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Liste indipendenti di appoggio bustese alla candidatura quacchera Benazzi a Sindaco indipendente di Olgiate O.

Riconosco esclusivamente come tributo alla Beata Giuliana, dove sono stato battezzato cattolico ambrosiano – Svizzero Zwingliano in Busto, il diritto di presentare Liste indipendenti con capilista il medico stamani presente della Farmacia di Fronte all’Ottima panetteria tradizionale nella continuazione dell’attuale Via Piave 180. E lista autonoma congiunta fra i due mitici delle moto locali nella mia via e in quella vicina alla panetteria di Busto consigliata. Li facciamo tutti diventare mondiali?

Unico impegno per le liste di sostegno quello aggiuntivo per le famiglie arcobaleno con figli adottati longobardi di area padaniese. Ovvio che Liga se vuole mi appoggia e se nel suo interesse geografico, locale. Se Benazzi si sposa con uno di Badgad libera, saranno pure affari suoi di famiglia quacchera.

Scelgo come Avvocato gradito personale Cota per cause nella mia zona lombarda. Inevitabile il confronto senza transazione monetaria in Euro a mio favore con Studio rag. Pietro Zicchittu di via Duca D’Aosta 15 a Busto Arsizio (area perimetrale della cattedrale quacchera in essere con biblioteca TCI nel rispetto del sacro suolo del gatto teologo e dei cani nella zona di interconfine protetta da reti con altre aziende) e Adler Ortho di Cormanno.  Non penso di essere stato minacciato da altri a Roma…. ma non ci metto la mano sul fuoco. Sono un non cristiano e non romano per interfede. Quacchero italiano. Longobardo doc oggi.

In futuro vediamo chi discende da me in matrimonio.

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Qui siamo solo persone serie ..

Quello che Monti fa finta di non sapere sugli investimenti: la Serbia sovvenziona le nuove imprese estere dando un contributo anche di 12000 euro per operaio assunto a tempo indeterminato. Un operaio guadagna circa 250 euro al mese. Fiat, Benetton, Fincantieri e tutte quelle imprese che hanno aderito anche a dicembre alla nuova ondata italiana di insediamenti ovviamente considerano come fattore strategico i milioni di contributi (minimo 4,5) ricevuti a fondo perduto. Monti li metta sul piatto internazionale se li ha. Altrimenti riconosca che ex dirigenti comunisti sanno fare meglio di lui il suo lavoro! Lui è a mio avviso un incapace della Bocconi! E non sa neanche parlare in modo appropriato…

 

Maurizio Benazzi, esperto in gestione d’impresa internazionale

Il CV è richiedibile a maurizio_benazzi@libero.it

 

Il socialismo biblico

Il teologo svizzero Leonhard Ragaz (1868-1945), negli anni del primo conflitto mondiale, pone il sermone sul monte (capitoli 5, 6 e 7 del Vangelo di Matteo) come programma di un nuovo ordine nonviolento, democratico e socialista: la “magna Charta del regno di Dio” dovrà essere realizzata nella lotta per il disarmo, contro il militarismo, il capitalismo e l’odio dei popoli. Scrisse: “Il sermone sul monte è il messaggio incredibile della rivoluzione del mondo da parte di Dio”.

Il socialismo biblico non è un socialismo con una tinteggiatura religiosa, ma vuole semmai un cristianesimo integrale, senza alcuna riduzione. Mette in rilievo il senso sociale dello stesso senza per questo negarne il senso individuale.Questo significa che il “socialismo religioso” (questa è la definizione normalmente usata in lingua italiana sebbene Ragaz preferisse sempre parlare sempre di socialismo biblico) non è un cristianesimo modernizzato, razionalista e liberale. Sottoscrive i dogmi della Chiesa universale senza farne delle forme intellettuali o la “conditio sine qua non” di tutto il resto. Il fatto centrale è semmai la comunione con gli altri e l’amore, in quanto segni del discepolo e della sequela. La salvezza individuale (secondo lo schema di Agostino) prende valore quando si mette al servizio della redenzione sociale, della liberazione di un mondo imprigionato nel peccato, nel pericolo, nella guerra, nella povertà ma ugualmente oggetto di una promessa di un cielo nuovo e di una terra nuova. In quanto correttivo di un individualismo troppo pronunciato, il socialismo biblico corre il rischio di diventare lui stesso troppo unilaterale. Ma scopre l’impegno sociale precisamente là dove il messaggio della Bibbia è più profondo, per esempio nel messaggio di Pasqua che abolisce la potenza della morte e stabilisce il potere di Dio. Il socialismo di Ragaz non vuole e non può proporre quindi un messaggio cristiano al ribasso! In altri termini il socialismo biblico non aggiunge il sociale all’individuale ma tende semmai proprio a una nuova comprensione del cristianesimo.Si tratta di passare da un cristianesimo statico, di un mondo finito e di un’attitudine pessimista, a un cristianesimo dinamico ove Dio rinnova senza far cessare il mondo, rivoluzionandolo in permanenza,verso un Regno di Dio che abolisce il capitalismo (Moloch) e il militarismo (Baal) nella prospettiva della Speranza che attende la venuta di Dio. In questo consiste l’attitudine rivoluzionaria del cristianesimo e la sua lotta contro la forma statica del religioso in favore di quella dinamica. Il socialismo biblico possiede dunque una sua dogmatica che è profetica e anti-intelletttuale allo stesso tempo ed è costituita dall’attenzione donata al Dio vivente e alla Fede nel suo Regno. Il metodo si ispira a Matteo 6,33: “Cercate prima di tutto il Regno e la sua giustizia”, la comprensione delle Scritture, di Cristo, dell’uomo,ecc. vi saranno date per conseguenza. Dall’altro lato il socialismo biblico vuole essere integralmente socialista, mettendo in evidenza il suo valore “religioso”. Egli riconosce nel movimento socialista (quello federalista, non violento e democratico, quindi non statalista, per meglio intenderci) un’irruzione della verità che la Chiesa riformata avrebbe dovuto difendere (ma non lo ha fatto né nel passato né lo fa oggi e molto probabilmente non lo farà neanche domani!). E’ per questo ragione che questa verità si manifesta anche oggi attraverso delle forme atee e anticristiane. Ragaz era del resto lontano dall’idea di un recupero dei socialisti (di diversa estrazione) nell’ambito della Chiesa stabilita o istituzionale. Il Regno di Dio sulla terra zampilla dunque dal socialismo che gli dà una portata o valenza c.d. religiosa alla quale le/i socialiste/i credenti ci rendono attenti. Ragaz ha semmai la pretesa che il socialismo non può durare senza questa lettura c.d. “messianica”. Destinata a convincere sia i cristiani che i socialisti, la sua tesi principale è quella del fondamento biblico del socialismo, elemento essenziale anche del messaggio dell’ebreo risorto. Ragaz lo chiama più precisamente il socialismo eterno che ha come base Dio, l’uomo, lo Spirito, il fratello, la Grazia, il servizio e la Speranza. Quale rivoluzione potrà infatti essere più radicale di quella che sopprime mammona col sevizio e la spada (le armi) con la croce? Una precisazione importante s’aggiunge: tutto il socialismo è contenuto nel messaggio del Regno di Dio. Ma c’è di più: c’è la vittoria sul peccato, sul mondo (questo mondo di mammona), sulla morte. Il socialismo biblico non identifica però il Regno di Dio col socialismo, come vuole la leggenda. La liberazione sociale viene in definitiva con la venuta del Regno di Dio e non l’inverso. La redenzione sociale è un prolungamento dell’Incarnazione, l’ordine in Cristo deve divenire l’ordine del mondo nuovo. In altre parole il socialismo biblico non aggiunge un’altra forma di socialismo a quelli esistenti ma mira ad una comprensione adeguata dell’insieme del socialismo umano, pacifista, antimilitarista, fondato su un principio di giustizia e solidarietà sociale al tempo stesso. Se il socialismo biblico prende le parti dei più poveri, all’insegna di Gesù, propone dei modelli passeggeri: la cooperativa, la solidarietà col sindacato socialista, l’educazione pubblica. Il socialismo biblico è a ben vedere aperto allo stesso tempo agli ambientalisti, ai comunisti e ai socialdemocratici. Il dibattito su questo aspetto è e rimane aperto: il fine del socialismo vede una lotta dura contro tutte le degenerazioni del materialismo volgare, lo spirito della violenza e la demagogia populista. In conclusione potremmo dire che il il socialismo biblico non è un “bastardo” ma il figlio legittimo della verità cristiana e del rinnovamento del mondo attuale. Con molte nuances possibili. Esso non è che uno strumento provvisorio mirante a risvegliare i cristiani affinché realizzano la loro vocazione sociale. Il socialismo si compie in questo risveglio. Il socialismo di Ragaz rinvia al Regno ove né il socialismo né il socialismo biblico stesso saranno necessari, (si riferisce alla prospettiva escatologica dei tempi ultimi) sebbene cristianesimo e socialismo hanno una loro verità comune e profonda.

