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SOS Amazzonia per Greenpeace

Greenpeace in azione in tutto il mondo con un messaggio per Siemens: «Salva il cuore dell’Amazzonia!”

21.07.2016 Greenpeace Italia
Greenpeace in azione in tutto il mondo con un messaggio per Siemens: «Salva il cuore dell’Amazzonia!”
(Foto di paz.ca via Foter.com / CC BY)

Dall’Italia al Messico, dal Brasile al Giappone fino alla Germania, nelle ultime settimane Greenpeace è entrata in azione in 16 sedi di Siemens per chiedere al gigante tedesco di non partecipare alla costruzione della diga idroelettrica di São Luiz do Tapajós, mega progetto che devasterebbe il cuore dell’Amazzonia.

Questa opera, la più grande tra le 43 dighe previste sul fiume amazzonico Tapajós, potrebbe sommergere 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadri per la costruzione di strade e infrastrutture necessarie alla realizzazione della diga. Un grave pericolo per la biodiversità della regione, che priverebbe gli indigeni Munduruku e le comunità tradizionali delle loro terre e dei loro mezzi di sussistenza.

L’organizzazione ambientalista, supportata da un milione di persone che hanno aderito all’appello, chiede inoltre a Siemens – una delle poche aziende a livello mondiale in grado di realizzare turbine idroelettriche per mega dighe – di assumere una posizione netta contro la distruzione della foresta, ed esprimersi in favore del rispetto dei diritti delle popolazioni indigene, dichiarando pubblicamente che non parteciperà al progetto di costruzione della mega-diga di São Luiz do Tapajós.

«Lo scorso 7 luglio siamo entrati in azione anche in Italia, a Milano, per spingere Siemens a non replicare quanto fatto con la diga di Belo Monte, nota per il suo devastante impatto ambientale, e includere la protezione delle foreste nelle proprie innovative politiche di sostenibilità ambientale», dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. «Investire nello sviluppo di tecnologie capaci sfruttare il potenziale dell’energia solare ed eolica del Brasile sarebbe di gran lunga una mossa meno dannosa e più lungimirante», conclude.

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Rapporto Greenpeace: l’artico si sta scaldando più in fretta

 

Rapporto Greenpeace: l’artico si sta scaldando più in fretta
(Foto di Wikipedia)

Alla vigilia della giornata mondiale degli oceani, Greenpeace pubblica un rapporto scientifico che svela come l’Artico si stia scaldando due volte più in fretta che qualsiasi altra regione del mondo, con possibili gravi ripercussioni sull’intero clima terrestre. Nell’emisfero nord del Pianeta, in particolare, potranno aumentare i fenomeni meteorologici estremi.

Come suggerisce il titolo del nuovo rapporto di Greenpeace (“What happens in the Arctic doesn’t stay in the Arctic”, ciò che accade nell’Artico non resta confinato nell’Artico), l’alterazione di questo ecosistema unico e prezioso può aggravare gli effetti dei cambiamenti climatici e avere ripercussioni anche sulle nostre vite.

Il rapporto ricorda infatti che estati con scarsa copertura di ghiacci artici sono spesso associate a un aumento della temperatura superficiale del Mediterraneo. La relazione tra questi fenomeni non è ancora chiara ma è stata registrata la presenza di particolari fenomeni atmosferici che si aggiungono ad altri fattori, collegati al cambiamento climatico, come disturbi nella formazione delle nuvole, effetti sulla Corrente del Golfo e cambiamenti nell’umidità dei suoli.

A causa del riscaldamento globale, negli ultimi 30 anni l’area artica coperta di ghiacci si è ridotta in modo sostanziale estate dopo estate, diminuendo la capacità della superficie ghiacciata di riflettere la luce solare (un fenomeno conosciuto come albedo) e aumentando il calore assorbito dal mare, che a sua volta contribuisce allo scioglimento dei ghiacci, in un circolo vizioso molto pericoloso.

Come se non bastasse, il ritiro dei ghiacci rende più facile lo sfruttamento delle risorse naturali nel Mar Glaciale Artico: pesca, trasporto marittimo e trivellazioni in cerca di combustibili fossili fanno gola a molti e minacciano la sopravvivenza di questo fragile ecosistema.

