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siamo in lutto per la strage gay negli USA

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12 giugno 2016 · 5:31 pm

Acat Italia: una laurea per fermare tortura e pena di morte

 

Si rinnova il bando di Acat volto a premiare i lavori universitari che approfondiscono le problematiche della violenza e delle torture

Acat Italia, l’ associazione cristiana ecumenica che dal 1983 opera contro la tortura e i trattamenti crudeli, inumani o degradanti, compresa la pena di morte, nell’ambito dei propri programmi formativi, annuncia il Bando per l’assegnazione del premio di laurea “Una laurea per fermare tortura e pena di morte”, per tesi di laurea discusse su uno dei seguenti temi:

-L’abolizione della pena di morte: motivazioni, strategie, azioni, impegno, impatto

-La tortura e i trattamenti crudeli, inumani o degradanti contro le persone nel mondo contemporaneo: cause, implicazioni, strategie e strumenti per la loro prevenzione e abolizione e per la riabilitazione delle vittime

L’iniziativa si propone di incoraggiare i giovani ad approfondire le problematiche emergenti dal fenomeno della tortura nelle sue varie manifestazioni e dalla applicazione della pena capitale ed a prendere coscienza della loro gravità e dell’importanza di impegnarsi per eliminare la tortura e la pena di morte dal mondo.

Il premio ha una dotazione di 3.500 Euro per ogni anno accademico e sarà assegnato alla migliore tesi di laurea, laurea magistrale o specialistica discussa nelle sessioni di laurea dell’anno accademico 2014-15, presso tutte le università italiane presenti sul territorio nazionale, statali e non statali che rilascino titoli di laurea aventi valore legale, e università pontificie che rilascino lauree riconosciute in Italia.

Il premio sarà assegnato sulla base degli esiti della valutazione comparativa delle tesi rispettivamente presentate per ciascun anno accademico, operata a giudizio insindacabile della commissione esaminatrice nominata da Acat Italia. –

La premiazione avverrà nel corso di una cerimonia pubblica.

Gli interessati potranno richiedere alla Acat Italia di usufruire del materiale documentario a disposizione dell’Acat stessa, nonché delle biblioteche degli enti sostenitori, che hanno garantito il loro pieno impegno in merito. La richiesta dovrà essere effettuata secondo le modalità che verranno comunicate da Acat Italia agli interessati e sarà accompagnata da una lettera di presentazione del relatore della tesi.

Tutte le informazioni di partecipazioni si trovano sul sito di Acat Italia.

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Fausto Concer non c’è più ma rimane la sua testimonianza di comunista abilmente diverso

Caro Maurizio,

tempo fa mi avevi chiesto di raccontarti della mia vita e del mio handicap, ma io non ho mai avuto il tempo di farlo. Di recente da parte di un ricercatore giapponese mi è stato chiesto di scrivere una relazione su scuola e handicap, sull’integrazione dei disabili nelle scuole, poiché lì da loro esistono ancora le scuole speciali (orrore!). Io, poiché sono partito dalla mia esperienza, spedisco il mio scritto anche a te.

Ciao

Fausto

Mi chiamo Fausto Concer, sono nato in Italia, a Bolzano, 32 anni fa, ho frequentato le scuole dell’obbligo (elementare e media), successivamente il Liceo Classico nella mia città natale, dove mi sono diplomato. Ora sono laureando in Filosofia all’Università di Bologna.

La peculiarità della mia storia scolastica, comune a moltissimi ragazzi italiani e sicuramente anche giapponesi, risiede nel fatto che sono un disabile fisico al 100%, in sedia a rotelle sin dall’ età di quattordici anni, ma con scarsissime possibilità di movimento sin da bambino, a causa di una malattia genetica. Il mio handicap, tuttavia, non ha costituito un particolare ostacolo nel mio iter scolastico; ho sempre frequentato scuole “normali”, ovvero con bambine e bambini, ragazze e ragazzi di tutti i tipi, senza mai essere confinato o ghettizzato nelle cosiddette “scuole speciali” (Besonders Schule, come vengono chiamate in Germania). Le “scuole speciali”, dove ancora in molti paesi del mondo vengono in maniera discriminatoria messi studentesse e studenti disabili, in Italia sono state abolite già da gli anni ‘70.

Non è dei miei risultati scolastici che intendo parlare, comunque sempre più che soddisfacenti, ma di come, nella mia esperienza, problemi oggettivi inerenti la disabilità (parlerò esclusivamente di disabilità motoria; non mi riferisco a problemi d’apprendimento) possano essere affrontati e superati brillantemente; di come le strutture scolastiche si possano adeguare; di come possano essere utilizzati personale e presidi, in grado di mettere anche le persone con disabilità nella condizione di studiare e svolgere il proprio lavoro come tutte le altre cosiddette “sane”, di apprendere e di svilupparsi intellettualmente e culturalmente al meglio.