(Dalla conferenza del 1926 “Cosa è il socialismo religioso?” di Leonhard Ragaz, traduzione a cura di Maurizio Benazzi – <tutti i diritti sono riservati)

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Onestà

L’autore si lascia intervistare oggi anche in TV e snocciola le questioni sul tappeto anche a poche ore dalle deliranti affermazioni dell’attuale Premier sul dissolvimento delle regole ad esempio nel mercato del lavoro. E’ un’analisi complessiva della situazione: in TV si rammarica che in tutti questi decenni la cupola del Vaticano non abbia denunciato i malaffari romani e la sua contiguità col potere politico italiano. Ma a ben vedere non si tratta solo della posizione di Berlusconi! Lui non  è proprio un amico del socialismo reale. E’ un teologo  svizzero libero che ha il pregio di dire quello che pensa. Non nasconde le sue simpatie verso il movimento di occupazione e protesta contro Wall Street ma anche della necessità di regole precise che controllino l’impazzimento del mercato. Soprattutto Europeo.   Riportiamo un’intervista dal grande spessore etico. In fondo è quello che ci manca in questi tempi tormentati e duri in Italia. Pardon, particolarmente duri coi tecnocrati al potere.

 

Hans Küng, Onestà

(Paolo Tognina) La recente crisi finanziaria ed economica globale è stata per molti un forte choc: il mondo è rimasto col fiato sospeso, politici e manager hanno potuto vedere a quali enormi pericoli ci esponga un settore finanziario che agisce senza regole. Malgrado gli effetti della crisi continuino a farsi sentire e colpiscano milioni di persone, i mercati hanno ripreso a funzionare come prima. Di una regolamentazione del settore finanziario non se ne parla. Oppure le regole adottate non sono efficaci. E non si vedono indizi di autoregolamentazione. Hans Küng, noto teologo cattolico, presidente della Fondazione per un’etica globale (Weltethos) e prolifico saggista, analizza in “Onestà. Perché l’economia ha bisogno di un’etica” il fenomeno della globalizzazione, mettendone a nudo le ambiguità. La globalizzazione si è dimostrata per molti una grave minaccia, essa deve dunque essere “sottoposta al controllo di regole internazionali” e ad essa deve applicarsi una “etica globale”. Küng vuole evitare di scadere nel moralismo, pur non nascondendo di volere proporre dei valori da applicare all’economia. Per individuare un’etica capace di governare l’economia, il teologo analizza nella prima parte del suo libro gli aspetti critici della globalizzazione, nella seconda le concezioni dell’economia e nella terza la socialità della nostra economia di mercato. Küng rigetta il neoliberismo – che preferisce chiamare “ultraliberismo” o anche “neocapitalismo” – e propone invece una via che non si colloca nel solco del capitalismo e neppure del socialismo. Il modello propugnato da Küng è quello di un’economia di mercato sociale, corretto e trasformato – è il teologo a riconoscerlo – per fronteggiare le nuove sfide ecologiche, etiche e demografiche. Come realizzare il modello di una nuova economia sociale di mercato? Come uscire dalla crisi dell’economia e del sistema politico? Küng identifica, quali cause della crisi, lacune nell’assunzione di responsabilità, analisi e proiezioni economiche errate, irrazionalità e azzardo da parte degli attori finanziari. E sostiene che occorre perciò introdurre un’economia basata sulla responsabilità e sul rispetto delle regole. Da un lato procede poi a schizzare il profilo di un’etica globale per un’economia globalizzata che si pone al servizio dell’essere umano, mentre dall’altro tratteggia un’etica per dirigenti che si manifesta nell’integrità e nella competenza etica. Tutto ciò serve a Küng per introdurre il capitolo ottavo del suo libro, nel quale spiega motivi, contenuti e obiettivi del Manifesto per un’etica economica globale, che egli ha contribuito in modo determinante a ispirare e che si basa sui suoi studi precedenti. Hans Küng invita ad imboccare con entusiasmo la via di un’economia mondiale sociale ed ecologica. Per fare questo fornisce, con questo libro, informazioni e riflessioni importanti e sensate. Alla logica del profitto, sostituisce il primato dell’etica sull’economia e la politica. E di questo il mondo ha certamente bisogno.

Hans Küng Onestà. Perché l’economia ha bisogno di un’etica Rizzoli, Milano 2011

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Riflessioni e preghiere contro il Governo Monti e l’asse politico che lo sostiene, in difesa dei lavoratori, ora e sempre

Signore, nella tua mano il mondo può cambiare. Donaci la fede per osare l’impossibile. Donaci speranza per non disperderci nel vago. Camminiamo senza terra sotto i piedi: tu sei una nostra via. Signore ti lodiamo, tu crei un mondo nuovo. Amen

 

 

La preghiera

Ci domandiamo spesso quale sia il fine della preghiera e se possiamo pregare per noi personalmente ma anche per le cose. Nella preghiera che ci è stata trasmessa da Gesù che è la preghiera per il Regno per eccellenza includiamo tutto e tutti. Se cercheremo la giustizia del Regno che significa anche misericordia il resto ci viene dato semplicemente in più.

C’è nel Padre nostro una semplicità e una brevità stupefacente che racchiude un’infinita ricchezza e una profondità abissale. Era una preghiera di fatto già in uso nella spiritualità ebraica sia pur con forme diverse, più stringate ma ben radicate. Cipriano, teologo del III secolo, la definiva il riassunto della fede cristiana ma ignorava quanto ora qui ricordato. All’epoca la fase antigiudaica del cristianesimo era un elemento distintivo. I nostri peccati di cristiani contro l’ebraismo sono stati del resto sempre presenti e non solo nel secolo scorso. Peccati spesso anche di falsità o di omissioni nel dire la verità.

