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Anna festeggiamo con te il superamento delle visite mensili di dicembre

Anne Frank (1929-1945), la memoria dell’incubo
(Paolo Tognina) Nel 1933 Otto Frank, il padre di Anne, decise di lasciare Francoforte, dove viveva con le sue due bambine e la moglie, per andare a stabilirsi ad Amsterdam. Aveva capito che l’ascesa di Hitler avrebbe avuto conseguenze nefaste per gli ebrei.

Fuga in Olanda
Con i suoi genitori e la sorella Margot, di tre anni più anziana di lei, Anne Frank, che era nata il 12 giugno 1929, andò a vivere in Merwedeplein 37, ad Amsterdam.
L’infanzia di Anne trascorse abbastanza tranquilla, finché l’Olanda non fu invasa dalle truppe tedesche, nel maggio del 1940. Nuvole nere si addensarono nel cielo di Anne quando gli occupanti tedeschi cominciarono a limitare sempre di più le libertà degli ebrei. Gli studenti ebrei furono espulsi dalle scuole pubbliche e costretti a frequentare istituti per soli ebrei. Per qualche tempo ancora – e grazie agli sforzi compiuti da Otto ed Edith Frank per conservare una parvenza di normalità – Anne continuò tuttavia a vivere una vita relativamente tranquilla.
Nel luglio del 1942 Margot Frank ricevette dalle autorità d’occupazione una cartolina che la invitava a presentarsi per essere arruolata nel servizio da svolgere “a est”: era il segnale dell’imminente deportazione. Otto Frank era pronto.

Vita nel rifugio
Nel retro della piccola fabbrica di gelificanti di cui era stato proprietario (aveva ceduto la “Opekta” ad alcuni fidi collaboratori, prima che fosse confiscata dai tedeschi) aveva ricavato un alloggio segreto per sé e per la sua famiglia. E alcune persone, tra cui Miep e Jan Gies, erano pronti ad aiutarli. I Frank entrarono nel nascondiglio sulla Prinsengracht, al numero 263, ai primi di luglio del 1942. E ne uscirono solo il 4 agosto 1944, quando furono tratti in arresto – per colpa di una soffiata – dalla polizia tedesca.
Durante i due anni di permanenza nell’alloggio segreto, Anne tenne un diario. Dopo la guerra quelle pagine furono recuperate dal padre, Otto, e pubblicate e tradotte in molte lingue in tutto il mondo. Si tratta di uno dei documenti più significativi dell’immane tragedia dello sterminio degli ebrei europei.

Da Westerbork ad Auschwitz
Il giorno dopo l’arresto, i Frank furono portati al campo di concentramento olandese di Westerbork. Il 3 settembre 1944 Anne, Margot, Edith e Otto Frank salirono sull’ultimo treno diretto ad Auschwitz. Su quel treno c’erano 498 uomini, 442 donne e 79 bambini. In totale 1019 persone. Quando partirono, gli alleati avevano già raggiunto Bruxelles e si trovavano a poco più di 200 chilometri di distanza da Westerbork.
Il treno raggiunse Auschwitz nella notte tra il 5 e il 6 settembre. All’arrivo fu effettuata la selezione. Uomini e donne furono separati. 549 persone scese da quel treno – e tra loro tutti i ragazzi fino ai 15 anni – furono subito assassinate nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau. Anne sfuggì a quel primo tentativo di eliminazione.
Quando quell’ultimo trasporto proveniente dall’Olanda raggiunse il campo, il “Frauenlager” di Auschwitz conteneva quasi 40’000 donne. Anne, Margot e la madre finirono nel “Frauenblock 29”. Le tre donne rimasero insieme fino alla fine di ottobre. Ad Auschwitz, come disse più tardi un’ebrea olandese che vide Edith Frank e le sue figlie in quel lager, non c’era più traccia dei dissidi tra Anne e sua madre menzionati nel diario scritto nell’alloggio segreto della Prinsengracht: quelle tre donne lottavano, insieme, unite, per sopravvivere.

L’ultimo viaggio
Il 28 ottobre 1944, quando i russi erano ormai a poco più di cento chilometri da Auschwitz, Anne e Margot furono trasportate nel campo di Bergen-Belsen (Edith Frank rimase ad Auschwitz, dove morì il 6 gennaio 1945).
Negli ultimi mesi di guerra Bergen-Belsen si trasformò in un inferno. I tedeschi stavano evacuando i campi a oriente e molti convogli, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, rovesciarono a Bergen-Belsen un numero inverosimile di prigionieri. Il cibo scarseggiava e per giunta nel tardo autunno il campo fu investito da una forte tempesta che ne danneggiò parecchie strutture. Le condizioni bestiali in cui erano ridotti i prigionieri provocarono la morte di un alto numero di loro, negli ultimi mesi prima della fine del conflitto e nei mesi immediatamente successivi alla fine della guerra. In particolare epidemie di tifo falcidiarono la popolazione di Bergen-Belsen. Nel marzo del 1945, poche settimane prima che il campo fosse raggiunto dalle truppe inglesi, Margot e Anne Frank morirono, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra.
Delle 1019 persone salite sul treno partito da Westerbork il 3 settembre 1944, sopravvissero 82 donne e 45 uomini, tra cui Otto Frank.

Anne Frank a Sils-Maria
Nell’estate del 1935 Anne Frank trascorse qualche tempo a Sils-Maria, nell’alta Engadina, ospite di Olga Spitzer, cugina di secondo grado di suo padre, Otto Frank. Anne abitava nella splendida Villa Spitzer (oggi Villa Laret), immersa nel bosco. Ci ritornò anche l’anno dopo, con la mamma e con la sorella Margot. Nelle pagine del Diario riaffiora il ricordo di quelle vacanze, di quella “isola di pace” nell’alta Engadina.
A Sils-Maria, a poca distanza dalla villa dove Anne trascorse vacanze spensierate, sorge oggi un monumento in suo ricordo. Una scultura che vuole esprimere il principio della tolleranza, della comprensione tra le religioni, della convivenza pacifica, senza l’uso della violenza.

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Spazio misto di preghiera al Muro del pianto

 

Storica decisione del governo israeliano che istituisce una zona aperta a donne e uomini nel luogo più sacro dell’ebraismo

ll muro occidentale, ultima vestigia del secondo Tempio di Gerusalemme distrutto da Tito nel 70 dopo Cristo, da noi noto come “muro del pianto”, per gli israeliani è semplicemente “קיר, kotel”, il muro, per antonomasia, il luogo più sacro dell’ebraismo.

Da 25 anni era diventato anche luogo di divisioni e tensioni, spesso sfociate in vere e proprie violenze, tutte interne alla comunità ebraica. Questo perché non era possibile per donne e uomini pregare insieme, con le prime relegate in una zona isolata, secondo un dettame stabilito dall’ala più radicale dell’ebraismo, custode della zona in maniera più o meno informale dal 1967.

