sul modello di quanto già proposto dai colleghi lombardi, pone vincoli urbanistici e linguistici per poter ottenere il semaforo verde e edificare quindi nuovi luoghi di culto. La parola moschea non compare mai nel testo ma è chiaro che questo è l’obiettivo dei legislatori di Lega Nord, Forza Italia e Alleanza Nazionale che l’hanno approvato. Tutto ciò incuranti della recentissima sentenza del 24 gennaio scorso della Corte costituzionale che ha bocciato vari aspetti della norma lombarda, che aveva ravvisato un palese tentativo di violare il diritto di professare il proprio credo: «Non è consentito al legislatore regionale, all’interno di una legge sul governo del territorio, introdurre disposizioni che ostacolino o compromettano la libertà di religione, ad esempio prevedendo condizioni differenziate per l’accesso al riparto dei luoghi di culto».

Nel merito la nuova legge prevede che nuovi luoghi di culto possano sorgere solo in aree F (infrastrutture e impianti di interesse pubblico, nella maggior parte dei Comuni presenti in periferia), purché dispongano di strade, parcheggi e opere di urbanizzazione adeguate («con oneri a carico dei richiedenti»), previa convenzione stipulata col Comune. Aree periferiche e opere connesse di appoggio a carico dei proponenti: aprire una chiesa, un tempio o una moschea rischia in questo modo di costare quanto un centro commerciale, salvo che non si tratti in questo caso di attività commerciali.

La legge non si applica agli edifici esistenti , anche qualora vogliano ampliarsi fino al 30%, sempre che siano immobili destinati al culto, abitazioni dei ministri del culto o del personale di servizio: ma quali sono nel nostro paese gli edifici di culto sicuramente esistenti? Le chiese cattoliche ovviamente. Nel testo vi è poi indicazione che per le attività «non strettamente connesse alle pratiche rituali del culto» sia d’obbligo l’uso della lingua italiana, e in ultima battuta si concede ai cittadini lo strumento referendario per dire eventualmente la propria.

Alessandra Trotta, diacona e presidente dell’Opera per le chiese metodiste in Italia si era espressa sulla nascitura norma in questi termini: «L’evidenza e gravità delle restrizioni rivelano uno spirito di pregiudiziale disfavore nei confronti delle comunità di fede diverse da quella della maggioranza (quelle islamiche o quelle, cristiane o di altre religioni, composte da immigrati), le cui attività vengono considerate sotto il profilo della presunta pericolosità per la sicurezza e l’ordine pubblico, la morale comune e persino la salute; dunque da limitare, anche ponendo ostacoli praticamente insuperabili al soddisfacimento di un bisogno profondo, quello di disporre di luoghi dignitosi per riunirsi. Se davvero l’obiettivo politico (come dichiarato) è spingere queste comunità all’integrazione rispettosa della “nostra cultura” e dei “nostri principi” di convivenza civile, il risultato è opposto: una marginalizzazione delle comunità di fede, spinte a chiudersi il più lontano possibile dai luoghi della vita comunitaria, del confronto, dell’integrazione o costrette a continuare ad arrangiarsi con soluzioni inadeguate, sempre esposte al rischio di interventi d’autorità».

Come sempre quando si spara nel mucchio il rischio è di fare vittime collaterali rispetto ai propri disegni iniziali. E se l’obiettivo del legislatore era in questo caso, assurdamente, il mondo islamico, a farne le spese sono in realtà tutte quelle confessioni che stanno traendo nuova linfa anche grazie ai contributi dei fedeli provenienti dai paesi lontani. Solo poco tempo abbiamo raccontato le vicende della chiesa battista di Treviso in continua espansione in questi anni grazie all’apporto di tanti fedeli stranieri, africani e sudamericani, tanto che si è reso necessario aprire nuovi luoghi di culto anche a Padova e in altre realtà. Nota significativa inoltre, dal gennaio di quest’anno per la prima volta è un pastore italiano a predicare nella chiesa battista di Treviso. Ecco servita una perfetta storia di integrazione riuscita attraverso il dialogo, il coinvolgimento, il confronto, ideali troppo spesso dimenticati. Ora per tutte queste realtà, già spesso obbligate da mancanza di fondi o di contatti giusti a riunirsi in scantinati, garage, sottoscala, sembra diventare utopia la possibilità di godere di spazi comuni di preghiera e riflessione. Minando alla base la speranza di una sincera integrazione.

