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Il Governo contro la legge anti-moschee del Veneto

Mentre è caduta ieri la roccaforte dell’odio leghista a Varese…. dopo 23 anni

La libertà di culto fa riferimento a un diritto che è iscritto nel cuore di ciascuno e va tutelata. La bozza di legge della commissione Zaccaria potrebbe essere presentata nelle prossime settimane

Il 31 maggio il Governo ha deciso di impugnare la legge veneta definita “anti-moschee”, che attraverso dei vincoli urbanistici ostacola l’apertura di nuovi locali di culto. Secondo il Consiglio dei Ministri la legge viola il principio di uguaglianza di fronte alla legge, la libertà religiosa e il diritto a esercitare il culto. A febbraio la Consulta aveva dichiarato in parte incostituzionale la legge della Regione Lombardia, molto simile a quella veneta. Ad aprile i deputati Lacquaniti e Chaouki hanno presentato un’interpellanza al Ministero dell’Interno, e a maggio la deputata Rostellato ne ha presentata una analoga al Governo. Dopo l’impugnazione si aspetta ora il parere della Corte Costituzionale. Ne parliamo con l’on. Luigi Lacquaniti, firmatario di entrambi i procedimenti giuridici.

Un percorso immaginabile, visto il risultato in Lombardia, o un caso particolare?

«Era un percorso che immaginavamo: sapevamo che il Veneto stava preparando una legge di questo tipo e abbiamo presentato subito l’interpellanza parlamentare: con quella successiva di Rostellato il 13 maggio, abbiamo discusso il tema in aula di fronte al sottosegretario Baretta. In quell’occasione il Governo, pur non dicendo che avrebbe impugnato la norma, nella risposta in aula aveva fatto capire che sarebbe stato questo l’esito, facendo riferimento alla legge della Lombardia, che di fatto violava la libertà religiosa. Si tratta di leggi apparentemente urbanistiche, ma in realtà l’obiettivo a cui puntano è andare a colpire indiscriminatamente tutte le confessioni religiose al di fuori di quella cattolica, prescindendo anche dall’esistenza di Intese con lo Stato pregresse. L’obiettivo non era dare una regolamentazione urbanistica ma impedire l’apertura di nuovi luoghi di culto: nel dibattito che ha preceduto l’approvazione della legge, alcuni assessori hanno chiaramente fatto riferimento alla natura ideologica di questa legge».

Chi si occupa di questioni religiose guarda a un punto preciso per la radice di questo problema: l’assenza di una legge sulla libertà religiosa. Che ne pensa?

«Sì, è il nostro peccato originale: abbiamo dei principi che sono costituzionalmente sanciti in materia di libertà religiosa, ma il legislatore in 70 anni di Repubblica non è mai intervenuto in maniera organica a disciplinare e riconoscere questo tema, se non in maniera episodica. Ci troviamo fermi ad un impianto legislativo del fascismo: non è un caso che il Governo, impugnando la legge della regione Veneto, faccia riferimento ad articoli ben precisi della Costituzione, come il 2, il 3, o l’8: sono principi intoccabili, al cuore stesso della nostra storia e della nostra Repubblica. Noi deputati e senatori sensibili a questo tema ci siamo trovati più volte insieme a rappresentanti delle comunità islamiche, della Tavola Valdese o delle comunità evangeliche per definire l’impianto di una nuova legge organica che permetta di superare questa situazione. Una commissione diretta dal professor Zaccaria, ha lavorato proprio su questo. I tempi non ci sono più, forse, in questo anno e mezzo di legislatura, ma non dispero. Con accordi fra i partiti, perché al di là della Lega e Fratelli d’Italia sono tutti sensibili a questo tema, credo che ci siano ancora i tempi. Vedremo cosa succederà».

Ci sono altri ostacoli?

«Il professor Zaccaria mi ha detto che la bozza è pronta e potrebbe essere depositata già nelle prossime settimane. Non vedo ostacoli di ordine politico, abbiamo trovato un’adesione a questi intenti dalle altre forze politiche, con le eccezioni già dette. Penso che i tempi siano maturi, ma le legge ha una certa dimensione che richiede una discussione diffusa, dunque i tempi sono davvero il problema principale per l’approvazione di una legge quadro».

Questo tipo di gestione del problema religioso quali conseguenze ha?

«È una gestione che fa leva sulla paura e che in questi ultimi mesi si è sviluppata ulteriormente: di fronte alla paura è giusto che le amministrazioni lavorino per garantire la sicurezza a tutela di tutti, ma questo non dev’essere cavalcato per motivi ideologici. Anche la Liguria sta preparando una legge di questo tipo. Per rispetto delle vittime del terrorismo, occorrerebbe maneggiare queste tematiche con cura e attenzione: il fanatismo non si sconfigge vietando alle persone di professare la propria fede, perché si rischia di raggiungere l’obiettivo opposto. Se si escludono le persone si rischia di creare un’ambiente favorevole all’arruolamento di nuovi fondamentalismi. Il nostro futuro, credo, è multietnico, di culture che dialogano e collaborano senza rinunciare alle proprie tradizioni. Vediamo di fare norme che facilitino tutto questo. La libertà di culto fa riferimento a un diritto che è iscritto nel cuore dell’uomo: tutti crediamo in qualcosa, che sia un dio o un’idea. Non possiamo impedire alle persone di esprimere questa chiamata interiore».

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Contributo buddista ai quaccheri

Riflessioni e considerazioni rispetto al Meeting interreligioso di domenica 28/05/2016. Il contributo buddista bolognese all’evento

 

Nel corso dell’incontro tra noi buddisti e Maurizio, siamo rimasti colpiti nel conoscere le numerose figure femminili descritte nella Bibbia. In particolare, ci ha colpito la schiava Agar che offre la sua fertilità per una coppia sterile costituita da Abramo e Sara, dando prova di una grande compassione. In termini buddisti, questo sentimento equivale alla pratica del Bodhisattva che consiste nel mettersi nei panni di un’altra persona e aiutarla empaticamente a superare la sua sofferenza per raggiungere l’illuminazione o Buddità. Un’altra figura femminile bibblica degna di nota è la profetessa Miriam, una donna di grande carisma e cultura, una guida spirituale per il suo popolo. Nel Sutra del Loto, il testo fondamentale del Buddismo di Nichiren Daishonin, ricopre una particolare attenzione quella speciale relazione intercorrente tra un discepolo e il proprio maestro. Quest’ultimo non è al di sopra dei discepoli ma è colui che mostra la Via con il proprio esempio. Molto interessante anche il rapporto di complicità e condivisione manifestato da tre donne della Bibbia: Orpa, Rut e Noemi. Le tre donne, infatti, vivono il proprio lutto in maniera solidale e attiva, esattamente come dovrebbe avvenire fra i discepoli della comunità buddista del Samgha.

Nel Sutra del Loto è fondamentale la figura femminile di Ryunio. Si tratta di una bambina, la figlia del Re Drago, la quale mostra ai discepoli del Budda Shakyamuni che anche le donne (contrariamente alle credenze della cultura del tempo) possono raggiungere l’illuminazione nella forma presente e “hic et nunc”, senza dover aspettare di reincarnarsi in un uomo.

 

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Non tutti sanno che a Londra la Società degli Amici comprende da tempo al suo interno anche la componente buddista e quella atea. Ci sembra dunque questa ospitalità cristiana piena di elementi positivi.