Nell’invocazione della preghiera del padre nostro ci si rivolge veramente a Dio, Padre (o meglio papà, traducendo il termine aramaico di riferimento) e Signore. Il suo Nome – ossia il suo Essere – deve essere santificato. Si prega quindi per il suo Regno e non meramente per cose puramente personali. Per questo si dice del continuo, non “mio” o “me” ma “nostro” e “noi”. Il nostro bisogno individuale è incluso nella richiesta del Regno di Dio e proprio per questo riceve il suo pieno diritto. Quindi prima viene la causa di Dio e non ad esempio quello delle religioni. E’ infatti il suo Regno che deve avvenire prima del giudizio finale e della risurrezione dei morti. Non è – come generalmente si pensa – la terra a dover essere attirata su in cielo ma il cielo sulla terra.

In questo il Regno di Dio dice una cosa molto diversa dal cristianesimo tradizionale (cattolico, luterano o riformato conservatore) in cui si separa un settore interno e uno esterno, riservando il primo a Dio e il secondo al “principe di questo mondo”. Chi domandava a Gesù quando ci sarà il regno, lui rispondeva quando l’interno sarà come l’esterno e il visibile come l’invisibile. In Luca 17,20 e seguenti è scritto il Regno di Dio è in mezzo a voi e non dentro di voi! E la famosa frase detta a Pilato, espressione della realtà imperiale, “il mio Regno non è di questo mondo” non vuol affatto dire che il Regno sia nell’al di là ma che è il Regno del mondo “che viene” e che “verrà”, diverso da questo mondo.

Sembrano frasi apparentemente insignificanti ma proprio queste impediscono la fuga da questo mondo e la necessità dell’impegno nella realtà civile, politica e sociale. Il messaggio realmente cristiano non è spiritualistico ma possiamo dire materialistico, di un materialismo sacro, che attraverso la Parola rende il pane di domani ossia quello necessario un pane sacramento nel senso più ampio del termine ossia simbolico e universale. In cui la vera comunione con Dio è data da quella degli uomini nella solidarietà e nella mutua remissione delle colpe. Non si dice infatti nella preghiera noi “rimettiamo” ma “abbiamo rimesso” i peccati, le colpe dei nostri fratelli e sorelle. Solo dopo aver compiuto ciò è possibile vivere e riconoscere veramente il Padre e il suo ordine d’amore: non è quindi una questione di nozioni apprese a catechismo ma di vita vissuta e reale. Personalmente. La liberazione da ogni angustia (tentazione) di questo tempo in cui il Regno non è pienamente realizzato è quindi una messa in guardia dalle fughe verso lo spiritualismo o la complicità delle logiche imperanti di ingiustizia, di creazione di nemici, di idoli.

Certo sconfiggere le nostre paure umane non è semplice e non lo sarà nemmeno per le prossime generazioni. Basti pensare alla paura del bisogno, del vuoto, della morte, del destino… ma non è certo la sete di possesso che può o potrà colmare la nostra angoscia di sprofondare nel vuoto della distruzione fisica personale, di una guerra, della povertà, di una malattia.

La protesta credente davanti alla morte si radica in modo altrettanto chiaro nei Vangeli. A chi immaginasse una qualunque complicità di Dio con l’opera della morte i quattro testi dei redattori dei Vangeli (che non sono quattro ma si tratta di opere a più voci e a più mani) offrono una flagrante smentita. Gesù non scende mai a patti con la morte, non vi si arrende, la affronta. Dalla rianimazione della figlia di Iairo, del figlio della vedova di Nain, coi suoi pianti e la sua lotta di fronte alla morte di Lazzaro si mostra sempre da che parte sta: non già nella disgrazia o nella distretta ma nella lotta. Dio non è sovrano della morte bensì il maestro dei viventi. Figuriamo se il suo Regno possa essere confinato dopo la morte!

La menzogna di molti cristiani ( non di tutti) continua anche in questo secolo che viviamo.

Ragaz ci ha insegnato che vivere il cristianesimo all’aria aperta significa liberarci da questi schemi o modi di pensare che rinunciano all’evangelo sociale e che si può e si deve non avere vincoli con lo Stato, la Chiesa e la società.

I teologi che sono venuti dal dopoguerra in avanti ci hanno fatto capire che la creazione continua ed è affidata anche nelle nostre mani. Lo Spirito non ha mai smesso di soffiare e si avvale anche delle nostre piccole mani.

Per questo osiamo schierarci dalla parte dei lavoratori e contro un Governo delittuoso che si schiera dalla parte dei potenti e delle imprese di profitto fine a se stesse. Sia maledetto il suo asse politico fondato sulla illegittimità democratica e il sopruso verso il prossimo più debole.

Ogni giorno su Facebook preghiamo contro il Governo Monti e in difesa dei lavoratori.

 

Maurizio Benazzi

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I ringraziamenti di wordpress e i nostri ringraziamenti a voi

WordPress ci ringrazia e noi ringraziamo voi – Il 2011 è stato l’anno in cui abbiamo suonato alla Syndey Hopera House per tre volte abbiamo fatto il tutto esaurito. 8500 volte è stato visitato il nostro sito nonostante Tophost abbia fatto di tutto per cancellarci e perdere i dati storici di gran parte dell’anno, per via di comportamenti totalmente ingiustificabili. Vengono pagati poco e valgono poco. 134 gli articoli pubblicati e l’articolo più letto è Punti di vista sul silenzio. Questo ci consola perché chi viene a leggerci non ha come scopo fini non teologici. Ricordiamo che l’Italia è una Nazione col minor tasso di libera alfabetizzazione teologica.
E’ questo quello che sappiamo fare meglio di qualunque altro. Valdesi & Co. Se tenete presente che non abbiamo fondi privati e pubblici, potete capire un miracolo che passa anche attraverso lunghi mesi di inattività per complicanze gravi di salute. Abbiamo di che festeggiare all’Opera di Syndey! La libera predicazione prevale su quella di preti e pastori
Grazie all’Eterno !

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Ignazio Silone

Ignazio Silone (1900-1978), un esule cristiano

 

Per ulteriori approfondimenti si consiglia la prima rivista della sinistra “L’avvenire dei lavoratori” di Zurigo,  la più antica testata della sinistra italiana, fondata nel 1897 *

 

 

(VE) Ignazio Silone è morto il 22 agosto del 1978, a Ginevra, così come è vissuto: quasi in esilio e certo in solitudine. Del resto Ignazio Silone ha sempre vissuto in esilio, nel senso più ampio del termine.
Nato a Pescina dei Marsi, in Abruzzo, il 1. maggio 1900, dopo il terremoto che distrusse la sua famiglia visse per collegi ecclesiastici. Durante il fascismo trovò rifugio in Svizzera: fu dapprima a Davos (dove curò la tubercolosi) poi ad Ascona e, dal 1942, a Zurigo (fu proprio in Svizzera che scrisse il celebre romanzo Fontamara).
Ma Silone fu “esule” anche a livelli più profondi: ben presto fuori dalla chiesa cattolica per gli inaccettabili compromessi che vi vedeva col potere e la società capitalistica, espulso dal Partito Comunista Italiano nel 1930 in quanto dissidente antistalinista, fu a lungo esiliato anche dagli ambienti letterari italiani (lui, uno dei più apprezzati e tradotti scrittori italiani in tutto il mondo).