Già dalla scuola elementare ho avuto a disposizione delle persone, gli “assistenti”, che mi aiutavano negli spostamenti, nel compiere determinate operazioni per me faticose — al tempo ancora camminavo, ma in malo modo e lentamente; la mia forza era già molto limitata — quali portare la cartella, muovere determinati oggetti, scrivere per un lungo periodo … Devo dire che in questo primo ciclo di studi, che in Italia dura cinque anni, un ruolo fondamentale lo ha avuto la mia maestra di classe, la quale non solo non mi ha mai fatto pesare le mie innegabili difficoltà fisiche, ma mi ha sempre aiutato ad affrontarle e a superarle; ha fatto in modo che si creasse il miglior rapporto possibile con gli altri bambini e con le altre bambine, insomma è stata un sostegno fondamentale, come ogni buon insegnante, soprattutto in questi casi particolari, dovrebbe essere. Non favorendomi e non compatendomi mai, ha fatto in modo che non subissi quella discriminazione al contrario, in cui si rischia di cadere con atteggiamenti iperprotettivi; discriminazione che determina, anche in questo caso, un grado di separazione forte (e ingiusto) tra la persona disabile e gli altri componenti la classe, e fa in modo di non permettere mai una reale integrazione. Sin dalle prime classi delle elementari ho avvertito una difficoltà ed una fatica abbastanza grandi e via via crescenti nello scrivere. Per ovviare a questo problema e mettermi nelle condizioni di stare al passo con il resto della classe, oltre a farmi scrivere parte degli appunti e dei compiti dai miei compagni (peraltro sempre molto disponibili), sono stato avviato, da subito, all’uso della macchina da scrivere (il computer ancora non era utilizzato). A questo scopo mi è stata messa a disposizione un’insegnante che mi addestrasse e alcune ore della settimana erano dedicate a questo lavoro. Un altro elemento fondamentale per la mia completa integrazione nella scuola elementare è stata il poter svolgere tutte le attività, anche quelle ludiche e ricreative, assieme ai miei compagni di classe. Per esempio le gite scolastiche, durante le quali ero accompagnato spesso da mia madre e, soprattutto negli ultimi anni, quando le difficoltà andavano aumentando, da assistenti che m’aiutavano ad adempiere alle mie necessità.

Dopo la scuola elementare, come detto, ho frequentato tre anni di scuole medie. Qui le difficoltà sono state maggiori: innanzitutto per l’aggravamento progressivo della mia malattia che in terza media, tra i 13 e i 14 anni, ha determinato la mia totale impossibilità di camminare e quindi mi ha costretto a far uso della sedia a rotelle, poi perché l’adolescenza, come ben si sa, è un’età molto difficile, ed i problemi e i turbamenti psicologici sono assai acuti. L’adolescenza è un’età difficile per tutti; lo può essere ancor di più per una persona in situazione di handicap. Anche in quest’ordine di scuola mi sono state fornite delle assistenti, che oltre che di me si occupavano di altri ragazzini con problemi (a volte anche più gravi dei miei, trattandosi di handicap mentali); inoltre, mi veniva a prendere e a riportare a casa un pulmino. A scuola le assistenti mi aiutavano negli spostamenti, soprattutto al di fuori della classe, ad esempio durante le gite scolastiche, ed insieme a loro proseguivo nell’apprendimento della dattilografia e dell’uso della macchina da scrivere, poiché nel frattempo la scuola mi aveva fornito di una macchina da scrivere elettrica. Oramai tutti i compiti in classe li svolgevo con questa. Mi era stato fornito inoltre un tavolo particolare, più spazioso e regolabile in altezza, che sostituiva il banco, ed una sedia più comoda per alzarmi e sedermi, questo sinché m’è stato possibile farlo autonomamente. Riguardo i problemi psicologici di cui accennavo prima, dati dall’età, dalla mia disabilità, e dal conseguente rapporto con gli altri componenti la classe, la mia famiglia aveva fatto in modo che venissi seguito da uno psicologo e che questi entrasse in contatto e collaborasse anche con i miei docenti. Pure gli esami di licenza media, che si affrontano allo scadere del terzo anno, li ho potuti affrontare con tutti gli ausili che mi erano stati messi a disposizione per tutto il percorso scolastico, così, ad esempio, il tema di italiano e quello di seconda lingua, tedesco, li ho scritti con la mia macchina da scrivere elettrica. Anche durante questa esperienza non ho usufruito, ovviamente e giustamente, di alcun tipo di favoritismo, ma i professori, chi più chi meno, hanno tenuto conto delle particolari esigenze che incontra una persona con disabilità (come, in realtà, bisognerebbe fare nei riguardi di ogni individuo, con disabilità o no) per cui, ad esempio, se facevo lunghi periodi d’assenza dovuti a problemi legati alla mia condizione, mi davano il tempo e il modo di recuperare.