Giacomo ha indetto una conferenza via Zoom per sabato prossimo alle ore 15: parlerò dell’inizio del lavori sul socialsmo religioso e lui testimonierà circa la contro riforma di Renzi sui Vauchers. Chi desidera partecipare lasci il numero di telefono che lo contatteremo per dargli il numero di invito dopo che ha scaricato il programma di Videoconferenza gratuita per smarthone.

Anticipiamo una prima parte del contributo di Giacomo che è stato nominato come comoderatore delle videoconferenze, credendo molto in questo strumento avanzato di comunicazione.

“…praticamente oltre a non avere:ferie,tfr,malattia.Sono anche tassati questi vaucher.E su un vaucher di 350 si ricevono 260 euro perchè l’inps ci guadagna sopra,E questo era il primo mese.Adesso aspetto il secondo mese e se è così mi dispiace mollo.Vai a lavorare ogni giorno come se fossi uno schiavo e basta.Non hai motivi per continuare,lavorare.Sabato vi aggiornero sulla seconda mesata.E sapere che in Italia confronto al 2015 sono aumentati del 45 percento i pagamenti in vaucher è un altra sconfitta perchè credo che l Italia stia affondando ogni giorno sempre di più senza ripresa.”

Io non voto PD

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In Pakistan una chiesa cattolica ricostruita grazie ai fedeli musulmani

 

Distrutta dai venti è stata riedificata grazie al contributo di tutto il villaggio

Una chiesa cattolica ricostruita grazie ai contributi della comunità islamica. La bella storia arriva dal Pakistan, dal villaggio di Khalsabad nella regione del Punjab. Le famiglie di fede cristiana sono solamente otto e la chiesetta che utilizzavano per riunirsi a pregare, una piccola cappella di fango e poco altro, è stata distrutta dalle piogge monsoniche che come ogni anno hanno flagellato l’area. Rimasti senza un luogo in cui raccogliersi le famiglie hanno domandato un aiuto al resto delle popolazione, tutta musulmana ovviamente, al fine di tentare di edificare un’ altra struttura. I fedeli islamici non se lo sono fatti dire due volte e hanno messo mano al portafogli: 10 mila rupie(circa 90 euro) da un commerciante, 30 mila (270 euro) da un uomo d’affari e avanti di questo passo. E’ stato creato un comitato allo scopo di supervisionare la realizzazione della nuova chiesa, di cui al momento sono stati realizzati i muri esterni. Dilawar Hussain, titolare di un negozio in paese ha sottolineato alla stampa locale come «una chiesa sia anche una casa di Allah. Ciò che conta e la preghiera e noi adoriamo lo stesso Dio, per cui mi è parso normale aiutare le famiglie che avevano perso un così importante luogo di incontro».

Padre Aftab James Paul, vicario della parrocchia che ingloba 56 villaggi, compreso questo di Khalsabad, oltre ad aver guidato per 9 anni la commissione per il dialogo interreligioso della diocesi, non nasconde la gioia nell’affermare che «una tale partecipazione è segnale di un dialogo vitale fra fedeli, Cristiani e musulmani insieme per offrire al mondo piccoli ma concreti gesti di collaborazione fraterna».

Già nel 2005 una simile vicenda aveva avuto corso nella cittadina di Gojra, sempre nel Punjab: anche allora la comunità musulmana si fece carico delle spese di ricostruzione della chiesa che divenne purtroppo il luogo del tragico eccidio di 9 cristiani nel 2009, accusati di blasfemia da un gruppo di fanatici che non esitò a bruciare vivi i fedeli. Un precedente che nessuno vuole sentire nominare per il drammatico epilogo. Oggi si è scritta una pagina nuova, e speriamo che stia nei gesti concreti il futuro di pace di queste terre.

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Museo dell’ebraismo italiano, ci siamo

 

Il governo stanzia 25 milioni di euro per il polo culturale che sorgerà a Ferrara

Nel miliardo di euro sbloccato dal Cipe (il comitato interministeriale per la programmazione economica) a favore della regione Emilia Romagna spiccano i 25 milioni destinati a dare finalmente vita al museo dell’ebraismo italiano e della Shoah. Sorgerà a Ferrara, nei locali dell’ex carcere in cui vennero imprigionati moltissimi antifascisti ed ebrei italiani, e tra questi lo scrittore Giorgio Bassani, del quale quest’anno si celebrano i 100 anni dalla nascita. La città emiliana è stato un centro importante della vita e della cultura ebraica nazionale e per questo la scelta del governo ricadde su essa già nel 2003. Poi le solite lungaggini burocratiche hanno dilatato i tempi. Ora, finalmente, lo stanziamento definitivo, che è già stato deliberato e quindi avrà erogazione immediata.

Grande soddisfazione viene espressa dal presidente del Museo, Dario Disegni e dalla neo direttrice Simonetta Della Seta, giornalista professionista con all’attivo collaborazione con moltissime testate, presidente della Commissione cultura della Comunità Ebraica di Roma e docente di Storia ebraica contemporanea nel master in Cultura ebraica e comunicazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che avrà il compito, in compagnia del Consiglio del museo.

Fissate anche alcune tappe: l’auspicio è di aprire al pubblico entro l’autunno 2017 una parte della struttura, il cosiddetto corpo C, l’edificio che era per l’appunto adibito a carcere. La chiusura dell’intero cantiere è invece prevista per il 2020. Diventerà un polo culturale, di ricerca e di dialogo fra culture e religioni e sarà in rete con i grandi musei ebraici del mondo. Finalmente anche l’Italia si dota di un centro capace di raccogliere il patrimonio storico e culturale dell’ebraismo, comprese ovviamente le tragiche pagine della Shoah e delle leggi razziali.

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Sdegno quacchero per la legge veneta contro i luoghi di culto

 

Definita anti moschee, penalizza in realtà tutte le confessioni in espansione

Questa volta nemmeno gli appelli delle gerarchie cattoliche, che pur in quelle terre godono di indubbia considerazione, hanno scalfito la ferrea volontà dei legislatori veneti, coriacei nel condurre in porto una norma volta a limitare l’edificazione di nuovi luoghi di culto sul territorio che fu della Serenissima. Domenica scorsa dalle colonne del giornale diocesano “Gente veneta” il patriarca di Venezia Francesco Margaglia aveva  forzato il tradizionale riserbo pubblicando un articolo che con toni chiari bocciava senza appello la legge perché «L’esercizio, anche pubblico, della fede è valore civile ed ecclesiale che permette a tutti di esprimersi rispettando le altrui convinzioni». Margaglia, che poco più di un anno fa è stato il primo patriarca di Venezia a predicare nella chiesa valdese e metodista della città dei due leoni, non nasconde le difficoltà insite in una società che si trasforma in fretta, ma sono altri e ben più alti i fini ultimi:  «il contesto attuale è complesso e frammentato e, per questo, richiede molte attenzioni. Si esigano pure le giuste forme di tutela e di garanzia, si richieda un forte senso di responsabilità e di rispetto da parte di tutti, anche un senso più vivo della legalità – chiarisce – ma non si retroceda dal principio irrinunciabile della libertà religiosa. La libertà religiosa, rispettosa della coscienza altrui e amante delle buone regole del vivere civile, deve oggi più che mai essere potenziata. Non restringiamone i confini». Nulla, vox clamantis in deserto.