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La preghiera di Manasse

Alla scoperta delle ricchezze del nostro sito

https://ecumenici.wordpress.com/spiritualita/

 

 

Questa preghiera veniva predicata dai colportori valdesi fin dal Medio-evo. I colportori erano i venditori ambulanti di Bibbie ed opuscoli biblici. Sono parecchi i racconti che ci sono pervenuti su questi umili predicatori, tra cui quello – più recente nel tempo – del colportore entrato il 20 settembre 1870 a Porta Pia, dietro ai bersaglieri, conducendo un cane che trainava il suo carrettino biblico Esiste tra l’altro un “commento” significativo dall’Osservatore Romano del maggio 1890, così come citato da “L’Italia Evangelica” nel numero del 24 maggio 1890: Ora abbiamo anche la Carrozza Biblica, un ritrovato di cui ha il brevetto d’invenzione la società protestante […]; lo spacciatore è un tipo fra il ministro evangelico e il cavadenti, il quale dall’alto della vettura cerca di accreditare la merce con discorsi ciarlataneschi nei quali fa entrare un poco di tutto… e le risa di scherno e le apostrofi burlesche che gli vengono dirette devono avergli fatto già inghiottire vari bocconi amari.

 

Tu, pertanto, o Signore, Dio dei giusti

Non stabilisti di far grazia ai giusti,

come Abramo, Isacco e Giacobbe,

coloro che non peccarono contro di te;

ma stabilisti di far grazia a me, che sono un peccatore.

E ora guarda, sto piegando le ginocchia del mio cuore dinanzi a te;

e sto implorando la tua benevolenza.

Ho peccato , o Signore, ho peccato;

e conosco bene i miei peccati.

Ti imploro;

perdonami, o Signore, perdonami!

Non distruggermi con le mie trasgressioni;

non essere adirato con me per sempre;

non ricordare i miei peccati,

e non condannarmi e non mi esiliare negli abissi della terra!

Perché tu sei il Dio di quanti si pentono

 

(Preghiera di Manasse, vv.8 e 11-13)

 

 

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La religione fa il pieno ma le chiese si svuotano (tutte comprese le protestanti)

 

 

Secolarizzazione in crescita, anche fra i protestanti italiani

Neanche un italiano su tre frequenta regolarmente un luogo di culto: la percentuale si è ulteriormente ridotta negli ultimi dieci anni, passando dal 33,4% del 2006 al 29% del 2016. E’ uno dei tanti numeri resi noti dall’Istat, che ha fotografato la “propensione alla pratica religiosa” degli italiani. Mentre negli anni ’60 andava di moda citare i teologi della “morte di Dio”, oggi la religione è in piena rivincita e spesso riempie di significati e di certezze il vuoto politico e culturale esistente. Certo le religioni sono anche sotto accusa per il loro ruolo nei tremendi conflitti odierni: è il fondamentalismo, l’idea che chi non è della tua religione va convertito o eliminato brutalmente. Niente di nuovo.

Ma se la religione “tira”, una persona su cinque dichiara di non frequentare mai la chiesa; il disinteresse per la fede riguarda più o meno tutte le età, anche se gli studenti sono la categoria più agnostica.

La secolarizzazione in Europa è assai più forte (in Svezia, per esempio, il 90% si dichiara religioso, ma solo il 3% praticante). Molti cercano una religione ritagliata sul personale, rifiutano dogmi, precetti morali, istituzione ecclesiastica,vogliono una religione “fai da te”, che non imponga doveri e non chieda responsabilità, “che ti faccia star bene con te stesso”. Quindi la chiesa, al massimo funziona come un “servizio” (dal battesimo al matrimonio e al funerale, alla casa per anziani e oggi al pacco alimentare o alla mensa). Perché andare a messa o al culto? «Ho un mio rapporto personale con Dio, il resto non mi interessa», si sente dire spesso.

Che cosa succede in casa valdese e metodista al riguardo? Il lamento che le chiese sono mezze vuote si sente anche da noi. Sono andato a rileggere qualche cifra riguardante le chiese metodiste e valdesi nel rapporto annuale al Sinodo della Tavola valdese. Tra i dati che possono dare qualche indicazione, ho scelto il numero dei membri comunicanti e quella della media dei frequentanti il culto domenicale. Naturalmente le medie vanno prese con le pinze, vista la differenza di dimensioni tra chiese con più di mille membri e altre con meno di cinquanta.

Uno sguardo al Distretto del Sud ( Sicilia, Calabria, Puglia, Campania) ci dice che nelle 33 chiese presenti sul territorio, con 1308 membri comunicanti, circa la metà segue il culto domenicale. Nel Distretto delle Valli Valdesi, con 18 chiese e 8724 comunicanti (erano 9757 alla fine del 2006, quindi c’è stata una perdita di oltre mille persone in 8 anni) sono solo 1132 (in media) quelli presenti al culto domenicale. Qualche esempio: 150 a Torre Pellice (con 1348 comunicanti)125 a Luserna S.Giovanni (con 1273), 20 a Prali (con 187), 11 a Massello (con 39).