I primi otto anni di scuola, dai 6 ai 14 anni, sono nella legislazione scolastica italiana “scuola dell’obbligo”, quindi non solo si è chiamati obbligatoriamente a frequentare le scuole elementari e le scuole medie, ma lo Stato deve mettere gli studenti nelle condizioni di farlo, rimuovendo gli ostacoli che impediscono o intralciano la normale attività. Tuttavia anche successivamente, nelle scuole chiamate superiori, lo Stato è chiamato ad eliminare ogni barriera che impedisca il corretto svolgimento delle medesime, che ostacoli l’accesso al sapere e alla cultura. Il diritto allo studio per tutti, indipendentemente dal sesso, dalle condizioni sociali, economiche, dalle convinzioni politiche, religiose e anche dalle condizioni fisiche è uno dei nostri diritti fondamentali. Così anche al liceo classico, la scuola superiore che avevo deciso di intraprendere, sono stato messo nelle condizioni di frequentare normalmente e con grande soddisfazione. Anche in questo caso la scuola, tramite l’intervento della Provincia, ha fatto in modo che avessi il mio assistente, il quale mi veniva prendere e mi riportava a casa (essendo la scuola molto vicina si andava e si tornava a piedi) e, come negli ordini di scuola precedenti, mi supportava e mi aiutava in tutte quelle incombenze fisiche che da solo non sarei stato in grado di svolgere. Poiché l’istituto presentava delle scale per accedervi, vennero costruiti due scivoli, in modo che potessi transitare con la sedia a rotelle ed arrivare in classe senza problemi. Anche al Liceo mi servii inizialmente di una macchina da scrivere elettronica, per svolgere i miei compiti in classe e a casa; successivamente questa venne sostituita da un computer, che imparai ad utilizzare con grande vantaggio, poiché potevo svolgere in maniera meno faticosa e più precisa numerose attività. Utilizzai il computer anche per eseguire gli scritti all’esame di maturità. Durante questi anni, assai formativi e ricchi da un punto di vista sia culturale sia umano, riuscii a compiere tutte le esperienze che riguardavano, od erano in qualche modo legate, la scuola. Particolarmente significative le gite scolastiche, anche in località straniere, anche per periodi relativamente lunghi, una settimana ad esempio. In questo caso al mio solito assistente veniva affiancato un altro operatore, così da permettere una gestione meno faticosa e più equilibrata delle mie necessità. A parte questi interventi di tipo prevalentemente tecnico, posso dire tranquillamente che la mia esperienza liceale è stata vissuta nella più assoluta normalità, questo grazie certo agli interventi e ausili che ho avuto modo di descrivere, ma soprattutto grazie all’ambiente, alla preparazione dei professori, all’ottimo rapporto instaurato con i compagni e le compagne, e conseguentemente alla mia serenità di fondo nell’affrontare passaggi anche, a volte, alquanto difficili. Pure in questi anni, come nel periodo delle scuole medie, ho passato lunghi momenti di malattia e disagio, che comportarono intervalli anche molto prolungati in cui non frequentavo la scuola. In queste circostanze, oltre all’indispensabile sostegno dei miei compagni di classe — sia umano sia riguardo lo studio (compiti, programma, appunti…) — vi è stata sempre una grandissima disponibilità da parte del personale docente, il quale, senza mai fare alcun tipo di favoritismo, mi dava il tempo di recuperare e mi metteva nelle condizioni di essere sempre alla pari con il resto della classe. L’affiancare alla doverosa inflessibilità riguardo i livelli scolastici da raggiungere, la comprensione di difficoltà oggettive e le disponibilità nell’affrontarle insieme e nel fare il possibile affinché riuscissi a superarle, è stata l’intelligente formula adottata dai miei professori che mi ha aiutato in modo decisivo a costruire la mia dimensione scolastica, culturale e intellettuale, quindi gran parte della mia personalità.