Da tempo Greenpeace chiede che le acque internazionali che circondano il Polo Nord diventino un Santuario Artico in cui sia vietata qualsiasi attività industriale estrattiva. Nelle prossime settimane l’OSPAR, la commissione internazionale deputata alla conservazione dell’Artico, potrebbe decidere di istituire un’area protetta di oltre 226 mila chilometri quadrati, realizzando così il primo pezzo del Santuario.

Quasi otto milioni di persone hanno già firmato la petizione internazionale di Greenpeace per impedire lo sfruttamento dell’Artico, unendosi all’appello dell’associazione ambientalista affinché questo questo vitale oceano di ghiaccio possa essere preservato a difesa del clima terrestre.

Leggi il report (in inglese): http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Cio-che-accade-nellArtico-non-resta-confinato-nellArtico

Firma la petizione di Greenpeace: www.savethearctic.org/voice

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Guerra all’acqua palestinese

06.06.2016 – Ufficio Stampa Ambasciata di Palestina a Roma Redazione Italia

Guerra all’acqua palestinese
(Foto di http://www.youtube.com)

Il Primo Ministro Palestinese Rami Hamdallah giovedì 26 maggio ha condannato l’illegale pratica israeliana di distruggere le infrastrutture dell’acqua palestinese. Nel corso di una conferenza stampa, il Premier ha spiegato che “Israele usa ogni mezzo possibile per cacciare via i palestinesi dalla loro terra storica”. Particolarmente gravi gli attacchi delle forze d’occupazione contro l’acqua: “L’acqua è vita – ha detto Hamdallah – e se non hai acqua non puoi esistere”.

Nelle ultime settimane si sono intensificati gli avvisi di demolizione, colpendo cisterne d’acqua per l’irrigazione nel distretto di Hebron finanziate dalle Nazioni Unite, e pozzi d’acqua a Sud di Nablus finanziati dai danesi. Ciò fa parte della politica delle demolizioni con cui dall’inizio dell’anno Israele ha già distrutto più di 600 strutture, comprese molte abitazioni.

Jamal Dajani, Consigliere del Primo Ministro per la Comunicazione Stategica e i Media, ha commentato che “mentre i palestinesi combattono con l’assenza d’acqua, i coloni usano le scarse risorse d’acqua per riempire le proprie piscine”. Per questo, secondo Dajani sarebbe importante un intervento dei Paesi donatori.

In Cisgiordania, i coloni israeliani consumano sei volte l’acqua che consumano i palestinesi; disparità ancor più grave se se ne considerano gli effetti sull’agricoltura. Secondo l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), Israele usa l’86% dell’acqua estratta dal bacino acquifero montano, una risorsa che attraversa i confini e che dovrebbe essere condivisa dalle parti in modo equo e ragionevole.

 

Vedi:
http://english.wafa.ps/page.aspx?id=W6D8hLa36595854603aW6D8hL
http://www.maannews.com/Content.aspx?id=771627

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Sabato prossimo Meeting interfede

Meeting quacchero interfede: la rivelazione ebraica femminile come base del dialogo fra le religioni diverse
Ebraismo, cristianesimo, buddismo e induismo
Sabato 28 maggio ore 16 Parco Gonzaga di Olgia Olona VA
Ti Aspettiamo

Non dite che siamo pochi
e che l’impegno è troppo grande per noi.
Dite forse che due o tre ciuffi di nubi
sono pochi in un angolo di cielo d’estate?

…In un momento si stendono ovunque…
Guizzano i lampi, scoppiano i tuoni
e piove su tutto.
Non dite che siamo pochi,
dite solamente che siamo.
(Lee Kwang Su)

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Crescere senza tecnologia: foto meravigliose che mostrano cosa ci perdiamo

 

 

Crescere senza tecnologia: foto meravigliose che mostrano cosa ci perdiamo
(Foto di Niki Boon)

“So che è uno stile di vita che può sembrare anticonvenzionale. Con il mio lavoro, voglio celebrare la magia dell’infanzia vissuta a contatto con la terra, voglio documentare le loro giornate insieme, in un ambiente pieno di natura e di giochi fantasiosi. Fotografo la loro infanzia così com’è perché credo che tutti noi apparteniamo alla terra, alla natura libera e selvaggia che inizia dove le loro piccole anime finiscono”