Qualche grande città: Torino (195 al culto su 943 comunicanti), Milano metodista (134 su 232) Milano valdese (114 su 560), Roma piazza Cavour (80 su 282), Napoli Cimbri (25 su 81).

Qualche piccola città: Riesi 17 su 50, Villa S.Sebastiano 23 su 112 Venosa-Rapolla 20 su 65.

Si potrebbe continuare. Perché il culto è così poco frequentato? Perché la domenica mi riposo, perché non mi piace il pastore, perché i sermoni non mi lasciano niente, perché la chiesa si “secolarizza” e non c’è spazio per la spiritualità…

Secolarizzazione: parola difficile da spiegare, che letteralmente significa passaggio di persone o cose dal dominio ecclesiastico a quello del potere civile. Una cosa dunque per certi versi positiva. La modernità non sarebbe stata possibile se non con la secolarizzazione e la laicità. Insomma i conventi sono stati aperti. Nelle nostre chiese la secolarizzazione è spesso vista come abbandono della fede. Come assimilazione dei valori mondani, come abbandono del culto. Però in un versetto dell’epistola ai Romani, che mi sono spesso ripetuto, l’apostolo Paolo non dice di non secolarizzarsi, bensì di essere NEL mondo ma non DEL mondo:

«Non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà».

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I fuochi della libertà stasera nelle valli valdesi

 

di Pawel Gajewski

Falò in ricordo del 17 febbraio 1848È consuetudine che la sera del 16 febbraio nei villaggi e nelle borgate delle Valli valdesi si accendano dei fuochi di gioia in ricordo della firma delle “Lettere Patenti” con le quali il Re Carlo Alberto concedeva per la prima volta nella storia del Piemonte i diritti civili alla minoranza valdese e, qualche giorno dopo, anche alla minoranza ebraica.

Celebrare oggi quell’evento non vuol dire solo ricordare un momento del passato, ma soprattutto essere consapevoli che la libertà di coscienza è una delle libertà fondamentali di uno stato democratico come del resto viene anche affermato nella Carta costituzionale della Repubblica Italiana. Libertà e fratellanza sono insiti nell’accensione del falò, “fuoco della libertà”, simbolo gioioso di comunione e dialogo tra popoli, culture e fedi diverse.
La festa, da sempre, non ha un carattere religioso – sebbene i valdesi siano oggi ancora riconoscenti al Signore per la libertà ottenuta – ma civile. Intorno al falò si raduna tutta la popolazione al di là delle differenziazioni politiche, culturali, religiose, per una grande festa popolare.

Il giorno dopo in ognuna delle Chiese delle Valli viene celebrato un culto di ringraziamento. Il 17 febbraio tuttavia non si esaurisce con la celebrazione del culto e con la gioiosa atmosfera del pranzo comunitario.

DietroFrantex! Disegni per disarmare la frontiera

Ogni chiesa cerca di promuovere un evento pubblico volto a ricordare il valore della libertà. Quest’anno segnaliamo due importanti manifestazioni che si svolgeranno in due luoghi simbolici per i valdesi.

A Torre Pellice (TO), considerata la “capitale” della Chiesa evangelica valdese, nel tempio del centro alle 21 si terrà un incontro pubblico dedicato al progetto Mediterranean Hope, con canti e testimonianze e la partecipazione di Francesco Piobbichi, operatore sociale a Lampedusa, e autore della mostra «DIETRO FRONTex! Disegni per disarmare la frontiera». I disegni saranno esposti all’interno del tempio.

A Guardia Piemontese (CS), in Calabria, il 20 febbraio, dalle 16 fino alle 22 con la partecipazione del pastore Gianni Genre, si celebrerà la giornata commemorativa del massacro dei valdesi calabresi avvenuto nel 1561. Durante la manifestazione sarà presentato il romanzo di Claudio Ciarlo intitolato semplicemente «1561».

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Liste indipendenti di appoggio bustese alla candidatura quacchera Benazzi a Sindaco indipendente di Olgiate O.

Riconosco esclusivamente come tributo alla Beata Giuliana, dove sono stato battezzato cattolico ambrosiano – Svizzero Zwingliano in Busto, il diritto di presentare Liste indipendenti con capilista il medico stamani presente della Farmacia di Fronte all’Ottima panetteria tradizionale nella continuazione dell’attuale Via Piave 180. E lista autonoma congiunta fra i due mitici delle moto locali nella mia via e in quella vicina alla panetteria di Busto consigliata. Li facciamo tutti diventare mondiali?