Il 31 gennaio la svolta, che arriva a sorpresa proprio per mano dell’esecutivo conservatore di Benjamin Netanyahu: con 15 voti a favore e 5 contrari il governo ha stabilito la creazione di una zona di preghiera mista, che andrà ad aggiungersi alle due esistenti, e che però non sarà gestita dagli ultraortodossi, ma da un apposito comitato formato da membri del governo e rappresentanti dell’associazione “Il muro delle donne”. Sono loro le vere vincitrici di questa battaglia: dal 1988 si riuniscono sulla spianata davanti al muro e sfidano apertamente le autorità e le tradizioni recitando ad alta voce la Torah indossando i sacri indumenti, quali il talled. Sono le figlie, e i figli, della diaspora, che tornate alla terra dei padri recano con sé un ebraismo meno ingessato, più aperto ad istanze egualitarie rispetto a quello della rigida tradizione. Che nella stessa Israele è guardato con distacco dalle nuove generazioni, poco sensibili a crociate identitarie legate a riti e schemi. E a loro che deve necessariamente guardare la classe politica se vuole rinnovarsi e tenere il passo di una società moderna, giovane, multiculturale, esasperata da troppi anni di tensioni con il mondo arabo, e quindi non disposta a sopportarne altre , per altro tutte interne.

Da oggi chiunque potrà quindi scegliere se recarsi nelle due sezioni tradizionali per la preghiera separata, o in quella mista, per una preghiera comune.

Una decisione che ha generato come c’era da attendersi reazioni di ogni sorta, fra l’indignazione di alcuni rabbini conservatori che lamentano la rottura con i capisaldi dell’ebraismo e la gioia delle correnti più moderate che vedono finalmente un superamento di tradizioni da aggiornare alla luce dei tempi correnti.

Il tempo ci dirà se la decisione sarà foriera di nuove tensioni o se verrà assorbita senza traumi dalle varie componenti in gioco.

Foto  “Jerusalem Western Wall BW 3” by Berthold WernerOwn work. Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons.

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Liste indipendenti di appoggio bustese alla candidatura quacchera Benazzi a Sindaco indipendente di Olgiate O.

Riconosco esclusivamente come tributo alla Beata Giuliana, dove sono stato battezzato cattolico ambrosiano – Svizzero Zwingliano in Busto, il diritto di presentare Liste indipendenti con capilista il medico stamani presente della Farmacia di Fronte all’Ottima panetteria tradizionale nella continuazione dell’attuale Via Piave 180. E lista autonoma congiunta fra i due mitici delle moto locali nella mia via e in quella vicina alla panetteria di Busto consigliata. Li facciamo tutti diventare mondiali?

Unico impegno per le liste di sostegno quello aggiuntivo per le famiglie arcobaleno con figli adottati longobardi di area padaniese. Ovvio che Liga se vuole mi appoggia e se nel suo interesse geografico, locale. Se Benazzi si sposa con uno di Badgad libera, saranno pure affari suoi di famiglia quacchera.

Scelgo come Avvocato gradito personale Cota per cause nella mia zona lombarda. Inevitabile il confronto senza transazione monetaria in Euro a mio favore con Studio rag. Pietro Zicchittu di via Duca D’Aosta 15 a Busto Arsizio (area perimetrale della cattedrale quacchera in essere con biblioteca TCI nel rispetto del sacro suolo del gatto teologo e dei cani nella zona di interconfine protetta da reti con altre aziende) e Adler Ortho di Cormanno.  Non penso di essere stato minacciato da altri a Roma…. ma non ci metto la mano sul fuoco. Sono un non cristiano e non romano per interfede. Quacchero italiano. Longobardo doc oggi.

In futuro vediamo chi discende da me in matrimonio.

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Brevissime

Stasera ho visto preoccupato in TV l’amico consigliere regionale ex IDV e ora SEL Giulio Cavalli: lo ho sostenuto per l’elezione in Lombardia. Oggi ha toccato con mano e con consapevolezza i nemici mafiosi dentro la stessa aula in cui siede. Questa volta non siamo dello stesso partito ma è importante aver detto in tempi non sospetti le ragioni del nostro appoggio. A salvarti ora ci pensa la scorta più che mai, che ho conosciuto personalmente e per la quale rivolgo le mie preghiere di intercessione per l’incolumità dai criminali. La Lega ha dato stasera al PDL un ultimatum che ci ricorda le vecchie posizioni democristiane. Anche per questo è necessario Giulio il Movimento cinque Stelle. E in ogni caso abbi cura anche di te. Penati e la quella cricca di sinistra la conosci ….

Notiamo che il Papa romano da oggi userà l’arabo per leggere il Vangelo e le preghiere; l’intento missionario è evidente. Ne prendiamo le distanze! Pensiamo che sia una miglior cosa che inizi a leggere il Corano e a studiarlo meglio della Bibbia, con tutti gli svarioni pubblicati sui suoi stessi testi da cassetta, per ignoranza e interesse personale e non per distrazione. E ciò nonostante l’analisi storica critica sia nata proprio nel suo paese! Poteva approfondire senza barriere di lingua! Ma al bavarese la lingua degli cattolici come Kung non piace proprio…

(Se qualcuno ha a disposizione in formato doc il testo dell’intervento del Prof. Pesce su Micromega di ottobre …. saremo molto grati nel riceverlo. Tratta del Gesù storico negli ultimi 50 anni dopo il Concilio)

C’è un articolo su Avvenire sull’ imminente crisi della Franco Tosi: la sinistra tace. A rischio vi sono 1000 posti di lavoro fra Legnano e Baranzate. C’è un governo cittadino del centrosinistra senza sinistra che sembra ammutolito. Totalmente incapace di gestire la situazione. Sui giornali il PD fa invece salotto con Renzi, Bersani e Vendola. A Legnano rimarranno forse solo le case rosse che venivano date ai quadri di quell’azienda per integrarsi nel tessuto sociale. Ora è la società a mancare e gli stipendi di tutti gli operai e impiegati, ingegneri e tecnici. Sel salirà anch’essa sul carro, anche se esclusa dal PD locale? Forse distribuirà fazzoletti per il pianto collettivo?

Uno studente di ingegneria di Bagdad è stravolto: ha visto le foto di suoi colleghi di corso fra i contatti e mi domandava se erano gay. Gli ho risposto di no. In Iraq i gay si ritrovano prevalentemente solo fra di loro a mo’ di raggruppamento informale chiuso. In generale e a ben vedere in Italia gli omosessuali non fanno proprio di nulla per aprirsi e considerarsi normali. Anzi cercano amicizie un po’ complici del loro sentirsi fuori dalla media.
Sicuramente in Iraq non ci sono le associazioni LGBT (se non quelle americane che non sono locali e scrivono dagli USA!) come da noi ma di certo cercano di lanciare messaggi nascosti tramite foto o battute per alzare segnali di riconoscimento di comprensione. L’amico mi confessa che in Iraq sono molti i gay uccisi per il loro orientamento sessuale. Non approfondisce su questo.
La cosa positiva che lo aiuta a vivere bene una situazione di disagio sociale e di paura è che si considera veramente normale. Considera la sua religione assurda come io considero così quella cattolica o valdese ma non rimane fossilizzato nella cerchia dei nemici. Questa è la cosa importante. Per vivere nonostante tutto. Anche se non vi è rispetto alcuno per la persona. Ci reincontreremo sempre sul web.
Verrebbe voglia di salvarlo tramite l’adozione di un adulto in Italia o no? Cosa possiamo fare d’altro di fronte a una sinistra cattocomunista che mi impedisce un matrimonio? E associazioni a gay italiane che accettano questo stato di cose? Ho pena per loro e non per lui, che vive nonostante sia oggetto di un tiro di pietre. Le lancerei io quelle pietre virtuali contro i politici italiani. Da Vendola alla Bindi.