Così presenta il suo lavoro la fotografa Niki Boon; lei è un ex fisioterapista, ora fa la mamma a tempo pieno e la fotografa autodidatta, vive con la sua famiglia in una delle zone rurali di Marlborough in Nuova Zelanda, in una proprietà di 10 acri circondato da fiumi, coste e colline e che ha scelto di far crescere senza tecnologia i propri figli.Crescere Senza Tecnologia

Lei ha fatto una scelta per i suoi 4 figli, ha deciso di crescerli senza televisione o tecnologie e passa le giornate ad immortalare quegli splendidi momenti insieme:  “I miei figli vivono senza TV o altri moderni dispositivi elettronici

In controtendenza col mondo intero lei spera che i supoi figli vivano liberi nella natura, giocando e crescendo disinibiti e sinceri, vivendo un’infanzia che per molti è solo un ricordo lontano e per altri qualcosa di mai visto.

La sua vita insieme ai bambini è qualcosa che lei definisce “magico e selvaggio“, vissuta a piedi nudi coperti di fango a divertirsi come matti tra la natura.

Nel suo progetto fotografico “Childhood in the Row” i suoi bambini si mostrano liberi di scorrazzare nella natura, felici e a volte imbronciati, formano l’anello di giunzione tra la natura e l’anima.

Non è uno stile di vita adatto a tutti, ma è sicuramente una vita priva di stress che rende i bambini liberi di esprimersi nel loro lato più spontaneo senza stereotipi e senza condizionamenti.

Si può pensare che crescendo così saranno ragazzi che troveranno difficoltà ad integrarsi in una società iper-tecnologica…  può essere vero ma difficilmente si troveranno bambini più connessi alla natura e più empatici verso gli animali e verso il prossimo.

Crescere Senza Tecnologia 1Giocare a palla nel cortile, con un canestro senza rete ma ridendo e scherzando con i propri fratelli…Crescere Senza Tecnologia 2Giocare in riva al fiume sporcandosi di fango senza problemi, chi ha una certa età sa che questi erano i giochi con i quali ci si divertiva.Crescere Senza Tecnologia 3Principesse e cavalieri, basta un bastone, una gonnellona e tanta fantasia per dare vita ad una fiaba anziché guardarla in televisione.Crescere Senza Tecnologia 4 E poi ridere di gusto col vento che scompiglia i capelli.
Crescere Senza Tecnologia 6 Correre tra i campiCrescere Senza Tecnologia 7 Mangiare un gelato tutti insieme… o quasi.Crescere Senza Tecnologia 8 Bere dalla canna dell’acqua Crescere Senza Tecnologia 9Giocare con gli animali liberiCrescere Senza Tecnologia 10Imparare ad amarli sin da piccoliCrescere Senza Tecnologia 11 Trasformarsi in un coniglietto con due grosse foglie e un sorriso beffardo.Crescere Senza Tecnologia 12 Niente è meglio dello spruzzo dell’acqua del giardino per rinfrescare l’estateCrescere Senza Tecnologia 13 E correre nel lago schizzando ovunque senza problemi…Crescere Senza Tecnologia 14 Imparare a conoscere gli animali dal vero e non solo attraverso i libri o la televisione.Crescere Senza Tecnologia 15E poi giocare…Crescere Senza Tecnologia 16Urlare…Crescere Senza Tecnologia 17 Scherzare…Crescere Senza Tecnologia 18 Avvicinarsi ad un mondo che la maggior parte dei bambini può solo immaginare…Crescere Senza Tecnologia 19 Inventare storie con amici pelosi…Crescere Senza Tecnologia 20 …o con fratelli dispettosi…Crescere Senza Tecnologia 21 E poi crollare addormentati in un’amaca improvvisata.Crescere Senza Tecnologia 22 Piedi e zampe che si somigliano…Crescere Senza Tecnologia 23 E a volte ci si sbuccia, si cade e ci si fa male…Crescere Senza Tecnologia 24E l’amore tra fratelli sboccia e si rafforza…

Crescere Senza Tecnologia 25e i momenti insieme diventano intimi e sentiti particolarmente
Crescere Senza Tecnologia 26 A volte si litiga eCrescere Senza Tecnologia 27a volte si vuole stare da soli,
Crescere Senza Tecnologia 28 A volte si fanno incontri strani eCrescere Senza Tecnologia 29a volte amicizie improbabili si consolidano.