Figuriamoci se potevano godere di maggior fortuna gli appelli e i pareri di altre confessioni, che pure sono state ascoltate il 12 gennaio scorso nel corso di un audizione in consiglio regionale cui hanno partecipato rappresentanti del mondo protestante, musulmano e sikh.

Martedì 5 aprile l’assemblea regionale ha quindi varato ad ampia maggioranza la legge, che sul modello di quanto già proposto dai colleghi lombardi, pone vincoli urbanistici e linguistici per poter ottenere il semaforo verde e edificare quindi nuovi luoghi di culto. La parola moschea non compare mai nel testo ma è chiaro che questo è l’obiettivo dei legislatori di Lega Nord, Forza Italia e Alleanza Nazionale che l’hanno approvato. Tutto ciò incuranti della recentissima sentenza del 24 gennaio scorso della Corte costituzionale che ha bocciato vari aspetti della norma lombarda, che aveva ravvisato un palese tentativo di violare il diritto di professare il proprio credo: «Non è consentito al legislatore regionale, all’interno di una legge sul governo del territorio, introdurre disposizioni che ostacolino o compromettano la libertà di religione, ad esempio prevedendo condizioni differenziate per l’accesso al riparto dei luoghi di culto».

Nel merito la nuova legge prevede che nuovi luoghi di culto possano sorgere solo in aree F (infrastrutture e impianti di interesse pubblico, nella maggior parte dei Comuni presenti in periferia), purché dispongano di strade, parcheggi e opere di urbanizzazione adeguate («con oneri a carico dei richiedenti»), previa convenzione stipulata col Comune. Aree periferiche e opere connesse di appoggio a carico dei proponenti: aprire una chiesa, un tempio o una moschea rischia in questo modo di costare quanto un centro commerciale, salvo che non si tratti in questo caso di attività commerciali.

La legge non si applica agli edifici esistenti , anche qualora vogliano ampliarsi fino al 30%, sempre che siano immobili destinati al culto, abitazioni dei ministri del culto o del personale di servizio: ma quali sono nel nostro paese gli edifici di culto sicuramente esistenti? Le chiese cattoliche ovviamente. Nel testo vi è poi indicazione che per le attività «non strettamente connesse alle pratiche rituali del culto» sia d’obbligo l’uso della lingua italiana, e in ultima battuta si concede ai cittadini lo strumento referendario per dire eventualmente la propria.

Alessandra Trotta, diacona e presidente dell’Opera per le chiese metodiste in Italia si era espressa sulla nascitura norma in questi termini: «L’evidenza e gravità delle restrizioni rivelano uno spirito di pregiudiziale disfavore nei confronti delle comunità di fede diverse da quella della maggioranza (quelle islamiche o quelle, cristiane o di altre religioni, composte da immigrati), le cui attività vengono considerate sotto il profilo della presunta pericolosità per la sicurezza e l’ordine pubblico, la morale comune e persino la salute; dunque da limitare, anche ponendo ostacoli praticamente insuperabili al soddisfacimento di un bisogno profondo, quello di disporre di luoghi dignitosi per riunirsi. Se davvero l’obiettivo politico (come dichiarato) è spingere queste comunità all’integrazione rispettosa della “nostra cultura” e dei “nostri principi” di convivenza civile, il risultato è opposto: una marginalizzazione delle comunità di fede, spinte a chiudersi il più lontano possibile dai luoghi della vita comunitaria, del confronto, dell’integrazione o costrette a continuare ad arrangiarsi con soluzioni inadeguate, sempre esposte al rischio di interventi d’autorità».

Come sempre quando si spara nel mucchio il rischio è di fare vittime collaterali rispetto ai propri disegni iniziali. E se l’obiettivo del legislatore era in questo caso, assurdamente, il mondo islamico, a farne le spese sono in realtà tutte quelle confessioni che stanno traendo nuova linfa anche grazie ai contributi dei fedeli provenienti dai paesi lontani. Solo poco tempo abbiamo raccontato le vicende della chiesa battista di Treviso in continua espansione in questi anni grazie all’apporto di tanti fedeli stranieri, africani e sudamericani, tanto che si è reso necessario aprire nuovi luoghi di culto anche a Padova e in altre realtà. Nota significativa inoltre, dal gennaio di quest’anno per la prima volta è un pastore italiano a predicare nella chiesa battista di Treviso. Ecco servita una perfetta storia di integrazione riuscita attraverso il dialogo, il coinvolgimento, il confronto, ideali troppo spesso dimenticati. Ora per tutte queste realtà, già spesso obbligate da mancanza di fondi o di contatti giusti a riunirsi in scantinati, garage, sottoscala, sembra diventare utopia la possibilità di godere di spazi comuni di preghiera e riflessione. Minando alla base la speranza di una sincera integrazione.

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La bellezza nella Bibbia ebraica

Bellezza nella Bibbia ebraica
(Athalya Brenner) Nella Bibbia ebraica apparenza e bellezza fisica sono importanti. Sono tuttavia le lettrici e i lettori a dover capire, attraverso un atto interpretativo, che cosa sia “bello” e sessualmente “attraente”, o che cosa sia “brutto” e “repellente”. Il materiale a disposizione, non molto abbondante, permette di individuare concetti di bellezza che sono solo in parte determinati dall’appartenenza sessuale. La bellezza esteriore, inoltre, sembra essere rilevante non solo in campo sessuale, ma anche politico e sociale: basti pensare che essa è spesso collegata a salute e benessere. Mentre la bellezza femminile sembra determinare il comportamento privato e socio-sessuale ed essere in grado di avere solo per questa via effetti politici, la bellezza maschile possiede, ed esercita spesso, in sé e di per sé, rilevanza politica. La bellezza maschile può essere usata sia quale stimolo sessuale che come segno simbolico di preminenza sociale e politica.

Concetti semantici rilevanti
Il termine principale per “bellezza” è jfi. Esso indica la bellezza di uomini e donne, e in particolare di persone giovani. Si parla anche della bellezza di un re (Geremia 33, 17). I principali aggettivi per “bello” sono jph e tob. Tamar, sorella di Amnon e Assalonne, è semplicemente “bella” (2 Samuele 13,1), “belle” sono anche le seconde figlie di Giobbe (Giobbe 42, 15) e le donne innamorate del Cantico dei Cantici, “bello” è anche Assalonne, fratello di Tamar (2 Samuele 14,25) e “bello” è un innamorato del Cantico dei Cantici (Cantico 1,16).
Rebecca (Genesi 26,7) è “molto bella” (cfr. anche 24,16), Vasti è “molto bella” (Ester 1,11), anche le ragazze vergini di Assuero (Ester 2,2-3) sono “molto belle” e lo stesso si dice a proposito di Daniele e dei suoi amici (Daniele 1,4). Sara (Genesi 12,11.14), le prigioniere appartenenti a un popolo straniero (Deuteronomio 21,11), Abigail (1 Samuele 25,3) Tamar, figlia di Assalonne (2 Samuele 14,27) e il giovane Davide (1 Samuele 17,42), sono tutti “belli”. In altri passi Davide è detto “di aspetto piacevole” (1 Samuele 16,12). Di grande bellezza sono Betsabea (2 Samuele 11,2) e Adonia (1 Re 1,6), come pure Rachele (Genesi 29,27) il figlio di Rachele, Giuseppe (Genesi 39,6), e la regina Ester (Ester 2,7).
Lo studio dei termini che indicano la bellezza dell’essere umano mostra che per le descrizioni della bellezza maschile e della bellezza femminile vengono utilizzati gli stessi termini. È vero che la bellezza femminile è menzionata più spesso di quella maschile, ma i termini usati sono gli stessi per entrambi i sessi. La differenza tra i sessi emerge dalla descrizione di specifiche parti del corpo (non capita spesso, ma alle volte si incontra) e l’uso di determinate metafore, introdotte quali illustrazioni e descrizioni.