Unico impegno per le liste di sostegno quello aggiuntivo per le famiglie arcobaleno con figli adottati longobardi di area padaniese. Ovvio che Liga se vuole mi appoggia e se nel suo interesse geografico, locale. Se Benazzi si sposa con uno di Badgad libera, saranno pure affari suoi di famiglia quacchera.

Scelgo come Avvocato gradito personale Cota per cause nella mia zona lombarda. Inevitabile il confronto senza transazione monetaria in Euro a mio favore con Studio rag. Pietro Zicchittu di via Duca D’Aosta 15 a Busto Arsizio (area perimetrale della cattedrale quacchera in essere con biblioteca TCI nel rispetto del sacro suolo del gatto teologo e dei cani nella zona di interconfine protetta da reti con altre aziende) e Adler Ortho di Cormanno.  Non penso di essere stato minacciato da altri a Roma…. ma non ci metto la mano sul fuoco. Sono un non cristiano e non romano per interfede. Quacchero italiano. Longobardo doc oggi.

In futuro vediamo chi discende da me in matrimonio.

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DOMANI A ROMA SFILERANNO…

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Storie ufficiali ironiche delle Presidenze… Vi immaginate la stessa foto qui in Italia fra i defunti ?

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Ecco il terzo papa in Italia: fu intronizzato da Don Giussani come chance di potere della chiesa di Roma. Affamata di otto per mille e offerte varie, messe dei defunti e rendite di posizione

.

DOMANI A ROMA SFILERANNO PER DARE IL LORO SOSTEGNO AL REGIME DI ASSAD I NAZIFASCISTI DI TUTTA EUROPA. Le organizzazioni italiane coinvolte sono i gruppi più noti dell’estremismo di destra, da CasaPound all’arcipelago dei movimenti neonazisti e rossobruni.
CONTRO QUESTA MANIFESTAZIONE, è STATA INDETTA UNA MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA, PER LA LIBERTA’, LA DIGNITA’ E IL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI. Info su:  
http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1624