Eppure in tutto questo non c’è mai un cellulare, una connessione internet, un messaggio su whatsapp… è un modo di vivere non solo la natura intesa come la terra e il suo complesso degli esseri viventi, delle forze, dei fenomeni che hanno in sé un principio costitutivo che ne stabilisce l’ordine e le regole, ma la natura intesa come qualità intrinseca, costitutiva di un essere umano, delle qualità e delle tendenze innate che caratterizzano l’umanità, una collettività.

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Censurata dai media la manifestazione di ieri contro il TTIP

TTIP, le persone prima dei profitti

TTIP, le persone prima dei profitti
(Foto di Dario Lo Scalzo)

Sabato 7 maggio 2016 ha avuto luogo a Roma la manifestazione nazionale contro il TTIP (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti). Una decina di migliaia di persone hanno riempito le strade del centro capitolino reclamando la difesa dei propri diritti, la tutela dei beni comuni e la riattivazione della sovranità popolare che sembra ormai avere ceduto il passo allo strapotere decisionale di una classe politica guidata a telecomando dal commercio e dalla finanza.

Le persone prima dei profitti, STOP TTIP” è il grido e lo slogan che hanno fatto da cassa di risonanza nelle vie calde e assolate del centro di Roma dove il corteo, colorato e rumoso, ha raggiunto nel tardo pomeriggio Porta San Giovanni per chiudere la giornata di mobilitazione con un concerto.

Famiglie, gente comune, associazioni, sindacati e alcuni schieramenti politici si sono mostrati compatti nel dire stop all’accordo commerciale di libero scambio tra l’Uniome europea e gli Stati Uniti che di certo ha visto nei suoi negoziatori degli abili nemici della trasparenza non solo nei confronti dell’opinione pubblica ma anche nei confronti degli stessi europarlamentari che dovrebbero poi approvare il TTIP.

In tal contesto sembra evidente che l’eventuale creazione di un’area di libero scambio (all’americana) rischierebbe di smantellare il principio di precauzione tanto caro ai vecchi costituenti europei minacciando in tal modo seriamente i diritti acquisiti dal cittadino, la salvaguardia dell’ambiente e dei beni comuni e mettendo nelle mani dei potentati e dell’1% ancora più ricchezza, potere e profitto.

Ci siamo dimenati tra la gente del corteo che ha defilato per le vie della capitale e abbiamo raccolto in una video intervista delle interessanti riflessioni di alcuni partecipanti

Vi invitiamo a prenderne visione:

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Contro il demanio militare in Sardegna

Demanio militare in Sardegna !!!!!

In Italia il demanio militare ammonta a circa 40.000 ettari ,24.000 ettari , il 60% , sono concentrati in Sardegna . Il 95% di questi 24.000 ettari ( 21.3163 ettari ) è occupato da tre poligoni permamente terrestri, aerei e navali . Poligono Interforze Salto di Quirra ( PISQ ) h 12.700; Capo Teulada , h 7.200; Capo frasca h 1.416. I Poligoni Permamenti sono le aree del demanio dove si svolgono attività più devastanti, a più alto rischio e maggiore impatto ambientale, le esercitazioni a fuoco dove viene impiegato munizionamento da guerra. Chiedo troppo se voglio, la Sardegna libera da queste tre strutture ? Strutture che inchiodano la nostra isola al duplice ruolo di vittima e complice delle politiche di guerre ?

Chiedo troppo se voglio la restituzione della mia terra e del mare sardo nello stesso stato in cui erano quando ci sono stati sottratti ? Erano puliti e incontaminati !!!!

Antonello Tiddia su Facebook

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Consumo zero benzina e zero gas: voto SI

Io da poco meno di un anno consumo zero benzina e zero gas: voto si domenica di buon mattino e se trovo un Amico che diventa Amish facciamo la prima comunità in Italia12417540_10206979496940296_6734489494028775001_n

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Gli scienziati per il voto Si al referendum di domenica