L’agenzia protestante ENI di carattere internazionale sospende le attività: non ha fondi. In Germania già si avverte l’allarme del crollo dei giovani studenti di Teologia. Non ci saranno più pastori sufficienti per le esigenze parrocchiali. La caduta delle tasse volontarie ecclesiastiche coinvolge direttamente gli evangelici, proprio come i cattolici. In Svizzera la riduzione dei templi riformati è in atto da anni. Nel cantone di Vaud 1/4 della popolazione ex protestante afferma ora di non avere appartenenza religiosa. Accorpamenti è la parola d’ordine e il part-time si diffonde. Possiamo dire che se Dio non è morto, certo il protestantesimo non sta proprio bene? Anche se a Zurigo hanno affisso fuori dalla Cattedrale lo striscione per la liberazione delle Pussy Riot. Cosa da infarto per i valdesi nostrani…Forse quella Cattedrale è uno dei luoghi dove ho avvertito un sincero impegno ecumenico dalla pastora allora in carica, che sul pulpito, durante un sermone, rivendicava la sua scelta legittima di non voler battezzare e di amare gli ebrei.
Non siamo in un tempio calvinista ma zwingliano, ben inteso. In quel tempio ho comunque ascoltato il sermone di una pastora che affermava il suo rifiuto di praticare il battesimo per amore dell’ebraismo e del dialogo.
Unico appello ecumenico che abbia sentito da una protestante.
“Il cerchio da spezzare non è quello della violenza, bensì quello delle bugie che noi ebrei ci raccontiamo per convincerci di avere da duemila anni un diritto di proprietà su questa terra.” Questa coraggiosa affermazione è il credo che ha spinto l’autrice, nata in Inghilterra da un’importante famiglia ebrea sionista, ad abbandonare Tel Aviv – dove si era trasferita dopo aver lasciato l’Europa – per vivere a Tamra, una cittadina a maggioranza araba. Una scelta che le ha confermato l’intento esplicito di Israele di scoraggiare ogni integrazione pacifica tra i due popoli e reprimere i palestinesi. Ma per Susan Nathan arabi ed ebrei, figli della stessa terra, possono e devono imparare a convivere in armonia: un obiettivo realizzabile se “ciascuno riconosce se stesso nell’altro”.

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Storie di miracoli in occidente e in oriente

Yosef non va a scuola oggi: le lezioni di italiano e latino sono sospese anche a Rio. E’ la festa di Yom Kippur. E’ il giorno ebraico della penitenza, viene considerato come il giorno ebraico più santo e solenne dell’anno. Il tema centrale è l’espiazione dei peccati e la riconciliazione. Cose che sono ostiche non solo nel Lazio ma leggendo il quotidiano di stamani in tutte le regioni italiane. Non sono ebrei i politici: hanno i loro santi e le loro madonne, piangenti o meno.
Buona ricostruzione Yosef!
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Quando i quaccheri partirono per l’Alaska volevano salvaguardare la vita delle foche ma scoprirono i test nucleari contro i quali raccolsero foto e documentazione di denuncia (contrariamente a quanto afferma il sito in lingua italiana della Fondazione di Greenpeace sulla diversa motivazione della missione). Da allora il nostro impegno non è cambiato. La storia ci ha assegnato dunque quel compito e ci domandiamo ora cosa fare, oltre a farci arrestare. Domenica partecipavano tutti i nostri gruppi religiosi del Vermont. I 10 imprigionati lottano anche per te e anche se la TV non ne parla.

Nella mia casa non c’è solo Francesco d’Assisi, una croce ma anche il Corano tradotto da Mandel ed espressioni della spiritualità Buddista. Hesse nei suoi scritti si mostrò profetico quando con seducente chiarezza osa gettare uno sguardo n

el futuro dell’Europa: “L’Oriente respira religione, come l’Occidente respira ragione e tecnica. La salvezza e la sopravvivenza della cultura europea sono possibili soltanto mediante la riscoperta di una vita spirituale e di un comune patrimonio spirituale. Se la religione sia qualcosa di superato e se sia possibile rimpiazzarla resta una questione aperta. Che la religione o un suo surrogato sia ciò che ci manca più di ogni altra cosa non mi è mai stato così chiaro come tra i popoli dell’Asia”, scrive in “Viaggio in India e racconti indiani” (da Kirchenbote Basel).
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L’Iraq è stato il primo paese al mondo a sviluppare i trattati e gli accordi.
Altro che Impero romano e l’Italia repubblicana fondata sulla guerra

Tutto si gioca nella scacchiera mediorientale: le elezioni americane sono rivelatrici della politica che il mondo si deve aspettare nel prossimo futuro. I candidati all’elezione presidenziale hanno ambedue dichiarato che i responsabili politici devono essere giudicati su ciò che compiono e non sulla loro fede. D’altra parte, entrambi hanno dichiarato che la religione sta al cuore della loro vita. “La mia fede cristiana mi dà una prospettiva e una sicurezza che sicuramente non avrei senza di essa: essa mi dà la certezza di essere amato, che in fin dei conti è Dio che dirige tutto”, ha affermato Obama. Romney ha detto: “La fede fa parte integrante della mia vita. Sono stato pastore laico della mia chiesa. Mi conformo fedelmente ai suoi precetti”.