Contrariamente alle tesi di parte di questa manifestazione non condanniamo le decisioni assunte per l’aiuto dei ribelli contro il regime. Chiamateci filoamericani. Non ci vergogniamo affatto! Non siamo cattolici per fortuna. Non sappiamo cosa farcene della sinistra radicale.
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In breve dal mondo abitato
Valdesi. Otto secoli di storia. Otto secoli di inutilità per la storia dei diritti civili contro la schiavitù, contro le carcere disumane, contro l’eguaglianza delle donne fino al secolo scorso, contro l’esasperazione del mito capitalista, conto i riti, le liturgie e i sacramenti vuoti. I quaccheri nonviolenti non raccolgo soldi in nome di tutto questo. Non accettano l’otto per mille. Non sono amici del cristofascismo. Non sono protestanti o evangelici, nonostante quello che scrive Voce Evangelica.
In Italia la presenza degli ebrei ortodossi sono assolutamente minoranza nel mondo. Non contano nulla né nel dialogo né come dottrine del pianeta. Gli ebrei ovunque sono amici dei gay e del matrimonio per tutti. Non fanno testo quelli italiani.
Solidarietà ai Testimoni di Geova, contro il cristianesimo burocratico, violento, raccapricciante dello Stato http://www.corriere.it/cronache/13_giugno_13/leva-militare-causa-persa_f419c7f4-d436-11e2-9edc-429eec6f64c6.shtml
IL RICORSO RESPINTO
Renitente alla leva, condannato e poi graziato in ostaggio della burocrazia: (e ora paga le spese)
Testimone di Geova, nel 1983 rinunciò alla divisa e finì in cella
Tornato libero, per 8 anni non gli è stato dato il congedo
Una recente visita del ministro Mauro a Milano Una recente visita del ministro Mauro a Milano
TERAMO – Nel 1983 il suo «no» alla guerra gli valse il carcere. Oggi, a distanza di trent’anni, continua a procurargli guai. È la storia di Marco R., 51 anni, teramano, testimone di Geova che, per aver rifiutato di indossare la divisa (e non aver aderito in alternativa al servizio civile sostitutivo introdotto nel 1972), finì dietro le sbarre prima a Peschiera del Garda e poi a Gaeta. Fu graziato dal Presidente della Repubblica, ma non congedato subito. In questi casi, infatti, non avendo espiato l’intera pena, l’amministrazione militare continuava a richiamare gli obiettori di coscienza. Così Marco fu esonerato e posto in congedo illimitato solo nel 1991, per effetto anche del recepimento di alcune sentenze della Corte costituzionale. Per quasi otto anni, quindi, essendo formalmente riconosciuto alla stregua di un militare, non ha potuto partecipare a concorsi pubblici, non si è potuto trasferire all’estero neanche per motivi di lavoro ed è stato escluso dal sistema sanitario nazionale.
IL DANNO – «L’ultima beffa – racconta a Corriere.it Cesare Mazzagatta, avvocato di Marco – è arrivata dopo che, nella causa intentata contro l’Inps (difeso dagli avvocati Paolo Aquilone e Silvana Mariotti, ndr) per il riconoscimento dei contributi figurativi relativi al periodo in cui risultava arruolato nell’Esercito italiano, il tribunale di Teramo gli ha dato torto condannandolo anche a pagare le spese di giudizio per complessivi 1.650 euro più Iva e altro. Come dire che non è valso a nulla per il mio cliente l’essere rimasto incorporato nell’esercito per un così lungo periodo, con tutte le pesanti conseguenze che ne sono derivate».
LA STORIA – Marco fu chiamato alle armi il 28 giugno 1983, a vent’anni. Il giorno dopo si presentò al Battaglione Alpini di Vicenza e, dopo essere stato immatricolato, rifiutò di indossare l’uniforme. Venne rinchiuso in camera di punizione e poi processato. Il 7 luglio la condanna del tribunale militare di Padova per rifiuto di prestare il servizio di leva e il trasferimento nello stabilimento di pena di Gaeta. Un calvario durato alcuni mesi, fino alla scarcerazione avvenuta il 22 settembre con il provvedimento di clemenza firmato da Sandro Pertini.
L’ITER GIUDIZIARIO – Nonostante non abbia mai svolto il servizio militare, Marco è risultato formalmente un militare fino al 27 febbraio 1991. Il suo status viene confermato anche nella sentenza del giudice del tribunale di Teramo, Alessandro Verrico, il quale, per spiegare la sua particolare condizione, fa riferimento alla vecchia distinzione tra i militari che nella Prima Guerra Mondiale erano impegnati in zone di guerra e quelli che restavano «a disposizione». Questi ultimi, ai fini contributivi, erano esclusi dal trattamento riservato ai primi. Il giudice, a tale proposito, riporta integralmente un articolo del regio decreto 1827 del 1935 (non più vigente ma citato nella legge italiana che ancora oggi regola la materia, la 153 del 1969), secondo cui «è computato utile agli effetti delle prestazioni per l’invalidità e per la vecchiaia il periodo di servizio militare effettivo prestato nelle forze armate italiane a decorrere dal 25 maggio 1915 fino al 1° luglio 1920». Sono esclusi tuttavia i periodi «nei quali l’assicurato, durante il servizio militare, sia stato comandato o messo a disposizione presso stabilimenti ausiliari», cioè quelli in cui non si veniva impegnati in operazioni belliche.
IL RICORSO – Marco è convinto delle proprie ragioni e non ha alcuna intenzione di arrendersi. «Faremo ricorso in appello – annuncia l’avvocato Mazzagatta – contro una sentenza che non tiene conto né dell’interpretazione che lo stesso Inps dà, in altri casi analoghi, ai periodi riconoscibili a fini contributivi né alla realtà, a tratti paradossale, in cui sono finiti quei cittadini italiani che rifiutavano il servizio militare quando l’obiezione non era rispettata».
Nicola Catenaro 13 giugno 2013 | 16:39 Corsera
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14 giugno 2013 · 3:26 pm

Torniamo per parlare di Conclave

Identikit del futuro papa: l’appello di duemila teologi cattolici
28 febbraio 13

(ve/adista) Sono arrivate a quasi 2mila le adesioni al documento lanciato da un gruppo di teologi cattolici di tutto il mondo nell’ottobre scorso, in occasione dei 50 anni dell’apertura del Concilio Vaticano II, che traccia l’identikit del futuro papa e le priorità del prossimo pontificato. Da Hans Küng a Leonardo …Boff, da Paul Knitter a mons. Calsaldáliga, da Peter Phan a Paul Collins, tutti i più grandi nomi della teologia cattolica compaiono in calce a un documento che torna prepotentemente di attualità in questi giorni precedenti il Conclave. Di seguito il testo integrale.