Referendum 17 aprile: appello scienziati per il Si

Referendum 17 aprile: appello scienziati per il Si

Perché andiamo a votare e votiamo Sì
Insistere oggi con l’estrazione di petrolio e gas rappresenta un danno per il Paese
Il prossimo 22 aprile capi di Stato e di governo convocati dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, firmeranno, per renderlo definitivamente operativo, l’Accordo di Parigi, risultato dell’ultima Conferenza delle Parti (COP 21) della Convenzione Quadro ONU sui Cambiamenti Climatici tenutasi a Parigi lo scorso dicembre. L’accordo è stato raggiunto all’unanimità da 195 paesi più l’Unione Europea e rappresenta l’avvio definitivo del passaggio dai combustibili fossili (petrolio, carbone, gas responsabili principali del cambiamento climatico oggi in atto) alle energie rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico e a tutte le straordinarie innovazioni presenti in questo campo nonché allo stimolo scientifico e tecnologico per produrne di nuove. Tutta la comunità scientifica internazionale è consapevole che non si può continuare sulla strada della dipendenza dalle fonti fossili e che l’inazione costituisce il rischio peggiore che non fa che aggravare la situazione attuale.
Tutto il mondo deve investire in un nuovo modello energetico e tutti, istituzioni, settore privato e società civile, devono essere attori del cambiamento.
In questo quadro non ha alcun senso per un paese come l’Italia insistere con investimenti per continuare con l’estrazione di petrolio e gas, anzi riteniamo che questa azione rappresenti ormai un danno.
Innanzitutto perché l’utilizzo delle fonti fossili provoca inevitabilmente l’aggravarsi dei cambiamenti climatici con effetti nefasti sui territori, sulla salute, sulla sicurezza delle popolazioni, e una crescita costante dei costi per riparare ai danni conseguenti.
Ma ci sono anche precise ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali che ci obbligano a sottolineare che è interesse di tutti muoversi con lungimiranza e determinazione verso una società sempre più libera dall’utilizzo dei combustibili fossili.
Le ragioni energetiche.
Il quantitativo di petrolio e di gas naturale fornito al nostro Paese dalle piattaforme entro le 12 miglia non supera rispettivamente lo 0,9% ed il 3% dei consumi nazionali.
Una quantità irrisoria, anche perché il consumo dei combustibili fossili è in continuo calo (- 22% di gas e -33% di petrolio negli ultimi 10 anni), grazie al boom delle fonti rinnovabili (idroelettrico, fotovoltaico, eolico, geotermico, biomasse) che hanno già contribuito a cambiare il sistema energetico italiano ed oggi coprono il 40% della domanda elettrica. Questa è la vera risorsa del paese sulla quale investire concretamente e che ci permetterà di ridurre sempre più la dipendenza energetica dall’estero e di fornire un contributo alla lotta ai cambiamenti climatici.
La sfida oggi è certamente rappresentata dalla transizione energetica. Per avviarsi su questa strada serve però conoscere i problemi nella loro complessità, conoscere le potenzialità della ricerca e delle nuove tecnologie.  Serve ad esempio sapere che già oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi e che il potenziale per il biometano, che può essere immesso in rete, è in Italia di oltre 8 miliardi di metri cubi: il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme oggetto del referendum.
Le ragioni economiche.
Il successo delle rinnovabili in Italia ha ridotto drasticamente il prezzo dell’energia elettrica, ben prima che i prezzi del petrolio crollassero, portando concorrenza nel mercato, riduzione delle bollette (dove, per sfatare un altro mito, ovvero che le rinnovabili sarebbero pagate  care in bolletta, va detto che gli incentivi alle rinnovabili pesano solo per lo 0,3% nel bilancio di una famiglia media italiana), miglioramento della bilancia energetica e aprendo una nuova importantissima filiera industriale. Oggi tutto sta cambiando: le rinnovabili costituiscono il presente ed il futuro dello sviluppo e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo, mentre le fonti fossili rappresentano il passato e gli investimenti in questo settore sono crollati e il 35% delle compagnie petrolifere, secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, è ad alto rischio di fallimento già a partire dal 2016, con un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari.
Inoltre, al contrario di quanto si dice, le estrazioni petrolifere non rappresentano una risorsa significativa per le casse dello Stato, anche perché le società godono di royalties tra le più basse al mondo e franchigie molto vantaggiose.
 