L’esperienza universitaria è ancora un capitolo a parte, visto che in questa situazione decisi di uscire dalla famiglia e di trasferirmi in un’altra città a studiare, vivendo in appartamenti con altri studenti. Eppure anche in questo caso è necessario, seppur per sommi capi, accennare a quel periodo, poiché oltre ad essere stato sommamente positivo e fecondo, è anche significativo di come si possa affrontare un’esperienza così complessa e per molti aspetti difficoltosa, in maniera serena e fruttuosa, grazie anche ad un’organizzazione capillare e ad una rete d’assistenza molto bene programmata. Durante il giorno avevo a disposizione tre assistenti che, a rotazione, coprivano le ore che andavano dalle otto del mattino fino alle una di notte; questi provvedevano ad ogni mia necessità, dal portarmi all’università a prepararmi i pasti, dall’accompagnarmi a far la spesa, o al cinema, o ad un concerto, sino al sistemarmi a letto la sera. Da quel momento in casa c’era sempre qualcuno dei miei compagni d’appartamento, che il più delle volte erano già miei amici, mentre altre volte lo divenivano nella coabitazione; in questo modo ero coperto praticamente 24 ore su 24. La facoltà di filosofia non presentava particolari barriera architettoniche, quindi la sua frequentazione era piuttosto agevole. Per il resto il mio iter universitario è stato quello di una qualsiasi studentessa o studente: lezioni, appunti, studio, sessioni di esami; così il mio rapporto con i professori, che avevano davanti una persona autonoma ed indipendente. Anche in questo caso il dato più importante, e credo anche più interessante per chi mi legge, è quello dell’acquisto totale di “normalità”, del sostanziale superamento del proprio handicap — inteso come difficoltà o impedimento oggettivo ad affrontare e vivere determinate situazioni a causa delle barriere d’ordine architettonico, fisico, ma anche culturale —; superamento dell’handicap perseguito con successo almeno nell’ambito della Scuola, dell’Università, dell’accesso e del diritto allo studio.

In conclusione mi pare utile mettere a fuoco quelle che sono, a parer mio, le condizioni irrinunciabili affinché avvenga una reale inclusione di persone con disabilità nelle strutture scolastiche e quelle che ritengo essere, alla luce della mia esperienza, le caratteristiche principali che dovrebbe possedere un insegnante per rapportarsi a ragazze o ragazzi con queste problematiche.

Innanzitutto è assolutamente necessario che la persona sia messa in grado di svolgere le attività scolastiche col massimo agio: presidi, ausili, testi in braille, computer; abbattimento di ogni barriera architettonica (quindi scivoli, ascensori, montacarichi…); approntare bagni adeguati, mense accessibili. Insomma, tecnicamente bisogna mettere ciascuno in grado di frequentare gli spazi comuni in modo da sentirsi accolto e non estraneo; fornirgli tutto l’occorrente affinché la disabilità non costituisca, nei limiti del possibile, un peso eccessivo per affrontare lo studio alla stregua di tutti gli altri. Queste, a ben guardare, sono pre-condizioni, connotati, vorrei dire, di civiltà minima.

Per quanto riguarda, invece, gli insegnanti, la preparazione richiesta, l’atteggiamento che si ritiene dovrebbero assumere, credo che il mio parere si possa desumere da quanto ho scritto in precedenza, quindi mi limiterò a riassumere. Considerare i ragazzi e le ragazze con disabilità come i loro compagni è il primo passo per riconoscerne la pari dignità e permettere anche alle altre ragazzine e ragazzini di considerarli, senza riserve, “dei loro”, del tutto uguali, quindi né da discriminare, né da compatire. L’insegnante per primo dovrebbe evitare qualsiasi forma di discriminazione; anche, come si accennava, quelle “al contrario”, che, magari favorendo un elemento del gruppo, portano confusione se non malanimo nei suoi confronti da parte degli altri studenti e lo mettono, prima di tutto psicologicamente, in condizione di “minorità”. Dire che bisogna trattare la persona con disabilità come tutti gli altri non significa che non bisogna tener conto di possibilità diverse, di limiti (ora mi riferisco in particolar modo all’handicap mentale), di esigenze differenti. In realtà, credo che ciò andrebbe attuato nei confronti di ogni persona, ma qui il discorso diventerebbe troppo ampio, esulando dal nostro intento. Tempi, modalità, ritmi possono essere, inevitabilmente, sfalsati per una persona disabile (come anche per una “sana”…); si tratta di trovare i metodi giusti per raggiungere (e pretendere) gli stessi risultati e traguardi. Ritengo inoltre che, soprattutto rispetto agli anni cruciali della crescita, l’educatore debba essere il più possibile attento alle dinamiche relazionali che si instaurano all’interno della classe, tra la persona disabile ed i suoi compagni. Credo che la professoressa e il professore (per quanto è a loro possibile, ben sapendo che non è una competenza specifica ad essi richiesta) dovrebbe mediare, o facilitare, taluni rapporti. Per questo ritengo importante avvalersi di altre figure (psicologi, assistenti sociali …), senza che questi pretendano di gestire i rapporti tra la persona disabile e gli altri.

Il rispetto dei principi qui esposti non dà, magicamente, la garanzia del pieno successo, tuttavia pone delle salde basi.

A ben guardare, per esperienza, vivere e agire l’inclusione, il rispetto e la convivenza può essere più facile e naturale di quanto non paia a scriverlo e a leggerlo.

Fausto Concer

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Jo Ann Robinson (April 17, 1912 – Aug. 29, 1992)! Civil rights activist.