Per quanto riguarda il ruolo della religione nella vita pubblica, il parere dei due uomini è un tantino divergente. Obama ha sottolineato i contributi della religione al diritto di voto delle donne, all’abolizione della schiavitù e al movimento dei diritti civili. In realtà ha parlato dei quaccheri, pur non dicendolo espressamente. La scelta di educare le figlie in una scuola quacchera dice molto di più! Romney ha “in questi ultimi anni, alcune persone hanno considerato il concetto di separazione tra Chiesa e Stato ben al di là del suo significato originario”, secondo Romney. “Queste persone vogliono togliere ogni riconoscimento di Dio dalla sfera pubblica!”. Su questo ha manovra di gioco nella patria della libertà di religione

Commento del quotidiano senza tuttologia alla Augias

Non so se avete notato ma la sinistra (intendo i servi di partito) si è sbizzarita nei commenti sulle vicende della corruzione della regione Lazio: dimentica che non sono coinvolti solo gli esponenti del PDL ma tutti i partiti (salvo i radicali). Infatti i soldi destinati ai gruppi, per motivi “allegri” diciamo, sono stati prelevati anche per tutte le tasche. E dove sta il nuovo delle forme? Le dimissioni forse o nelle nuove schiere di candidati che si presenteranno alle prossime elezioni con gli stessi simboli, le stesse logiche spartitorie degli interessi della politica. La Repubblica romana che autocelebra i propri fasti retorici si riversa nell’immondizia etica dei comportamenti? Ieri un sindaco PDL scriveva sulla mia pagina personale che vuole un politica con la P maiuscola. Con quella lettera dell’alfabeto hanno costruito solo una marea di menzogne e di falsi miti dell’idolatria pagana. A destra e a sinistra. Proprio come sul tema dei matrimoni e le adozioni gay. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Che sia Pisapia, Casini o Alfano. I loro riferimenti sono il Vaticano.
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Questa riflessione tibetana ci aiuta a capire il fenomeno anche in Italia… del resto i miracoli e tutti i fenomeni legati alla religiosità popolare e sono comuni in Oriente e in Occidente. Buona lettura

Una vecchia tibetana che praticava il Dharma aveva un figlio che faceva il mercante e che si recava spesso in India per affari.

Un giorno la donna gli disse:

“L’India è il paese del Buddha Sakyamuni; per favore portami una sua reliquia, qualcosa che possa servirmi da supporto per la mia devozione.”

Il figlio parti ma, preso com’era dagli affari, si dimenticò dalla richiesta della madre e tornò a mani vuote; mancò più volte alla parola data, e la vecchia madre, ormai, non sperava quasi più di ottenere quella reliquia prima di morire. Un giorno gli disse:

“Se te ne dimentichi di nuovo in occasione del tuo prossimo viaggio, quando tornerai mi ammazzerò davanti a te”.

Ma il figlio troppo indaffarato se ne dimenticò di nuovo e soltanto quando la casa di famiglia fu nuovamente in vista, sulla via del ritorno, si ricordò, delle parole della madre. Temendo che costei mettesse in atto le proprie minacce, si chiese che fare. Vide allora, lungo la strada , un cranio di un cane, ne cavò via un dente, che avvolse accuratamente in prezioso tessuto. Di ritorno a casa, disse: “Guarda, mamma, cosa ti ho portato: un dente del signore Buddha Sakyamuni in persona!”

La madre gli credette e, al settimo cielo, sistemò il dente sull’altare e pregò e fece offerte con grandissimo fervore.

Si racconta che il dente abbia fatto apparire perle miracolose e che alla morte della vecchia si siano manifestati segni straordinari.

Un dente di cane non è dotato di una particolare influenza spirituale, ma la forza della fiducia di quella vecchia, che l’aveva preso per un dente del Buddha, le fece incontrare l’influsso spirituale dei Tre gioielli. L’influsso spirituale dei Tre gioielli è onnipresente, ed è la nostra fiducia che ci apre ad esso.   

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La buona azione

Monti è finito il tuo posto fisso: ricordati che sei tu la pedina da muovere nella scacchiera dell’idiozia politica che c’è, frutto delle miserie dei partiti, di centro destra e centrosinistra, totalmente incapaci di prendersi le loro dirette responsabilità. Non puoi costruire a tavolino le scelte degli altri o imporre i tuoi principi e teorie. Per gli italiani sei solo uno dei tanti che fanno passare di li, con tanto di nomina a vita.

Stamani l’Italia ha bisogno di spalare neve. Prendi la vanga e comincia a lavorare…

 

 

Una buona azione in questo mondo è più importante dell’intera eternità nel mondo che verrà (Etica dei Quattro Padri, Mishna). Secondo la scuola Chabad del Chassidismo, nonostante gli esseri spirituali (angeli e entità spirituali) questi non hanno comunque accesso all’Essenza di Dio. La abbiamo noi umani!

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I ringraziamenti di wordpress e i nostri ringraziamenti a voi

WordPress ci ringrazia e noi ringraziamo voi – Il 2011 è stato l’anno in cui abbiamo suonato alla Syndey Hopera House per tre volte abbiamo fatto il tutto esaurito. 8500 volte è stato visitato il nostro sito nonostante Tophost abbia fatto di tutto per cancellarci e perdere i dati storici di gran parte dell’anno, per via di comportamenti totalmente ingiustificabili. Vengono pagati poco e valgono poco. 134 gli articoli pubblicati e l’articolo più letto è Punti di vista sul silenzio. Questo ci consola perché chi viene a leggerci non ha come scopo fini non teologici. Ricordiamo che l’Italia è una Nazione col minor tasso di libera alfabetizzazione teologica.
E’ questo quello che sappiamo fare meglio di qualunque altro. Valdesi & Co. Se tenete presente che non abbiamo fondi privati e pubblici, potete capire un miracolo che passa anche attraverso lunghi mesi di inattività per complicanze gravi di salute. Abbiamo di che festeggiare all’Opera di Syndey! La libera predicazione prevale su quella di preti e pastori
Grazie all’Eterno !

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Ignazio Silone

Ignazio Silone (1900-1978), un esule cristiano

 

Per ulteriori approfondimenti si consiglia la prima rivista della sinistra “L’avvenire dei lavoratori” di Zurigo,  la più antica testata della sinistra italiana, fondata nel 1897 *

 

 

(VE) Ignazio Silone è morto il 22 agosto del 1978, a Ginevra, così come è vissuto: quasi in esilio e certo in solitudine. Del resto Ignazio Silone ha sempre vissuto in esilio, nel senso più ampio del termine.
Nato a Pescina dei Marsi, in Abruzzo, il 1. maggio 1900, dopo il terremoto che distrusse la sua famiglia visse per collegi ecclesiastici. Durante il fascismo trovò rifugio in Svizzera: fu dapprima a Davos (dove curò la tubercolosi) poi ad Ascona e, dal 1942, a Zurigo (fu proprio in Svizzera che scrisse il celebre romanzo Fontamara).
Ma Silone fu “esule” anche a livelli più profondi: ben presto fuori dalla chiesa cattolica per gli inaccettabili compromessi che vi vedeva col potere e la società capitalistica, espulso dal Partito Comunista Italiano nel 1930 in quanto dissidente antistalinista, fu a lungo esiliato anche dagli ambienti letterari italiani (lui, uno dei più apprezzati e tradotti scrittori italiani in tutto il mondo).