Ideali e criteri di bellezza
Quali sono, nella Bibbia ebraica, le caratteristiche non verbali della bellezza fisica? Oppure, in altri termini: come viene definita una persona bella – uomo o donna – in quanto tale? In che cosa consiste la bellezza di Sara, che gli egiziani riconoscono immediatamente (Genesi 12)? Che aspetto aveva Giuseppe, da spingere la moglie di Potifar a cercare di sedurlo (Genesi 39,6)? Definizioni generiche come “bello”, “molto bello”, “di bell’aspetto” non ci dicono nulla di preciso a riguardo. Non ci permettono in alcun modo di farci un’idea dell’aspetto di quelle persone e non ci permettono neppure di individuare l’ideale di bellezza o il criterio in base ai quali nella Bibbia ebraica e nell’antico Israele era giudicata la bellezza.
Allo scopo di capire meglio in che cosa consistessero per esempio la grande bellezza di Sara e il suo fatale fascino, ci sembra utile vagliare attentamente tutti i dettagli disponibili. Purtroppo gli elementi che si possono ricavare ad esempio dall’apocrifo della Genesi sono piuttosto scarsi. Di Sara si ripete, più volte, che è “bella” e “affascinante”, ma mancano quasi completamente descrizioni dettagliate. Come avremo modo di vedere più avanti, le descrizioni che troviamo ricalcano precisi modelli, ripresi dai modelli convenzionali propri della Bibbia ebraica.

Bellezza femminile nel Cantico dei Cantici
Le descrizioni di particolari esteriori che troviamo nel Cantico dei Cantici sono molto utili. Alcuni poemi del Cantico sono descrizioni dei corpi degli amanti, uomini e donne, dedicati, al di là delle generalizzazioni che pure vi si riscontrano, alla persona amata.
Gli occhi di un’amante sono definiti simili a quelli di una colomba (Cantico 4,1; ma anche 1,15): si sottolinea la loro simmetria, la loro forma, forse il loro colore scuro. L’amante ha capelli lunghi, mossi o ricci, simili a un gregge di capre che scende da una montagna (4,1; 6,5). Ha tutti i denti e questi sono disposti in modo simmetrico e sono bianchi come un gregge di pecore (4,2; 6,6). Le sue labbra sono rosse, il colorito del volto è roseo e sano (4,3; 6,7) – come porpora, “come spicchi di melagrana”. Il suo collo è lungo e forte, come la “torre di Davide”, reso più lungo dai gioielli che porta (4,4). I suoi seni sono come “gemelli di una gazzella” (4,5; vedi anche 7,4). Non si capisce se questa metafora descriva il colore, la simmetria, la grandezza, il movimento o la morbidezza dei seni, o se, invece, non si riferisca a tutti questi aspetti insieme. Il resto del corpo è descritto per mezzo di eleganti rimandi a profumi e a desideri sessuali (4,6). Il verso conclusivo ripete e riassume quanto detto in precedenza, sottolinea di nuovo che la donna è bellissima (4,7) e lascia dunque intendere che la sua bellezza è priva di imperfezioni.
Il poema contenuto nei primi versetti del capitolo 7 del Cantico (7,1-7) ha in comune, con quello del capitolo 4, alcune immagini: il collo allungato (7,5), i seni come gemelli di gazzella (7,4.8), i lunghi capelli (7,6). Tuttavia esso è una descrizione caratterizzata da una certa ironia, nella quale l’estetica è sostituita da allusioni e doppi sensi. Per questa ragione le “curve dei fianchi” e il “ventre” pieno (7,2b.3), gli “occhi come laghetti” (7,5b) e il “naso come una torre” (7,5c) non possono essere considerati come indicazioni per stabilire un’ideale di bellezza, anche se il contesto in cui si situano è certamente quello di un canto d’amore, come si evince chiaramente dal finale (7,7-10).
Cantico 7,8-9 aggiunge un ulteriore elemento: la danzatrice è senza dubbio piuttosto alta di statura, visto che viene paragonata a una palma.

E gli uomini?
Se ci rivolgiamo ora al poema riportato in Cantico dei Cantici 5,10-16, nel quale una narratrice descrive il fascino del corpo dell’amato, vediamo che essa ricorda, nei termini usati, la descrizione delle donne. Il colorito del suo volto è roseo (5,10); i suoi capelli sono lucenti e scuri, mossi od ondulati (5,11); gli occhi sono come colombe (5,12). Guance e labbra non sono descritte, ma evocate per mezzo del richiamo a profumi e aromi (5,13). Il resto del corpo è immaginato come parte di una scultura, realizzata utilizzando materiali di valore (5,14-16). In ogni modo è evidente che lui è alto di statura e robusto “come i cedri del Libano” (5,15b).
Anche di Davide si dice che avesse un colorito roseo (1 Samuele 16,12; 17,42). Il connubio tra colorito roseo e bianco, usato per descrivere la bellezza maschile e femminile, si ritrova anche nel capitolo 4 del libro delle Lamentazioni. Prima della distruzione di Gerusalemme il colorito dei figli di Sion era “più bianco del latte” (Lamentazioni 4,7); in seguito all’assedio e alla conquista della città essi “sembrano più neri della fuliggine” (4,8). Forse il colorito rosso-bianco è una caratteristica tipica degli abitanti delle città; a esso si contrappone il colorito della pelle di chi lavora all’aria aperta – scuro, ma a quanto pare non meno bello – cui fa riferimento con insistenza la voce di una pastorella (Cantico dei Cantici 1,5-6). (l’autrice è docente di Bibbia ebraica all’Università di Amsterdam)

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A Biella i più antichi rotoli di Torah al mondo

L’eccezionale scoperta annunciata ieri dalla Fondazione per i beni culturali ebraici in Italia

Da Moked

Sono giornate febbrili per Rossella Bottini Treves, che con tenacia e passione guida da diversi anni la comunità ebraica di Biella e Vercelli. L’occasione, questa volta, è davvero unica: il 6 marzo rientrerà nella Sinagoga di Biella, al Piazzo, l’antico Sefer Torah ( i tradizionali rotoli su cui viene trascritta la Torah) che, sfuggito ai ladri che hanno depredato alcuni anni fa il patrimonio della comunità è stato restaurato dal sofer (lo scriba che può trascrivere i testi sacri) Amedeo Spagnoletto.

