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In Parlamento la riforma del terzo settore e il Servizio Civile Universale

Riconoscere l’importanza del volontariato e della difesa non violenta del paese è un atto di civiltà

La Camera ha approvato la nuova normativa sul Terzo settore, un provvedimento che definisce e riforma la cooperazione sociale, il volontariato e l’associazionismo. Nella legge delega, tra le altre cose, si definisce che cos’è il Terzo settore, se ne istituiscono un codice e un registro unico, si introduce il Servizio Civile Universale aperto anche agli stranieri, e si costruisce una nuova fondazione di diritto privato, la Fondazione Italia Solidale.

Il Servizio Civile Nazionale, che negli ultimi anni ha attraversato difficoltà e rallentamenti, nel 2015 ha visto partecipare 45mila volontari: l’istituzione di quello Universale, rappresenta un segnale importante di integrazione e sviluppo. Ne abbiamo parlato con Licio Palazzini, presidente della Conferenza Nazionale Enti per il Servizio Civile, di cui fa parte anche la Diaconia Valdese.

Cosa pensa di questa riforma?
«Ce n’era bisogno e il disegno di legge delega risponde ad alcune necessità, principalmente quella di incardinare la dimensione giuridica del Terzo settore nell’ordinamento del nostro paese; anche la parte in cui si riforma il titolo e il libro giuridico del Terzo settore mi pare un elemento importante, così come il riconoscimento della funzione economica subordinata e funzionale alla realizzazione degli obiettivi sociali. Altri aspetti potevano essere evitati, come la creazione della Fondazione Italia Sociale, e di altri ancora scopriremo la sostanza con i decreti. Il fatto positivo è che il governo si era preso un impegno ad aprile del 2014 e, a differenza di molti altri governi, a maggio del 2016 abbiamo la legge»

Parlando di Servizio Civile Universale, siamo alla fine di un’epoca o alla prosecuzione di un percorso?
«In primo luogo noto che mentre su tutti gli altri articoli del disegno di legge delega c’è stata una netta separazione tra maggioranza e opposizione, sul Servizio Civile abbiamo avuto anche i voti di Sinistra Italiana e l’astensione di Forza Italia. Questo significa che l’idea di fondo trova consenso al di là degli schieramenti. Siamo di fronte ad una positiva evoluzione di un’idea. Siamo orgogliosi che nel 2016 sia stata approvata dal Parlamento una legge sul Servizio Civile Universale finalizzato alla difesa non armata della patria, in continuità con il servizio degli obiettori di coscienza: questo è un elemento cardine che ci fa dare una valutazione positiva. Il secondo elemento fondamentale è la definizione di universale, che non vuol dire obbligatorio – come era stato immaginato qualche anno fa – ma che significa che lo Stato si impegna a creare nel tempo le condizioni perché tutti coloro che vogliono fare il servizio lo possano fare: cittadini comunitari e non comunitari regolarmente soggiornanti nel nostro paese. Anche questo, nel 2016, nell’epoca dei rinascenti egoismi e razzismi, è un bel segno in controtendenza».

Resterà una difesa non violenta della Patria?
«Nei lavori parlamentari la finalità del Servizio Civile Universale è stata oggetto di una accesa discussione. Alcuni lo vedevano come un residuo del passato, un tributo ad un’epoca passata. Basta aprire i giornali e vedere quotidianamente i conflitti delle nostre comunità per capire che l’educazione alla pace e la costruzione della giustizia sociale in modo non violento non sono una questione del passato ma la priorità del presente e del futuro, se vogliamo mantenere un benessere economico e di qualità della vita che con tanta fatica sono stati costruiti nel nostro paese».

Cosa cambia praticamente per i giovani volontari?
«C’è un processo in corso, che doveva essere già realizzato con la legge 64, ma che è stato dimenticato: il tema delle valorizzazioni delle competenze acquisite, che oggettivamente riceverà un impulso. Purtroppo ci scontriamo con il fatto che il sistema sia su scala regionale, e ogni regione abbia i propri percorsi e tempi: fin da subito chiederemo al Dipartimento del Servizio Civile che sia valorizzata la formazione generale, che è omogenea per tutti i giovani, ma anche la formazione specifica che abbinata ad ogni singolo progetto, insieme alle competenze trasversali, è fondamentale».

Cosa è rimasto fuori dalla riforma?
«La dimensione economica. Tutto l’impianto della legge è strutturato con una piccola parte di finanziamenti per tutte le varie riforme. Ci è stato risposto che era compito delle leggi di stabilità. Detto questo una cosa è l’aspetto tecnico di ogni anno, altro è l’impegno politico, che ad oggi non c’è stato, per stanziare da parte del Governo una somma definita nel triennio. Questo ci preoccupa. Si chiede alle organizzazioni di investire ancora di più sui progetti di Servizio Civile, ma gli elementi pratici legati alle risorse ci lasciano diffidenti. Un altro rischio che va evitato è che si sacrifichi la qualità del servizio pur di trovare risorse. Siamo contenti che il mondo delle fondazioni e quello dei privati si avvicinino per finanziare interventi, ma a condizione che le esperienze organizzate per i giovani siano quelle del servizio civile, senza introdurre altri parametri».

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Non si educa alla libertà con metodi che portano all’obbedienza

Non si educa alla libertà con metodi che portano all’obbedienza

21.03.2016 EticaMente
Non si educa alla libertà con metodi che portano all’obbedienza
(Foto di Dario Lo Scalzo)

Articolo di Barbara Arduini

La paura di sbagliare ci fa sentire impotenti? Quanto il nostro senso di inadeguatezza ci blocca e ci frena? Quanto di ciò che facciamo è spinto dal desiderio di approvazione?

Spesso non riusciamo ad essere in connessione con i nostri reali desideri perché sopraffatti da pregiudizi e doveri…

Stiamo attraversando un periodo di grandi trasformazioni a tutti i livelli. Pensare ancora che questo sia il mondo migliore che possiamo aspettarci significa non accorgersi che la crisi ambientale ed economico-finanziaria che stiamo vivendo è solo il riflesso di una crisi umana senza precedenti. Essa sta mettendo a rischio la sopravvivenza del pianeta terra e di quanti lo abitano. L’analisi quindi di ciò che è stato fatto fino ad ora, soprattutto in campo educativo, è doverosa visti i risultati che ha prodotto.