Socialismo e libertà
Ignazio Silone – spinto verso il movimento socialista perché in esso scorgeva una tensione verso la liberazione della persona da ogni forma di asservimento – fu e rimase un ribelle, critico nei confronti di tutti i “poteri costituiti”.
Nei suoi romanzi si ritrovano, con grande lucidità ed efficacia, tematiche legate alla difesa della dignità dell’essere umano – e in particolare degli “ultimi” nella classifica sociale – e alla ricerca del nucleo autentico della predicazione cristiana delle origini.
Nell’opera di Silone la scelta dei poveri e degli “ultimi”, e la loro elezione a propri compagni, si presenta come scelta decisiva e costante della propria vita. Accanto a questa scelta c’è la riscoperta, nella lotta, di una più autentica fedeltà all’uomo e al vangelo (“Fortunatamente Cristo è più grande della chiesa”, dice); c’è il valore concreto dell’utopia; c’è la riscoperta di un “filo rosso” che attraversa non solo la Bibbia, ma tutta la storia del cristianesimo e che si traduce per lui in un atteggiamento critico nei confronti della chiesa che fonda il suo potere e la sua autorità appoggiandosi allo stato (tale atteggiamento sfocia nel rifiuto del concordato tra la Santa Sede e il regime fascista) e nell’appropriazione dell’amara e sarcastica saggezza della religiosità popolare.

Contrasto tra due chiese
In tutta l’opera siloniana è inoltre presente, costante, lo scontro, irriducibile e insanabile, fra le “due chiese”: quella che è del popolo e sta dalla parte del popolo, e quella che è del potere e sta contro il popolo, contro le sue lotte, contro le sue prese di coscienza, contro la sua liberazione.
Significative, a questo riguardo, le riflessioni autobiografiche contenute nei capitoli (“Quel che rimane”) che introducono il romanzo L’avventura di un povero cristiano. “Mi riferisco – scrive Silone – a quelli che dopo aver ricevuto la consueta educazione religiosa in qualche istituto o collegio di preti, si siano in gioventù allontanati dalla chiesa, non per la naturale indifferenza che sopravvive nella maggioranza dei maschi appena escono di pubertà, né per dubbi o dissensi intellettuali sulla sostanza della fede (questi sono casi rari), ma spinti da insofferenza contro l’arretratezza, la passività o il conformismo dell’apparato clericale di fronte alle scelte serie imposte dall’epoca”.
“Come si poteva rimanere in una simile chiesa?”, si chiede Silone, che “menava il can per l’aia”, parlando ossessivamente ai fedeli “dell’abbigliamento licenzioso delle donne, dei bagni promiscui sulle spiagge, dei nuovi balli d’origine esotica, e del tradizionale turpiloquio” in un’epoca “di confusione di massima, di miseria e disordini sociali, di tradimenti, di violenze, di delitti impuniti e d’illegalità d’ogni specie?”. È da questo “scandalo insopportabile” che la ricerca, umana, politica, religiosa di Silone prende avvio o si conferma.

Amicizia con Ragaz
L’irriducibile contrasto fra le “due chiese”, fra i due diversi modi di concepire il cristianesimo e di viverlo, si trova espresso soprattutto nel dramma L’avventura di un povero cristiano (1968) e in particolare nelle due figure che questo scontro personificano: Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, che si dimise poco dopo l’elezione, e Bonifacio VIII, suo successore, il papa del rilancio del potere temporale della chiesa e del cinismo del potere stesso. Ma lo scontro era prefigurato già nei personaggi di don Benedetto (in Vino e pane) e fra Celestino (in Ed egli si nascose), indimenticabili figure di “preti del dissenso”, che vengono dal popolo e restano dalla parte del popolo, solidali, poveri, emarginati dalla chiesa e dal potere politico, spesso con gravi e tormentati conflitti di coscienza per questa loro difficile doppia fedeltà. In quelle figure e attraverso quelle narrazioni riemergono le radici di un cristianesimo “diverso”, di minoranza, rigorosamente contrario a ogni forma di compromesso.
Vale forse la pena ricordare, in questo contesto, anche l’amicizia, nata già nel 1935, tra Silone e il pastore protestante svizzero Leonhard Ragaz, promotore del “socialismo religioso”. Ragaz – col quale Silone rimase a lungo in contatto epistolare – appare nel romanzo La volpe e le camelie: “un uomo in gamba”, che “ha lasciato chiesa e università per la causa degli operai”.

Fedeltà a Cristo
Silone, nella sua ricerca, scava nelle vicende della sua terra per ritrovarvi i problemi e la storia di oggi. “Numerosi cenobi si formarono nelle montagne abruzzesi” – scrive nei citati capitoli introduttivi dell’Avventura, rifacendosi ai fermenti ‘eretici’ abruzzesi del Duecento – esperienze che “pur evitando l’aperta eresia” rimasero per molto tempo “al di fuori della vita ufficiale della Chiesa, accogliendo assai liberamente, e spingendo talvolta agli estremi, le ispirazioni benedettine, gioachimite e francescane” dell’attesa “di una terza età dello Spirito, senza Chiesa, senza Stato, senza coercizioni, in una società egualitaria, sobria, umile e benigna, affidata alla spontanea carità degli uomini”.
“La storia dell’utopia – continua Silone – è in definitiva la contropartita della storia ufficiale della Chiesa e dei suoi compromessi col mondo… L’utopia è il suo rimorso”.
Per Silone non è affatto strano che “gli uomini i quali una volta dicevano no alla società e andavano nei conventi, adesso il più sovente finiscono tra i fautori della rivoluzione sociale… Non esito ad attribuire ai ribelli – conclude Silone – il merito di una più vicina fedeltà a Cristo”.

 

  • Si ringrazia la rivista dell’ospitalità ricevuta da Maurizio Benazzi presso il ristorante cooperativo degli antifascisti storici e i numerosi libri ricevuti in dono. Oasi della memoria della Sinistra.

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L’arma dell’archeologia

L’arma dell’archeologia

Anche tra i giovani archeologi israeliani iniziano a sorgere perplessità su un’archeologia che parte dalla narrazione biblica per trovare conferme sul campo; le critiche della Scuola di Copenhagen e il mito di Masada; la speranza che anche i palestinesi si appassionino al loro patrimonio. Intervista a Mahmoud Hawari.

Mahmoud Hawari, archeologo, insegna presso la facoltà di Studi Orientali dell’Università di Oxford. L’intervista è stata raccolta nell’ambito del ciclo di conferenze organizzato dal Centro Interdipartimentale di Studi Balcanici e Internazionali di Venezia.