Socialismo e libertà
Ignazio Silone – spinto verso il movimento socialista perché in esso scorgeva una tensione verso la liberazione della persona da ogni forma di asservimento – fu e rimase un ribelle, critico nei confronti di tutti i “poteri costituiti”.
Nei suoi romanzi si ritrovano, con grande lucidità ed efficacia, tematiche legate alla difesa della dignità dell’essere umano – e in particolare degli “ultimi” nella classifica sociale – e alla ricerca del nucleo autentico della predicazione cristiana delle origini.
Nell’opera di Silone la scelta dei poveri e degli “ultimi”, e la loro elezione a propri compagni, si presenta come scelta decisiva e costante della propria vita. Accanto a questa scelta c’è la riscoperta, nella lotta, di una più autentica fedeltà all’uomo e al vangelo (“Fortunatamente Cristo è più grande della chiesa”, dice); c’è il valore concreto dell’utopia; c’è la riscoperta di un “filo rosso” che attraversa non solo la Bibbia, ma tutta la storia del cristianesimo e che si traduce per lui in un atteggiamento critico nei confronti della chiesa che fonda il suo potere e la sua autorità appoggiandosi allo stato (tale atteggiamento sfocia nel rifiuto del concordato tra la Santa Sede e il regime fascista) e nell’appropriazione dell’amara e sarcastica saggezza della religiosità popolare.

Contrasto tra due chiese
In tutta l’opera siloniana è inoltre presente, costante, lo scontro, irriducibile e insanabile, fra le “due chiese”: quella che è del popolo e sta dalla parte del popolo, e quella che è del potere e sta contro il popolo, contro le sue lotte, contro le sue prese di coscienza, contro la sua liberazione.
Significative, a questo riguardo, le riflessioni autobiografiche contenute nei capitoli (“Quel che rimane”) che introducono il romanzo L’avventura di un povero cristiano. “Mi riferisco – scrive Silone – a quelli che dopo aver ricevuto la consueta educazione religiosa in qualche istituto o collegio di preti, si siano in gioventù allontanati dalla chiesa, non per la naturale indifferenza che sopravvive nella maggioranza dei maschi appena escono di pubertà, né per dubbi o dissensi intellettuali sulla sostanza della fede (questi sono casi rari), ma spinti da insofferenza contro l’arretratezza, la passività o il conformismo dell’apparato clericale di fronte alle scelte serie imposte dall’epoca”.
“Come si poteva rimanere in una simile chiesa?”, si chiede Silone, che “menava il can per l’aia”, parlando ossessivamente ai fedeli “dell’abbigliamento licenzioso delle donne, dei bagni promiscui sulle spiagge, dei nuovi balli d’origine esotica, e del tradizionale turpiloquio” in un’epoca “di confusione di massima, di miseria e disordini sociali, di tradimenti, di violenze, di delitti impuniti e d’illegalità d’ogni specie?”. È da questo “scandalo insopportabile” che la ricerca, umana, politica, religiosa di Silone prende avvio o si conferma.

Amicizia con Ragaz
L’irriducibile contrasto fra le “due chiese”, fra i due diversi modi di concepire il cristianesimo e di viverlo, si trova espresso soprattutto nel dramma L’avventura di un povero cristiano (1968) e in particolare nelle due figure che questo scontro personificano: Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, che si dimise poco dopo l’elezione, e Bonifacio VIII, suo successore, il papa del rilancio del potere temporale della chiesa e del cinismo del potere stesso. Ma lo scontro era prefigurato già nei personaggi di don Benedetto (in Vino e pane) e fra Celestino (in Ed egli si nascose), indimenticabili figure di “preti del dissenso”, che vengono dal popolo e restano dalla parte del popolo, solidali, poveri, emarginati dalla chiesa e dal potere politico, spesso con gravi e tormentati conflitti di coscienza per questa loro difficile doppia fedeltà. In quelle figure e attraverso quelle narrazioni riemergono le radici di un cristianesimo “diverso”, di minoranza, rigorosamente contrario a ogni forma di compromesso.
Vale forse la pena ricordare, in questo contesto, anche l’amicizia, nata già nel 1935, tra Silone e il pastore protestante svizzero Leonhard Ragaz, promotore del “socialismo religioso”. Ragaz – col quale Silone rimase a lungo in contatto epistolare – appare nel romanzo La volpe e le camelie: “un uomo in gamba”, che “ha lasciato chiesa e università per la causa degli operai”.

Fedeltà a Cristo
Silone, nella sua ricerca, scava nelle vicende della sua terra per ritrovarvi i problemi e la storia di oggi. “Numerosi cenobi si formarono nelle montagne abruzzesi” – scrive nei citati capitoli introduttivi dell’Avventura, rifacendosi ai fermenti ‘eretici’ abruzzesi del Duecento – esperienze che “pur evitando l’aperta eresia” rimasero per molto tempo “al di fuori della vita ufficiale della Chiesa, accogliendo assai liberamente, e spingendo talvolta agli estremi, le ispirazioni benedettine, gioachimite e francescane” dell’attesa “di una terza età dello Spirito, senza Chiesa, senza Stato, senza coercizioni, in una società egualitaria, sobria, umile e benigna, affidata alla spontanea carità degli uomini”.
“La storia dell’utopia – continua Silone – è in definitiva la contropartita della storia ufficiale della Chiesa e dei suoi compromessi col mondo… L’utopia è il suo rimorso”.
Per Silone non è affatto strano che “gli uomini i quali una volta dicevano no alla società e andavano nei conventi, adesso il più sovente finiscono tra i fautori della rivoluzione sociale… Non esito ad attribuire ai ribelli – conclude Silone – il merito di una più vicina fedeltà a Cristo”.

 

  • Si ringrazia la rivista dell’ospitalità ricevuta da Maurizio Benazzi presso il ristorante cooperativo degli antifascisti storici e i numerosi libri ricevuti in dono. Oasi della memoria della Sinistra.

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Solidarietà agli ex colleghi e colleghe

La mia solidarietà umana, cristiana e politica a tanti ex colleghi e colleghe, impiegati, tecnici e giornalisti, da oggi in sciopero in via Mambretti (Certosa) a Milano, contro i licenziamenti e per il pagamento di mesi di stipendi (!) da parte di tutte le TV del gruppo Profit: Telereporter, Telecampione, …

Il fatto che non sia più con loro fisicamente non significa che sia distante col loro spirito di lotta, la comunione d’intenti e piena fraternità di ideali. Non vi abbandoneremo nel deserto freddo dell’indifferenza milanese nè io nè le mie attività informative!

Maurizio Benazzi

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Ritornano Giulio Cavalli e Laura Tussi

Per chi ha seguito le recenti vicende politiche lombarde non gli sarà sfuggito di constatare come il più votato candidato di IDV a Milano e provincia Giulio Cavalli sta facendo in questi giorni trasloco verso sinistra, più precisamente in SEL, dopo la svolta centrista e governista a livello centrale di quel raggruppamento partitico.
Non avevamo dubbi sugli ideali, la volontà di lotta e le proposte concrete che lo animano. Per questo ci siamo permessi di suggerire lo scorso anno di dargli la fiducia col voto. Il suo coraggio ad esempio nella lotta contro la mafia non ha eguali altrove. E non è un modo di dire. Li conosciamo discretamente i partiti.
Per questa ragione riannodiamo i rapporti di amicizia politica e gli auguriamo un buon lavoro a partire dall’Assemblea dei lavoratori e dei giornalisti di oggi pomeriggio nel Gruppo Profit SpA – circuito televisivo Odeon, a cui è stato invitato dalla CGIL di Milano.