I nostri attuali modelli educativi tendono a classificare e a giudicare ogni cosa che facciamo. A scuola ciò che produciamo viene valutato secondo una scala numerica. A casa l’educazione viene spesso ancora impartita con ordini, sgridate, divieti e castighi. I premi spettano ai “più bravi” e le punizioni ai “monelli”. Impariamo che dobbiamo guadagnarci l’amore e la stima degli altri, la loro fiducia. Impariamo ad essere dipendenti, docili e obbedienti.

Frightened little girl and shadow of adult hand pointing at her

E’ necessario dunque essere consapevoli che una relazione basata sulla paura diventa direttiva e coercitiva, produce nell’individuo frustrazione e insoddisfazione che può sfociare, per chi si ribella, in violenza e dipendenze di vario genere. In un contesto di questo tipo siamo cresciuti senza dare troppa importanza a quello che accade dentro di noi. Per questo tendiamo a scollegarci dalla nostra interiorità che non corrisponde a ciò che viene richiesto dal mondo esterno. Disimpariamo a comunicare con il cuore e usiamo atteggiamenti e parole che alienano dalla vita. Ci domandiamo se quello che pensiamo sia giusto o sbagliato e viviamo un dualismo che ci divide nel profondo del nostro essere. Così restiamo fermi nelle nostre paure e insicurezze in balia di ciò che gli altri hanno già deciso per noi.

Non siamo più in grado di esprimerci ed ascoltarci in modo empatico per non strumentalizzare le persone, come suggerisce Marshall Rosenberg ideatore della Comunicazione Nonviolenta (fondatore dei Servizi Educativi del CNVC – The Centre for Nonviolent Comunication), che riprende il termine “nonviolenza” nel modo in cui lo usava Gandhi.

“La CNV si basa su abilità di linguaggio e di comunicazione che rafforzano la nostra capacità di rimanere umani… Il suo scopo è quello di farci ricordare ciò che già sappiamo” M. Rosemberg

comunicazione-nonviolenta

Da troppo tempo esiste una concezione piramidale nell’ordinamento delle cose che ha determinato un sistema asimmetrico nelle relazioni tra le persone. Ciò ha creato le basi della subordinazione e della gerarchia: un modello che ha origini molto lontane nella storia e nella cultura. Siamo ancora abituati a pensare che sia naturale che ci sia qualcuno che comanda e altri che obbediscono, anche se è trascorso un po’ di tempo dalla Costituzione della Repubblica Italiana (1947) nella quale è chiaramente indicato come costruire una società in cui la persona sia capace di esercitare la propria libertà.

Lo dice con molta forza il magistrato Gherardo Colombo quando scrive “Una cosa è certa: non si può educare alla libertà usando metodi che portano all’obbedienza” nel libro “Imparare la libertà” scritto con l’insegnante Elena Passerini.

Oggi, dopo circa settant’anni dalla delibera di quella Assemblea Costituente, è più che mai necessario ed urgente superare questi vecchi concetti affinché tutti possano godere di pari dignità sociale che va oltre le distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinione politica e di condizioni personali e sociali come sancito nell’articolo 3 della Costituzione.

Eppure ci sono state e ci sono ancora persone che credono e lavorano per cambiare la situazione partendo dall’individuo. Parlo di pionieri che hanno avuto grande seguito come Maria Montessori e Rudolf Steiner, per citarne alcuni fra i più conosciuti. Penso a “maestri” d’eccezione come ad esempio Mario Lodi, Don Milani e Gianfranco Zavalloni, ma anche di altre persone che con discrezione e costanza cercano ogni giorno di portare il loro contributo al cambiamento: genitori, insegnanti, educatori, pedagogisti che per primi hanno il compito di formare le nuove generazioni ma anche economisti, registi, scrittori…

Un educatore ancora poco conosciuto in Italia è certamente Arno Stern creatore del Closlieu (originale laboratorio espressivo di pittura).

stern

La sua pedagogia rivoluzionaria inizia a trovare qualche consenso in più oggi quando, ormai più che novantenne, può mettere a nostra disposizione oltre settant’anni di esperienza in campo educativo. Egli lavora ancora instancabilmente per salvare i bambini dall’omologazione che li sta opprimendo. Ancora conduce stage di formazione e conferenze in tutto il mondo parlando di Educazione Creatrice. La sua pedagogia oppone al condizionamento e alla dipendenza un percorso verso l’autonomia dell’individuo e l’affermazione delle sue peculiari potenzialità. Per seguire questa pratica educativa e quindi per realizzare qualcosa di nuovo bisogna partire dal nostro immaginario. É necessario attingere a qualcosa di noi che è stato a lungo soffocato, domato, represso. C’è bisogno di un’ecologia dell’infanzia come propone Andrè Stern (figlio di Arno Stern): un modo di accompagnare i bambini fin dal concepimento a scoprire la loro vera natura (hwww.ecologiedelenfance.com). Dobbiamo ridare spazio a quelle attività espressive (teatro, musica, pittura, danza) che favoriscono un maggior coinvolgimento dei sensi.

pittura-cerchio-atelier

Cosa accade dunque in un gruppo di persone quando, durante lo svolgimento di un’attività come la pittura nel Closlieu, viene sospeso il giudizio? Nel Gioco del Dipingere (ideato da Arno Stern) la pittura diviene mezzo educativo e formativo della persona. I rapporti, sganciati dal condizionamento e dalla competizione permettono all’individuo di realizzarsi in mezzo agli altri e non contro gli altri. Il Praticien (Servente del Gioco del Dipingere) riporta l’attenzione sull’esperienza e sull’importanza del processo creativo, sulla cura e sull’impegno nel fare. Il prodotto finale non viene classificato, screditato o lodato ma semplicemente accolto. Si recupera così il piacere di fare per se stessi e non per compiacere gli altri. Ritorna l’entusiasmo: l’impulso che guida ogni nostro apprendimento. Non ci sono quindi programmi prestabiliti da seguire, obbiettivi da raggiungere. Si risponde solo alla primordiale necessità di esprimere una traccia che sgorga dalle profondità della nostra memoria organica (la memoria delle sensazioni registrate nell’utero materno).

Mettere dei vincoli, fare degli esercizi di copiatura con modelli a cui fare riferimento equivale a negare l’individualità.