Che cosa significa essere un archeologo in Palestina e che ruolo gioca l’archeologia nell’identità palestinese?
Beh, prima di tutto sono un archeologo, potrei essere un archeologo ovunque nel mondo, in Italia, in Turchia, in Egitto, in Iraq o in Africa. Voglio dire che non mi sono appassionato all’archeologia per ragioni politiche. Fin da quando ero un giovane studente, mi sono sempre interessate le antichità, le vecchie monete, i frammenti di vasi… All’epoca non pensavo nemmeno all’identità o alla politica, all’appartenenza alla terra, al patrimonio culturale o altro. Ero semplicemente interessato all’archeologia, punto. La situazione si è complicata quando mi sono iscritto all’università.
Essendo un israeliano-palestinese (sono nato nel 1948 in Israele) ho infatti frequentato un’università ebraica. Ecco, per un palestinese studiare archeologia in un’università ebraica rappresenta decisamente una sfida, perché bisogna continuamente scendere a patti con la propaganda sionista. Per esempio, il periodo romano diventa “l’archeologia del popolo ebraico nel periodo romano”, e così per gli altri periodi storici: tutto è concentrato e focalizzato sulla presenza ebraica nell’archeologia. Ecco, questo era molto disturbante. Tanto più che l’archeologia veniva costantemente mescolata con la politica e l’ideologia.
Insomma era impossibile studiare l’archeologia come una semplice materia, senza che altre istanze venissero coinvolte.
Comunque, ho concluso il mio primo corso di studi e ho conseguito la laurea in archeologia. Avevo anche cominciato il master all’università ebraica, ma ho ben presto realizzato che sarei dovuto andare altrove, soprattutto perché volevo specializzarmi in archeologia islamica.
Così mi sono trasferito a Londra, dove ho ottenuto il master e poi il dottorato.
Per venire alla domanda, posso dire, in base all’esperienza che ho vissuto, che essere archeologo, per una persona con il mio retroterra, vuol dire essere costretti a misurarsi con tutta una serie di tematiche, come il rapporto tra l’archeologia e la politica, tra l’archeologia e l’identità, tra l’archeologia e il patrimonio culturale. Un archeologo palestinese non può prescindere da questi temi. Se fossi vissuto in altri posti, come in Italia per esempio, dove pure vi sono alcuni aspetti di intreccio tra politica e archeologia, sarebbe stato diverso.
Dicevi che l’archeologia in Israele è diversa dall’archeologia in Palestina. Puoi spiegare?
In effetti siamo di fronte a una doppia realtà. Abbiamo la realtà israeliana, dove gli archeologi operano all’interno della loro ­realtà politica, geo-politica e ideologica. Mi spiego, lo Stato di Israele è il risultato del movimento sionista: un popolo che cercava un’identità, una terra nazionale, attraverso il processo della colonizzazione ha conquistato -e talvolta comprato- un territorio e, grazie anche alle forze internazionali, ne ha preso il controllo.
In questo scenario l’archeologia ha giocato un ruolo preciso che è differente da quello di molti altri posti nel mondo, forse simile ad altri contesti coloniali. Comunque la sua funzione è diventata quella di fornire radici al popolo ebraico.
L’archeologia è stata, cioè, chiamata a rinforzare le connessioni tra il moderno Stato e l’Israele antico che esiste nelle Scritture.
Era questo il suo ruolo principale. Per ottenere questo obiettivo si è concentrata sui siti menzionati nella narrazione biblica, per poter fornire quei simboli nazionali e per creare una nuova narrazione che legasse gli israeliani di oggi all’antico popolo biblico. Questa si è rivelata, col tempo, un’operazione problematica. A segnalare l’esistenza di incongruenze non siamo stati solo noi archeologi palestinesi. Oggi ci sono anche archeologi israeliani, soprattutto giovani, che riscontrano problemi. E vi sono anche un certo numero di studiosi europei e internazionali, storici della Bibbia, teologi, storici e anche archeologi, che denunciano molti problemi in questa disciplina che si chiama “archeologia biblica”. I primi sono stati un gruppo di teologi, la cosiddetta “Scuola di Copenhagen”.
Che tipo di critiche venivano avanzate dalla Scuola di Copenhagen?
Questi intellettuali facevano parte di una scuola di pensiero che cominciò a criticare l’uso della narrazione biblica come fonte storica. Tra questi, ci sono studiosi come Lemche, Thompson e Keith Whitelam, che è un archeologo britannico. La conclusione delle loro ricerche e riflessioni è che la Bibbia non è mai stata una fonte storica e che non dovrebbe venire usata come tale dall’archeologia. Potrebbe essere usata per inquadrare l’atmosfera di un periodo, ma non certo come fonte storica.
Quando dico “archeologi biblici”, non parlo solo di archeologi israeliani, ma mi riferisco anche a tutti quegli archeologi europei e americani che effettivamente hanno adottato la nozione di archeologia biblica.
Come dicevo, anche tra gli archeologi israeliani si è cominciato a criticare l’archeologia biblica e ad adottare alcune delle idee di questi teologi della Scuola di Copenhagen.
Perché Israele aveva bisogno dell’archeologia biblica?
Era l’unico modo per giustificare il proprio progetto di insediamento coloniale in Palestina. Sin dall’inizio, nel tardo XIX secolo, lo scopo del movimento sionista era di permettere agli ebrei di tornare in Palestina e costruire il loro Stato nazionale e per fare questo erano necessarie delle giustificazioni storiche. Ebbene, l’archeologia ha giocato esattamente questo ruolo: ha fornito giustificazioni per il progetto sionista.
Ormai, per tanti studiosi di tutto il mondo, l’archeologia biblica è considerata parziale e poco oggettiva, perché in archeologia noi esploriamo, facciamo ricerche, lavoriamo sul campo e poi analizziamo i risultati traendone le conclusioni. Siamo aiutati dalle fonti storiche. Mentre nell’archeologia biblica, si prendono le fonti storiche e si cerca di adattarle ai risultati dello scavo. Cioè gli archeologi biblici partono da una teoria e cercano le prove che la confermino.
Lei sostiene che Masada è uno degli esempi più significativi di questo approccio…
Di Masada abbiamo non solo la fonte biblica, ma anche una fonte romana, Flavio Giuseppe, che ha scritto le sue Historiae della fine del primo secolo dopo Cristo, riportando quello che aveva sentito dire a proposito di Masada e cioè che gli ebrei si erano chiusi dentro una fortezza per difendersi dalla Decima legione romana. Ma si trattava di un mito. L’archeologo che ha scavato il sito, Yigael Yadin, non trovando molte prove a supporto del mito, le ha inventate. Per esempio, gli unici scheletri ritrovati erano quelli di due monaci, mentre si sarebbero dovute rinvenire le ossa di centinaia di migliaia di persone uccise. Insomma, sul campo non sono state trovate prove a supporto di questa storia. Masada è diventata un mito grazie alla costruzione di  prove che si accordassero con le fonti storiche.
La stessa cosa è stata fatta a Gerusalemme. Secondo le narrazioni bibliche, Davide e Salomone costruirono il cosiddetto Primo tempio. Bene, dopo centocinquanta anni di ricerche archeologiche a Gerusalemme non è mai stato trovato nulla, e tuttavia il sito dell’Antica Gerusalemme viene chiamato dagli israeliani la “città di Davide”. Hanno creato una nuova mitologia, come se Gerusalemme fosse esistita ai tempi di Davide e Salomone. Hanno creato un “parco archeologico” che vorrebbero espandere a discapito delle case palestinesi circostanti. L’area è stata subappaltata ad una organizzazione di estrema destra israeliana che attualmente sta scavando sul sito, per cercare la cosiddetta “città di Davide”: così è stata rinominata l’area occupata dal villaggio palestinese di Silwan, che si trova appena fuori dalla città vecchia di Gerusalemme.
Hanno evacuato centinaia di famiglie palestinesi dalle loro case; il tutto con l’appoggio dello Stato di Israele, dell’esercito e della polizia.