Dalla parte dei diritti e della legalità Giulio.

Noi ci stiamo! Sempre.

La redazione

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Intervento a cura di Laura Tussi:

La Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo), fondata nel 1998 da Duccio Demetrio e Saverio Tutino, promuove e pubblica le recensioni di Laura Tussi ai libri che trattano della biografia di noti cantautori italiani, da Francesco Guccini a Fabrizio De André, a cura di Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini.

http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=2086&Itemid=41

http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1270&Itemid=109

http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1054&Itemid=41
L’UNIVERSITA’” DELL’AUTOBIOGRAFIA PER IL RECUPERO DELLA MEMORIA STORICA POPOLARE E DELL’IDENTITA’ CULTURALE: LE STORIE DI VITA E LE RELAZIONI D’ASCOLTO.

Il valore soggettivo ed individuale contro la massificazione ed uniformazione delle coscienze

Memoria e  modernità

Gli esseri umani non hanno sempre ricordato con le stesse modalità. Attualmente la cultura dominante concettualizza la memoria in determinati parametri, per cui la modernità contrasta la memoria attraverso il mutamento, il cambiamento, l’epoca del sempre nuovo, instaurando contradditori rapporti tra la cultura moderna europea e il concetto di memoria storica.

Nel 1860 Baudelaire sosteneva che “le città cambiano più velocemente del cuore di un uomo”, perché nella modernità tutto è mutevole, proteiforme, si trasforma più velocemente della capacità di adattamento dell’individuo stesso. Il mutamento è la norma: gli oggetti con cui in passato si condivideva la quotidianità, attualmente risultano desueti. La modernità implica l’oblio lacerante, la rottura costante e diseducativa con le tradizioni, con il passato, la storia; in quanto epoca del mutamento perpetuo, provoca ricorrenti fratture nella memoria sociale, ma implica, al contempo, un forte richiamo alla responsabilità del singolo nei confronti del passato storico a livello individuale, collettivo, nazionale, globale, affinchè in Italia e in Europa non si tratti esclusivamente di monete e di politiche economiche, ma delle persone e delle comunità, delle loro storie, culture e stili di vita, per gli obiettivi comuni di sviluppo delle conoscenze e delle azioni che possano promuovere condizioni esistenziali migliori, dal momento che è in gioco la nostra memoria collettiva, allo scopo di unificare una comunità, un popolo, il cui passato, recuperabile attraverso la memoria storica, risulta operazione necessaria, soprattutto nell’era della globalizzazione in cui occorre anche il rispetto e la valorizzazione delle diversità, delle differenze soggettive, culturali, interetniche, come elementi vitali e imprescindibili dell’insieme.

Da questo punto di vista l’Europa, di cui siamo parte, è una terra di memorie, storie, linguaggi, luoghi che devono essere valorizzati, tutelati e messi in condizione di rapportarsi, integrarsi vicendevolmente, senza perdere i caratteri oggettivi, perché nel grande fiume della storia confluiscano in un insieme, in una complessità più ampia, sollecitando le inflessioni relative ai problemi dell’identità locale e nazionale, perché è proprio l’ingresso nella modernità che obbliga ad una verifica critica delle nostre storie individuali e collettive e delle nostre tradizioni, al fine di creare una mentalità nuova che risulterà tanto più “moderna” e proiettata verso il futuro, quanto più riconoscerà che anche il passato rientra nella contemporaneità e attualità del presente.

La complessità ontologica del sé in una prospettiva autobiografica.

Risulta possibile recuperare il passato se si riconosce e riattualizza una memoria collettiva, comune, del senso della storia a partire dal singolo individuo che ha il compito di comprendere, realizzare, ricomporre a ritroso, storicamente, la propria identità, coincidente con la memoria stessa,  tramite l’approccio pedagogico autobiografico.

L’autobiografia permette al disegno, alla trama della storia personale di riemergere nella sua unicità per una maggiore consapevolezza e comprensione di sé, emancipando il soggetto da ogni rischio di manipolazione, di “revisionismo storico” della propria esistenza nel passato. In epoca moderna l’individuo vive il disagio, la difficoltà di sperimentare la complessità dell’esistere, perché la soggettività non è univoca ma composta da “noi plurimi” che confliggono al nostro interno, in termini psicanalitici.

La modernità disorienta l’individuo che non vive esclusivamente un’unica cerchia di vita relazionale, ma sperimenta la varietà degli approcci sociali, per cui appartiene ad una pluralità di ambiti comunitari e di contesti collettivi. Dunque la modernità comprende molteplici e plurime identità relazionali, per cui risulta più difficoltoso recuperare il senso della personale biografia, in quanto l’”io” sperimenta molteplici vite, nella pratica relazionale in varie dimensioni sociali del contesto quotidiano, prive comunque dell’autentico senso di appartenenza e condivisione che permeava la società preindustriale, precapitalistica, impostata su modelli di vita quotidiana più semplici, meno complessi degli attuali..

Nel concetto moderno e specifico di “adultità” (neologismo attuale), il divenire, la metamorfosi, il cambiamento, la transizione, coesistono nell’ermeneutica autobiografica, metodo interpretativo olistico che richiama il luogo della complessità, legata ai temi della narrazione, del gioco di trame e processi narrativi di linguaggi interiori che tendono all’incompiutezza. Il metodo autobiografico rientra nell’ambito della complessità, per cui il racconto di sé, introspettivo e retrospettivo, si rivela autopoietico, autogenerativo, tendente all’infinito relazionare e rimembrare degli eventi. L’educazione alla multipla complessità del sé genera e comporta un percorso formativo atto ad affrontare la sopravvivenza all’incertezza e all’ansia di dominare il presente, per abitare gli interrogativi dell’identità multipla, poliedrica allo scopo di imparare ad interagire, conversando, attraverso il mutare, il variare dei punti di vista, delle prospettive cognitive, al fine di educarsi, educando. Un concetto nell’accezione formativa, problematicista: La complessità dell’IO, dell’ente, realtà ontologica, olistica, interna ed esterna al sé. Il rapporto d’ascolto autobiografico ammette l’avvicinamento estetico, tramite il contatto, non estetizzante, l’interrelazione reciproca, per non dimenticare di vivere e sperimentare la nozione di complessità, attraverso il pensiero cognitivo autobiografico, che tende anche alla sospensione del giudizio, all’epochè.

Un luogo interiore dell’anima, per rieducarsi alla memoria.