E’ proprio di festa e di occasione unica per la comunità piemontese dobbiamo parlare perché da poche ore è giunta la risposta del direttore del Geochronology Laboratory dell’Università dell’Illinois, incaricato delle analisi per dare una datazione al documento, che lo colloca in una forbice di tempo compresa fra il 1220 e il 1270, con una datazione mediana del 1252. Ossia si tratta del più antico testo posseduto da una comunità ebraica italiana, e probabilmente del più antico Sefer Torah al mondo proveniente dall’Europa in possesso di una Comunità ebraica e ancora adatto alla lettura.

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La riunione di Consiglio della Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia, che si è svolta ieri sera a Roma, si è aperta con «una notizia emozionante e di straordinaria importanza per l’ebraismo italiano». Così il presidente Dario Disegni ha annunciato l’esito dell’ analisi scientifica effettuata tramite un esame al Carbonio 14 sul Sefer Torah di grafia ashkenazita proveniente dalla sinagoga di Biella.

Il restauro del prezioso sefer, conservato dalla Comunità ebraica di Vercelli di cui Biella è una sezione, è un’iniziativa intrapresa dall’attuale Consiglio della Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia nell’ambito della sua attività volta a promuovere il recupero, la conservazione, il restauro e la valorizzazione del patrimonio storico artistico ebraico italiano. «Non è raro imbattersi in sefer Torah molto antichi – ha sottolineato Spagnoletto, a cui si deve il ritrovamento, presentando il risultato dell’analisi al Carbonio al Consiglio Fbcei – ma in questo caso il rotolo è rimasto completamente integro, senza che una sola pergamena sia stata sostituita dal 1250 a oggi». Una condizione straordinaria, ha evidenziato il sofer, in virtù della quale il restauro del rotolo è stato un’operazione particolarmente delicata, che ha compreso la pulitura delle pergamene, il riempimento delle lettere che presentavano cancellature o fenditure dell’inchiostro e il restauro di tutti i fori di tarli con pasta di pergamena e riempimento delle lettere spezzate. Il rischio, ha spiegato Spagnoletto, era che intervenendo sulle stile medievale, si potesse alterare la struttura del sefer e renderlo non casher, ossia inadatto alla lettura. Una caratteristica, quest’ultima, che ne accresce ulteriormente il valore: «Siamo in presenza del più antico sefer il cui uso rimane ancora oggi quello per cui è stato creato – le parole di Spagnoletto – a differenza di altri ritrovati che hanno invece oggi una destinazione museale, o sono conservati in biblioteche e da istituzioni esterne alle Comunità ebraiche».

Il manoscritto proviene «dalla culla dell’Europa, da una zona che va dal nord Italia alla valle del Reno», ha aggiunto il sofer. Per questo «da oggi parte una azione che non è più solo di recupero ma anche di analisi», per stabilire quale sia stata la storia che lo ha portato nella sinagoga di Biella. Particolarmente significativo, ha sottolineato anche il presidente Disegni, anche il fatto che il bene culturale più antico e prezioso sia stato trovato «nella più piccola sezione della più piccola Comunità ebraica italiana, dimostrando che anche la realtà di dimensioni più ridotte può dare un contributo molto rilevante».

Un accento è stato quindi messo sulla necessità di trovare nuove risorse per finanziare questo importante restauro. A fronte del grande valore del sefer, ha sottolineato Disegni, «si tratta di un progetto di piccole dimensioni attuabile con un budget non eccessivo, che riflette una precisa politica del Consiglio della Fondazione». Per sostenerlo, negli scorsi giorni è stata lanciata anche una campagna di crowdfunding – una prima volta per il mondo culturale dell’ebraismo italiano – che permette di ricevere donazioni «anche di modesta entità ma allo stesso tempo provenienti da una molteplicità di soggetti». Con difficoltà ad ottenere fondi pubblici, Disegni ha osservato come in tutte le realtà culturali del paese si stanno cercando modalità alternative per reperire i finanziamenti per progetti e iniziative e il crowdfunding è diventato uno dei più diffusi grazie ai risultati già raggiunti. «Crediamo che sia utile avvalersene anche nell’ambito dell’ebraismo italiano – ha affermato – con una campagna rivolta a tutti».

Approfondimenti e interviste su moked.it

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La pagina di Pier Cesare Bori: Ogni religione è l’unica vera

Ogni religione è l’unica vera”

https://quaccheri.wordpress.com/temi-universalismo/

 

L’universalismo religioso di Simone Weil

Pier Cesare Bori

Questo intervento si prefigge, sin dal titolo, una affermazione di Simone Weil “Ogni religione è l’unica vera”. Tutto quel che segue è dedicato a una riflessione su questa formula provocatoria: essa potrebbe valere come insegna di quell’universalismo che per la Weil era l’imperativo imposto dal presente. “Viviamo – diceva – in un’epoca del tutto senza precedenti: nella situazione presente l’universalità, che poteva altrimenti essere implicita, deve ora essere pienamente esplicita. Essa deve impregnare il linguaggio e tutta la maniera d’essere” (AD 81)

Comincerò proprio da quella frase della Weil, e quindi dal tema dell’universalismo. Parlerò della lealtà della Weil al punto di vista cristiano. E vedremo infine appunto quale cristianesimo risulti, dalle premesse precedenti. Farò particolarmente riferimento alla Lettera a un religioso, un testo in cui il tema universalistico è assolutamente centrale, divenendo il punto discriminante per il rifiuto del battesimo cattolico.

  1. “La sintesi delle religioni implica una qualità di attenzione inferiore”

Alla fine del 1941, a Marsiglia, Simone Weil riflette su un suo quaderno polemizzando contro la “mancanza di fede”, l’”ortodossia totalitaria della Chiesa”. La Weil, dopo varie altre enunciazioni giunge a quell’affermazione finale di straordinaria forza: “Ogni religione è l’unica vera, vale a dire che nel momento in cui la si pensa è necessario applicarle così tanta attenzione, come se non vi fosse nient’altro; allo stesso modo ogni paesaggio, ogni poesia, ecc. è l’unico bello. La “sintesi” delle religioni implica una qualità di attenzione inferiore” (II, 153).

L’universalismo della Weil non consiste nel perseguire una nuova sintesi delle religioni. Il passato è ricco di questi esperimenti. La gnosi antica, il Rinascimento, l’età illuministica e il romanticismo hanno espresso tentativi di sincretismo o, appunto, di sintesi, spesso ponendo al centro di tutto il cristianesimo, si pensi al deismo massonico, alla religione della Rivoluzione francese, a certe ambizioni di Tolstoj. Ma la Weil afferma che “la sintesi delle religioni comporta una qualità di attenzione inferiore”.

“Attenzione” è una parola fondamentale per la Weil. L’attenzione che l’operaio presta alla macchina, l’attenzione che chi studia una lingua presta ai suoi caratteri, l’attenzione di chi contempla un’opera d’arte, l’attenzione alla sventura, l’attenzione dell’”amore soprannaturale e della preghiera” (II, 266): sono tutte varietà dello stesso atteggiamento di fondo, quando l’oggetto di fronte a noi diventa unico, e dimentichiamo completamente noi stessi. “Tecnica dell’attenzione. Per abbattere le cicale in pieno volo, è sufficiente non vedere nell’universo intero altro che la cicala presa di mira: non è possibile mancarla…” (II, 67 n.). “Privare tutto ciò che io chiamo “io” della luce dell’attenzione e riversarla sull’incomprensibile” (II, 79), dice anche.