“Molti insegnamenti del Vaticano II non sono stati affatto, o solo parzialmente, tradotti in pratica. Questo è dovuto alla resistenza di certi ambienti, ma anche, in una certa misura, alla irrisolta ambiguità di alcuni documenti del Concilio.
Una delle principali cause della stagnazione odierna dipende dal fraintendimento e abuso nell’esercizio dell’autorità nella nostra Chiesa. In concreto le seguenti tematiche richiedono una urgente riformulazione.
Il ruolo del papato necessita di una chiara ri-definizione in linea con le intenzioni di Cristo. Come supremo pastore, elemento unificante e principale testimone di fede, il papa contribuisce in modo essenziale al bene della Chiesa universale. Ma la sua autorità non dovrebbe mai oscurare, diminuire o sopprimere l’autentica autorità che Cristo ha dato direttamente a tutti i membri del Popolo di Dio.
I vescovi sono vicari di Cristo e non vicari del papa. Essi hanno la diretta responsabilità del popolo delle loro diocesi, e una condivisa responsabilità con gli altri vescovi e con il papa, nell’ambito dell’universale comunità di fede.
Il sinodo centrale dei vescovi dovrebbe assumere un più decisivo ruolo nel pianificare e guidare il mantenimento e la crescita di fede nel nostro mondo così complesso.
Il Concilio Vaticano II ha prescritto collegialità e co-responsabilità a tutti i livelli. Questo non è stato messo in atto. I vari organismi presbiterali e consigli pastorali, previsti dal Concilio, dovrebbero coinvolgere i fedeli in modo più diretto nelle decisioni riguardanti la formulazione della dottrina, l’esercizio del ministero pastorale e l’evangelizzazione nell’ambito della società secolare.
L’abuso di coprire posti di guida nella Chiesa con soli candidati di una determinata mentalità è una scelta che dovrebbe essere sradicata. Al suo posto dovrebbero essere formulate e monitorate nuove norme che assicurino che le elezioni a queste cariche siano condotte in modo corretto, trasparente e il più possibile democratico.
La Curia romana ha bisogno di una riforma più radicale in linea con le istruzioni e la visione del Vaticano II. La Curia si dovrebbe limitare ai suoi utili ruoli amministrativi ed esecutivi.
La Congregazione per la Dottrina della Fede dovrebbe essere coadiuvata da commissioni internazionali di esperti, scelti indipendentemente per la loro competenza professionale.
Questi non sono tutti i cambiamenti necessari. Ci rendiamo anche conto che l’attuazione di queste revisioni strutturali necessitano una elaborazione dettagliata in linea con le possibilità e le limitazioni delle circostanze presenti e future. Sottolineiamo, però, che le riforme, sintetizzate qui sopra, sono urgenti e la loro attuazione dovrebbe partire immediatamente.
L’esercizio dell’autorità nella nostra Chiesa dovrebbe emulare gli standard di apertura, responsabilità e democrazia raggiunti nella società moderna. La leadership dovrebbe essere corretta e credibile; ispirata dall’umiltà e dal servizio; con una trasparente sollecitudine per il popolo invece di preoccuparsi delle regole e della disciplina; irradiare Cristo che ci rende liberi; prestare ascolto allo Spirito di Cristo che parla e agisce attraverso tutti e ciascuno”.

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Il protestantesimo italiano conta quasi meno di zero ma non è così per quello europeo dove c’è un dibattito vivo sul prossimo Conclave che si aprirà settimana prossima. Sono prospettive oggettivamente diverse da quelle valdesi, di una chiesa alpina. Cerchiamo di capirci qualcosa.

Interrogativi, perplessità e proposte concrete rivolte all’ipotetico successore di Benedetto XVI

(Daniel Marguerat)… Sua Santità, Lei è stato appena eletto dal santo conclave dei cardinali, e la fumata bianca uscita dalla Cappella Sistina ha annunciato al mondo: habemus papam. Addossarsi la carica politico-religiosa più pesante al mondo ispira un infinito rispetto. Permetta ad un protestante di condividere questo rispetto e di rivolgerle i propri voti, cioè i propri auguri. Infatti la storia mostra che protestanti e cattolici hanno destini profondamente legati; tornerò su questo punto.

I suoi predecessori sono stati un grande intellettuale (Paolo VI), un fine politico (Giovanni Paolo II), un teologo guardiano del dogma (Benedetto XVI). Lei che cosa sarà: un pastore? Un organizzatore? Uno spirituale? Comunque sia, una persona che abbia talenti di aggregatore è indispensabile ad una Chiesa cattolica tormentata come non mai.
Il gelo dell’ecumenismo ha deluso milioni di fedeli che si erano impegnati in progetti comuni con le altre Chiese e si trovano oggi respinti da giovani preti rigidi quanto il loro colletto romano. La teologia della liberazione, che aveva suscitato in America Latina un grande entusiasmo popolare è oggi esangue; affermare “l’opzione prioritaria di Dio per i poveri” evidentemente non è più d’attualità, né in Brasile né altrove. Lo scandalo dei preti pedofili ha scosso la fiducia dei fedeli nell’istituzione, non solo a causa dell’immoralità ma anche perché ha rivelato il persistente silenzio dei vescovi davanti a delitti che non ignoravano. Quanto alla penuria di preti, non è il caso di insistere.