Le ragioni occupazionali.
Il tema occupazionale è un tema delicato e importante, ma va affrontato senza intenti propagandistici, sapendo che la transizione energetica porterà inevitabilmente a una grande ristrutturazione industriale. Al di là del balletto delle cifre, a cui abbiamo assistito in queste settimane, le stime ufficiali (fonte Isfol) riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia parlano di 9mila impiegati in tutta Italia e 3mila nelle piattaforme oggetto del referendum. Parliamo di un settore già in crisi da tempo, indipendentemente dal referendum, per la riduzione dei consumi nazionali di gas e petrolio e la mancanza di una seria politica energetica nazionale. Se vince il Sì, le piattaforme non chiuderanno il 18 aprile ma saranno ripristinate le scadenze delle concessioni rilasciate, esattamente come previsto prima della Legge di Stabilità 2016. Lo smantellamento obbligatorio delle piattaforme, inoltre, potrà creare nuova occupazione.  Piuttosto, per le politiche volute dagli ultimi governi ed aggravate dal governo Renzi, nel 2015 si sono persi circa 4 mila posti nel solo settore dell’eolico e 10mila in tutto il comparto. L’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica. Tutte le previsioni parlano di un settore delle rinnovabili in espansione, che in Italia potrebbe generare almeno 100mila posti di lavoro al 2030, cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia.
Le ragioni ambientali.
Le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino e costiero. L’attività stessa delle piattaforme può rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose, come olii, greggio (nel caso di estrazione di petrolio), metalli pesanti o altre sostanze contaminanti (anche nel caso di estrazione di gas), con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Va poi considerato che i mari italiani sono mari “chiusi” e un eventuale incidente sarebbe fonte di danni incalcolabili.
Inoltre la ricerca di gas e petrolio, che utilizza la tecnica dell’air gun, può incidere in particolar modo sulla fauna marina e su attività produttive come la pesca. Infine da non sottovalutare è il fenomeno della subsidenza nell’Alto Adriatico, per il quale l’estrazione di gas sotto costa resta il principale contributo antropico che causa la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superfice topografica, che accresce l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali e l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche.
 
Le ragioni etiche e culturali
Invitare all’astensione in una consultazione democratica è sempre un atto di irresponsabilità civile e politica, che non può che aggravare la grande malattia delle democrazie contemporanee: l’astensione dilagante. Inoltre questo referendum, al di là del significato letterale del quesito, e del rapporto con i ricorrenti fenomeni di corruzione, che sono emersi di nuovo in questi giorni, chiede di assumerci una personale responsabilità per il futuro del nostro paese sul fronte dei cambiamenti climatici e del futuro di noi tutti : la produzione di idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico ormai obsoleto che causa l’alterazione delle dinamiche del sistema climatico . Un problema su cui il nostro governo ha un atteggiamento schizofrenico, perché da un lato sottoscrive accordi internazionali e si impegna a perseguire le politiche Europee sulla transizione energetica, dall’altro, però, continua a sostenere, sul fronte interno, le lobby delle società petrolifere boicottando le rinnovabili e favorendo le trivellazioni.
Per tutte queste ragioni il voto del 17 aprile ha un significato importantissimo: siamo chiamati a dire se vogliamo continuare una politica energetica basata sugli idrocarburi e legata al passatoo se vogliamo che l’Italia si incammini senza incertezze lungo la strada della transizione energetica alle rinnovabili.
Votiamo Sì perché vogliamo che il governo intraprenda con decisione la strada della transizione energetica per favorire la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche che ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili.
 