Happy birthday, Jo Ann Robinson (April 17, 1912 – Aug. 29, 1992)! Civil rights activist. English professor. Credited with initiating the Montgomery bus boycott. In December 1955, after Rosa Parks was arrested, Jo Ann took it upon herself to mimeograph more than 50,000 handbills calling for a boycott of the Montgomery bus system. The idea was picked up by local African-American clergy, and the Montgomery Improvement Association was born, with Martin Luther King, Jr., as president. Author of “The Montgomery Bus Boycott and the Women Who Started It” (University of Tennessee Press, 1987).
~The Marginal Mennonite Society Heroes Series.

foto di Marginal Mennonite Society.

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Bayard Rustin, local legend linked to the March on Washington

Participants head out on a Bayard Rustin- focused walking tour in West Chester.
Participants head out on a Bayard Rustin- focused walking tour in West Chester.

POSTED: August 24, 2013

He suffered it in the Warner Theater, where black people were restricted to the balcony, and at the YMCA, where the young and athletic Bayard Rustin couldn’t play.

In West Chester, a town that was once a stop on the Underground Railroad, the civil rights legend, named this month to receive the Presidential Medal of Freedom, had his first encounters with inequality.

But the Chester County borough of 18,000 people also was where Rustin learned the Quaker principles that would propel his activism.

Rustin’s nonviolent protests as a teen in West Chester would be a precursor to his role as organizer of the historic 1963 March on Washington, whose 50th anniversary is Wednesday.

“He would sit where they told us not to sit. He would go into the restaurant where we couldn’t eat …,” said Alice Thomas, 82, who with her husband opened the first black-owned pharmacy in West Chester. “It all started here.”

The civil rights giant, who died in 1987, would participate in one of the first Freedom Rides to protest segregation and would counsel the Rev. Dr. Martin Luther King Jr. on the principles of nonviolence. Rustin protested Japanese American internment during World War II and Britain’s colonial rule in Africa.

He spent more than two years in jail as a conscientious objector during the war and was on a chain gang after he was arrested on the Freedom Ride.

But it was his arrest on morals charges after being discovered by police in the backseat of a car with two men in California that for years would help relegate Rustin to the background.

He never hid the fact that he was gay. But his sexual orientation, his brief flirtation with communism, and his belief in the Quaker principle of humility kept him out of the movement’s spotlight, said John D’Emilio, author of The Lost Prophet: The Life and Times of Bayard Rustin.

Those Quaker principles were taught to him by his grandmother Julia Davis Rustin, who was brought up as a Friend.

She raised Bayard Rustin with her husband and Rustin’s grandfather Janifer in a series of small homes in West Chester.

Julia Rustin instilled the principles of “truthfulness, authenticity, and commitment to nonviolence,” said Walter Naegele, Rustin’s partner and executive director of the Bayard Rustin Fund.

Julia Rustin was a charter member of the local NAACP and hosted black leaders including W.E.B. DuBois, Mary McLeod Bethune, and Paul Robeson, said Marcia A. Taylor, an assistant professor at Delaware State University who is writing a book on Rustin.

The young Bayard Rustin witnessed it all.

He attended the segregated Gay Street School and later West Chester High School, which was integrated because there were not enough black students to fill a separate school. He later studied at what is now Cheyney University.

On Wednesday, about 20 people on a walking tour of Rustin-associated sites sponsored by the Chester County Historical Society stood outside the former Warner Theater, where a teenage Rustin sat in the white section to protest segregation.

“When my mom was a little girl, she had to sit in the balcony,” said Cookie Washington, 54, of West Chester.

Washington is a rental manager at the Charles A. Melton Arts and Education Center, founded in West Chester because black residents were not allowed to use the local YMCA.

Rustin spent many days there, returning repeatedly from his home in New York to speak and participate in planning demonstrations to fight discrimination in West Chester.

In 1965, he spoke at a rally to protest segregation in the local school district, said Jim Jones, a West Chester University professor, who conducted the tour.

Later Wednesday, West Chester Mayor Carolyn Comitta, at a borough council meeting, led a 45-minute ceremony honoring Rustin. The ceremony was co-sponsored by the historical society.

Some in the community weren’t always so open to claiming Rustin. In 2002, the school district began efforts to name a high school in Rustin’s honor, and the move sparked controversy.

Some residents objected because he was gay, once had ties to communism, and declined to serve during World War II. But the school board eventually voted to name the school after him.

Last year, the borough hosted celebrations of Rustin’s centennial.

Pharmacy owner Thomas feels there is still an undercurrent of disapproval about Rustin from some in West Chester.

Catherine C. Quillman, a former Inquirer reporter and coauthor with Sarah Wesley of Walking the East End: A Historic African American Community in West Chester, Pennsylvania, which documents the history of a neighborhood where Rustin lived, said some African American residents did not attend the borough hall ceremony because of “bad memories” about the town’s history.