Lei mi dirà, Santo Padre, che il quadro non deve essere reso più cupo di quanto non sia, che bisogna tener conto anche degli impressionanti raduni di folle attirate da Giovanni Paolo II. E che lo scisma degli integralisti di Écône stava per essere riassorbito. E che la comunità di Taizé, che tanti giovani attira, ormai fa professione di fede romana. Sarebbe certo ingiusto trascurare queste positività che giocano a favore dell’identità cattolica.
Ma, appunto, come deve essere affermata oggi l’identità cattolica? Giovanni Paolo II, suo brillante predecessore a cui lei sarà continuamente paragonato, ha applicato al mondo intero la visione polacca dell’affermazione religiosa, cioè il ripiegamento identitario. A lungo sottoposto all’ostilità comunista, il cattolicesimo polacco ha vissuto proprio del ripiegarsi sulla sua credenza fondamentale e del marcare le sue frontiere di fronte a un mondo esterno aggressivo. Di questa strategia faceva parte anche la dimostrazione di forza costituita dai raduni di folle. Bisogna certamente constatare che questa strategia è stata pagante, in particolare di fronte a un protestantesimo dal volto incerto e dalla diversità sconcertante.

Serrare le fila ha però un costo, che la Chiesa cattolica paga oggi a caro prezzo, e cioè con i tormenti che ho prima enumerato, tra i quali la fine degli slanci ecumenici ispirati da Paolo VI. Ora, per quanto possa parere paradossale, il destino dei protestanti e quello dei cattolici romani sono indissolubilmente legati. Più ancora: protestantesimo e cattolicesimo hanno bisogno l’uno dell’altro per esistere.
Ne dubita forse? Mi spiego. Forza e debolezza del protestantesimo e del cattolicesimo sono il rovescio l’una dell’altra. La forza protestante sta nel rispettare la sua pluralità, ma la sua fragilità genetica è un’incapacità ad esprimere e mettere in atto la sua unità. La forza del cattolicesimo romano risiede in un sentimento di appartenenza che lo unifica, ma non sa accogliere la sua diversità interna, che tende a rifiutare.
Protestanti e cattolici hanno quindi molto da imparare gli uni dagli altri, e solo una frequentazione regolare e rispettosa permette loro un arricchimento reciproco.
Arriverà il giorno in cui tutte le Chiese cristiane riconosceranno di essere insieme eredità di Cristo? Verrà il giorno in cui si riconosceranno compagne di un movimento religioso chiamato “cristianesimo”, senza che nessuna ne rivendichi per sé sola tutta la verità? Quando quel giorno sarà arrivato e si concepirà l’unità del cristianesimo in termini di pluralità e non più di uniformità, allora l’annuale “settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” cesserà di essere un insipido ritornello.
Perché quel giorno la preghiera di Gesù affinché i suoi si riconoscano uniti nella loro diversità sarà finalmente salita fino al cuore delle gerarchie istituzionali.

Questo ci riconduce alla questione dell’identità. Le sarà chiesto di essere saldo. Ma come dire oggi l’identità cattolica all’interno del cristianesimo e, più ampiamente, l’identità cristiana all’interno delle religioni del mondo? Io mi auguro un papa che unisca l’affermazione identitaria forte allo spirito di apertura. Infatti, manifestare una identità aperta piuttosto che chiusa, un’identità che non esclude l’altro ma lo rispetta, che manifesta la sua differenza senza negare il valore dell’altro, non significa forse superare una posizione di paura? Perfino i partiti politici riconoscono, a seconda delle loro alleanze, di operare insieme per il bene comune…
Bisognerà anche farla finita un giorno con l’idea che i cristiani sono al 100% nella luce mentre i miliardi di adepti di altre religioni del mondo sarebbero al 100% nell’oscurità. Essere convinti che la propria religione è nel vero non equivale a negare alle altre credenze ogni accesso, anche se parziale, al divino.