Gianni Silvestrini, Direttore scientifico Kyoto Club
Luca Mercalli, Presidente Società Italiana di Meteorologia
Flavia Marzano, Professore Metodologie e tecniche della ricerca sociale alla Link Campus University
Giorgio Parisi, Professore Ordinario di teorie quantistiche all’Università La Sapienza di Roma
Vincenzo Balzani, Professore emerito dell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei
Mario Tozzi, geologo, Primo ricercatore CNR
Enzo Boschi, già Presidente Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia (INGV) e professore Geofisica della Terra Università di Bologna
Marcello Buiatti, già Professore di Genetica all’Università di Firenze
Stefano Caserini, Professore mitigazione del cambiamento climatico, Politecnico di Milano, Coordinatore “Climalteranti.it”
Nicola Armaroli, Chimico, Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche
Giuseppe Barbera, Professore Ordinario di Colture Arboree all’Università degli Studi di Palermo
Massimo Bastiani, Coordinatore Tavolo Nazionale Contratti di Fiume
Alberto Bellini, Professore associato presso Università degli studi di Bologna
Giorgio Bignami, già Direttore Laboratorio Fisiopatologia di organo e di sistema, Istituto Superiore Sanità
Ferdinando Boero, Professore Ordinario di Zoologia e Biologia Marina all’Università del Salento
Raffaele Boni, DVM PhD Department of Sciences Università della Basilicata
Federico Butera, Professore Ordinario di Fisica presso il Politecnico di Milano
Gemma Calamandrei, Biologa, Primo ricercatore, Istituto Superiore di Sanità
Donatella Caserta, Professore ordinario di Ginecologia e Ostetricia Università di Roma Sapienza
Sergio Castellari, Ricercatore, Risk Assessment and Adaptation Strategies, Centro EuroMediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)
Mauro Ceruti, Professore Ordinario di Filosofia della scienza, IULM
Carmela Cornacchia, Ricercatore CNR
Annalisa Corrado, Ingegnere energetico
Pier Luigi Cristinziano, Ricercatore, Università degli studi della Basilicata
Mariateresa Crosta, INAF – Osservatorio Astrofisico di Torino
Mario Cucinella, Architetto e designer
Antonio Di Natale, Segretario Fondazione Acquario di Genova
Paolo Fanti, Professore Associato, Dipartimento di Scienze – Università della Basilicata
Marco Frey, Professore Ordinario di economia e gestione delle imprese presso la Scuola Superiore S. Anna di Pisa
Mario Gamberale, Ingegnere energetico
Beppe Gamba, Esperto sviluppo sostenibile
Marino Gatto, Professore Ordinario di Ecologia al Politecnico di Milano
Gianvito Graziano, Geologo
Giuseppe Grazzini, Professore Ordinario di Fisica Tecnica, Dipartimento Ingegneria Industriale, Università di Firenze
Maurizio Lazzari, Ricercatore CNR
Mario Malinconico, Ricercatore CNR, Istituto Polimeri compositi e Biomateriali
Eleonora Barbieri Masini, Professore emerito Facoltà di Scienze Sociali  Università Gregoriana
Andrea Masullo, Direttore Scientifico di Greenaccord
Gianni Mattioli, Fisico
Massimo Moscarini, già Direttore Dipartimento Materno e Infantile Università La Sapienza Roma
Beniamino Murgante, Professore associato Università degli studi Basilicata
Gabriele Nolè, Ricercatore TD, Imaa CNR
Angela Ostuni, Ricercatrice, Università degli Studi della Basilicata
Franco Pedrotti, Professore Emerito dell’Università di Camerino
Valentino Piana, Direttore dell’Economics Web Institute
Sandro Polci, Sociologo
Francesco Ripullone, Scuola di Scienze Agrarie, Forestali Alimentari ed Ambientali, Università degli Studi della Basilicata
Gianluca Ruggieri, Ricercatore Università dell’Insubria
Valerio Sbordoni,  Professore ordinario di Zoologia Università Tor Vergata Roma
Massimo Scalia, Fisico
Angelo Tartaglia, Professore Fisica generale Politecnico di Torino
Valerio Tramutoli, Professore associato di Fisica del Sistema Terra e del Mezzo Circumterrestre presso la Scuola di Ingegneria della Università della Basilicata – Potenza
Sergio Ulgiati, Professore Analisi ciclo di vita Università degli Studi Parthenope di Napoli
Boris Zobel,  Psicopedagogista

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L’origine quacchera di Greenpeace

I valori della tradizione pacifista quacchera alla base della celebre organizzazione ambientalista

(ve) Nel settembre del 1971, una coppia di protestanti pacifisti americani – Dorothy e Irving Stowe – organizza a Vancouver un comitato per denunciare lo sterminio delle lontre causato dai test nucleari statunitensi in Alaska. Poco dopo, una piccola nave, battezzata “Greenpeace”, lascia Vancouver diretta in Alaska allo scopo di osservare i test nucleari. È la nascita del movimento ecologista Greenpeace.