But Alfreda Johnson, 88, of West Chester, is entertaining only good thoughts.

Johnson, a cousin of Bayard Rustin’s, is thrilled at the recognition her relative is receiving.

“I always think it’s so much better when you sing people’s praises when they can hear it,” Johnson said. “But I think it’s wonderful, and I’m very proud of him.”


Contact Kristin E. Holmes at 610-313-8211 or kholmes@phillynewscom.

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Bayard Rustin a very big for LGBT people

Happy birthday, Bayard Rustin (March 17, 1912 – August 24, 1987)! ‪#‎Quaker‬. ‪#‎Pacifist‬. ‪#‎Socialist‬. Gay rights activist. Master strategist of the civil rights movement. Born in West Chester, Pennsylvania, where he was raised by his grandparents. His grandmother, Julia (David) Rustin, was a Quaker. At the age of 24, Bayard moved to Harlem, NYC, where he attended City College. He found work as a nightclub singer in Greenwich Village. He also became a member of 15th Street Friends Meeting near Union Square. Spent two years (1944-1946) in Lewisburg Federal Penitentiary for refusing to cooperate with Selective Service. Co-organizer (with George Houser) of the 1947 Journey of Reconciliation, the original Freedom Riders. In 1948 Rustin traveled to India to study non-violent resistance techniques from leaders of the Gandhian movement. It was largely Rustin’s influence that persuaded Martin Luther King, Jr., to adopt non-violent tactics. Died in New York City. Cremated.
~The Marginal Mennonite Society Heroes Series.

Altro…

foto di Marginal Mennonite Society.

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Bayard Rustin : un gay quacchero a fianco di Martin Luther King

Un quacchero per me imponente …se Dio accoglie la mia preghiera di essere un piccolo come lui ne sarei grato

Sono già comunista e non temo la valanga di insulti anzi….

 

Visto da un protestante, cosa che noi non siamo…. Ben inteso

 13 mar

 