La figura del Praticien può davvero diventare fonte d’ispirazione per quanti desiderano cambiare prospettiva. La sua attitudine principale è di avere immensa fiducia nelle capacità innate del bambino: un essere che la natura ha dotato di tutto quanto gli serve per vivere.

Questi temi verranno affrontati in un seminario dal titolo “Libertà di espressione, libertà nella relazione” il prossimo 9 aprile presso l’Associazione “Il Cerchio” Atelier d’Espressione. Nella giornata si alterneranno laboratori pratici ed esperienziali, presentazioni e confronto. Un modo per ripartire da noi iniziando questo lavoro di destrutturazione che rimetterà in luce le nostre migliori qualità…e oggi essere persone felici ed entusiaste è ciò che dobbiamo alle nuove generazioni.libertà-espressione

“I bambini non sono vasi da riempire ne un fuoco da accendere: essi sono una fiamma ardente da non spegnere” Andrè Stern

 

“Il Cerchio” Atelier d’Espressione

via Cascina, 1/C San Giorgio in Salici 37060 Verona

www.cerchioatelier.com

Pagina Facebook “Il Cerchio” Atelier d’Espressione

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The best in our life today

Bayard Rustin (March 17, 1912 – Aug. 24, 1987)

quacchero

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Cohausing, l’economia dell’amore

29.02.2016 Il Cambiamento
Cohousing, l’economia dell’amore
(Foto di http://www.amando.it)

Il libro a cura di Mathieu Lietaert “Cohousing e condomini solidali” è una guida pratica alle nuove forme di vicinato e di vita in comune. Si fa spesso confusione tra cohousing, ecovicinato, ecovillaggi, comunità intenzionali, comuni, pensando che siano più o meno la stessa cosa. Il cohousing è una forma di vicinato molto interessante in cui famiglie o singoli decidono di condividere alcuni spazi e servizi pur abitando ciascuno nel proprio appartamento in totale privacy.

di Marìca Spagnesi

La prima cosa che preoccupa le persone quando sentono parlare di queste forme di vita in comune è proprio questo aspetto. Anche quando se ne apprezzano i numerosi vantaggi, la riservatezza resta sempre un punto interrogativo. In effetti, alcune di queste realtà presentano un alto grado di condivisione. Il cohousing, tuttavia, sembra coniugare molto bene il desiderio di riservatezza e la volontà di gestire un’economia familiare e non necessariamente solo comunitaria, con la condivisione di spazi comuni come sale per la vita sociale, laboratori per il fai da te, spazi esterni e giardini attrezzati per i bambini, lavanderie, attrezzi e dispositivi, in alcuni casi competenze all’interno del gruppo. Si tratta di una sorta di condominio aperto in cui invece di isolarsi nel proprio appartamento senza neppure conoscere il vicino, si condividono aspetti fondamentali della nostra vita con altri che vogliono la stessa cosa.

Si tratta di una coabitazione che prevede attenzione, aiuto reciproco, ascolto, rispetto della nostra necessità sempre più pressante di non sentirci totalmente isolati come succede in molte delle nostre città, e persi in caso di bisogno. Allo stesso tempo abbiamo il nostro spazio privatissimo che ci consente, quando non vogliamo, di stare da soli o solo con la nostra famiglia, indisturbati e liberi anche di non vedere nessuno. Non c’è quindi quel livello di condivisione più profonda che ci può essere in un ecovillaggio o in una comune.

Il cohousing, però, non è solo questo. Rappresenta, infatti, una vera e propria alternativa al consumismo sfrenato che attanaglia le nostre vite perché basate su un’economia distante dalle nostre reali necessità. L’idea del cohousing si basa su un’idea diversa di economia. In uno spazio così progettato si possono coltivare (a seconda dello spazio disponibile perché esistono anche cohousing di città) ortaggi e frutta, si può mangiare alla mensa comune se lo si desidera, l’intrattenimento è spontaneo e gratuito ogni volta che lo si vuole, le competenze del gruppo sono messe a disposizione gratuitamente: riparazioni, accudimento dei bambini in caso di necessità, eventuale scuola, partecipazione a incontri e seminari, condivisione delle macchine con conseguente risparmio su assicurazioni e manutenzione, risparmio sui costi di accoglienza di amici e parenti.

Naturalmente tutti possono coltivare come vogliono anche se non vivono in un cohousing ma quando si è assenti questo è un problema. Il fatto di avere degli spazi comuni dove potersi ritrovare, dove festeggiare e parlarsi, dà vita a relazioni profonde, importanti che ci fanno sentire meno soli quando siamo in difficoltà, ed è una delle cose che innalzano notevolmente la nostra qualità di vita. Siamo abituati a spendere molto in intrattenimenti per i bambini ma in un contesto in cui i bambini stessi non si trovino isolati, spendere per intrattenerli non ha più senso: date a un bambino un prato assolato per giocare insieme ai suoi coetanei e si dimenticherà computer, play station, telefonini, tablet e tv. Semplicemente perché non ha bisogno di tutti quegli oggetti per stare bene, per sentirsi felice. Si spendono normalmente molti soldi in riparazioni o per comprare attrezzi che useremo raramente. In un cohousing gli attrezzi e le competenze vengono messe a disposizione di tutti con conseguente notevole risparmio.

Molte donne lavorano fuori casa e sono costrette a delegare a qualcun altro che a sua volta lascia i suoi figli a qualcun altro, la cura dei loro figli. Naturalmente questo ha un costo molto alto, che si tratti di asili nido, baby sitter o simili. Una volta le donne pensavano da sé a curare i figli, la casa, la famiglia. Poi con il loro ingresso nel mondo del lavoro quelle mansioni sono entrate nell’economia formale e “adesso le donne sono pagate per fare quello che prima facevano gratis. Le donne ora hanno guadagnato la libertà data da un salario, ma ora quelle mansioni vengono acquistate da consumatori”. In un cohousing può essere recuperata più facilmente la dimensione della cura della propria famiglia senza sentirsi isolati ma, al contrario, sostenuti dal gruppo. Questo permette a molte donne di avere un peso molto minore e di non essere costrette a scegliere tra lavoro o famiglia.