Qui abbiamo un esempio molto chiaro di come l’archeologia venga usata non solo per motivi politici ma anche ideologici.
Moltissime famiglie palestinesi sono state allontanate dalla zona ed è già stata pianificata la requisizione di qualcosa come altri ottanta edifici: mille persone perderebbero la loro casa… per creare, in questo modo, “realtà coloniali” sul campo e perseguire una vera pulizia etnica. In questo caso l’archeologia diventa uno strumento nelle mani del colonialismo, a scapito dei palestinesi che vivono in quei luoghi da secoli.
Per i palestinesi l’archeologia è una cosa completamente diversa…
Come palestinesi, in generale, non abbiamo bisogno dell’archeologia per provare che siamo da millenni in Palestina. Le nostre radici in questa terra sono molto profonde, per cui non abbiamo bisogno che l’archeologia fornisca giustificazioni alla nostra presenza qui. Perciò l’archeologia che viene insegnata nelle università palestinesi, e praticata sul campo dal nostro Dipartimento per le Antichità, non ha preclusioni storico-culturali. Noi, in quanto archeologi palestinesi, guardiamo all’archeologia in Palestina nella sua interezza, siamo interessati a tutti i periodi storici: all’età del Bronzo, del Ferro, al periodo Romano, Bizantino e anche all’archeologia islamica, senza particolari preferenze. Pensiamo che la storia del nostro paese ci appartenga dall’alba dei tempi fino ad oggi. All’università di Birzeit insegniamo archeologia con un approccio inclusivo, olistico, cioè guardando all’intero patrimonio del paese, perché tutte le culture hanno contribuito a crearlo: anche la cultura e la storia ebraica fanno parte della nostra.
Questa differenza si riflette anche nel modo in cui lavorano i due Dipartimenti per le Antichità, quello israeliano e quello palestinese. In Israele, sia che si tratti di conservare che di restaurare reperti archeologici, la scelta cade sempre su siti in Israele, sui cosiddetti siti “ebraici”, mentre in Palestina la scelta non si fonda mai su ragioni etniche o sulla predilezione per una cultura.
Per esempio, nell’antico sito di Gerico, dove attualmente sto lavorando, il Dipartimento Palestinese per le Antichità sta facendo degli interventi nel sito di Tell es-Sultan, che data circa diecimila anni, nel palazzo Hisham, che è un palazzo dell’VIII secolo, del primo periodo islamico, e su due sinagoghe, che risalgono una al VI secolo e l’altra al VII secolo, dove è stato restaurato il pavimento a mosaico. Quindi la scelta è, in fondo, tra il lavorare con un approccio scientifico o con un approccio politico-ideologico.
Per questo essere un archeologo palestinese costituisce una grande sfida, per me specialmente, in quanto nato e cresciuto in Israele.
Come influisce su questo il turismo?
Beh, prima di tutto, dopo sessant’anni di esistenza dello Stato di Israele, l’archeologia israeliana ha rafforzato molti miti, come quello della città di Davide, di Masada e di altri siti archeologici collegati con la Bibbia, attualmente soggetti a scavi o accessibili al pubblico, che sono segnalati nelle mappe degli itinerari turistici, nelle guide, nelle brochure e così via.
L’archeologia israeliana ha creato questo corpus mitologico che è stato sfruttato dal turismo. Quindi alle persone che vengono dall’Europa per visitare i siti archeologici verrà proposto il seguente itinerario: arriveranno all’aeroporto di Tel Aviv dopodiché andranno a Gerusalemme, visiteranno la Città vecchia e il Monte del Tempio.
Ora, il “Monte del Tempio” è l’HarHaMoriyah e cioè il sito della Cupola della Roccia della Moschea di al-Aqsa. Là quindi non c’è alcun tempio. Ma i turisti, quando vengono nella Città Vecchia di Gerusalemme, pensano di andare a vedere il Tempio. D’altra parte, le guide turistiche quando li accompagnano spiegano loro: “Questo è il luogo dove sorgeva il Tempio, e quell’edificio, la Cupola della Roccia, è dove si trovava il Sancta Sanctorum e dove Erode ha costruito la sua torre e qui è dove tutti i rituali del tempio venivano compiuti”. Le guide parleranno a lungo del Tempio che fu costruito da Salomone, e poi ricostruito da Erode… e magari, passeggiando, dedicheranno anche qualche parola alla Cupola della Roccia, che è uno degli edifici più belli al mondo.
Io ho ascoltato spesso queste guide turistiche e sono rimasto stupefatto da come -ignorando, o rifiutandosi di vedere ciò che si vede- sia stata creata una vera industria turistica basata sulla mitologia.
Tutto questo ricco patrimonio culturale, architettonico, che rappresenta quasi più di mille anni di sviluppo dell’arte e dell’architettura islamica, viene letteralmente ignorato. Nonostante quell’area sia un vero museo d’arte e di architettura islamica, l’ora trascorsa in quella zona si esaurisce a parlare del Tempio. E la stessa cosa accade per il resto dell’itinerario. Perché naturalmente i turisti visiteranno la chiesa del Sacro Sepolcro perché è importante per i cristiani e poi la Chiesa della Natività a Betlemme, e magari poi andranno a Gerico a visitare il Tell es-Sultan dove Giosué circondò la città e fece suonare le trombe che provocarono il crollo delle mura… Un intero itinerario costruito intorno alla narrazione biblica.
La stessa cosa accade quando si va a Megiddo, esistita dall’antica Età del Bronzo fino alla tarda Età del Ferro, un sito archeologico nel nord della Palestina, che viene presentata come la città di Salomone. Ancora una volta, ci troviamo di fronte solo al racconto biblico, non a una ricostruzione scientifica. Dunque l’industria del turismo ruota attorno a siti biblici, se non al 100%, certo in larga parte. Infatti molte compagnie turistiche sono pesantemente coinvolte in quest’operazione ideologica. Naturalmente esiste anche il turismo dei pellegrini cristiani, anch’esso collegato alla narrazione biblica.
Ma il popolo palestinese, date le difficili condizioni in cui vive, si interessa all’archeologia?
No, non c’è molto interesse, soprattutto se paragonato all’interesse che manifesta il popolo israeliano. Sì, certo, abbiamo i nostri intellettuali, ci sono persone interessate all’archeologia, ma la maggior parte dei palestinesi sono troppo occupati con i problemi della loro vita quotidiana.
L’archeologia è sempre stata vista come una disciplina iniziata e sviluppata dagli israeliani, per cui sono sospettosi. Questo atteggiamento risulta molto negativo, in quanto molti palestinesi che vivono in campagna rubano dai siti di antichità perché pensano siano collegati con Israele e gli israeliani.
La propaganda sionista e israeliana è stata così potente che anche i palestinesi hanno cominciato a pensare che la Palestina fosse abitata dagli ebrei e che noi siamo arrivati molto più tardi!
Per questo rubano i reperti, perché fanno parte dell’occupazione e della colonizzazione israeliana. Ed è un problema: noi dobbiamo decostruire tutta questa propaganda sviluppando una forma nuova di consapevolezza: dobbiamo capire che questa è la nostra cultura, il nostro patrimonio culturale, e quindi dobbiamo proteggerlo.
Il nostro lavoro di archeologi, in questo senso, è molto difficile perché dobbiamo convincere le persone della necessità di proteggere un patrimonio culturale che è il nostro e non il loro.
Dunque l’archeologia in Palestina non costituisce sicuramente una priorità, le persone si appassionano di più ad altri progetti. Però le cose stanno cambiando: anche se lentamente sempre più persone stanno diventando consapevoli dell’importanza del loro patrimonio culturale, non solo riguardo all’archeologia. Della nostra cultura fanno parte anche la tessitura e il ricamo, la nostra architettura, la vita nei villaggi, le nostre tradizioni, il nostro paesaggio!
Si tratta quindi di una missione difficile, ma dobbiamo compierla.
(a cura di Barbara Bertoncin e Enrica Casanova)
Traduzione di Andrea Furlanetto