Bayard Rustin (1912-1987), fratello outsider
(Martin Rothe) Quando nel 1963 Martin Luther King tenne il suo famoso discorso “I have a dream”, a Washington, dietro di lui c’era Bayard Rustin. Sebbene fosse egli stesso un brillante stratega del movimento per i diritti civili e mentore di King, rimase in disparte. Perché la sua omosessualità era considerata uno scandalo. Una statua sul National Mall Il National Mall a Washington è il luogo sacro della democrazia americana: lungo quattro chilometri, dal Campidoglio al fiume Potomac, il sontuoso viale simile a un parco è fiancheggiato da musei e monumenti dedicati ai principali fondatori e custodi della Repubblica. Nel 2011 accanto alle statue di George Washington, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln e Franklin D. Roosevelt, è comparsa per la prima volta un monumento dedicato a un afroamericano: l’attivista di colore per i diritti civili Martin Luther King jr. Il monumento a King, una scultura di grandezza superiore al naturale, è stato inaugurato il 28 agosto 2011 dal primo presidente di colore degli Stati Uniti – esattamente 48 anni dopo quella “marcia su Washington che ha rappresentato la svolta per il movimento per i diritti civili afroamericano. Accanto a Martin Luther King La marcia non fu un “one man show”: era stata organizzata da Bayard Rustin, una delle menti più originali e influenti del movimento per i diritti civili. Era stato lui per primo a costruire con successo un ponte tra gli attivisti di colore per i diritti civili, la gente di chiesa, i sindacalisti e i liberal bianchi. Si era preoccupato affinché quella che sarebbe stata sino ad allora la più grande manifestazione di massa della storia degli Stati Uniti si svolgesse in modo pacifico e dignitoso – e ottenesse così l’effetto desiderato sulla società americana. Oggi Bayard Rustin continua a essere misconosciuto. Finora né Washington né un’altra città americana gli hanno dedicato un monumento. C’è un motivo per questo: Bayard Rustind era apertamente omosessuale. Per non compromettere il movimento per i diritti civili scelse un basso profilo. Poiché gli avversari, sia bianchi, sia di colore, lo stigmatizzavano. Notizie biografiche Martin Luther King restò fedele a Rustin, poiché lo apprezzava come pioniere e come organizzatore. “Ciò che teneva strettamente uniti i due era il loro approccio popolare e la loro forte convinzione che i problemi politici e sociali devono essere risolti senza alcun ricorso alla violenza”, riferisce il teologo tedesco Heinrich Grosse, il quale nel 1967, da studente negli Stati Uniti, conobbe King e il movimento della gente di colore. Bayard Rustin fu una di quelle personalità che segnarono il giovane Martin Luther King. Si erano incontrati nel 1955, in occasione delle proteste contro la segregazione razziale negli autobus di Montgomery, in Alabama: “Soltanto allora, per mezzo di persone come Rustin, King venne a conoscenza delle tecniche di resistenza nonviolenta del Mahatma Gandhi”, afferma Grosse. Bayard Rustin aveva conosciuto la filosofia della nonviolenza già nella sua Pennsylvania. Nato cent’anni fa, Bayard nacque il 17 marzo 1912, crebbe con la nonna Julia, quacchera convinta e impegnata. Da lei imparò a battersi contro le ingiustizie, ma senza violenza. In un ambiente ampiamente diviso in base alla razza fu uno dei pochi neri a frequentare la scuola superiore, in cui divenne una stella del football. Rustin era noto perché recitava versi classici quando aiutava i giocatori avversari a rialzarsi dopo uno scontro. Già da studente iniziò la sua marcia per la pari dignità che avrebbe proseguito per tutta la vita, insistendo, quando la sua squadra giocava fuori casa, che giocatori neri e bianchi venissero alloggiati insieme e non, come usava allora, divisi per razza. Quando al cinema o al ristorante si sedeva nei posti riservati ai bianchi ed era disposto a farsi arrestare per questo. Il suo motto era: “The proof that one truly believes is in action” (“La prova che qualcuno crede davvero è in ciò che fa”. Coraggio e carisma “Bayard era un giovane di gran bell’aspetto e sapeva cantare come un usignolo”, afferma entusiasta una ex vicina nel documentario “Brother Outsider. The Life of Bayard Rustin” (“Fratello outsider. La vita di Bayard Rustin”). Durante gli studi partecipava con il suo quartetto vocale a eventi in tutto lo Stato. Più tardi incise dei dischi con le proprie canzoni. Fece capire ben presto alla nonna che si sentiva attratto dagli uomini. Lei lo rispettava. E da allora Rustin non tenne più nascosta la propria omosessualità. Dopo una breve infatuazione per i comunisti statunitensi, Rustin iniziò a impegnarsi nell’organizzazione ecumenica e pacifista “Fellowship of reconciliation” (“Associazione per la riconciliazione”). Lì ebbe come mentore il teologo politicamente impegnato A. J. Muste. “Quando lo incontrai nel 1940”, disse Rustin in seguito, “rimasi molto colpito. Muste non credeva che il lobbismo e le petizioni da soli fossero sufficienti. Bisognava agire e mettersi in gioco in prima persona”, con sit-in e altri atti di disobbedienza civile. Ben presto l’appena trentenne Rustin iniziò a viaggiare per gli Stati Uniti e addestrò gruppi locali alla resistenza nonviolenta contro la segregazione razziale. Il suo riferimento è l’azione condotta da Gandhi in India. All’entrata in guerra degli Stati Uniti alla fine del 1941, Rustin obiettò per motivi di coscienza e ciò gli costò tre anni di carcere. Questo periodo gli servì a imparare a suonare il liuto. Il suo compagno di allora, uno studente bianco, gli aveva contrabbandato lo strumento in carcere. E dopo la scarcerazione di Bayard si trasferirono insieme in un appartamento di New York. Arrestato venticinque volte Nel 1947 Rustin verificò l’applicazione di una nuova sentenza della Corte suprema statunitense che proibiva la segregazione razziale negli autobus di tutto il Paese. Nel corso di questo viaggio, il primo dei cosiddetti “Freedom Rides”, venne arrestato nel North Carolina e condannato da un giudice razzista a diverse settimane di lavori forzati. Bayard Rustin finì in carcere ben venticinque volte. Dopo ogni arresto per motivi politici, Rustin si sentiva più forte. Quando tuttavia nel 1953 a Pasadena, in California, fu arrestato per “oltraggio alla morale” dopo essere stato trovato sul sedile posteriore di un’auto abbracciato a due uomini, la sua voglia di vivere subì un duro colpo. Da allora fu pubblicamente discreditato quale “perverso”. Lasciò il suo lavoro presso il pastore Muste perché l’organizzazione non ne subisse il danno. E molti compagni di colore si allontanarono da lui. Martin Luther King, di diciassette anni più giovane, non si distanziò da Rustin Bayard: dal loro primo incontro nel contesto del boicottaggio degli autobus a Montgomery nel 1955 il pastore battista cercò spesso il suo consiglio. Insieme organizzarono una federazione e diverse campagne nonviolente. Rustin funse probabilmente anche da ghostwriter per King, che diventava sempre più l’immagine pubblica del movimento. Rottura tra King e Bayard Nel 1960 la collaborazione tra i due fu messa tuttavia a dura prova. Per far sì che il Partito democratico dell’allora candidato alla presidenza John F. Kennedy si impegnasse risolutamente per l’uguaglianza tra le razze, il deputato del Congresso Adam Clayton Powell insistette affinché l’“immorale” Bayard Rustin venisse allontanato dalla dirigenza del movimento per i diritti civili. In caso contrario avrebbe fatto girare la voce che Rustin e King avevano una relazione. Di fronte a tale minaccia, King rinunciò a Rustin, il quale si ritirò deluso. L’amicizia tra i due pionieri del movimento per i diritti civili fu da allora compromessa. Fu A. Philipp Randolph, nel 1963, a far riavvicinare King e Rustin, prima della “marcia su Washington”. Randolph, un grande vecchio del movimento sindacale afroamericano, fu una delle poche persone che tenne sempre le parti di Rustin. Il suo sostegno fu ancora una volta utile quando un politico razzista come il senatore Strom Thurmond cercò all’ultimo momento di impedire la “marcia su Washington” sventolando un incartamento dell’FBI di diecimila pagine. Tuttavia questa volta la dirigenza del movimento per i diritti civili prese le difese del proprio organizzatore. La marcia orchestrata da Rustin ebbe un successo sensazionale: “Scosse l’America. Scosse il presidente e tutta la sua amministrazione. Elevò il movimento a un nuovo livello e ci spinse verso nuove, sconosciute sponde”, ricorda la deputata afroamericana Eleanor Holmes Norton, che allora prestava aiuto come volontaria. E undici mesi dopo la marcia il successore di Kennedy Lyndon B. Johnson firmò il “Civil Rights Act”, con il quale le discriminazioni razziali ancora in vigore vennero abrogate. Compromesso necessario Per i neri ebbe inizio una nuova era. Bayard Rustin riconobbe: “Adesso passiamo da un periodo di proteste a uno di responsabilità politica”. Ciò esigeva il compromesso. Affinché il movimento per i diritti civili continuasse ad avere il sostegno dei sindacati e del Governo Johnson e per mitigare lo stato d’emergenza sociale di tanti afroamericani, Rustin reputò più saggio non opporsi alla guerra in Vietnam. Ciò gli costò la simpatia di molti compagni pacifisti, anche se con il prosieguo del conflitto corresse la sua posizione. Altrettanto aspre furono le sue discussioni con i nazionalisti di colore: mentre questi sostenevano in modo aggressivo la separazione e il “Black Power”, Rustin si batteva per l’integrazione. Negli anni Settanta e Ottanta, colui che nel frattempo era divenuto il “public intellectual” dai capelli bianchi viaggiò per il mondo impegnandosi a favore dei profughi e contro le armi atomiche e l’apartheid sudafricano. In politica interna mise però in primo piano la battaglia per la parità di diritti degli omosessuali, uomini e donne. A metà degli anni Ottanta affermò: “Il barometro in base al quale valutiamo il problema dei diritti umani non è più costituito dalla gente di colore, ma da omosessuali e lesbiche”. Allo stesso tempo esortò i “gay” ad adoperarsi in favore di altre minoranze: “Siamo tutti uno!” In qualsiasi contesto gli fosse concesso di parlare al microfono il suo messaggio di fondo era sempre: “Ogni comunità ha bisogno di un gruppo di sobillatori angelici!” Bayard Rustin, il grande “angelic troublemaker”, morì a New York il 24 agosto 1987. (da “Zeitzeichen, agosto 2012; trad. it Giacomo Mattia Schmitt) Link: Brother outsider. The life of Rustin Bayard