In sostanza, nel cohousing viene incoraggiata un’economia di tipo informale e non monetaria, basata sull’amore, sul mutuo aiuto, sull’attenzione all’altro, sul sostegno. La mancanza di queste cose nella nostra vita quotidiana non è forse quello di cui ci lamentiamo più spesso? Non sono forse queste le cose che ci fanno sentire felici e degni di vivere la nostra vita? Quindi si tratta di un approccio e di un modo di vivere che potrebbe rappresentare una soluzione a molti dei problemi che affliggono la società moderna e ai quali ci siamo rassegnati perché non ci sembrano risolvibili.

Il cohousing è nato in Danimarca per poi espandersi in alti paesi del Nord Europa. Ha rappresentato una risposta ad alcuni bisogni delle società occidentali “dove l’affermazione del sistema neo-liberale ha visto insieme alla dissoluzione della rete familiare e parentale tradizionale, la drastica riduzione dei servizi e del welfare”.

Adesso che lo sfaldamento della famiglia tradizionale e la flessibilità del lavoro con tutti i problemi che hanno comportato, hanno raggiunto anche i paesi del Sud Europa, le esperienze di cohousing cominciano a nascere e ad essere preferite da sempre più persone come un’alternativa a un modello sociale che non soddisfa più.

In Cohousing e condomini solidali vengono affrontati tutti gli aspetti, anche quelli più problematici, per chi volesse saperne di più: la necessità di una visione comune, un atteggiamento aperto e disponibilità ad imparare a gestire ed affrontare i conflitti (che ci sono sempre), i passi necessari dalla progettazione alla realizzazione senza perdere di vista la sostenibilità ecologica del progetto stesso.

Il libro illustra alcune esperienze in Danimarca, Germania, Olanda, Stati Uniti, oltre a fare il punto sulla situazione in Italia riguardo alle realtà non solo di cohousing ma anche di ecovillaggi e condomini solidali.

Immaginate un mondo in cui i bambini siano liberi, un mondo a misura di uomo e di donna, una società in cui gli esseri umani si sentano un valore prezioso dalla loro nascita fino alla fine della loro vita. Non è utopia. Pur con tutte le difficoltà che progetti del genere comportano, con tutti i limiti degli esseri umani che ne fanno parte, con tutti gli ostacoli che si incontrano strada facendo e con le sfide da affrontare ogni giorno, c’è gente che prova a immaginare una società diversa e ogni giorno, passo dopo passo, cerca di realizzarla.

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Anna festeggiamo con te il superamento delle visite mensili di dicembre

Anne Frank (1929-1945), la memoria dell’incubo
(Paolo Tognina) Nel 1933 Otto Frank, il padre di Anne, decise di lasciare Francoforte, dove viveva con le sue due bambine e la moglie, per andare a stabilirsi ad Amsterdam. Aveva capito che l’ascesa di Hitler avrebbe avuto conseguenze nefaste per gli ebrei.

Fuga in Olanda
Con i suoi genitori e la sorella Margot, di tre anni più anziana di lei, Anne Frank, che era nata il 12 giugno 1929, andò a vivere in Merwedeplein 37, ad Amsterdam.
L’infanzia di Anne trascorse abbastanza tranquilla, finché l’Olanda non fu invasa dalle truppe tedesche, nel maggio del 1940. Nuvole nere si addensarono nel cielo di Anne quando gli occupanti tedeschi cominciarono a limitare sempre di più le libertà degli ebrei. Gli studenti ebrei furono espulsi dalle scuole pubbliche e costretti a frequentare istituti per soli ebrei. Per qualche tempo ancora – e grazie agli sforzi compiuti da Otto ed Edith Frank per conservare una parvenza di normalità – Anne continuò tuttavia a vivere una vita relativamente tranquilla.
Nel luglio del 1942 Margot Frank ricevette dalle autorità d’occupazione una cartolina che la invitava a presentarsi per essere arruolata nel servizio da svolgere “a est”: era il segnale dell’imminente deportazione. Otto Frank era pronto.

Vita nel rifugio
Nel retro della piccola fabbrica di gelificanti di cui era stato proprietario (aveva ceduto la “Opekta” ad alcuni fidi collaboratori, prima che fosse confiscata dai tedeschi) aveva ricavato un alloggio segreto per sé e per la sua famiglia. E alcune persone, tra cui Miep e Jan Gies, erano pronti ad aiutarli. I Frank entrarono nel nascondiglio sulla Prinsengracht, al numero 263, ai primi di luglio del 1942. E ne uscirono solo il 4 agosto 1944, quando furono tratti in arresto – per colpa di una soffiata – dalla polizia tedesca.
Durante i due anni di permanenza nell’alloggio segreto, Anne tenne un diario. Dopo la guerra quelle pagine furono recuperate dal padre, Otto, e pubblicate e tradotte in molte lingue in tutto il mondo. Si tratta di uno dei documenti più significativi dell’immane tragedia dello sterminio degli ebrei europei.

Da Westerbork ad Auschwitz
Il giorno dopo l’arresto, i Frank furono portati al campo di concentramento olandese di Westerbork. Il 3 settembre 1944 Anne, Margot, Edith e Otto Frank salirono sull’ultimo treno diretto ad Auschwitz. Su quel treno c’erano 498 uomini, 442 donne e 79 bambini. In totale 1019 persone. Quando partirono, gli alleati avevano già raggiunto Bruxelles e si trovavano a poco più di 200 chilometri di distanza da Westerbork.
Il treno raggiunse Auschwitz nella notte tra il 5 e il 6 settembre. All’arrivo fu effettuata la selezione. Uomini e donne furono separati. 549 persone scese da quel treno – e tra loro tutti i ragazzi fino ai 15 anni – furono subito assassinate nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau. Anne sfuggì a quel primo tentativo di eliminazione.
Quando quell’ultimo trasporto proveniente dall’Olanda raggiunse il campo, il “Frauenlager” di Auschwitz conteneva quasi 40’000 donne. Anne, Margot e la madre finirono nel “Frauenblock 29”. Le tre donne rimasero insieme fino alla fine di ottobre. Ad Auschwitz, come disse più tardi un’ebrea olandese che vide Edith Frank e le sue figlie in quel lager, non c’era più traccia dei dissidi tra Anne e sua madre menzionati nel diario scritto nell’alloggio segreto della Prinsengracht: quelle tre donne lottavano, insieme, unite, per sopravvivere.