Movimento fautore del pacifismo
Dorothy e Irving Stowe sono una coppia di quaccheri americani, appartenenti a un movimento minoritario protestante fautore di un intransigente pacifismo. Di fronte alle lontre spiaggiate i cui timpani sono stati sfondati a causa dei test nucleari statunitensi in Alaska, la coppia insorge, lancia una petizione e insieme con altri militanti organizza la campagna di denuncia “Don’t make a Wave” (“Non create l’onda”), con riferimento allo tsunami che gli ecologisti temono a causa dei test nucleari.
Irving Stowe, avvocato statunitense emigrato in Canada, organizza nel 1972 il primo concerto di solidarietà per Greenpeace. Successivamente si ritira e muore di cancro nel 1974. Sua moglie e sua figlia Barbara rimangono nell’organizzazione. Altri militanti come Paul Cote, anche lui un militante pacifista, e la coppia dei Bohlen si uniscono al comitato di Irving Stowe “Don’t make a wave”.
Le guardie costiere statunitensi impediscono alla nave di arrivare sino a Amchitka, in Alaska, ma l’iniziativa risveglia l’interesse pubblico per i test che Washington abbandonerà l’anno seguente. Nel frattempo il comitato ha preso il nome dell’imbarcazione. Era nata Greenpeace, presto estesasi molto al di là della città di Vancouver.

Da Vancouver ad Amsterdam
Il quartier generale di Greenpeace si trova oggi ad Amsterdam, l’organizzazione ha uffici presenti in decine di Paesi, tra cui quello di Toronto, in Canada. Per i suoi fondatori e dirigenti non è un caso che l’organizzazione abbia visto la luce a Vancouver, tra mare, foresta e montagna, in seno a una popolazione molto diversificata. “Greenpeace era il riflesso dell’epoca, ma anche del luogo”, afferma Bruce Cox, direttore di Greenpeace Canada. “C’è qui una fortissima coscienza ambientale. In un altro luogo Greenpeace non avrebbe forse mai visto la luce”, prosegue. “Noi volevamo lanciare un movimento ecologista. C’erano movimenti per i diritti civili, movimenti per le donne e altri per la pace. Ma mancava un vero senso dell’ecologia. Era quello che noi volevamo creare e non fondare una organizzazione internazionale o rendere famosa Greenpeace”, spiega Rex Weyler, giornalista giunto dagli Stati Uniti negli anni Sessanta, il quale ha partecipato alla fondazione del comitato e ha navigato sulla Greenpeace. “Volevamo cambiare il mondo. E in qualche modo ha funzionato”.

Successi e insuccessi
Greenpeace ha conosciuto successi e insuccessi. Le sue vigorose campagne contro la caccia alla balena e alle foche hanno suscitato parecchie critiche. Ma il suo finanziamento basato su donazioni personali, senza contributi governativi, e il suo ricorso ad argomentazioni scientifiche rigorose, le hanno valso numerosi riconoscimenti.
La sezione francese è stata, tra tutte, quella che ha conosciuto i momenti forse più drammatici. L’ufficio francese è stato aperto nel 1977, ma ha dovuto chiudere nel 1987, due anni dopo l’attentato contro la nave di Greenpeace, “Rainbow Warrior”. Il governo francese è stato accusato di aver fatto saltare la nave dell’associazione perché era diretta a Mururoa, dove la Francia aveva in corso dei test nucleari. Ci sono voluti anni prima che Greenpeace Francia si riprendesse da quel colpo. La sezione francese del movimento è stata riaperta nel 1989.

I valori di Greenpeace
Pierre Gleizes, fotoreporter di Greenpeace, testimonia dei valori difesi dall’ong ambientalista e stila il bilancio dei risultati ottenuti dall’organizzazione che lo scorso anno ha festeggiato il 40esimo anniversario di fondazione. “In un certo senso”, afferma Gleizes, “i valori di Greenpeace sono quelli dei quaccheri: fornire una testimonianza per denunciare. Inoltre Greenpeace tiene molto a conservare la propria trasparenza finanziaria: chiunque può consultare su Internet i bilanci dell’organizzazione, le accuse di manipolazione sono infondate. Il denaro di Greenpeace proviene da donazioni individuali; le donazioni delle imprese e dei movimenti politici non vengono accettate”.
Greenpeace, prima organizzazione al mondo di difesa dell’ambiente, è diretta oggi da Kumi Naidoo, conta tre imbarcazioni, duemila dipendenti distribuiti in quaranta Paesi e circa tre milioni di donatori (adattato da Réforme)

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