Attenzione e bellezza. Ecco un testo vicinissimo al nostro. “Quando una cosa è perfettamente bella, non appena vi si fissa l’attenzione, essa è l’unica bellezza. Due statue greche: quella che si guarda è bella, l’altra no. Così la fede cattolica e il pensiero platonico e il pensiero indù ecc. […] Così coloro che proclamano vera e bella solo una certa fede, sebbene abbiano torto, in un certo senso hanno più ragione di quelli che hanno ragione, perché essi l’hanno guardata con tutta la loro anima” (II, 176). La sintesi delle religioni è possibile solo alla disattenzione, incapace di penetrare un oggetto sino a percepirne l’unicità.

  1. Non cambiare lingua

“Nella situazione presente l’universalità […] deve ora essere pienamente esplicita. Essa deve impregnare il linguaggio e tutta la maniera d’essere” (AD 81). Ho già citato questa frase, che esprime l’universalismo programmatico della Weil. Se si guarda al contesto, occorre correttamente constatare che la Weil parla del cristianesimo, anzi, della santità cristiana, uno dei cui attributi essenziali è la cattolicità. “Occorre essere cattolici, e cioè non essere vincolati a niente di creato, che non sia la totalità della creazione. Questa universalità poté in altri tempi essere implicita, anche nella loro stessa coscienza”. Il comandamento dell’amore, dice la Weil nella stessa pagina, è “anonimo e per ciò stesso assolutamente universale”. La stessa amicizia, sembra dire, non deve essere una eccezione all’universalità del comandamento. Segue l’affermazione sull’universalità già ricordata, e poi aggiunge: “Oggi non è niente essere santi, occorre la santità che il momento presente esige, una santità nuova, senza precedenti” (AD 80 s.).La riflessione della Weil sull’universalismo è dunque anche la discussione sul senso da attribuirsi all’idea di totalità, ovvero di cattolicesimo, come attributo sostanziale del cristianesimo.

La Weil non concepisce l’universalismo come un creare una superlingua, che contenga e superi le altre. “Credo – afferma nella Lettera a un religioso – che per un uomo cambiare religione sia altrettanto pericoloso che per uno scrittore cambiare lingua. La cosa può avere successo, ma può anche avere conseguenze funeste” (LR n.10).

Poco più avanti scrive che “la religione cattolica contiene esplicitamente verità che altre religioni contengono implicitamente. Ma inversamente altre religioni contengono esplicitamente verità che nel cristianesimo sono soltanto implicite. Il cristiano meglio istruito può imparare ancora molto sulle cose divine anche da altre tradizioni religiose, sebbene la luce interiore possa anche fargli percepire tutto attraverso la propria tradizione. E tuttavia, se le altre tradizioni sparissero dalla faccia della terra, la perdita sarebbe irreparabile. I missionari ne hanno già fatte sparire troppe”(LR n.11).

Credo che sia questa la via giusta per comprendere l’immenso lavoro della Weil nei Quaderni. La Weil non cercava una sintesi, ma cercava di aprire il cristianesimo dall’interno, attraverso la lettura simultanea di fonti cristiane e non cristiane, in modo che il più possibile potesse risaltare la corrispondenza sostanziale, al di sotto della molteplicità insuperabile dei linguaggi. La lingua biblica veniva così piegata alle esigenze di una inaudita impresa di traduzione e di scambio tra culture.

C’è un brano di Max Müller, il grande indologo che, scrivendo a metà Ottocento, affermava cose assai pertinenti, in un’epoca cruciale per lo sviluppo della conoscenza dell’Oriente induista, conoscenza cui com’è noto Müller dà un contributo fondamentale. Non è escluso che il suo pensiero possa avere indirettamente influenzato la Weil: “Per ogni individuo la sua religione, se vi crede realmente, è qualcosa di assolutamente inseparabile da lui stesso, qualcosa di unico, che non può essere paragonato a nient’altro, né sostituito con alcuna altra cosa. Da questo punto di vista, c’è una analogia con la nostra lingua materna. Essa può sembrare ad altre lingue per le sue forme o per il suo meccanismo; nella sua essenza, nell’uso che ne facciamo occupa un posto a parte e non potrebbe avere né eguali né rivali. Ma nella storia del mondo la nostra religione, al pari della nostra lingua materna, deve essere considerata come facente parte di un vasto insieme. Se vogliamo arrivare a vedere nettamente e esattamente la posizione del cristianesimo nella storia universale e il suo vero posto tra le religioni dell’umanità occorre paragonarlo non solo con il giudaismo, ma con le aspirazioni religiose del mondo tutto intero”.

La grandezza dell’esperimento che la Weil tenta non è nella sintesi delle religioni, ma deriva da una pratica concreta di lettura pluralistica, in cui essa legge simultaneamente fonti antiche e moderne di Oriente e di Occidente, senza privilegiarne alcuna, e tuttavia sostenuta dalla convinzione di una identità profonda, essenziale, al di sotto della differenza linguistica. “Concepire l’identità delle diverse tradizioni, non accostandole in base a quel che esse hanno di comune; ma cogliendo l’essenza di ciò che ciascuna di esse ha di specifico. E’ una sola e medesima essenza”(III, 201 s.).

3.”La luce che illumina ogni uomo”.

La vasta indagine religiosa che la Weil conduce è retta dunque dalla convinzione che “il cristiano meglio istruito può imparare ancora molto sulle cose divine anche da altre tradizioni religiose, sebbene la luce interiore possa anche fargli percepire tutto attraverso la propria tradizione”(LR n.11).

C’è qui l’allusione a un passo decisivo del Prologo al Vangelo secondo Giovanni , il versetto 9, cui la Weil torna più volte.

“La Chiesa in quanto società che esprime delle opinioni è un fenomeno di questo mondo, condizionato. Dio ha messo in ogni essere pensante la capacità di luce necessaria per controllare la verità di ogni pensiero. Il Verbo è la luce che illumina ogni uomo. Quale testo più categorico si potrebbe desiderare?” (IV, 164). Analogamente, nella Lettera a un religioso afferma: “Tutto quest’inizio del Vangelo di S. Giovanni è molto oscuro. La parola “Era la luce vera che illumina ogni uomo che viene al mondo”contraddice assolutamente la dottrina cattolica del battesimo. Poiché da allora il Verbo abita in segreto in ogni uomo, battezzato o no; non è il battesimo che lo fa entrare nell’anima”(LR n.34).

La Weil ha una lettura particolare di Giovanni 1, 9, usando “con” per tradurre “in” (ogni uomo). “Il Verbo è la luce che viene con ogni uomo” (II, 150); “”La parola di Dio è come un seme…”La parola: si tratta del Verbo, della luce che nasce con ogni uomo” (III, 53). “Il seme che cade in terra. Ancora un paragone tra il Verbo e il seme. “La luce che nasce con ogni uomo”. Ogni terra nasce con questo seme”(III, 307). La lettura della Weil salda l’immagine della luce con quella del seme. La luce suggerisce l’idea di irruzione improvvisa, dal di fuori. Il seme insiste sul carattere interno, quasi innato. L’immagine della luce esprime dualisticamente la discontinuità, la rottura, rispetto all’ordine opposto della “tenebra”, in cui la luce irrompe, disperdendola. La luce c’è o non c’è, è il contrario delle tenebre. La metafora del seme invece – il seme minuscolo, che può diventare una grande pianta – non è dualistica, ma stabilisce un nesso di potenzialità ad attualità. Essa suggerisce la continuità tra ordine naturale, o meglio creaturale, e ordine della grazia, tra ordine anticotestamentario e neotestamentario; non oppone il logos soprannaturale alla “capacità di luce necessaria per controllare la verità di ogni pensiero”, come essa stessa dice, ma vede piuttosto all’opera, nei due momenti, uno stesso principio divino di conoscenza o di sapienza. Questa affermazione del carattere unitario della conoscenza è fondamentale, per la Weil.