L’ultimo viaggio
Il 28 ottobre 1944, quando i russi erano ormai a poco più di cento chilometri da Auschwitz, Anne e Margot furono trasportate nel campo di Bergen-Belsen (Edith Frank rimase ad Auschwitz, dove morì il 6 gennaio 1945).
Negli ultimi mesi di guerra Bergen-Belsen si trasformò in un inferno. I tedeschi stavano evacuando i campi a oriente e molti convogli, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, rovesciarono a Bergen-Belsen un numero inverosimile di prigionieri. Il cibo scarseggiava e per giunta nel tardo autunno il campo fu investito da una forte tempesta che ne danneggiò parecchie strutture. Le condizioni bestiali in cui erano ridotti i prigionieri provocarono la morte di un alto numero di loro, negli ultimi mesi prima della fine del conflitto e nei mesi immediatamente successivi alla fine della guerra. In particolare epidemie di tifo falcidiarono la popolazione di Bergen-Belsen. Nel marzo del 1945, poche settimane prima che il campo fosse raggiunto dalle truppe inglesi, Margot e Anne Frank morirono, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra.
Delle 1019 persone salite sul treno partito da Westerbork il 3 settembre 1944, sopravvissero 82 donne e 45 uomini, tra cui Otto Frank.

Anne Frank a Sils-Maria
Nell’estate del 1935 Anne Frank trascorse qualche tempo a Sils-Maria, nell’alta Engadina, ospite di Olga Spitzer, cugina di secondo grado di suo padre, Otto Frank. Anne abitava nella splendida Villa Spitzer (oggi Villa Laret), immersa nel bosco. Ci ritornò anche l’anno dopo, con la mamma e con la sorella Margot. Nelle pagine del Diario riaffiora il ricordo di quelle vacanze, di quella “isola di pace” nell’alta Engadina.
A Sils-Maria, a poca distanza dalla villa dove Anne trascorse vacanze spensierate, sorge oggi un monumento in suo ricordo. Una scultura che vuole esprimere il principio della tolleranza, della comprensione tra le religioni, della convivenza pacifica, senza l’uso della violenza.

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Liste indipendenti di appoggio bustese alla candidatura quacchera Benazzi a Sindaco indipendente di Olgiate O.

Riconosco esclusivamente come tributo alla Beata Giuliana, dove sono stato battezzato cattolico ambrosiano – Svizzero Zwingliano in Busto, il diritto di presentare Liste indipendenti con capilista il medico stamani presente della Farmacia di Fronte all’Ottima panetteria tradizionale nella continuazione dell’attuale Via Piave 180. E lista autonoma congiunta fra i due mitici delle moto locali nella mia via e in quella vicina alla panetteria di Busto consigliata. Li facciamo tutti diventare mondiali?

Unico impegno per le liste di sostegno quello aggiuntivo per le famiglie arcobaleno con figli adottati longobardi di area padaniese. Ovvio che Liga se vuole mi appoggia e se nel suo interesse geografico, locale. Se Benazzi si sposa con uno di Badgad libera, saranno pure affari suoi di famiglia quacchera.

Scelgo come Avvocato gradito personale Cota per cause nella mia zona lombarda. Inevitabile il confronto senza transazione monetaria in Euro a mio favore con Studio rag. Pietro Zicchittu di via Duca D’Aosta 15 a Busto Arsizio (area perimetrale della cattedrale quacchera in essere con biblioteca TCI nel rispetto del sacro suolo del gatto teologo e dei cani nella zona di interconfine protetta da reti con altre aziende) e Adler Ortho di Cormanno.  Non penso di essere stato minacciato da altri a Roma…. ma non ci metto la mano sul fuoco. Sono un non cristiano e non romano per interfede. Quacchero italiano. Longobardo doc oggi.

In futuro vediamo chi discende da me in matrimonio.

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I ringraziamenti di wordpress e i nostri ringraziamenti a voi

WordPress ci ringrazia e noi ringraziamo voi – Il 2011 è stato l’anno in cui abbiamo suonato alla Syndey Hopera House per tre volte abbiamo fatto il tutto esaurito. 8500 volte è stato visitato il nostro sito nonostante Tophost abbia fatto di tutto per cancellarci e perdere i dati storici di gran parte dell’anno, per via di comportamenti totalmente ingiustificabili. Vengono pagati poco e valgono poco. 134 gli articoli pubblicati e l’articolo più letto è Punti di vista sul silenzio. Questo ci consola perché chi viene a leggerci non ha come scopo fini non teologici. Ricordiamo che l’Italia è una Nazione col minor tasso di libera alfabetizzazione teologica.
E’ questo quello che sappiamo fare meglio di qualunque altro. Valdesi & Co. Se tenete presente che non abbiamo fondi privati e pubblici, potete capire un miracolo che passa anche attraverso lunghi mesi di inattività per complicanze gravi di salute. Abbiamo di che festeggiare all’Opera di Syndey! La libera predicazione prevale su quella di preti e pastori
Grazie all’Eterno !

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Ignazio Silone

Ignazio Silone (1900-1978), un esule cristiano

 

Per ulteriori approfondimenti si consiglia la prima rivista della sinistra “L’avvenire dei lavoratori” di Zurigo,  la più antica testata della sinistra italiana, fondata nel 1897 *

 

 

(VE) Ignazio Silone è morto il 22 agosto del 1978, a Ginevra, così come è vissuto: quasi in esilio e certo in solitudine. Del resto Ignazio Silone ha sempre vissuto in esilio, nel senso più ampio del termine.
Nato a Pescina dei Marsi, in Abruzzo, il 1. maggio 1900, dopo il terremoto che distrusse la sua famiglia visse per collegi ecclesiastici. Durante il fascismo trovò rifugio in Svizzera: fu dapprima a Davos (dove curò la tubercolosi) poi ad Ascona e, dal 1942, a Zurigo (fu proprio in Svizzera che scrisse il celebre romanzo Fontamara).
Ma Silone fu “esule” anche a livelli più profondi: ben presto fuori dalla chiesa cattolica per gli inaccettabili compromessi che vi vedeva col potere e la società capitalistica, espulso dal Partito Comunista Italiano nel 1930 in quanto dissidente antistalinista, fu a lungo esiliato anche dagli ambienti letterari italiani (lui, uno dei più apprezzati e tradotti scrittori italiani in tutto il mondo).