C’è un’urgenza che la attende, Santo Padre: quella relativa al mondo economico. A partire dalle recenti crisi finanziarie, nei media imperversa il discorso economico. Valore delle monete, tasso di disoccupazione e crescita del PIL sono diventati i nuovi mantra. La salvezza passa ormai dalla salute finanziaria, e i governi si fissano esclusivamente su questo compito.
Di fronte a questa lettura dominante della situazione, il silenzio delle Chiese è assordante. Giovanni Paolo II ha avuto il merito di protestare contro la disumanizzazione del capitalismo sfrenato e di fare appello ad una più giusta ripartizione dei profitti. Quelle dichiarazioni sono poco conosciute, ma occorre che una voce si levi nuovamente per ricordare ai soggetti economici i valori di umanità, equità e benessere sociale.

La Sua Chiesa, Santo Padre, è stanca di sbattere la testa contro gli stessi problemi: la penuria di preti, il celibato obbligatorio (fonte di tante devianze…), l’emarginazione delle donne, una morale sessuale di un’altra epoca… Il papa che restituirà dignità al celibato sarà quello che ne farà per i preti una libera scelta e non più un obbligo; quello che permetterà al cattolicesimo romano di tornare alla tradizione cristiana più antica, adottata da tutte le altre Chiese, che consacrano al ministero sia celibi che sposati.
Questo ritorno alle fonti restituirà di conseguenza alla donna, nella Chiesa, il suo posto e la sua dignità. Il papa che farà questo passerà nella storia come colui che avrà attinto dalla tradizione gli impulsi più innovatori.

Sarà lei quel papa? Saprà suscitare una fiducia sufficiente a ridare slancio alla sua istituzione un po’ stanca? È ciò che le auguro di cuore da protestante quale io sono. (in “garriguesetsentiers.org” del 24 febbraio 2013; trad. it. finesettimana.org; Daniel Marguerat [nella foto] è ex decano della Facoltà di teologia di Losanna e professore onorario di quell’università)

Politica regionale

Nella riunione dei giorni scorsi si è fatto presente che il Pdl indicherà Raffaele Cattaneo come presidente del Consiglio regionale della Lombardia. Lo si è appreso da fonti qualificate. Proprio la persona che volevamo escludere dal cast (degli impresentabili) per via dei trascorsi in ambito di CL. Poco male è anche un ruolo più soggetto al controllo delle minoranze sia essa Pd che M5S. Vedremo quello che sanno fare come opposizione: chiacchiere come hanno promesso oppure inciucio. Maroni ha escluso che via siano altri riciclati. Noi auguriamo alle opposizioni una buona battaglia fin dall’inizio, che lo metta alla berlina. Si può avere un atteggiamento non pregiudizievoli nei confronti di Maroni ma la lotta alla mafia non può conoscere tregua alcuna.

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Il matrimonio per le coppie dello stesso sesso

Il testo “Dal cuore delle coppie al cuore del diritto” a cura di Yuri Guaiana è stato acquistato sul sito del partito radicale. Non è proprio un libro da portare in spiaggia perchè troppo tecnico, troppo giuridico. Per scelta editoriale di Stampa Alternativa non si è dato spazio alla poesia dell’amore ma solo agli aspetti legati all’udienza alla Corte Costituzionale tra persone dello stesso sesso. Mi ha aiutato a capire chi siano stati i portavoci iniziale della campagna per il matrimonio civile in Italia. Il Fuori. No non ci sono gli altri: non c’erano l’altro ieri e non ci sono oggi. Non c’era nemmeno la lobby dei locali LGBT. La sinistra è al di fuori dalla PURA logica dei diritti civili ma semmai della sagrestia di campagna che porta poi nelle dark room di Roma o Milano. Ai calcoli di convenienza elettorale. Come molti sanno non ho simpatie politiche verso le idee liberali che i radicali dicono di incarnare esclusivamente ma di certo sono ormai i nostri quasi unici interlocutori sulla questione del matrimonio. Non c’è nessuna lobby o gruppo cristiano che ci interessa, ci servono invece persone che affermano la condizione di uguaglianza di tutti i membri della società, definiti esclusivamente sulla base della loro simile capacità alla formazione e all’espressione della volontà generale e le cui caratteristiche non politiche (religiose, etniche, sessuali, genealogiche…) non devono essere prese in considerazione dallo Stato che è di tutti e non dei quaccheri, dei cattolici dei valdese o dei buddisti.
Questo è quello che ci interessa nel prossimo confronto con gli anticlericali ; non c’è inciucio ma applicazione del principio qui citato di Fernando Savater. Se la sinistra ha abbandonato i suoi principi, noi ci dichiariamo già fuori da quella sinistra. Noi contiamo proprio sul fatto che ciascuno abbia le sue identità di origine. Noi non ci dichiariamo anti ma estranei alle chiese. Come cristiani dal 17 secolo.

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