C’è testo in cui la continuità è tra i due ordini è affermata con grande forza: “In che modo il cristianesimo può impregnare tutto senza essere totalitario? Lo può essere soltanto se il sacro è riconosciuto come l’unica fonte d’ispirazione del profano, la ragione naturale come una degradazione di quella soprannaturale, l’arte come una degradazione della fede. Non degradazione, ma la stessa cosa a un grado di luce inferiore. La luce soprannaturale discendendo nell’ambito dalla natura umana diventa luce naturale. E’ una buona cosa se tale processione è riconosciuta. Senza la fonte soprannaturale della luce, ben presto non restano che tenebre al livello stesso della natura” (IV 145, anche 134: “Ciò che è contraddittorio per la ragione naturale non lo è per quella soprannaturale, ma questa dispone solo del linguaggio di quella. Tuttavia la logica della ragione soprannaturale è più rigorosa di quella della ragione naturale”). Si noti come nel passo citato la continuità tra i due ordini sia stabilita in due modi, il cui il secondo corregge il primo: la ragione naturale non è una degradazione, come verrebbe da dire alla Weil in prima istanza, ma solo un grado inferiore di quello soprannaturale. Prevale dunque appunto l’idea della dello sviluppo,della crescita, del seme.

Ne consegue che mentre l’illuminazione come tale è necessaria e sufficiente, il concreto discernere questa luce del Verbo nel Gesù storico del Nuovo Testamento, attraverso la Chiesa, non è necessario. Scrive la Weil nella Lettera a un religioso “Non c’è salvezza senza “nuova nascita”, senza illuminazione interiore senza presenza di Cristo e dello Spirito Santo nell’anima. Se dunque c’è possibilità di salvezza fuori della Chiesa, allora c’è altresì possibilità di rivelazioni individuali o collettive fuori del cristianesimo”. (LR n.21). Ma c’è un testo più complesso che va qui ricordato: “Fondamentale: “Non si va al Padre che mediante il Verbo, la luce nata con ogni uomo, e questo è vero sempre, per tutti gli uomini, senza alcuna eccezione.(Ma questo non esige che sia dia un nome al Verbo, forse neppure a Dio; questo rapporto si esprime in modo differente in differenti linguaggi o senza linguaggio). Quindi dell’uomo che era oJ Cristov”, chiunque l’ha incontrato sulla terra e l’ha udito, chiunque ha letto le sue parole nel testo dei Vangeli e non ha pensato: questo viene da Dio, non ha discernimento delle cose sante. Ma si tratta unicamente del discernimento di un’ispirazione divina, non della natura particolare di tale ispirazione. Quanto al legame d’identità tra il Verbo e quest’uomo, nulla indica che l’affermazione di un simile legame sia una condizione della salvezza, sarebbe una cosa assurda” (II, 177). In altre parole: per la Weil ciò che è necessario, e sufficiente per la salvezza, e perciò nasce con ogni ogni uomo che viene in questo mondo, è il Logos, o lo Spirito, o la Luce. Il riconoscere in Gesù il Cristo, cioè una speciale presenza del Logos, è frutto del Logos stesso, ma questo non deve necessariamente accadere per ognuno, e comunque ciò può accadere – sembra dire la Weil – per una assolutamente imprevedibile ispirazione divina, anche al di fuori dei confini della Chiesa, anche prima della Chiesa e del cristianesimo. “Perché il cristianesimo – dice la Weil – si incarni veramente […] bisogna anzitutto riconoscere che storicamente la nostra civiltà procede da un’ispirazione religiosa che, benché cronologicamente precristiana, era cristiana nella sua essenza. La Sapienza di Dio deve essere considerata come la fonte unica di ogni luce quaggiù, anche dei lumi così deboli che rischiarano le cose di questo mondo” (LR, 7).

4.”Dio è il bene”

Nella Professione di fede, scritta a Londra, la Weil scriveva: “V’è una realtà situata fuori del mondo, cioè fuori dello spazio e del tempo, fuori da ogni portata delle facoltà umane. A questa realtà corrisponde al centro del cuore dell’uomo questa esigenza di un bene assoluto che vi abita sempre e che non trova alcun oggetto in questo mondo”. E’ la luce di cui parla il Prologo al Vangelo secondo Giovanni, ma è anche la luce del bene che attira a sé coloro che stanno nella caverna, secondo la similitudine platonica (Rep. VII). E’ noto che la categoria platonica del bene costituisce il punto di riferimento critico della costruzione ermeneutica della Weil. Basta leggere l’inizio di Israele e i gentili, con il testo parallelo, la Lettera a una religioso: “La conoscenza essenziale per quanto riguarda Dio è che Dio è il Bene. Tutto il resto è secondario”. E la Lettera : “La verità essenziale a proposito di Dio, è che è buono” (LR, 1). La Weil si riferisce continuamente a Rep. 509b, in cui si afferma il bene, to agathon, è epekeina tes ousias, al di là dell’essere.

Ma nella sua concezione il bene platonico si salda con l’evangelico “Dio solo è buono” di Mt 10, 18 (III, 90). Nella visione della Weil, Platone non dipende da Mosè. “Ma Platone (e prima di lui Pitagora e senza dubbio molti altri) era stato istruito più di Mosè, perché sapeva che l’Essere non è ancora ciò che vi ha di più alto; il bene è al di sopra dell’Essere e Dio è il bene prima ancora di essere ciò che è” (IG 49). Desiderare solo il Bene incondizionatamente: “un pensiero talmente contrario alla natura che non può sorgere se non in un’anima divorata completamente dal fuoco dello Spirito Santo, come lo erano certo quelle dei Pitagorici. Giustino, Sant’Agostino ecc. dicevano che Platone aveva appreso da Mosè che Dio è l’essere. Ma da chi ha appreso che Dio è il Bene, e che il Bene è al di sopra dell’Essere? Non certo da Mosè” (IV, 209 s.). E nella Lettera: “egli ha conosciuta la verità essenziale, cioè che Dio è il Bene. E che è Onnipotente solo in sovrappiù” (LR 7). E’ questa categoria del Bene trascendente che permette alla Weil di percorrere criticamente la storia di Israele come quella cristiana: laddove soprattutto questa storia si configura come dispiegamento della forza, come espressione dell’ “idolatria sociale”, Israele e la Chiesa, e lo stesso testo biblico sono oggetto di severo giudizio.

In un altra occasione ho sviluppato un confronto con Agostino, a mio parere assai istruttivo. Si tratta infatti di due diversi platonismi: in Agostino l’idea del bene è assoggettata ad un regime teologico ed ecclesiologico, nella Weil al contrario giudica la teologia, Israele e la Chiesa. L’”extra ecclesiam nulla salus” dunque si rovescia, “intra ecclesia nulla salus”. “Agostino- concludevo -trova la sofia nella Chiesa; S.Weil deve cercare il suo sposo, il logos, fuori della Chiesa”.