Socialismo e libertà
Ignazio Silone – spinto verso il movimento socialista perché in esso scorgeva una tensione verso la liberazione della persona da ogni forma di asservimento – fu e rimase un ribelle, critico nei confronti di tutti i “poteri costituiti”.
Nei suoi romanzi si ritrovano, con grande lucidità ed efficacia, tematiche legate alla difesa della dignità dell’essere umano – e in particolare degli “ultimi” nella classifica sociale – e alla ricerca del nucleo autentico della predicazione cristiana delle origini.
Nell’opera di Silone la scelta dei poveri e degli “ultimi”, e la loro elezione a propri compagni, si presenta come scelta decisiva e costante della propria vita. Accanto a questa scelta c’è la riscoperta, nella lotta, di una più autentica fedeltà all’uomo e al vangelo (“Fortunatamente Cristo è più grande della chiesa”, dice); c’è il valore concreto dell’utopia; c’è la riscoperta di un “filo rosso” che attraversa non solo la Bibbia, ma tutta la storia del cristianesimo e che si traduce per lui in un atteggiamento critico nei confronti della chiesa che fonda il suo potere e la sua autorità appoggiandosi allo stato (tale atteggiamento sfocia nel rifiuto del concordato tra la Santa Sede e il regime fascista) e nell’appropriazione dell’amara e sarcastica saggezza della religiosità popolare.

Contrasto tra due chiese
In tutta l’opera siloniana è inoltre presente, costante, lo scontro, irriducibile e insanabile, fra le “due chiese”: quella che è del popolo e sta dalla parte del popolo, e quella che è del potere e sta contro il popolo, contro le sue lotte, contro le sue prese di coscienza, contro la sua liberazione.
Significative, a questo riguardo, le riflessioni autobiografiche contenute nei capitoli (“Quel che rimane”) che introducono il romanzo L’avventura di un povero cristiano. “Mi riferisco – scrive Silone – a quelli che dopo aver ricevuto la consueta educazione religiosa in qualche istituto o collegio di preti, si siano in gioventù allontanati dalla chiesa, non per la naturale indifferenza che sopravvive nella maggioranza dei maschi appena escono di pubertà, né per dubbi o dissensi intellettuali sulla sostanza della fede (questi sono casi rari), ma spinti da insofferenza contro l’arretratezza, la passività o il conformismo dell’apparato clericale di fronte alle scelte serie imposte dall’epoca”.
“Come si poteva rimanere in una simile chiesa?”, si chiede Silone, che “menava il can per l’aia”, parlando ossessivamente ai fedeli “dell’abbigliamento licenzioso delle donne, dei bagni promiscui sulle spiagge, dei nuovi balli d’origine esotica, e del tradizionale turpiloquio” in un’epoca “di confusione di massima, di miseria e disordini sociali, di tradimenti, di violenze, di delitti impuniti e d’illegalità d’ogni specie?”. È da questo “scandalo insopportabile” che la ricerca, umana, politica, religiosa di Silone prende avvio o si conferma.

Amicizia con Ragaz
L’irriducibile contrasto fra le “due chiese”, fra i due diversi modi di concepire il cristianesimo e di viverlo, si trova espresso soprattutto nel dramma L’avventura di un povero cristiano (1968) e in particolare nelle due figure che questo scontro personificano: Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, che si dimise poco dopo l’elezione, e Bonifacio VIII, suo successore, il papa del rilancio del potere temporale della chiesa e del cinismo del potere stesso. Ma lo scontro era prefigurato già nei personaggi di don Benedetto (in Vino e pane) e fra Celestino (in Ed egli si nascose), indimenticabili figure di “preti del dissenso”, che vengono dal popolo e restano dalla parte del popolo, solidali, poveri, emarginati dalla chiesa e dal potere politico, spesso con gravi e tormentati conflitti di coscienza per questa loro difficile doppia fedeltà. In quelle figure e attraverso quelle narrazioni riemergono le radici di un cristianesimo “diverso”, di minoranza, rigorosamente contrario a ogni forma di compromesso.
Vale forse la pena ricordare, in questo contesto, anche l’amicizia, nata già nel 1935, tra Silone e il pastore protestante svizzero Leonhard Ragaz, promotore del “socialismo religioso”. Ragaz – col quale Silone rimase a lungo in contatto epistolare – appare nel romanzo La volpe e le camelie: “un uomo in gamba”, che “ha lasciato chiesa e università per la causa degli operai”.

Fedeltà a Cristo
Silone, nella sua ricerca, scava nelle vicende della sua terra per ritrovarvi i problemi e la storia di oggi. “Numerosi cenobi si formarono nelle montagne abruzzesi” – scrive nei citati capitoli introduttivi dell’Avventura, rifacendosi ai fermenti ‘eretici’ abruzzesi del Duecento – esperienze che “pur evitando l’aperta eresia” rimasero per molto tempo “al di fuori della vita ufficiale della Chiesa, accogliendo assai liberamente, e spingendo talvolta agli estremi, le ispirazioni benedettine, gioachimite e francescane” dell’attesa “di una terza età dello Spirito, senza Chiesa, senza Stato, senza coercizioni, in una società egualitaria, sobria, umile e benigna, affidata alla spontanea carità degli uomini”.
“La storia dell’utopia – continua Silone – è in definitiva la contropartita della storia ufficiale della Chiesa e dei suoi compromessi col mondo… L’utopia è il suo rimorso”.
Per Silone non è affatto strano che “gli uomini i quali una volta dicevano no alla società e andavano nei conventi, adesso il più sovente finiscono tra i fautori della rivoluzione sociale… Non esito ad attribuire ai ribelli – conclude Silone – il merito di una più vicina fedeltà a Cristo”.

 

  • Si ringrazia la rivista dell’ospitalità ricevuta da Maurizio Benazzi presso il ristorante cooperativo degli antifascisti storici e i numerosi libri ricevuti in dono. Oasi della memoria della Sinistra.