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Per coloro che non hanno smesso di camminare teologicamente…

Karl Barth scrisse che “la teologia è una scienza bella, la più bella delle scienze, Perciò si può e si deve fare teologia con gioia. Un teologo non lieto, cattolico o protestante che sia, non è un teologo”. Quanti ne abbiamo incontrati così nel nostro cammino, vero? Sono mesi che non percepisco lo stipendio e devo lasciare un lavoro in cui non mi pagano ma non riesco a non assaporare quella gioia…

Chi ha visitato di recente il nostro sito ha notato nello sfondo il riferimento biblico – per me assolutamente centrale – delle leggi fondamentali del Patto sancito fra Dio e il suo popolo al Monte Sinai.  La loro origine è del tutto incerta ma possiamo farla risalire alla prima parte del 13 secolo a. C. – In ebraico i 10 comandamenti sono riconosciuti come “Le dieci parole” (il decalogo appunto). Sono citati nel libro dell’Esodo ma  ripetuti anche nel Deuteronomio col rinnovo del patto nelle zone di Moab, nell’attuale Giordania.

L’aspetto particolare che rimanda alla tradizione mitologica più antica e che essi erano stati scritti su due tavole. Ogni tavola ne conteneva il testo (che non è quello in uso nella dottrina della chiesa cattolica, tanto per essere chiari). Una tavola apparteneva ad Israele e l’altra a Dio stesso, affinché entrambi ne avessero una copia quali contraenti del Patto indissolubile. Era la legge centrale, diremmo oggi la Costituzione, dello Stato durante un periodo di formazione dello stesso fra i tempi di Mosè e quelli di Giosuè.

Ma al di là degli aspetti fra mito e leggenda è che, quelle leggi morali, erano iscritte nei cuori per il popolo sfuggito dalla schiavitù dell’Egitto. In esse le genti con gioia si ritrovavano su ciò che è bene che tutti osservino, per l’esistenza e il benessere dell’intera collettività. E’ un po’  come trovare il filo rosso alla propria esistenza umana e di tutti, al di là delle questioni cerimoniali o civili. Che non riguardando di certo e comunque la coscienza umana nel suo profondo. Non sono insomma una qualunque legge Bossi-Fini da abrogare senza tentennamenti alla prima occasione.

Quelle Tavole volute per Amore di Dio intendevano sottolineare proprio questo uscire dalle schiavitù; hanno la loro totale validità universale e atemporale anche nel mondo contemporaneo. Se una persona a 47 anni, come me (ma come milioni di altri essere umani), vive in perenne stato di disagio di precarietà lavorativa, gli viene negato perfino il diritto legittimo alla remunerazione, e sono addirittura costretti in qualità di neoassunti, sotto il nuovo contratto del Commercio, a rinunciare a chiedere per i primi due anni di lavoro dei permessi (retribuiti) per poter effettuare degli esami medici credo che gli egiziani sono ancora fra noi. Dentro i nostri uffici: a volte hanno perfino il volto sindacale di sigle che sono interessate alle proprie reti di interessi, privilegi e potere. Non conosco esattamente i firmatari di quell’accordo ma fanno tutti pena: bianchi rossi, socialisti rimbambiti…

Hanno studiato per bene a tavolino che per un periodo temporale, lungo addirittura un biennio, bisogna essere sani, non ci si possa ammalare nemmeno qualche giorno per più di tre volte. Altrimenti scatta la frustrata. Non ti danno né pane né acqua. Ma tu comunque devi portare il loro masso in cima alla loro piramide della vanità e degli interessi di profitto.

Quel Dio che ha ama il suo popolo individua nell’amore del prossimo l’altra faccia della medaglia dell’amore dell’uomo verso Dio, per il gesto d’amore già ricevuto della libertà. Che squallore quelle dottrine che argomentano che il Vangelo sia al di fuori della teologia del Patto eterno. Un sorta di oggetto non ben identificato (di certo venduto al mercato cristiano degli spregiudicati e degli affaristi) che stravolge la storia della presenza eterna nel mondo, nel creato.

Dio nel primo comandamento è molto chiaro nel porre la sua relazione come esclusivista con noi, laddove chiarisce per i suoi amati di non avere altri dei. E’ oggettivamente una menzogna affermare che “qualsiasi oggetto di culto (un crocefisso, con o senza un corpo appeso, tanto per fare un esempio) vada bene basta che sia sincero”., come è scritto nella lettera dei Corinti.

Quel Dio di cui siamo testimoni chiede invece di rinunciare agli dei degli imperi economici, politici, militari, religiosi… La nostra responsabilità umana ed etica sta proprio nel comprendere questi vecchi o moderni dei da cui siamo circondati. A volte sono facilmente riconoscibili perché si fanno sculture, status simbolo, perfino espressione sindacale di interessi per i più deboli … in realtà sono i rapaci che nei monti di Moab cercano ancora di depredare le poche cose dei nomadi della libertà, in cerca di giustizia.

Questa è stata all’inizio la Storia del popolo d’ Israele. Questa è la mia storia e di tutti coloro che non hanno ancora smesso di camminare. Fra tante fatiche ma anche nella gioia che l’Eterno è il mio amato, geloso. Milano è stata orgogliosa di ricordare anche queste pagine meravigliose di Israele come ricordiamo anche la catastrofe dell’occupazione militare dell’esercito della stella di Davide e della fame palestinese.

I carri dei nuovi Faraoni non raggiungeranno mai la speranza. Qualunque siano le loro insegne. E le acque che li rinchiudono negli abissi ricordano a noi solo che non sono loro i padroni del mondo. Anche se dovessero essere il popolo eletto. Dio ha fatto infatti anche altre scelte: ha amato il mondo intero. E ne farà ancora. E’ un Dio vivente ed è molto improbabile che si lasci ammanettare a Pontida dai nuovi crociati. Lui ormai vive fuori Gerusalemme. Rimane un nomade.

Lui è oltre il mito e dentro la vita quotidiana. Dentro la nostra città, dentro il nostro ufficio, nella nostra casa, nel nostro cuore.

Maurizio Benazzi

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