L’autobiografia, ermeneutica dell’esistente, ha trovato un luogo ideale, utopico, al contempo reale, un “non luogo” della mente, dell’anima, anche topos specifico, micropedagogico…dalla mente autopoietica, al microcosmo di una realtà rurale, idillica, sospesa nell’eternità di un passato storico importante. Un piccolo borgo medievale, inerpicato sul dolce pendio collinare toscano: Anghiari, ancora intatta nella sua autentica antichità. Qui il fulcro della “Libera Università dell’Autobiografia”, realtà collegata all’Archivio diaristico nazionale della memoria storica popolare di Pieve Santo Stefano, da cui si diparte l’intento pedagogico, la volontà di studio e impegno di volontariato culturale militante che coinvolge vari comuni italiani, paesi piccoli e grandi, nell’intento formativo, di applicazione rieducativa al senso del tempo storico, personale e collettivo, di indagine e discussione relative al significato ermeneutico, interpretativo, della narrazione di sé, delle storie di vita degli individui, del popolo nella sua complessità. Questo implica un concetto di autoformazione, di autoriflessività e occasione di apprendere e conoscere, durante il corso della vita e dell’esperienza, in relazione ai fatti quotidiani, ai continua apicali, alla nascita, alla morte, come alle vicende esistenziali, grandiose o povere che ciascuno di noi vive.

Le due anime dell’autobiografia

La Libera Università dell’autobiografia di Anghiari, polivalente realtà associativa, è contraddistinta dall’intrinseca dualità e, al contempo, univoca e comune volontà d’intenti. Un’anima autobiografica, intesa come autentica e implicita possibilità di tornare sul proprio passato, in uno spazio/tempo interiore, spesso privo di riferimenti con l’alterità, per il venir meno di significativi e autentici rapporti relazionali affettivi, amicali. Soprattutto nelle grandi realtà urbane, metropolitane è scomparso il senso della comunità, vissuta attraverso le scansioni liturgiche del calendario agricolo/pastorale, regolato dagli eventi naturali, dal susseguirsi delle stagioni e suffragato dalla tradizione del sacro.

L’autobiografia rappresenta la possibilità di comunicare con le varie identità, a livello individuale, e recuperare, riappropriandosene, la storia di sé, per vivere meglio le diversità intersoggettive, con se stessi, per gli altri.

La seconda anima del volontariato di animazione autobiografica, comprende l’atto simbolico ma effettivo del donare e riconsegnare al presente, per affrontare il futuro con rinnovata consapevolezza, le tracce, i segni dei tempi, di una memoria storica collettiva quasi scomparsa: la vita della comunità, formata di tante singole storie di vita, riesumate tramite la “pedagogia della memoria”, per ricostruire e recuperare un’identità a livello individuale, locale, nazionale, globale dalla complessità ontologica dell’esistente, nella consapevolezza di un più esteso concetto di educazione e cultura militante.

Dal contesto sociale attuale risulta l’esigenza di raccontare ad altri e a se stessi il ricordo, rammentando, rimembrando e rievocando, il relazionarsi degli eventi passati, per sanare le ferite di un diffuso e dilagante disagio esistenziale, a tutti i livelli sociali, riguardante diversi ambiti e canali comunicativi: “non una depressione comune, un male oscuro misterioso”, ma il “male di vivere”. Di conseguenza ricordare e raccontare per riattualizzare e recuperare la sofferenza del vissuto, attraverso la naturale catarsi della com-memorazione, acquisendo una maggiore consapevolezza di sè, attingendo dal passato,  per la progettualità e decisionalità del futuro.

Tramite i progetti di ricerca attraverso l’animazione autobiografica, si concretizza e attualizza il nobile intento di dare voce al popolo e alle singole persone, coinvolgendo studiosi e pedagogisti di vari atenei italiani a confronto con “realtà normali e comuni”, in una rinnovata ed autentica prospettiva di educazione militante.

Il comune denominatore dei progetti di indagine e ricerca, tramite la “cultura della memoria”, diffusi sul territorio italiano, è la memoria stessa. Come sosteneva il filosofo “la memoria è l’uomo”, il cardine intorno a cui ruota il metodo di animazione autobiografico.

La scientificità del metodo autobiografico. Le ragioni del metodo autobiografico

Attraverso il racconto di sé la persona ri-corda (dal latino recordo: riportare al cuore, alla mente) gli eventi collegati al passato che si rivelano durante il colloquio autobiografico con il ricercatore/mèntore, tramite il recupero di una memoria non del tutto spontanea, ma indotta e indirizzata su obiettivi particolari: indagare la realtà soggettiva, il “pluriverso” individuale. Tale riferimento costituisce la discriminante tra l’attività spontanea e l’ambito specifico, micropedagogico, che consente di attuare la ricerca scientifica, a livello analitico.

Dunque il metodo autobiografico è essenzialmente scientifico non perché basato su dati statistici o focalizzato su una realtà oggettiva, ma riguardante l’individuo nella sua ontologica complessità poliedrica, soggettiva (si indaga il soggetto), attraverso una tipologia ermeneutica qualitativa (la ricerca dei dati sulle storie di vita) e non quantitativa: differente dalla ricerca sociologica, dall’antropologia o dall’ambito etnoantropologico.

Il recupero del passato storico individuale e collettivo come tutela della libertà soggettiva

La memoria è in sostanza il cardine del metodo. L’obiettivo fondamentale, il focus educativo sotteso alle implicite e consequenziali dinamiche metabletiche dell’autonarrazione, consiste nel recuperare, riattualizzare e far riaffiorare nelle menti memorie di eventi piccoli  o grandi, antichi o recenti, degli anziani testimoni e depositari autentici di un passato preindustriale, che lentamente va estinguendosi. A causa di precisi fattori economico/sociali, le realtà esistenziali e territoriali dei paesi, nel cui ambito si spende il volontariato autobiografico, risultano disgregate, anche per imponenti fenomeni di migrazione ed emerginazione, privi di reciproca integrazione, in seguito alle trasformazioni apportate dall’ingente processo di industrializzazione, per la diffusione di un esasperato, edonistico consumismo di massa, e il verificarsi graduale dell’eclissi del sacro.

L’hinterland metropolitano risulta una realtà amorfa, fortemente individualistica, nell’accezione più narcisistica, edonistica ed egoistica del termine, a livello di rapporti sociali, interrelazionali, nel cui contesto non rimane quasi traccia di un preesistente passato rurale, arcaico, ricollegabile a comuni matrici culturali, all’identificazione in comuni radici originarie, caratterizzate da tempi e ambiti di socialità comunitaria, scanditi dal lavoro quotidiano agricolo e dalle ciclicità stagionali e liturgiche del calendario contadino.

La transizione immediata, il passaggio repentino, brusco da una società di stampo prettamente rurale, ad un contesto altamente industrializzato, accompagnato da ingenti processi e fenomeni di sperequazione e speculazione edilizia, a livello di assetto urbanistico, ha sconvolto paesaggisticamente il territorio. Queste trasformazioni repentine hanno causato gravi ripercussioni sui vissuti individuali delle popolazioni, nei contesti sociali attuali, provocando un dilagante e diffuso disagio esistenziale. L’individuo perde, smarrisce nel caos di messaggi comunicativi vacui, effimeri, in una prospettiva estetizzante ed edonistica dell’essere, la personale identità, non più abituato a recuperare la memoria soggettiva, in ambiti d’ascolto familiari, amicali, tramite un percorso introspettivo e retrospettivo autobiografico relativo al senso della storia individuale e collettiva. Tale dinamica relazionale risulta difficilmente realizzabile in una società complessa come l’attuale, deprivata del senso e significato di dedizione disinteressata all’altro, al diverso, e mossa solo da interessi speculativi nei confronti dell’individuo, priva di ambiti di relazione e di ascolto sociali, sostituiti dai mezzi tecnologici e di comunicazione di massa.