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Miti e verità sui test HIV

Ci sono anche differenti punti di vista fra le Istituzioni sanitarie in Italia e ad esempio quelle ufficiali in Svizzera, in materia di aspetti specifici di carattere clinico e sulle osservazioni e le esperienze maturate dalla fine degli anni 70 in poi: diciamo che per la maggioranza degli italiani, che non abitano insomma verso il confine, le informazioni diffuse sul sito www.nadironlus.org e link collegati sono attendibili anche se tutt’altro che perfette. Ma la perfezione sappiamo  non è cosa umana.  Tutt’altro.

Buona lettura

 

 

Miti e Verità sul fare il test

Ancor oggi esistono molti miti sull’infezione da HIV, sui rischi di contagio e, soprattutto, sembra generalizzata l’idea che sia un problema che riguarda ‘solo gli altri’. La mancanza di informazione grava sulla disposizione psicologica a sottoporsi al test e aumenta la paura di dover affrontare questa problematica. Il “non sapere” comporta spesso danni peggiori, a volte irreparabili, rispetto al trauma che “il sapere” può destare inizialmente, trauma che la stessa conoscenza del problema aiuta poi a superare.

Non ho bisogno di fare il test per l’HIV, non è possibile che l’abbia contratto

Non sapere ti può fare male… e anche a coloro cui tieni.

Si stima che la maggior parte dei nuovi casi di infezioni sono trasmesse da persone che non conosco il proprio stato sierologico. Chiunque abbia avuto sesso non protetto con una persona HIV positiva (o che non sappia di esserlo), che abbia scambiato siringhe, che sia stato sottoposto a un piercing o a un tatuaggio, o che abbia avuto contatto con sangue o emoderivati, anche per motivi professionali, è a rischio di aver contratto l’HIV e di contagiare altre persone, soprattutto se non lo sa di se stesso.

Il pericolo dell’AIDS è finito. E’ solo un problema di altri paesi.

Ogni giorno migliaia di persone diventano HIV positive nel mondo.

L’epidemia dell’HIV continua a colpire in tutto il mondo. In Italia vivono 150 mila persone con HIV/AIDS e si stima che i nuovi contagi siano di 4 – 5 mila all’anno. L’aspetto più grave, almeno nel nostro paese, è che la maggior parte dei cittadini non sa come prevenire l’infezione da HIV e vi è, tutt’oggi, molta disinformazione al riguardo.

Da uno sguardo posso capire se una persona è HIV positiva

Le persone possono essere HIV positive da oltre 10 anni senza mostrarne segni o sintomi

Conoscere lo stato sierologico del partner sessuale è importante, anche se appare in salute.

Sono monogamo, quindi, non ho bisogno di fare il test.

La “monogamia” non è una garanzia… a meno che tu sia sicuro al 100% della fedeltà del tuo partner

Conosci con certezza la storia intima di tutti i tuoi partner? Per quanto riguarda la sessualità, se sei HIV negativo e monogamo in relazione con un’altra persona HIV negativa, non esiste, virtualmente, il rischio di contrarre l’HIV. Ma fintanto che ambedue non fate il test, non vi è garanzia che siete HIV negativi. Anche perché il contagio potrebbe essere avvenuto tramite un altro tipo di esposizione (professionale, siringhe infette, tatuaggio, piercing).

Quando faccio un controllo del sangue, è compreso anche il test dell’HIV?

No. A meno che tu lo chieda specificatamente o si tratti di un analisi durante la gravidanza

Attualmente il medico deve chiederti se vuoi essere sottoposto al test dell’HIV. Non esiste alcuna legge che lo imponga, ma sarebbe opportuno che alla prima occasione sia tu a proporlo al medico.

Se il mio medico mi propone di fare il test per l’HIV, sono costretto a farlo?

Nessuno può farti il test senza il tuo consenso.

La decisione di fare il test spetta solo a te. Ma ricorda che se non lo fai e sei HIV positivo, non solo fai del male a te stesso ma rischi di contagiare altre persone.

Non faccio il test perché ho paura che si sappia se risulto positivo

Gli operatori sanitari sono tenuti a rispettare la tua privacy

Nessun operatore che contatterai nel centro clinico ove fai il test potrà, in nessun caso, fornire a nessuno dati sulla tua salute.

Alla mia età non devo preoccuparmi dell’HIV

L’infezione è in aumento nelle persone adulte tra i 30 e i 50 anni, mentre inizialmente sembrava colpire più la fascia di popolazione più giovane.

La popolazione maggiormente colpita negli ultimi anni è quella oltre i 50 anni. Ciò si deve al miglioramento della qualità di vita e alle false credenze sulla vita sessuale delle persone mature. Attualmente non si riesce a stimare la quantità di persone oltre i 50 anni con HIV in quanto non si sottopongono al test. In altre parole, il test per l’HIV non è solo per i giovani.

Se risulto negativo, non mi devo più preoccupare.

Se continui ad fare sesso non protetto con partner HIV positivi o di cui non conosci lo stato sierologico, sei a rischio e devi farti il test regolarmente

Ricorda sempre che dall’ultima esposizione o situazione a rischio di contrarre l’HIV, passano da due settimane ad alcuni mesi prima che il risultato sia certo. Gli anticorpi del virus hanno bisogno di un certo tempo per essere riscontrabili nel test. Devi sottoporti ad un altro test ogni volta che sei stato in una situazione a rischio.

Preferisco non fare il test pur di evitare l’ansia dell’attesa del risultato.

Il risultato è pronto in genere entro una settimana. Vale la pena affrontare questo periodo perché utile per prevenire danni peggiori alla tua salute.

Infatti l’attesa del risultato può destare ansia e preoccupazione. Cerca di condividere questo periodo con una persona di fiducia che ti possa offrire appoggio morale e psicologico. I centri AIDS offrono un servizio di psicologi che ti possono sostenere. Ci sono anche associazioni sparse sul territorio italiano a cui ti puoi rivolgere per parlare del tuo problema. Ad ogni modo, aggrappati all’idea che hai intrapreso un percorso necessario, utile e soprattutto efficace per la tutela della tua salute.

Preferisco non fare il test: tanto se sono positivo morirò di AIDS. A cosa mi serve saperlo prima?

Assolutamente errato. Avere l’HIV non significa morire o sviluppare l’AIDS.