 

 

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Bayard Rustin, a big of us

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6 marzo 2016 · 1:06 pm

Non vogliamo omofobi fra noi: andate dai cattolici!

Ieri pomeriggio in via S. Antonio a Milano l’Arcivescovo ha incontrato i giovani che si preparano al matrimonio col motto “Scelgo un amore per sempre” : in piena sintonia coi porci al Governo in Italia che hanno eliminato la parola fedeltà dalle Unioni civili, mutilate in Parlamento anche delle adozioni.

Come dire gli omosessuali non sono in grado di gestire un rapporto d’amore per la vita. Premesso che come teologo posso dire che solo Dio è fedele e non l’essere umano, è evidente che la posta in gioco è lo svilimento spirituale di un legame. Ai fini apologetici cattolici, una ideologia antiumana.

Se la Legge non cambia spero che sia posto rimedio legislativo quanto prima con un nuovo Governo dopo nuove elezioni.

Gli oscurantisti e fanatici religiosi hanno preso il sopravvento anche nel cuore della natura (precaria certo) dei sentimenti ma sappiamo che l’Amore vincerà.

 

Non vogliamo omofobi in queste nostre liste di distribuzioni e siti: è chiaro? Sia vestite da religioni che con abiti politici

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I quaccheri sostengono il matrimonio gay dal 2009

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5 marzo 2016 · 5:17 pm