Il valore pedagogico del proposito autobiografico è sotteso alla rieducazione della collettività al ricordo, in una prospettiva riabilitativa, terapeutica di cura di sé attuabile dal soggetto in formazione, attraverso il filo interrelazionale, invisibile, impercettibile della memoria, per attingere al passato di comuni radici originarie, riappropriandosi dell’esperienza e consapevolezza individuale, al fine di comprendere e recuperare una matrice comune, un valore condivisibile, la salvaguardia dell’ambiente, il territorio, il creato, la madre terra fertile, l’antico mondo  rurale, contadino, i cui momenti esistenziali, continua apicali, venivano regolati naturalmente dall’ambiente incontaminato, in sintonia con la creazione, dalla iteratività ciclica delle stagioni. In questo tempo, sospeso nell’eterna ciclicità della natura, si praticava la vita sociale, spartendo la quotidianità del presente nella comunità, in cui il soggetto riscopriva l’esigenza profonda e il terapeutico conforto del racconto di sé all’alterità.

Dunque la Libera Università di Anghiari coinvolge importanti studiosi di vari atenei italiani, accomunati dal nobile intento di approfondire le tematiche relative alla “cultura della memoria”, vale a dire il recupero delle storie di vita del popolo, della gente, delle singole persone, soprattutto anziane, uniche depositarie di un passato precapitalistico che inesorabilmente cade nell’oblio della modernità, in una rinnovata prospettiva di pedagogia sociale, di attività di animazione socioculturale e di educazione militante in diversi ambiti e contesti territoriali, attraverso un metodo di indagine scientifico basato sul racconto autobiografico del soggetto. Nei quartieri di ogni città dovrebbero esistere musei-laboratori della memoria storica per accogliere e archiviare le storie della gente che è passata. Solo riappropriandoci come popolo di una ormai confusa identità culturale ottenebrata e degradata dal consumismo esasperato, da stravolgimenti economico/sociali, apportati dagli ingenti fenomeni di capitalizzazione industriale delle risorse collettive, nel miraggio di una prospettiva di “villaggio globale” dettata e imposta dai massmedia, solo diventando attori del proprio sé, protagonisti consapevoli della personale storia di vita e di formazione, risulterà possibile recuperare i valori dell’altruismo, della solidarietà, dell’accoglienza, del confronto e arricchimento culturale interetnico, di interscambio e accettazione, non falsamente e ipocritamente tollerante, dell’altro da sé, del diverso, dell’immigrato, dello straniero portatore di cambiamento, di novità, nella certa e riconquistata consapevolezza, data dalla riflessione sul personale passato storico e soggettivo, individuale e collettivo, volta a rispondere alle domande esistenziali ultime, cardine dell’uomo: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.

Un impegno culturale di memoria autobiografica che esercita uno straordinario valore educativo, creativo, ricreativo e culturale nella sua concreta pratica di formazione permanente, riuscendo ad ottenere il fondamentale obiettivo di recuperare e di tutelare le specificità delle varie e differenti esperienze soggettive e la loro unicità. Un metodo che sa creare un argine diffuso e condiviso contro la violenta pervasività del pensiero unico veicolato dai massmedia e dall’uniformazione delle coscienze che la cultura consumistica ha l’esigenza e la pretesa di ottenere. Contro una pedagogia ed una didattica di stato che ha in odio ogni specificità individuale e che ritiene il principio costituzionale della libertà d’insegnamento un pregiudizio frutto di esigenze corporative:  Contro l’ipocrisia e la falsa coscienza di una rappresentazione virtuale dell’esistenza, dove saltimbanchi, buffoni ed imbonitori uniformano la cultura popolare nel nulla televisivo. Contro l’eliminazione di ogni differenza, contro una visione monopolistica dove ogni cosa ne vale un’altra, contro un insipiente e fallimentare appiattimento della prospettiva storica su un presente ricorrente in modo ossessivo come unico luogo di concretezza del mercato, contro una prospettiva che valorizza solo ciò che ha un valore immediato ed economico…

A seguito dell’Assemblea sindacale di oggi del Circuito Odeon :

Il consenso dei lavoratori e dei giornalisti è stato manifestato apertamente oggi  quando Giulio Cavalli si è impegnato a comunicare entro domani la data di convocazione in Regione Lombardia delle rappresentanze dei lavoratori. Erano due anni che giornalisti, tecnici e amministrativi aspettavano di sapere  qualcosa…

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Un’esperienza così… Appunti di vita