Sapere il tuo stato sierologico in tempo, cioè, prima che il sistema immunitario sia troppo indebolito, ti permette di usare gli strumenti che la scienza ha messo a disposizione in 26 anni di ricerca. Se lo sai in tempo, probabilmente non avrai bisogno di iniziare subito una terapia. Sarà il medico, a seconda della tua situazione, a proporti l’eventualità di una terapia. Oggi, i farmaci contro l’HIV permettono di lottare efficacemente contro l’infezione prevenendo le malattie che ne derivano e avere una buona qualità della vita. Convivere bene con l’HIV richiede una collaborazione costante con il medico per verificare l’andamento del tuo stato di salute. Milioni di persone convivono con l’HIV per un periodo lunghissimo e continuano ad avere uno stato di salute stabile con il supporto dei medici.

Perché devo fare il test? Oggi non si muore più di AIDS

Anche se la morte da AIDS è drasticamente diminuita, l’HIV, se non curato, continua ad essere potenzialmente mortale

Non abbassare la guardia! Se il tasso di mortalità da AIDS è diminuito è stato grazie alla terapia antiretrovirale e al fatto che possa essere prescritta in tempo utile, prima che il danno immunologico sia irreparabile. Uno dei gravi problemi nel nostro paese è che oltre il 60% delle persone che scoprono di essere HIV positive hanno già l’AIDS conclamato e si presentano nei centri clinici solo quando hanno una infezione opportunistica ed un livello di CD4 al di sotto dei livelli di guardia. Non morire più di AIDS non è un fatto automatico. Anzi, implica una presa di coscienza e il proprio intervento che comincia con il conoscere il proprio stato sierologico in tempo utile.

 

 

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Una risposta teologica ma anche pastorale

In merito alla cerimonia valdese di oggi a Milano

Il simbolo del triangolo rosa è sacro per noi, perchè ricorda di fatto il secondo gruppo, dopo gli ebrei, delle vittime della persecuzione etcnica e razzista del nazismo (ben 500.000 omosessuali e lesbiche in Europa!). Pleonastico affermare che riteniamo sacra la vita di un omosessuale e quella di una lesbica in quanto creature amate di e da Dio. Ne più nè meno come le altre persone con orientamento sessuale diverso dal loro. Fratelli d’italia non solo solo i migranti!
Siamo molto fieri  in ogni caso di avere un rimando simbolico, così intriso di sofferenza dolorosa patita; è il nostro fare memoria collettiva: fu attribuitoci da dei sterminatori, benedetti indistintamente all’epoca del terzo Reich  da vescovi cattolici e protestanti: abbiamo quindi non una croce ma una stella di Davide, per ricordare che la semplice analisi del problema sottostante risulta estremamente dolorosa per le Chiese tutte, nelle quali la discussione sulla sessualità umana è abitualmente intrisa di mito, timore, dubbio e colpa. Anche oggi.
L’omosessualità – è bene dirlo a chiare lettere  e a voce ferma – non è in ogni caso un disordine mentale o psicologico e neanche una malattia fisica.
Nessuno di noi ha scelto, e nemmeno Lei pastore, questo “stile” di vita  in quanto in tutte le società le persecuzioni e l’ostracismo caratterizzano l’ambiente circostante di vita, salvo ambiti lavorativi così statisticamente irrilevanti che non ha senso nemmeno parlarne.
Sappiamo anche – purtroppo- come l’ambito ecclesiale sia un paradiso non proprio felice per molte persone (protestanti o cattoliche) che devono giurare fedeltà a confessioni di Fede magari del XVII secolo o ad un’autorità che impongono la rinuncia al dono di Dio della sessualità. Come se la sessualità esercitata nella responsabilità non fosse un dono del Creatore!
Ci rendiamo conto che per chi interpreta letteralmente la Bibbia, la “risposta” ai problemi sia quella dell’omosessualità come disordine e peccato. Solo coloro che accettuano un’interpretazione contestuale i testi solitamente citati in tali circostanze non costituiscono mai degli argomenti definitivi e il problema non può pertanto essere risolto appellandosi ad essi. Anzi! I compagni quaccheri per un certo tratto della mia vita mi hanno spiegato poi altre cose sullo Spirito Santo. Uno sviluppo teologico delle iniziali argomentazioni zwingliane.
Sul tema della schiavitù  (con la legittimazione cristiana, almeno fino all’epoca della nascita dei quaccheri stessi) tutti riteniamo che quelle indicazioni nei testi sacri erano valide per i tempi in cui gli autori biblici scrivevano ma non sono certo un patrimonio peculiare per i cristiani e per i tempi di oggi.
Ci chiediamo anche perchè scegliamo alcune delle 613 leggi contenute nelle Scritture e ne tralasciamo altre, proprio come cristiani. Ma ho letto tesi ebraiche di rabbini americani c.d. conservative che pongono la questione fuori dalla Legge stessa. Non regolata in quanto non regolabile. Che senso di profondità.
Spesso l’omosessualità dai cristiani non è nemmeno trattata in quanto tale (nel senso quindi attuale del termine) nei testi che vengono citati troppo spesso a pappagallo. Ricordo in particolare ai protestanti di labile memoria che la Chiesa Unita del Canada (che unisce Riformati e Luterani) afferma che chiunque (quindi senza escludere gli omosessuali) “indipendentemente dalla sua tendenza sessuale”, può essere ammesso nella Chiesa e partecipare anche al ministero ordinato. Nella Chiesa unita di Cristo (quella di Obama per intenderci) ciò avviene regolarmente, se la comunità locale esprime il proprio consenso.
Il matrimonio non è stato del resto un sacramento per buona parte del Nord america e Europa.
Rammentiamo che dalla sesta assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese (di cui fanno parte veterocattolici, anglicani, protestanti, ortodossi) del 1983 di tempo ne è passato ma il sud Europa tarda ad arrivare alla promozione della giustizia , in relazione alla sessualità e alle relazioni umane. Le relazioni umane se hanno la componente affettiva prevalente non fanno distinzione sui soggetti protagonisti dell’amore. E non esiste nemmeno un amore peccaminoso, se non si procrea. Questo fa parte di apologie strettamente confessionali e non universali.
Dietro la questione della giustizia su cui mi sono qui soffermato è evidente che vi è in gioco la dignità umana. Alla quale non possiamo proprio rinunciare. Come omosessuali ma anche come credenti!

Maurizio Benazzi, nell’avventura di un povero e semplice cristiano in cammino, che augura luce piena alle persone benedette oggi in un tempio di Milano.

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