  1. Illuminazione e illuminismo

E tuttavia quello della Weil è un cristianesimo. Un cristianesimo critico, potremmo dire. La Weil parla della necessità di “una soluzione armoniosa del problema delle relazioni tra individui e collettività”. “La situazione dell’intelligenza è la pietra di paragone di quest’armonia, perché l’intelligenza è cosa specificamente, rigorosamente individuale. Quest’armonia esiste dovunque l’intelligenza, rimanendo al suo posto, esercita senza impedimenti e adempie in pieno la sua funzione […] La funzione propria dell’intelligenza esige una libertà totale, che implica il diritto di negare tutto, e l’assenza di ogni forma di predominio” (AD, 55 s.).

Ma soprattutto insiste sulla necessità di un cristianesimo in cui la verità (e la veracità) non siano subordinati all’adesione religiosa, ma siano essi stessi il principio normativo. “Non c’è il punto di vista cristiano e gli altri, ma la verità e l’errore”. Prosegue “Non: ciò che non è cristiano è falso, ma: tutto ciò che è vero è cristiano” (III, 401).

Viene in mente un’opposizione – una delle tante, ma in questo caso non stereotipa – tra Dostoevskij e Tolstoj. Dostoevskij afferma invece in qualche luogo: “Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e si potesse effettivamente constatare che la verità è fuori di Cristo, preferirei rimanere con Cristo, piuttosto che con la verità, e cioè starei con Cristo anche se avesse torto”. Tolstoj, citando Coleridge, diceva invece: “Chi comincia con l’amare il cristianesimo più della verità, amerà poi la sua setta o chiesa del cristianesimo e finirà con l’amare se stesso (la propria tranquillità) più di ogni altra cosa” (si veda per esempio la sua Risposta al Sinodo ). Un testo che ci riporta infine di nuovo a Platone, al famoso “amico di Socrate, ma più ancora della verità” che nella sua forma originaria si trova in Fedro 91B-C, Socrate dice: “…io ricomincio il mio ragionamento. E se voi mi date retta, vi preoccuperete poco di Socrate e molto più della verità. E se vi sembrerà che io dica il vero, mi darete ragione, altrimenti dovrete opporvi con ogni vostro argomento”.

Quando dunque, nella Lettera a un religioso, parla di un “totalitarismo della fede”, per cui “l’intelligenza deve essere imbavagliata”, la Weil non intende, lanciare uno dei tanti attacchi all’oscurantismo ecclesiastico, come molta parte del modernismo cattolico. Il seguito del passo rivela ben altro: “…Invece, “la metafora del “velo” applicata dai mistici permette loro di uscire da un tale soffocamento. Essi accettano l’insegnamento della Chiesa, non come se fosse la verità, ma come qualcosa dietro a cui si trova la verità. E’ come se sotto stesso nome di cristianesimo  ci fossero due religioni distinte, quella dei mistici e l’altra” (LR n.14). Penso qui ad Isaac Penington: “Ogni verità è ombra, eccetto l’ultima, la suprema; eppure ogni verità è vera nel suo genere. E’ sostanza al suo luogo, sebbene sia ombra altrove… e l’ombra è ombra vera, come la sostanza è sostanza vera”. Penso a quell’area vastissima, difficile da definire, estesa oltre ai limiti del cristianesimo (Spinoza), comprensiva di tendenze mistiche e di tendenze razionalistiche e critiche, tra Sei- e Settecento, in cui i confini tra illuminazione mistica e illuminismo sono ancora fluidi. Forse qui è la casa spirituale di Simone Weil, e forse qui occorrerebbe ritornare ad imparare.

In conclusione.

Non è necessario condividere nei dettagli la religiosità della Weil (per esempio la sua idea di abdicazione di Dio, di decreazione o di mediazione) per riconoscere i tratti necessari di quell’universalismo che sempre più, in un momento di conflitto di culture, dovrà “impregnare il nostro linguaggio e tutto il nostro modo d’essere”.

Non potrà essere semplicemente l’universalismo dell’amore, messo in stato d’accusa da S.Freud ne Il disagio della civiltà. Tanto meno potrà essere l’universalismo di chi possiede un’unica verità da imporre al resto dell’umanità, giudicata incapace di attingerla autonomamente (A.Momigliano ha delle osservazioni molto severe in proposito).

Ma non sarà neppure l’universalismo di chi non ha radici, non ha lingua, non ha cultura, non ha passione per la verità.

Ma sarà l’universalismo di chi aderendo alla propria tradizione e alla luce che ne trae, afferma con pari forza – ed è questa la discriminante decisiva – che nelle altre tradizioni, in altri termini, in altre lingue, in altre figure, è presente la stessa luce.

In questo modo la Weil, con un proprio percorso, usando gli strumenti della propria cultura – tra illuminazione e illuminismo, come si è detto – si allinea accanto ad altri mistici che hanno saputo dall’interno, mediante gli strumenti della propria cultura, trascendere il proprio stesso limite culturale. Ricordiamo per il contesto arabo-islamico, Al-Hallaj, che sembra giungere a negare la necessità della professione di fede, la shahâda: “Ho molto pensato alle religioni per capirle e ho scoperto che sono molti rami di un’unica fonte. Non pretendere dunque dall’uomo che ne professi una, ché così si allontanerebbe dalla fonte sicura. E’ invece la fonte, eccelsa e di significati pregna,che deve venire a cercarlo, e l’uomo capirà”. E per il contesto indiano, Kabir Das, che osa uscire dal Tempio: “O fratello, come puoi mai pensare al Signore come a due Essi distinti? Perché mai erigesti la muraglia del dubbio attorno al Suo nome? Egli è l’unico Creatore da cui sprizzò l’intero cosmo, eppure alcuni l’adorano soltanto se il suo nome è Râma, ed altri se invece è Rahîm”. “Per me Râma, Rahîm, e Keçava sono tutti verità[…] Il nome del Signore attrae il Kâzi che osserva il suo digiuno e il Mullâh che prega prostrandosi a ovest, ed il fedele hindu, che volge le sue orazioni levante. Ma nessuno di essi osa avventurarsi oltre il Tempio e la moschea, perché tutti han smarrito al strada. Stolti,non sanno ch’Egli non dimora nel Tempio, né sotto le cupole della moschea, poveri ciechi, che non vedono ch’Egli è presente in ogni cosa, e in essi stessi!”

 

 

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Sufi a Milano

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Dr. Maurizio Benazzi in Sufi Congress

In inglese la stessa relazione interfede fra monoteismi

Ecumenics and Quakers

It is not easy to talk for twenty minutes and resume, on one hand, the signs of hope in the dialogue between Christians and Muslims and, on the other, between Jewish people and Muslims, but I will try.

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First of all, thank you very much to professor Mandel to be here and I send my best regards to the Sufi Brotherhood and to the organizing committee. The consideration and love for the edification of the peace encourage us to look for new theological paths, real projects made of commitments and enterprises of musical nature too, just to test exactly where we arrived with the quest for a common Faith which comes from Abraham. This pursuit – although in Italy they speak at least about it, and very often we find not well prepared theologians or not updated  to recent works made in the not far University of Munich – risks…

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