Il comunicato stampa sindacale che avete potuto leggere nel “nostro” circuito è il risultato finale di una serie di incomprensioni, tensioni ma anche di incapacità nel risolvere i problemi di mercato derivati dal passaggio dall’ analogico all’era del digitale in ambito televisivo. Se mi consentite tralascerei i commenti ai fatti di rilevanza giudiziaria relativamente ai rapporti intrattenuti fra la proprietà del gruppo e il consigliere Prosperini. Li conosciamo esclusivamente per quello che abbiamo letto dalle cronache giornalistiche: sono entrato nel gruppo Profit nel mese di marzo di quest’anno come coordinatore amministrativo addetto alla chiusura dei bilanci di ben 17 società che ruotano direttamente o indirettamente intorno alla capogruppo. Non è mio o nostro compito di lavoratori sostituirci ai giudici. Gli ambiti di competenza sono ben distinti, anche se nella politica italiana, i margini di separazione sono sempre più labili. Purtroppo. Io mi limito a fare con professionalità, esperienza e capacità un lavoro in cui sono addentro per ragioni di profilo ossia di carriera.
Per me non sarebbe comunque dignitoso occuparmi di politica e allo stesso tempo sfruttare le fotografie dei palazzi di giustizia per farne uno sfondo di manifesti elettorali!
Non mi riguarda nemmeno entrare nel merito degli accordi del commerciale Profit con Telepadania. Ho lavorato ad esempio nel settore infrastrutture per un gruppo spagnolo per la semplice ragione che non ho trovato una collocazione idonea in un gruppo italiano. Sembra che vi siano – come dire – degli ambiti impenetrabili, pur avendo le credenziali idonee per potersi occupare di seguire – come nel mio caso – i lavori di certificazione di un bilancio anche consolidato o le tecniche di controllo delle partite finanziare e commerciali c.d. intercompany.
Il punto della questione che mi preme evidenziare in questi appunti è lo stato di dura prova a cui sono stati sottoposti i lavoratori e le lavoratrici della Profit per via del ritardato pagamento anche per tanti mesi dello stipendio. Quello che sta avvenendo in questi giorni è solo una riprosizione di quanto già avvenuto in passato. Nell’arco di poche settimane due mie dirette collaboratrici dei servizi amministrativi hanno rassegnato le dimissioni, dopo una ricerca difficile per un’alternativa di lavoro. Sono volati paroloni.
Molte persone non hanno avuto invece scelta. Sono state o devono essere licenziate, messe in cassa integrazione, sottoposte a cambi di tipologia di lavoro non sempre idonei con loro curriculum e  – tra l’altro – con deludenti risultati sotto il profilo dell’efficienza nei risultati e della loro soddisfazione e realizzazione professionale.
Mi rendo conto che esprimersi col nome di una denominazione sociale non faccio intuire di chi stiamo esattamente parlando: mi riferisco al circuito del marchio Odeon ossia ad es. alla nota e antica Telereporter, Telecampione, alla notturna Nitegate, ecc ecc Sono emittenti che con nomi diversi sono sparse in tutta Italia. Anche se mi sembra che il sud non sia ormai un ambito molto ambito sotto il profilo del business. Si leggano ad esempio le cronache di compravendita di frequenza di Radio Padania, che hanno lo scopo – di fatto – di finanziare solo la Lega Nord con tanto di autorizzazione della Commissione Antitrust. Comprano e rivendono a prezzi maggiorati nell’ambito del loro circuito e/o al di fuori.
Di fatto assistiamo in Italia ad una plettora di circuiti televisivi o radiofonici che lo spettatore o l’ascoltatore fa fatica a capire, a distinguere. Sebbene i TG – se esistono – sono una cartina di tornasole del tutto. Ma una persona difficilmente abita sia a Roma che a Milano. Un compito dunque assai difficile intuire la questione sottostante. Che riguada non solo i tre legnanesi del Circuito in questione… Fatta eslusione per i tecnici e i giornalisti che non ho il piacere di conoscere personalmente.
Beh di Radio Maria non parlo. Sapete che il protestantesimo ha cambiato 15 anni fa la mia vita. Nel bene e nel male.
La vicenda Profit ha comuque determinato uno sconquassamento della mia vita: mio padre, uno sfollato, lavorava qui dopo la guerra come tuttofare per il noto liberale legnanese ing. Cittera. Debbo riconoscere che un tempo i liberali di questa città era gente nobile d’animo. A loro bastava una stretta di mano per chiudere un accordo. Quello che chiamiamo oggi un contratto. Penso anche a certi imprenditori del tessile che costruivano padiglioni del nostro ospedale cittadino e i cui eredi sembrano in queste settimane coinvolti in inchieste giudiziarie inquietanti.
Non esiste semplicemente più quella casistica umana degli anni 50 e 60. Il figlio dell’ing. Cittera, che ha recentemente eredidato dalla madre deceduta, gli appartamenti in città, ha pensato bene di vendere e si è presentato un giorno a casa, senza preavviso, con un agente immobiliare. Voleva e vuole vendere. Punto.
Ci ha chiamato in causa per sfratto e sebbene davanti al giudice il suo legale abbia ammesso che tutti i pagamenti erano stati effettuati sia pur in ritardo, abbiamo preferito accettare una sentenza di quel genere piuttosto che pagare euro 1.400,00 quali spese legali.
Questa ad esempio è stata la Profit group SpA nella mia vita. Alla mia richiesta di accredito dello stipendio mi è stato scritto di rivolgermi ai Sindacati. E così ho fatto.
Auguro ai miei colleghi e colleghe tutto il meglio che io non ho avuto, al di là dello stipendio di aprile che invece abbiamo ricevuto nelle scorse ore.
Per me il primo luglio si cambia pagina. Il mio contratto è giunto alla scadenza naturale.
A proposito ma qualcuno di voi è disponibile a lavorare e ad attendere anche tanti mesi il pagamento dello stipendio? Come fa a pagare le bollette, il fitto, il cibo,…
Oggi loro ti assumono anche ma non hanno nemmeno i soldi per far fronte al loro impegno della parola data. Ma che cosa è alla fine di tutti i discorsi la dignità umana, al di la di tutti gli aspetti delle congiunture economiche o dei disastri imprenditoriali.
E’ molto probabile che lasci l’abitazione di Legnano e mi spiace di non poter essere più un sostenitore di Marazzini Sindaco. Ho spiegato le mie ragioni alla segreteria del PD dicendo loro che non devono arrabbiarsi se una persona onesta e competente si permette di affrontare a viso aperto anche le ragioni dell’antipolitica. Bisogna farlo per non essere dei burocrati.
Ci sono persone ad esempio come i tre sindacalisti/e della CGIL eletti praticamente con un quasi plebiscito  nell’ambito delle recenti elezioni sindacali in sede Profit Group SpA che sanno bene cosa significa governare l’ingovernabile. Dire o scrivere con amarezza del proprio presente e del futuro, perchè forse non basterà nemmeno una SIM a risolvere la questione.
Almeno per quelli che lavoreranno ancora lì.Maurizio Benazzi – Legnano MI

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Stato di agitazione nel circuito TV Odeon: non pagano gli stipendi

Coi compagni lavoratori della CGIL ma anche degli altri sindacati presenti in azienda (sia pur non rappresentati nella RSU) mi è stato dato il nulla osta per diffondere l’allegato comunicato sindacale relativamente alla gravissima crisi finanziaria della Profit Group S.p.A. di via Mambretti, in Certosa a Milano.

Trattasi della capogruppo del circuito televisivo più conosciuto col marchio Odeon (Telereporter, Telecambione, Lombardia DDT, Canale 10 Firenze, Eurotelevision, Teleliguria, Bravo, Sdet, Nitegate, solo per fare alcuni esempi…)

Abbiamo superato ogni limite di attesa consentitaci dalla pazienza dopo i costanti e ripetuti ritardi nei pagamenti degli stipendi o addirittura dei mancati pagamenti!

Entriamo in lotta: da oggi virtuale e presto reale.

Solidarieta ai colleghi lavoratori e lavoratrici.

Maurizio Benazzi

COMUNICATO SINDACALE

Ieri martedì 21-06-11 si è tenuto un incontro tra le OO.SS. territoriali, le Rsu e l’azienda per affrontare alcuni temi importanti quali lo stato di crisi in cui questa azienda versa da più di 2 anni, le prospettive future con accenni al piano industriale, che non è mai stato presentato al Sindacato, le difficoltà finanziarie che non permettono il pagamento regolare delle retribuzioni.

A seguito di questo incontro, rappresentanze sindacali e le Rsu hanno incontrato, in assemblea, i lavoratori che si sono espressi secondo degli obiettivi che mirano a salvaguardare il futuro di questa azienda, ma, nello stesso tempo, a vedere garantiti il minimo dei diritti consentiti ad un lavoratore, sotto i quali viene tolta loro ogni dignità professionale.

La premessa è che i lavoratori tutti che fino ad oggi hanno sempre lavorato, pur con enormi sacrifici, per la sopravvivenza futura di questa azienda, di fronte alla prospettiva dei tagli che verranno effettuati e di fronte al ritardo nei pagamenti delle retribuzioni che l’azienda non assicura di poter assolvere in tempi certi e brevi, ritengono che la situazione sia diventata insostenibile. Pur volendo continuare a dare il proprio contributo professionale chiedono che si verifichino alcune condizioni.

L’assemblea dei lavoratori riuniti, ha pertanto deliberato, a maggioranza, quanto segue:

–        apertura immediata dello stato di agitazione;

–        richiesta del pagamento della mensilità di aprile entro il 24 giugno p.v.;

–        richiesta di pagamento della mensilità di maggio entro il 5 luglio;

–        prosecuzione della cassa integrazione in deroga a rotazione settimanale (e non mensile).

Qualora una sola di queste condizioni non sarà rispettata, siamo pronti ad attuare tutte le forme di protesta, a partire dallo sciopero.

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